la modernità

La modernità e i video dei telefonini cambiano la percezione delle cose. Cambiano gli equilibri. Quindi Sì certo, un leggero sconvolgimento mi ha preso davanti alle immagini del Muammar sanguinante.

 

Ma se devo metterlo sul piatto di una bilancia, da una parte ci metto il Muammar sanguinante, dall'altra ci metto le quattro o cinque o sei ragazze che ho incontrato oggi per strada, belle eleganti e portatrici di uno sguardo probabilmente intelligente, accompagnate però ad omini insipidi oggettivamente brutti, spesso nani, spesso obesi. Ecco: questi quattro cinque o sei incontri di sto pomeriggio, complessivamente, mi hanno provocato uno sconvolgimento leggermente superiore. Questi signorimiei sono i tempi moderni, e voi potete pure fare finta di No, invece è proprio così.

va bene

Va bene: tre approcci gay nel giro di un mese. L'ultimo mi ferma per strada e mi chiede se sono Jean Paul Gaultier, o suo figlio, o qualcosa del genere.

 

Quelli di sopra fanno una videochiamata ad un'amante e ovviamente connettono il pc alle casse così che tutto il palazzo possa sentire in una bella domenica mattina – ma soprattutto io, ché ci vivo appena sotto.

 

Non mi hanno mai voluto così bene su un posto di lavoro come adesso. Però io provengo da una terra cattolica romana che ha influenzato la mia psiche – dunque anche nel bello devo vederci per forza la sofferenza o l'espiazione. Dunque adesso penso che non devo deludere nessuno. Dunque ora penso che il cataclisma sia appena dietro l'angolo.

 

Si pone il problema Feisbùk ad uso locale. Resto ancora oggi delle idee espresse tempo fa: non potrei utilizzare lo strumento per mantenere rapporti con amici lontani. Però come la mettiamo se ti permette di sapere cosa avviene a duecento metri da casa? E se addirittura resta l'unico metodo? La soluzione potrebbe essere un profilo a nome farlocco chiuso a tutti quelli che non vivono nell'arco di dieci chilometri da me.

 

Onestamente, a cosa è servito l'11 settembre? A capire quanto 10 anni siano un cazzo di niente. 10 anni fa io ero già adulto cazzarola. E voi ricorderete gli aerei di linea, ma io ricordo pure il giorno di quell'aereo da turismo (poco tempo l'11 settembre) che si schiantò sul Pirellone a Milano. Lei era nell'altra stanza, mi raccontava che era tornata, io avevo messo per un secondo in pausa il sollievo ed ero corso verso la televisione dove si parlava già di attentato. Poi si scoprì che non era niente. Anche con lei, due giorni dopo, si scoprì che poi in realtà non era niente.

che io sappia

Che io sappia Amélie Nothomb ha parlato pochissimo di Brussélle nei suoi libri. E questo libro – apprezzato regalo di M. – era da parte da un po', quando ancora non ci ero neanche arrivato, a Brussélle. Le parole dei libri mi inseguono, ultimamente: 

 

Poco dopo andai a votare a Bruxelles. Il 7 giugno c'erano sia le elezioni europee che le regionali. Non mi perdo un'elezione per niente al mondo. In Belgio, è ovvio, chi non vota viene sanzionato con una multa non trascurabile. Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di questa minaccia: morirei piuttosto che non compiere il mio dovere elettorale. E poi è un'occasione per rivedere Bruxelles, che è stata la mia città e che ormai non frequento più abbastanza. La vita di Bruxelles ha una dolcezza che i parigini non immaginano neanche. 

 

Amélie Nothomb – Una forma di vita. 


E guarda un po': domani sono in Salento. Quindi potrei votare pure io e infatti lo farò. Epperò mi pare difficile. Voglio dire: leggo tantissimi giornali, pure troppo, forse un giorno mi licenzieranno per la mia eccessiva e smaniosa attenzione alle notizie, editoriali, lanci Ansa, reportage eccetera eccetera.

 

E in tutto questo, non so cosa votare.

 

La questione è che B. ha detto che lui non vota, quindi in pratica vota No. Quindi di conseguenza in questo momento storico si deve fare tutto l'opposto di quello che dice B., altrimenti non fai parte di questo momento storico. Io proprio non lo so. Cioè: ho un paio di semicertezze e un paio di non lo so. Devo studiare la materia? Comincio a leggere e leggere ma non finisce più. Mi ritrovo molto ignorante. Dovrei comprare dei manuali di economia e diritto, prendere le ferie e stare chiuso in casa con tantissimi evidenziatori a disposizione. Ipotizzare scenari possibili e quantificare il rischio di ciascuno. Bilanciare i dati oggettivi con la mia coscienza. Fare un frullato di tutto questo e poi andare a votare. Non ce la faccio. Voi che invece lo sapete mi fate paura.

 

Andrò a votare solo per dire di far parte di questo momento storico.

consapevolezze 2011

I barbari del Paese Basso si assomigliano tutti, al punto che sembrano fratelli o cugini. Oltre al conformismo di pensieri e di stile, da queste parti c’e’ un conformismo proprio genetico, tanto che dopo tre anni riesco a riconoscere un barbaro del Paese Basso da un barbaro di altri luoghi. A volte mi sbaglio, ma spesso ci prendo.

Come gli etiopi, avete presente gli etiopi? Sono tutti uguali.

 

Un paio di mesi fa ero in un incontro fra espatriati – e quindi in teoria saremmo dovuti essere tutti espatriati – e c’era una tipa di fianco a me. Le dico: tu sei barbara vero? E lei: sono cresciuta in Francia. Si ma sei barbara, si vede dalla faccia e dalla pelle. Era figlia di genitori barbari, infatti.  

 

Detto questo, parliamo delle femmine barbare. Le femmine barbare sono pure piacevoli, ma come detto si assomigliano tutte per cui ti sembrano tutte cugine. E poi molto spesso sono di quella bellezza alla Ellen Hidding (barbara di queste parti) che e’ come una forchetta di lattuga iceberg scondita. Non so se mi spiego. Qualcosa che ti dici: Si’ ok pero’, insomma. Oppure ci sono queste femmine che escono la mattina senza trucco e coi capelli bagnati della doccia e sono capaci di pedalare nella tormenta di neve, mettersi una bicicletta sulle spalle e giocare a squash.  Le ammiri il primo anno, il secondo ti ci abitui, il terzo ti dici: Si’ ok pero’, insomma.  

 

E quindi la prima consapevolezza del 2011 e’ la seguente: sono italiano, quindi le italiane sono  inevitabilmente le piu’ belle. Ci metto dentro tutte, anche le culone che pensano “Io No di sicuro”. Tutte.  

 

Sono gli occhi a fare la differenza. Perche’ in fondo e’ giusto che siano gli stessi occhi (o lo stesso tipo di occhi) delle bambine che ti circondavano sui banchi delle elementari. Gli occhi che ti erano attorno mentre crescevi. Ok non solo l’Italia: ci puoi mettere anche i paesi latini vicini. E infatti ricordo ancora oggi la  Delphine Forest de “C’era un  castello con 40 cani” mio mito indiscusso del 1990. Che era francese, eppero’ c’aveva quel tipo di occhi di cui sopra.   

 

Poi certo le italiane sono in assoluto le piu’ rompicoglioni del pianeta. Pero’, di nuovo: e’ un rompicoglionimento che conosciamo bene. Sappiamo come funziona, sappiamo quando intervenire e quando invece affanculare. E siccome questo post potrebbe probabilmente continuare all’infinito, taglio qui.    

vado non vado

Il NoBday, se avesse un successo strepitoso, se ci trovassimo nella migliore delle ipotesi possibile, porterebbe alle dimissioni di SB. Che detto in altre parole sarebbe: porterebbe alle dimissioni di un leader che ha dalla sua parte la maggioranza degli elettori. Che in altre parole sarebbe: una pernacchia alla democrazia. Il NoBday, a sto punto mi chiedo, non farebbe prima ad organizzare guerriglie clandestine e portare a termine un colpo di Stato? Ma non succedera’ mai (e meno male). Preferisco pensare all’Italia come un paese dove c’é SB a comandare piuttosto che un paese dove il NoBday riesce a far dimettere SB.   

Ora.   

Detto questo, ci sarebbe una succursale del NoBday pure ad Amsterdam, e non mi ero mai posto il problema se andarci o non andarci, che’ tutta sta cosa mi era parsa una sciocchezza che nessuno ricordera’. Ad Amsterdam, poi. Mica a Pescara. Ad Amsterdam.


Ci credo ancora, al fatto che possa rivelarsi una grossa sciocchezza, pero’ lui mi dice che ci va per motivi sociologici. Io penso, magari non proprio per sociologia, ma per curiosita’, ecco, forse vorrei esserci. Grossa grossa curiosita’. Di vedere le facce, spiare le sintassi, annusare miei quasi replicanti che sguazzano da qualche parte in Paese Basso – purche’ non siano turisti. E se poi mi riprendono le telecamere e il mio corpo in mezzo agli altri contribuisce ad aumentare l’impressione che ci sia stata una grande partecipazione? Potrei tenermi a debita distanza masticando un gomma. Perche’ la curiosita’ c’é, e potrei venirci da laico, uno che osserva e nulla dice, e nulla fa. Osserva e prende appunti, poi rimugina nel treno al ritorno verso casa. Non lo so. Vediamo.

volevasi segnalare

Il cantautore romano che afferma che la Calabria non dovrebbe esistere, il giornale online che riporta la notizia per innescare il vespaio forse sperando in un sanguinoso tutti contro tutti, e poi i commentatori dell’articolo, calabresi e in generale meridionali,  che invece di seguire il titolista sulla polemica, in maggioranza dicono che in effetti é vero, la loro terra fa abbastanza schifo.

sono diplomanta in raccioneria ma nel futuro vorrei fare ben altro

La nuova missitalia calabrese non saprebbe parlare italiano “perchè lo ha ammesso lei stesso” e perchè, a proposito del suo metro e ottantadue di statura, ha detto che tutti al paese “la scherzavano”. Ora, a parte il fatto che il “prendere in giro” quando riferito a parametri fisici notevoli può benissimo diventare “mi scherzavano”, licenza in voga a partire dal celebre John Holmes degli Elio e le Storie Tese (“quando ero piccolo tutti mi scherzavano per le dimensioni del mio pene ed io non stavo bene soffrivo le pene per colpa del mio pene”) e a parte il fatto che invece missitalia sa parlare italiano, forse non ha idea di cosa dire, forse è un po’ rimbambita, però dai insomma, qualcosa esce dalla bocca. A parte tutto questo, immaginiamo cosa sarebbe successo se l’analfabeta fosse stata che ne so, una trentina; avrebbero detto eh, insistete sulla storia del dialetto nelle scuole, e poi guardate quali sono i risultati. Invece è una calabrese e si innesca un riflesso umanitario di pietà. Poverina, è calabrese, uno pensa, ovvio che non sappia parlare, e passa oltre. In ogni caso se questa ragazza – che in fondo parla italiano anche se con qualche errore – viene definita una che non sa parlare italiano, allora vorrei accompagnarvi io in certi scampoli di Sud dove davvero ci sono ampie praterie di analfabetismo, dove davvero ci sono monumentali ignoranze da ammirare in silenzio che fiottano fuori da bocche di maturandi e maturati (capito? gente che frequenta scuole secondarie! Non contadini del dopoguerra) dove addirittura ad imbeccare tutti i congiuntivi corretti in sequenza finisce che ti guardano male e non ti invitano più alle feste di compleanno. E poi ovviamente si fa passare senza remore lo stereotipo della bella rincoglionita, ché tanto siamo abituati – è ormai  una figura da presepe come il lupo mannaro, il parcheggiatore abusivo ed il secchione con gli occhiali – mentre vi porterei io a conoscere di persona monumentali ignoranze fattesi carne umana, in certe scuole decrepite stonacate che ho vissuto in prima persona, che oltre ad essere capre sono pure cozze. Dove alla declinazione selvaggia, all’encefalogramma piatto, si aggiunge pure l’ineluttabile dimensione di cozza. Che non ne vieni fuori, da questa dimensione, non arredi nemmeno il tunnel, al massimo ne prendi coscienza e perciò ti inacidisci. Se una è bella, nel nulla del nulla dell’esistenza, fa comunque uno a zero, non prendetevi in giro. Lì vi porterei io a vedere, ma dove vi porto invece, che tanto sono qui e non vado da nessuna parte.

nuvole di fantozzi dei giorni nostri

ah, be’ ma se ricominci vuol dire che che l’ hai col signor S.B. Ma figuriamoci! Anzi vuoi saperla una cosa? Per quanto mi riguarda il signor S.B. e’ un politico capace anche piu’ della media dei politici colleghi suoi. Non lo voterei, ma non e’ che sono contro a prescindere. A me interessa l’aspetto sociologico della cosa, dico davvero.  Ma siccome fra i miei totmila esami dell’universita’ non ho un esame di sociologia, allora non posso forse parlare di sociologia. Mi piace osservare. Allora si potrebbe dire che mi piace l’aspetto "osservazionologico" della cosa.

Per esempio adesso esce fuori che e’ un corrotto ma lui se la prende coi giudici prevenuti. Questa strategia, nessuno se ne rende conto, e’ grandiosa, e funzionera’ in eterno. Perche’ dell’Italia – e’ un anno e mezzo che sono via ormai, ma ste cose le ricordo bene e riguardano anche me medesimo – bisogna dire che e’ innanzitutto un popolo che di fronte alle avversita’ si giustifica. Di fronte alle avversita’ ma soprattutto di fronte alle accuse. I mariuoli a Napoli, per fare un esempio, se tu li prendi mentre spacciano sigarette di contrabbando, quelli si mettono a smaniare invocando San Gennaro e la sventura che li ha colpiti, e dicendo che mannaggia la miseria, come devono fare loro a tirare avanti? Che mica e’ colpa loro, si mettono a dire. Ci sono quelli che dicono che sono a dieta e che pero’ ingrassano lo stesso anche senza mangiare, dicono loro (ma nulla si crea e nulla si distrugge, dice un principio della fisica) e che la colpa e’ del loro metabolismo, la bilancia dev’essere guasta certamente, mica e’ colpa loro. Quelli che non studiano, poi li bocciano all’esame perche’ il professore e’ un bastardo. Si giustificano. L’esempio classico e’ la multa del vigile urbano. Tutti – me compreso – con la multa sul parabrezza bestemmiamo contro il vigile, perche’ per qualche motivo che vai a capire quale sarebbe sto motivo, la multa non e’ giusta, e il vigile e’ uno stronzo.

Prendersela con i giudici – o in generale prendersela con qualcuno per le sbavature della propria condotta – e’ una versione moderna e piu’ rassicurante della nuvola di Fantozzi. Cioe’: non e’ colpa mia, ma della nuvola. E nel 2009 questa nuvola e’ sicuramente di sinistra. Solo che giustificarsi in linea di massima e’ da perdenti. Io mi rendo conto di esserlo quando lo faccio – mi rimane un gusto amaro in bocca e la coscienza ha il prurito sotto i piedi. Pero’ se il vincente per definizione si mette a trovare giustificazioni, ecco che lui diventa il simbolo di tutti i giustificati. La via per il riscatto morale e sociale. Ecco che tutti i giustificati si identificheranno in lui. E preferiranno credergli, perche’ se lui ce la fa, ce la fanno anche loro ad uscirne puliti, dai loro pastrocchi quotidiani. Anche di fronte all’evidenza, meglio credergli, perche’ il castello di carte non e’ solo suo, ma alla fine e’ appartiene a tutti, ognuno ci ha messo la sua di carta, e se cominci a sfiatare, aggiustare controllare, poi finisce per crollare tutto per terra.

dunque si parlava di cinesi, mi pare.

Da premettere che i cinesi di questa casa, innnanzitutto non sono cinesi. Voglio dire, di fatto ci sarebbe soltanto un cinese. Gli altri due – maschio e femmina – sono thailandesi. Per quanto mi riguarda peró, qui dentro sono tutti cinesi. Incontro cinesi per le scale e dico Ciao. Oppure non dico niente. L’unico cinese veramente cinese in questa casa, é effeminato, magrissimo, e si dichiara cinese atipico. Mi pari cinese normale, vorrei dirgli. Qualsiasi cosa dica, la babbiona di questa casa ride sguaiatamente. Lei ci prova a non ridere, ma é peggio. Perché poi resta in silenzio, provando a frenarsi –  non puó parlare altrimenti scoppia – quindi il cinese atipico dice una cosa delle sue, e quella scoppia, e non si ferma piú. Il cinese la guarda sbigottito facendo le mossette che in tutto il mondo sono uguali (quindi pure in Cina) aggravate dal fatto che si mette la mano a paletta davanti alla bocca per l’imbarazzo. I thailandesi, lo so che non sono cinesi, ma se il mondo intero mi considera un Tony Montana, e in quanto meridionale mi considera d’ufficio un siciliano – voglio dire, se il mondo intero generalizza con me – allora io generalizzo con loro, e comincio a generalizzare partendo dall’asia. Cinesi.

Il punto é che con i cinesi, hai presente il ristorante cinese? La cucina e gli odori del ristorante cinese? Ecco, non c’entra niente. Da quando sono qui ne ho conosciuti tantissimi, ne ho visti pranzare tantissimi, e la prima cosa che ho scoperto é che la storia degli involtini primavera é una bufala. Il gelato fritto, quelle cose lí, non esistono. Non esiste. E per quanto ne so, nemmeno in Thailandia. Dice: razzista. Sí,  probabile. Ma lo scaffale del cibo della thailandese in cucina quando lo apro puzza di piedi europei, sudati. Ora posso metterci tutta l’amore del mondo, ma puzza. Sono nato e cresciuto in una parte del mondo dove quell’odore lí, é puzza. La storia del mondo basata sulle divisioni in base al colore della pelle, in base alla religione: tutto sbagliato. La puzza. Dovevano prendere il concetto di puzza, e andare avanti con quello.

la mia nuova camera


La mia nuova camera ha la forma di L per un totale di dodici metri quadrati. In questo momento mi trovo nel bel mezzo dell’angolo retto che si trova in tutte le L degne di questo nome. Il tetto è obliquo – sono in mansarda infatti – e c’è una finestrella che se la apro e metto fuori la testa, la mia testa diventa tegola fra le tegole di un tetto tegoloso di una casa barbara. La mia nuova camera ha la forma di L, ironicamente un’ala è stata subito battezzata La Zona Giorno, e l’altra ovviamente La Zona Notte. In un angolo della Zona Giorno c’è un televisore enorme che da solo occupa più di un metro quadrato (e arriviamo quindi a undici effettivi) che non mi è permesso lanciare giù dalla finestrella. Questo angolo del televisore viene pertanto battezzato Soggiorno, oppure Living Room, che tanto ormai sta parola fa parte del mio vocabolario giornaliero.

Chi vive in questa casa, non lo so. Ho incontrato un brutto ceffo per le scale, e di sfuggito ho visto una Mafalda in pigiama che sciacquava il piatto della cena. Di sicuro ci vive la padrona di casa, una cinquantenne Babbiona che incarna perfettamente lo sterotipo della donna nordeuropea CristianoMalgioglia – che i più fedeli fra i lettori ricorderanno bene. Lei in particolare si pone sulla variante CristianoMalgioglio gelatinato, una delle forme più gravi di CristianoMalgioglismo, aggravato dalla tuta acetata indossata in casa mentre lavora al computer e dal tartaro in tonalità conforme alla tintura dei capelli. C’ho il parquet.

In questa casa comunque le scarpe sono vietate, si cammina scalzi – toh! che ricordi – non è permesso usare la cucina dopo le dieci di sera per non svegliare la Babbiona, e la lavatrice la si può usare solo nel fine settimana. Qui sotto ci vive uno della Thailandia. Io sta cosa di cambiare casa in continuazione ho sviluppato un quattordicesimo senso per cui dopo dieci minuti in un luogo, dopo aver scaricato e messo nei cassetti la mia roba, mi pare subito di viverci da sempre. Io sta cosa di cambiare casa in continuazione ormai mi scivola addosso come fosse niente, in fondo mi basta sapere di poter parlare con chi voglio io, e di avere una lucina vicino al letto per leggere prima di andare a dormire, mi pare davvero di avere tutto. E non è che mi pare, è proprio così.  

che poi diciamola tutta

Che poi diciamola tutta, l’integrazione fra culture diverse é una bella parola, ma poi in pratica anche un bel casino. Insomma, vada pure per le culture diverse, ma mentre faccio ticchi ticchi sulla tastiera qui fuori c’é un mondo che in teoria sarebbe multiculturale (no, davvero, tu guardi ste facce dai colori diversi e pensi: cacchio che multiculturalitá…);  un mondo in teoria di giovani multiculturali – non c’è bisogno di andare lontano, basta uscire da questa stanza e spiare nell’atrio di questa universitá – dove peró nella sostanza i pallidi gialli olandesi sono in gruppo coi pallidi gialli olandesi, gli abbronzati sono con gli abbronzati, cinesi coi cinesi eccetera eccetera. E stiamo parlando di ragazzi tutti nati qui, di seconda o di terza generazione. E d’altra parte non potrebbe essere altrimenti, ché se tu sei iraniana, di solito tracagnotta e c’hai il velo sul cranio – e spesso anche un lungo monociglio che ti taglia orizzontalmente la faccia – poi hai voglia a parlare di integrazione (che, come detto, é una bellissima parola) se poi ti ritrovi in mezzo a dieci coetanee tue peró gialle pallide alte due metri e con le guance rosee.

Te lo dicono alla scuola materna, che siamo tutti uguali, peró a parte le parole (bellissime, come detto), un ragazzino  di sangue nordafricano, anche se nato nel Paese Basso, o a Cernusco sul Naviglio, avrá sempre addosso quella inquietudine e scaltrezza e modo di guardarsi attorno come una volpe che attraversa la strada di notte – cosa ci vuoi fare? é nel sangue – e se lo metti in mezzo a quattro pari suoi con la faccia da Kings of Convenience, calmi e posati, tu vuoi che quello poi si senta a suo agio? Allora é pure comprensibile che vada a cercarsi altri quattro simili di seconda o terza generazione per formare il gruppetto di scugnizzi con cui andare a farsi i giretti in centro (come infatti fanno, e poi li trovi nell’autobus che parlano perfettamente la lingua del posto, ma che lo stesso di autoghettizzano in gruppetti pseudopatriottici). Il fatto é che certe volte le differenze esteriori sono eccessive, ed il massimo che si riesce ad ottenere é il rispetto della multiculturalitá, la pacifica convivenza, ma quanto a mescolare le persone, quello pare molto piú difficile, perché ci sono monocigli e ricciolini corvini che hanno potenza di gran lunga superiore a tante altre belle parole (che restano comunque bellissime, sia chiaro).