come funziona da ste parti

Come funziona da ste parti. Funziona che sul lavoro ti impegni per finire una cosa, anche se è complicata. Ma tu le cose complicate le prendi come una sfida personale. Com’erano gli esami difficili all’università. Quanto più è difficile una cosa, tanto più la metti sul personale. Ah è difficile? ti dici. Allora proprio per questo io ci riuscirò.

E non ci sono santi – espressione questa molto meridionale e borbonica – ma ci riuscirò. Diventi rissoso e testosteronico contro concetti impalpabili.  Quindi succede che prendi questi ostacoli come una sfida personale e ti trasformi in un mastino che si attacca coi denti alle caviglie del problema, fino a quando non è risolto.

Come funziona da ste parti? Che cinque minuti dopo aver portato a termine con successo quello che ti era stato chiesto, il tuo capo ordina una cerimonietta per festeggiare. Un cameriere che sistema torta e caffè per tutti. Sarà domani mattina. Tu devi fare un piccolo speech, pescando in quella diplomazia facciaculista che ormai ti viene facile quando è necessaria. Non sai cosa dire, ancora, però intanto ti sei riempito la borsa di ovetti di cioccolata perché tra qualche anno compirai un anno di permanenza da ste parti, e vuoi festeggiare con chi vede la tua faccia ogni giorno.

faccio cose vedo cose

Ho visto the Intouchables, tradotto in italiano vai a capire perché Quasi Amici“. Gente insospettabile mi aveva raccontato che era bellissimo: non è bellissimo, è qualcosa. Ho visto Mon Pire Cauchemar, tradotto in italiano come andava tradotto dal francese, e cioè Il Mio Peggior Incubo. Doppietta di film francofoni dunque, però visti entrambi in italiano, ché maintenant c’est tres difficile. Nessuno dei due che lascia il segno.

Invece poi ho visto l’intervista fatta dalla Bignardi a Franco Antonello. Volevo tantissimo essere amico di Franco Antonello. Guardate questo video, e se proprio non è possibile, almeno i primi tre minuti, dove spiegano perché il libro si chiama Se Ti Abbraccio Non Aver Paura.

una cosa è leggere

Una cosa è leggere di una morte a 25 anni: perché è solo una notizia, parole scritte che riguardano uno sconosciuto. Anche vedere le immagini del malore poco prima della morte ha poco impatto: di sti tempi siamo abituati agli eccessi, ci sono immagini di tsunami e guerre e delinquenti e sparatorie.

Altra cosa è sapere cosa c’era prima. Il ragazzo aveva un album di foto online. Tu scorri le immagini e ti rendi conto del prima. Lo quantifichi, lo paragoni con il tuo presente. C’è una foto di lui con la ragazza a Bologna, una ragazza che sarebbe potuta piacere a te, sullo sfondo una piazza di Bologna che conosci benissimo, sai dove portano tutte le strade.

Bel tipino

Bel tipino quel Bosusco liberato in India dopo tremendi sforzi diplomatici di Ministri, Unita’ di Crisi e Ambasciate. Il bel tipino si era andato ad infilare in posto pericoloso dove non doveva andare. Pero’ lui e’ uno che cammina nella giungla zaino in spalla, figuriamoci cosa gliene fotte delle direttive del Ministro degli Esteri. Lo liberano e lui dichiara che non c’e’ problema, ha solo fatto una “vacanza pagata“. Bosusco lo mettiamo assieme agli alpinisti che restano imprigionati sul cocuzzolo dell’Everest e poi chiamano i soccorsi in elicottero prima che gli geli il culo. Intanto: mi si bucasse una gomma qui, nella centralissima Europa, dopo aver rispettato tutte le regole, lo Stato Italiano non verrebbe ad aiutarmi. Dovrei telefonare e dire che mi sono slogato la caviglia nel delta del Niger.

la chiamano crisi della lega

La chiamano crisi della Lega, andrebbe chiamata invece crisi di un padre che non sa cosa combina quel suo figlio un po’ scemo. Cioè un evento che in fondo si verifica in molte famiglie, con la differenza però che sto figlio scemo si mette a giocare con tanti soldi non suoi, invece di rubare le chiavi dell’utilitaria per fare il figo con gli amici nel quartiere o fumarsi le canne sul terrazzo. Oggi evidentemente fa comodo dire che la crisi è della Lega. Chiamiamola allora crisi della Lega.

Uno dei danni permanenti della crisi della Lega è che autorizzerà molta gente a dire che tanto al Nord rubano come al Sud, che tanto è la stessa cosa, che non ci sono differenze. Da meridionale lo so bene che invece queste differenze esistono, e a parte tutte le ragioni storiche e politiche eccetera eccetera, queste differenze ci sono, sono notevoli e brillano sotto gli occhi. Darsi oggi dei motivi per autoassolversi sarebbe pericolosissimo. Da meridionale vorrei che ci fosse ancora un grillo parlante a ricordarle, queste differenze, per sperare magari di assottigliarle. Da meridionale vorrei che ci fossero personaggi meno circensi e meno volgari.

Oltre a questo, crolla il mito della razza diversa, e non solo per la faccia dell’indagato, più terronica del più terronico dei miei compaesani, ma piuttosto perché anche dentro quel partito i figli so’ p iezz e’ core (cosa molto italiana) e c’è stato un culto della personalità e dell’infaliibilità anche quando il capo era evidentemente incapace mentalmente e fisicamente di guidare pure un condominio (una cosa italiana ma anche molto vaticana).

e tu bologna credi che poi un giorno

E tu Bologna credi che poi un giorno la smetterò di venire lì come in un pellegrinaggio pagano, e di scriverne dopo, e di ragionare su vite ipotetiche e alternative che non saranno mai? Di coltivare l’affetto? Tu credi che un giorno smetterò? Non smetto con le persone, figuriamoci con quattro pezzi di mura intonacate, figuriamoci.

(foto: Bologna, via del Paradiso, Aprile 2012) 

alors


Alors
, con le carte di Barcelona ancora sparse sul tavolo domani mi avvio verso Eindhoven. Prima di questo, qualcuno avrà voglia di farsi trenta e passa chilometri per venirmi a dire ciao per neanche mezzora e poi tornare subito a casa. A Eindhoven si farà il pieno di melatonina, ché in Belgio te la danno solo su prescrizione e a prezzi irragionevoli. Da Eindhoven si parte nel pomeriggio per Pisa. A Pisa si posano le valigie e si va a fare festa in un paesino sconosciuto ma tanto non guido io quindi sapranno loro dove si va. Nella notte dormirò nello stesso letto con Billigiò – che solo gli aficiondados ricorderanno – tremando di paura per le sue celeberrime scorreggie notturne che gli fecero guadagnare una fama internazionale già un quindici anni fa. La mattina seguente partirò per Bologna, ma belle, che vedrò per poche ore. C’è una cena organizzata, ed io reduce da poco sonno e scorregge, vorrò davvero esserci tantissimo. Non andrò a dormire, ma verso le tre mi caricherò su un taxi e alle 6 di mattina partirò per il paesello giù al tacco.

Abbiamo un corpo, dobbiamo usarlo, porcalamiseria.

ne ho parlato tanto in questi giorni

Ne ho parlato tanto in questi giorni, per esempio con italiani trapiantati a Barcelona, per esempio con francesi che hanno lavorato in Inghilterra. Ho parlato cioè del modo tutto latino e mediterraneo di essere capi sul lavoro, di come quasi sempre i capi sul lavoro – nei paesi latini e mediterranei – sono quelli che si permettono di essere più sgarbati e presuntuosi e di come – anzi – si misuri il loro potere proprio in base a quanto possono sgarbare e pretendere dai loro sottoposti.

In altre parole: ti tratto male per farti capire quanto sono sopra di te, per farti percepire la distanza.

Mi trovo a lavorare con persone che sono tutto l’opposto: quanto più in alto si trovano rispetto a te, tanto più sono disponibili ad aiutare. Anche se non glielo chiedi, saranno loro a venire da te per chiedere se va tutto bene, se hai bisogno di qualcosa. Ti inseguiranno proprio fisicamente, per chiedere se hai bisogno.

E se per caso fai una domanda, quelli passeranno intere mezzore ad aiutarti a capire. E se passi troppo tempo al lavoro, ti diranno di non passare troppo tempo al lavoro. E se non prendi le vacanze che ti spettano, saranno loro a ricordarti di farlo. Perché hanno bisogno di avere intorno gente che stia bene, e che lo trasmetta nell’aria questo stare bene. C’è bisogno concreto di sorrisi sinceri.

C’è di mezzo una fortuna spropositata se posso raccontare queste cose – se durante una cena dobbiamo parlare piano per non far capire al nostro capo quanto bene stiamo parlando di lui, e del suo capo, e del capo del suo capo – ma è una cultura certamente non latina, questa che descrivo, che purtroppo in Italia dove tutti si chiamano per titoli e cognomi non esiste, oppure è rarissima, e che fino ad oggi ho osservato nei paesi germanici anglosassoni e barbari. E’ cultura nel senso che se lo fanno con te, avrai voglia di farlo con chi verrà dopo di te, e la tramanderai. Si tratta di trovare buoni esempi e riprodurli, arricchirli.

Non puoi cambiare il mondo, puoi invece cambiare i pochi metri quadrati attorno a te. Ogni giorno che ti verrà data la possibilità di farlo, sarà un giorno che ne sarà valsa la pena, avrai costruito qualcosa che forse non se lo porta via il vento.

per anni hai pensato

Per anni hai pensato che pur non avendo mai visitato la Spagna – eri l’unico italiano che conoscevi in questa condizione – pur non essendoci stato gia’ immaginavi quello che avresti visto, i profumi, le facce, gli edifici. Sei venuto in Spagna e infatti era davvero cosi’. Non sei sorpreso di nulla. Sei sorpreso invece dell’immensa camera d’albergo, e degli optional, che’ mai ti era capitato un bagno con il telefono di fianco al cesso, probabilmente l’apoteosi massima del business man.

Ieri i colleghi si muovevano verso l’hotel, tu prendevi un taxi per un paesino della provincia catalognese. Lo facevi fermare davanti alla porta di una clinica. Li’ dentro – ma non era ancora arrivato – ci sarebbe dovuto essere il titolare, ovvero un tuo compagno di universita’ che aveva studiato sui tuoi appunti delle lezioni. La ragazza e socia lo ha chiamato dicendogli che c’era una semi-emergenza in sala chirurgia ma in sala chirurgia invece c’eri tu con le valigie in mano. Vi siete presi a pugni come si fa tra compagni di scuola, bevuto una birra in questo paesino che tanto somiglia alle tue estremita’ terroniche salentine. Lo hai salutato davanti alla stazione dei treni. Il treno che avrebbe dovuto portarti in centro, a due passi dall’albergo.

Invece ti sei perso.

Con la valigia in mano hai cambiato treni e metropolitane e chiesto di pisciare in baretti malfamati e visitato posti periferici di Barcelona e mentre lo facevi – non fosse per la stanchezza – hai pensato che era meglio cosi’, che’ per i luoghi turistici c’e’ tutta la vita davanti, e molto prima di tutta la vita, c’e’ google image.

E quindi, anche se fra poco avresti tempo per una visita al centro, te ne andrai invece a correre sul lungomare.

non far sapere a nessuno

Non far sapere a nessuno quanto diventa bella Brussélle quando la primavera le salta addosso.

Un parco pieno di luce e di gente e di sedie a sdraio offerte da non si sa chi. Ciao, coppia di arabi di cui lei con il velo che stesi sul prato vi baciate à la europeénne. Ciao, libraio che mi riconosci e mi saluti mentre corro sul marciapiede. Ciao, bambine indiane che vi scappa la pallina da tennis e mi rimbalza sul ginocchio mentre corro nel parco.

Ci sono almeno due cose che mi piacciono di te: il fatto che due volte a settimana sei a visitare tua nonna nella casa di riposo, e se mi chiami devi spegnerle l’auricolare per non farla spaventare mentre parli inglese al telefono, e poi che quando lasci la mia casa di mattina presto – mentre sono sotto la doccia- ci sono certe mattine che mi aspetto di trovare un biglietto da qualche parte e infatti lo trovo.

Epperò faccio cazzate e non ho giustificazioni. E faccio confusione.

Prendiamo un gelato in centro e ci sono due ragazze afro-belghe che fanno casino al tavolo di fianco. Mi ricordo di quella volta in pizzeria, di quei due ragazzi afroamericani figli di diplomatici della Nato che facevano casino in pizzeria, una sera di un mese fa. Ti dico: ma hai notato che non è la prima volta che ci sono ragazzi neri che fanno casino al tavolo di fianco mentre mangiamo qualcosa? No, non mi ricordo, dici tu. Non mi ricordo proprio. Ci penso un attimo e mi rendo conto che l’altra volta non eri tu, madonna non eri tu, come ho fatto a confondermi, provo a riparare e cambio argomento, ti parlo del parco e del sole di stamattina.

Lunedì sono a Barcellona per tre giorni quasi quattro, devo riuscire a fare una sorpresa ad un vecchio compagno di università.

ma se tu

Ma se tu mi dici Vediamoci Beviamoci Qualcosa insieme un giorno di questi, se poi faccio finta di dimenticare una volta, se poi faccio finta di dimenticare due volte, è perché c’hai undici o dodici anni meno di me, e credimi non è una questione morale, è piuttosto una questione di principio: quando ero giovane quelle che si interessavano ai MoltoPiùGrandi non mi stavano simpatiche – non perché non si interessavano a me, non mi stavano simpatiche a prescindere.

fotografo queste righe

 

 

 

 

 

 

Fotografo queste righe che qualcuno ha lasciato sul muro vicino casa. Immagino l’autore e me lo immagino maschio, mentre scappa via da un appartamento non suo, apre la porta, esce.

Poi torna indietro e si fa venire in mente questi versi oscarwildiani. Mi sveglio/ di fianco al tuo petto/ti bacio/ alle porte dell’alba. Le googolo: non esistono in giro quindi è creazione originale. Provo ad intuire l’urgenza vandalica che lo ha costretto a metterle lì. Più tardi, lei che esce per cominciare una giornata, le scopre e capisce subito che sono dedicate a lei, anche se di lui ancora non conosce la calligrafia.

torno

Torno dal lavoro, lancio la borsa sul pavimento e afferro una banana – era la tua colazione di stamattina – e scappo via. In strada incontro casualmente collega britannica mentre cammina assorta, mi avvicino facendo finta di spararla con la banana-pistola. Mangio la banana. Avverto i passanti di fare attenzione alla merd sul marciapiede, quelli mi rispondono merci. Dove vai? mi chiede. Dove vo?

C’è una festa appena dietro l’angolo: ci sono per davvero i Righeira che cantano vamosallaplaya e la strada bloccata da un tripudio di italiani che bevono Spritz e gente che balla sui tavoli e le pareti tappezzate di libri. Mi scopro a pronunciare tantissimi Ciao che pochissimi mesi fa non ci sarebbero stati. Andima si stupisce del mio tempismo nel decidere quando andare a pisciare dietro l’angolo come si faceva da ragazzini – e come tutt’ora si fa, del resto.

La mattina seguente infilo un paio di pantaloni e una giacca e  corro a comprare un gelato ed una banana. Schiaccio la merd della sera prima, ancora lì intatta dopo molte ore, entro in un minimarket indiano e provo in francese a spiegare il concetto di stracciatella.

molti

Molti di quei bambini andavano a scuola non lontano da qui, quindi stamattina ho pensato: che faccio se vado al lavoro e scopro che qualcuno dei miei colleghi eccetera eccetera? Ho proprio pensato che faccia faccio, quali movimenti deve compiere il mio corpo nel caso in cui eccetera eccetera.

Poi invece niente. E sai quanto è naturale che ti venga da dire “poi invece per fortuna niente”, e allora liberato da questo dilemma hai cominciato a pensare a quanto siamo vicini – sebbene ci crediamo lontani – alle formiche che zampettano sull’asfalto: una è viva e l’altra di fianco viene schiacciata da una ignara suola di scarpa, e non c’è motivo per spiegarsi perché una e non perché l’altra.

uno di quei periodi

Uno di quei periodi che pensi di questo non scrivo, e neanche di questo, e neanche di questo, finché ti ritrovi a tagliare via tutto ciò che è importante e quindi non ti rimane niente, ed hai bisogno di far decantare questo niente per qualche tempo, prima di ricominciare.

Ai primi di Aprile rivedrò Bologna dopo un anno e mezzo.

commessi e commesse

Commessi e commesse dei negozi che non ho bisogno di voi epperò voi lo stesso mi chiedete se ho bisogno di voi.

Ogni volta vi rispondo Non Ho Bisogno Grazie. Ma certe volte il mio testadicazzismo viene fuori, e non riesco a stare zitto. Tipo tu commessa che da lontano mi vedi mentre spio etichette di bottigliette di profumi ma senza reale interesse, solo per misurare la distanza infinita che esiste tra il nome ed il profumo, tu commessa ti avvicini e mi chiedi Posso Aiutare? Io ci penso un attimo e ti osservo senza dire niente. Stessi cercando qualcosa di particolare – e non sto, comunque – stessi cercando non potrei spiegartelo, ché dovrei raccontarti di un episodio della mia vita passata di quattro anni fa, di un profumo che mi è sembrato di sentire per strada, un giorno che tu non c’eri, e che vorrei ritrovare esattamente quel profumo. Dovrei insomma spiegarti cose che non si possono spiegare.

Tu commessa mi chiedi Ha Bisogno? prima in francese, io faccio finta di non capire, tu me lo ripeti in inglese: Ha Bisogno?

Allora ti chiedo: E Come Potresti Aiutarmi?

Tu rimani interdetta, non sai cosa dire. Poi aggiungi, Mh, Come? Non So. Ecco ma se non sai, allora cosa vuoi da me? Lei sta per morire, le sorrido – ma poco – giusto per farle capire che non le voglio morsicare la testa, lei si ripiglia e scappa via.

ci dipingevano il futuro

Ci dipingevano il futuro come una realtà fatta di auto volanti e abbigliamenti metallici e alimenti liofilizzati.

Il futuro sono invece io – alle nove e mezza di sera – che piscio stimolato da due pinte di Kilkenny nel bagno di casa, mentre intanto nelle cuffie seguo una riunione di lavoro con tre continenti diversi, e le cuffie sono collegate al telefono cellulare.

E piscio.

Poi esco dal bagno, c’è lei mezza addormentata sul divano, sotto una coperta, lei che mi dice cose vietatissime del tipo mi piace questa coperta, ha il tuo odore. Io dovrei rispondere che i patti non erano questi, non era nei patti dirsi cose del genere. Ma invece mi volto verso il computer dove intanto va la presentazione coi tre continenti diversi in simultanea, premo un pulsante sul telefono e dico la mia – ma prima mi tolgo dalla bocca un chupa chups fragola e panna che avevo rubato un mese fa – e quelli dall’altra parte del filo (non c’è neanche il filo) addirittura ascoltano e rispondono pure.

Ci sono io, il giorno dopo mentre osservo lei che parla, penso senza impegni cose del tipo mi sa che hai una bellezza anni sessanta, mi piacerebbe uscire da questa stanza e comprarti una gonna o un paio di occhiali coerenti con questo essere involontariamente anni sessanta, ma mi piacerebbe “non un giorno di questi”,  mi piacerebbe praticamente adesso, senza posticipare, si esce e si va, e se la taglia non è quella giusta pazienza. Però non era nei patti pensare cose del genere.

La leggerezza consiste nel fatto che potrei smettere pure adesso di pensare ste cose, e andrebbe bene uguale.

Sharon Van Etten

Sharon Van Etten ha un nome barbaro però è di New York. Cosa dire di New York, visto che tanto di quello che ascolto viene da lì: bella New York ma non ci vivrei, ma la ascolterei.

Sharon Van Etten l’ho vista sabato. Dal vivo è più bella che nelle foto e nei video, ché si è fatta crescere i capelli più lunghi sulle spalle, e le spalle restano leggermente nude per una maglia dal collo largo. Quando canta pare ipnotizzata da un punto nell’aria dove però non c’è niente. Quando suona la chitarra, Sharon guarda la chitarra, che è uno di quei gesti che fanno le persone che non sanno suonare bene. Sembra messa lì per caso – per la timidezza, per questo fissare un punto indistinto nell’aria, per questo maneggiare la chitarra con poca sicurezza – ma dopo dieci minuti che la ascolti, ti rendi conto che non è lì per caso.