piccoli pivelli crescono

Il mio pseudo-lavoro presso la mega-multinazionale, signorimiei, è finalmente cominciato. Non scrivo così per un improvviso attacco di mania compulsiva dei prefissi, ma davvero il mio lavoro è considerabile “pseudo” così come la multinazionale è davvero molto “mega”.

Signorimiei.

Adesso alla megamultinazionale tutti sanno che io sono solo uno studentello proveniente da una becera università italiana, epperò mi trattano bene lo stesso. Non sono ancora abituato ad essere trattato bene (del resto ho fatto l’università in Italia) e quindi non so bene come rispondere, se dire “Si,Si, Grazie” oppure “Grazie Si Si Si” oppure “Grazie Grazie Si Grazie”. Nell’indecisione cerco di limitare i “Si” che mi escono fuori di bocca ogni volta in triplette, e di distribuire Grazie a tutti, pure alla macchinetta dell’acqua nel corridoio.

Signori miei, ma vi rendete conto?

Vi rendete conto – signorimiei – che l’altro giorno sono arrivato qui e, seduto ad un tavolo, ho iniziato a parlare delle mie stronzate, attorno a sto tavolo rotondo c’erano tre personaggi canuti e navigati che in silenzio ascoltavano me (!), poi annuivano e poi clamorosamente – signorimiei – mi davano pure ragione? E che il Capo ha fatto una telefonata e in tre secondi mi è stata pure assegnata una stanza con tanto di finestrone sul cortile e tanto di armadio e tanto di Pc con schermo al plasma e tanto di lavandino ( lavandino?) e tanta di cartina geografica del mondo scritta  in tedesco? Che io adesso con sta sedia con le rotelle mi spingo rotolando fino alla cartina del mondo e scopro che il mare dove sin da bambino andavo a fare i tuffi – e che per me era semplicemente Lu Mare – su questa cartina prende il poco evocativo nome di Ionisches Meer?

Aperta Parentesi.

Da bambini si giocava a fare gli scurrili chiedendo al prossimo tuo: ripeti velocemente “Ionico”! e se quello ci cascava, a furia di ripetere Ionico Ionico Ionico, dopo un po’ si accorgeva che stava invece dicendo “Coioni Coioni Coioni”. E si rideva di risate grassissime, chè si era ancora nel fiore della gioventù terronese. Si urlava Coioni Coioni e poi ci si lanciava a bomba nel mare, che pivelli, tutto questo trecento anni fa.
Sob.

Chiusa Parentesi.

Ma vi rendete conto – signorimiei – che la mattina mi infilo un paio di pantaloni con la riga sul davanti – sul davanti, signorimiei, sul davanti – e con la macchinina mi dirigo verso Nowhere City attraversando sto ponte che pare il ponte di Brooklyn e che però sotto ci scorre il Reno (il Reno, signorimiei, quello vero, non quello farlocco che si trova a Bologna provincia) e poi al cancello principale della mega–multinazionale c’è un posto di blocco con l’asta che si solleva e l’ufficio delle guardie con la pistola? Che arrivo io (lo stesso che diceva Ionico Ionico) e mostro il mio cartellino e quelli premono il bottone e l’asta zum! si alza e – signorimiei – io entro? Vi rendete conto che non mi sparano? Cioè, come nei film sull’FBI, io mostro il cartellino e quelli dicono Ah,si è lui fatelo passare e poi premono il bottone e l’asta si alza?!?

Cioè – signorimiei – queste son cose.

Tipo che una volta dentro non è permesso: 1) portare macchine fotografiche; 2) guidare oltre i 25 km/h ; 3)  portare hardware; 4) fumare in macchina. Nella pratica sti divieti non li rispetta nessuno, chè quando ho detto al capo che non potevo portare hardware quello si è fatto una risata e mi ha detto di stare tranquillo. Ha detto: porta, porta. E così adesso c’ho in tasca la mia penna mp3 con dentro l’album Story like a Scar dei The New Amsterdams, e nessuno può spararmi per questo. Sono un tipo apposto, c’ho le carte in regola. C’ho il cartellino, io.

Solo che adesso siedo al tavolo di questo studiolo e un po’ scribacchio la mia Tesi, un po’ vado in bagno per pisciare, un po’rotolo con la sedia, un po’ studio, ma in pratica nessuno mi controlla, sono libero di fare tutto (ok, se dimentico il cartellino son cazzi) , posso pure scrivere un post per il blog – per dire – e nessuno mi spara. Io ho studiato in Italia, e non lo so come si fa quando nessuno ti rompe i coglioni. E allora come si fa, quando nessuno ti rompe i coglioni?

Mi sento come certi amici miei vetero-fidanzati che, lasciati liberi per una sera, tutti eccitati battono le mani e si guardano attorno, ma non sanno bene da dove iniziare.

Da dove inizio?

che minchia dico

Le autostrade tedesche, oltre al fatto di essere tedesche, sono pure gratis.

Che uno dice: e sti cazzi?  A me sto problema – invece – mi tocca nel profondo, che da Bologna a Bari sono seicentoqualcosa chilometri, e fanno quasi Quaranta euro di autostrada. Uno-due-tre-quattro, in fila per quattro col resto di… se va bene, tre euri. Sarà per questo che trovo Bari così deprimente? Sarà forse per il fatto che ogni volta che la vedo, questa Bari capoluogo di Reggione, ho da poco sganciato Quaranta Euri al casellante che manco mi guarda in faccia per non perdere il programmino alla tivvù, e c’ho le palle poco poco roteanti?
Può darsi.

In Sicilia le autostrade non si pagano, per dire.
Per dire – in Sicilia – hanno pure montato i caselli dove dovrebbe esserci dentro il casellante, però nel casello non c’è nessuno, e le autostrade sono free. Da questa cosa delle autostrade aggratis si può intuire l’antico legame esistente fra la Sicilia e la Germania, le antiche colonizzazioni normanne dell’isola, per cui in Sicilia ci sono un sacco di biondi con gli occhi azzurri che però si chiamano Salvatore e Rosaria – che potrebbero benissimo essere crucchi – e invece sono di Trapani.

E poi me lo vedo, il siciliano, che ha appena percorso seicentochilometri, che arriva al casello e il casellante gli fa: Quaranta Euri. Quello si toglie di bocca il mozzicone di sigaretta, fa uscire il fumo dal naso, poi indica col palmo della mano la faccia del casellante e sbotta: Che minchia dici, scunchiunutu!

Il mio prof di matematica e fisica del liceo arrivava da Messina, e qualsiasi cosa dicessi, lui mi rispondeva sempre : Che minchia dici, scunchiunutu, che minchia dici?  Il peso di un corpo è la sua massa moltiplicata per l’accelerazione di gravità.  Che minchia dici, scunchiunutu, che minchia dici? Prof posso andare al bagno? Che minchia dici, scunchiunutu?  Prof, (questa giuro che è vera) perché guarda le tette di Chiara mentre la interroga? Che minchia dici, scunchiunutu, che minchia dici?
 
Che minchia dico.

Le autostrade tedesche, oltre al fatto di essere gratis e tedesche, non hanno il limite di velocità.
Le autostrade tedesche, oltre al fatto di essere gratis e tedesche, non hanno il limite di velocità epperò hanno tante tante auto della Polizei che fanno i giri di pattuglia.

Poco sotto Francoforte, ad una stazione di benzina, la macchina della Polizei si avvicina alla macchina del Rafeli, e il poliziotto Ronan Keating chiede al nostro avventuroso emigrante:Carta d’identità? ( l’avventuroso gliela passa, la carta d’identità). Da dove vieni? (da Bologna) Dove vai? ( a Nowhere City). Poi Ronan Keating restituisce la Carta d’Identità all’avventuroso, lo guarda negli occhi e a bruciapelo gli chiede:

– Drogen?  ( trad. Droghe?)
– Nein, habe ich nicht. (trad. No, ho io non)
– Ok. Bzz Sie bzzzz fahren. (trad. Ok, puoi andare)

E se ne va.

Questo si chiama aver fiducia nelle persone, mi sono detto. Ma dobbiamo smetterla di dire che in Italia noi siamo da meno, dobbiamo smetterla con questa esterofilia disfattista del cazzo. Anche in Italia abbiamo fiducia nelle persone, perdiamine. Io ricordo – per esempio – che durante i miei tre giorni di visite mediche per un eventuale servizio militare (ah, ah,ah) aspettati in fila per un’ora, prima di essere ricevuto dall’Oculista e dall’Otorino della Marina Militare Italiana. Quando arrivò il mio turno, il dottore mi chiese (con un tono di voce moolto simile a quello del casellante di autostrada quando gli chiedi un indicazione) mi chiese:

– Tu!
– Si?
– Ci vedi, ci senti bene?
– Certo Dottore!
– Ok, puoi andare.

E andai.

si stupendo mi viene il vomito

Va specificato che scrivo ste righe dopo aver violentemente vomitato un mezzo pacco di Pan di Stelle nel micro cesso del micro bagno di sta casa.

Questo per dire.

Il Coinquilino Brava Persona è andato via per qualche giorno. Mi ha spiegato che ha litigato con la ragazza, ma che ha già una figlia con un’altra. Mi ha spiegato che in tedesco c’è una parola che sta a significare “la madre di mia figlia”. Crede di raccontarmi cose abominevoli ma io da bravo figlio di genitori separati faccio spalluccie e non faccio domande pungenti, che già so come va in questi casi. Praticamente mandato a fare in culo da ambedue le donne della sua vita, ieri ha deciso di prendere la macchina e di farsi 350 km direzione sud per andare a trovare la Zia. Io non gli chiedo nulla ma lui ogni tanto fa capolino sulla porta della “mia” stanza e mi racconta qualcosa. A me tutto questo va benissimo, solo che adesso a causa di sti casini suoi sentimentali, lui dorme sul pavimento in cucina, e se la notte voglio andare a prendere qualcosa dal frigo rischio di calpestargli la faccia.
—-
E poi ieri sera sono uscito.
Che la sera si esce, no?

Una tedesca sconosciuta, su messenger mi dice il nome di un posto, ed io arrivo lì con Samuele Bersani nelle cuffie – per dire il mood – ed entro. Ho scambiato qualche parola con un tedesco pazzo che mi ha detto che gli stavo davvero simpatico, ché lui c’aveva la ragazza italiana di Torino e allora mi chiamava goliardicamente Teròne.  Hey Teròne questi sono i miei amici! Hey Teròne dobbiamo bere qualcosa! Ho fatto tintinnare la mia bottiglia con quella di altre persone e ho scrutato i giovani crucchi della prima periferia colognese agitare il culetto con una musica che non faceva eccessivamente cagare. Più tardi col braccio poggiato sul bancone – da brava comparsa western – mi sono visto arrivare una damigianetta bionda che ammiccava verso di me e che sorrideva in modo ostentato. E’ stato in quel momento che ho sollevato il braccio dal bancone come se il bancone d’improvviso scottasse, e sono andato via dicendo a me stesso: “ Oh, Gesù Cristo” dicendolo però non così come si scrive, ma piuttosto,

Oh, Gie – su – Cris – tu.

Che mentre lo scrivo, c’è Word che mi chiede se voglio installare la correzione automatica del francese.

Sono andato via e poi stamattina ho capito perché al bancone – ieri sera – c’era scritto “Vodka-Lemon 2,50 euro solo per stanotte”. Ed è così che mezzo pacco di Pan di Stelle è finito giù nel cesso, tutta sta sofferenza e sto vomitare senza neanche essermi ubriacato.

Ed è subito sabato.

il coinquilino Brava Persona la mattina mi dice Buenas Dias

Il coinquilino Brava Persona la mattina mi dice Buenas Dias, e con ciò potete capire la confusione che regna nel mondo su cosa sia realmente l’Italia. Del resto tutto torna: un germanico mi da’ il Buongiorno la mattina dicendomi Buenas Dias e poi nel supermercato all’angolo ci trovo la pizza Salami Murtaadelli e Pomodoris, nelle versioni “Roma ti Amo” , “Margaritta” e “Grillata fiesta” con tanto di bandiera italiana stampata sulla scatola.

E poi, siccome i Neri hanno il Ritmo nel Sangue, siccome Non c’è Due Senza Tre, siccome Una Volta Qui era Tutta Campagna, allora io che sono italiano Mamma & Mafia & Pummarola n’goppa , dico al coinquilino Brava Persona che se vuole cucino un po’ di pasta anche per lui. Tanto già lo so che ci vuole poco per impressionarli, sti germanici. Già il semplice fatto che io cucini un piatto di pasta tagliando dei champignons freschi viene considerato un evento, chè loro li concepiscono solo chiusi all’interno di un barattolo, già tagliati e sott’olio. Poi ci aggiungo della carne macinata e giro tutto assieme a pomodori pelati “Ciao Bella”. Faccio tutto senza un progetto preciso, ma alla fine la Brava Persona mi guarda con ammirazione, ed io mi sento molto Vissani con cento chili di meno. Di solito in Italia quando il condimento per la pasta viene fuori a cazzo, allora il trucco sta nell’aggiungere qualcosa che possa “amalgamare” e cioè – in altre parole – nascondere la stronzata di piatto che è venuto fuori. Di solito io ci aggiungo la panna, che la panna fa sempre scena, ha sempre il suo giusto effetto illusionista da David Copperfield del fornello.

Brava Persona invece mangia avidamente, il piatto è venuto decentemente e non c’è bisogno di panna, e se pure ce ne fosse bisogno in Germania la panna da cucina comunque non esiste. Lui mangia e mi racconta un po’ di lui, del fatto che adesso vive qui e non a casa della sua girlfriend a causa di generici “problemi economici”. Io non capisco il nesso logico fra le due cose ma mastico il fusillo bofonchiando: Be’ si Certo, Capisco.

Mi tiro su la mattina con faccia stropicciata che mi sento molto Cesare Cremonini dopo un concerto, mi guardo allo specchio e mi chiedo il Perché – veramente – sono venuto fin quassù. Mi rispondo: per la tesi, no? Vado in bagno che non ci credo proprio, a sta spiegazione, almeno non ci credo completamente. Mi sento molto in esilio volontario, e sta cosa un po’ mi piace, e un po’ non mi piace che mi piace.

Non so se mi spiego.

E poi passeggio fra pensieri "pop" fino alla fermata della metro a due passi da casa, e ci sono certi colori nelle aiuole di questa stradina, e certi venticelli freschi, e certi raggi di sole diagonali, che i miei guanti verdi tagliati alle dita mi paiono stupendi. E pure certe tristezze di passaggio sembrano assolutamente imprescindibili, che piuttosto di evitarle scartando di lato, viene solo voglia di sguazzarci dentro e sporcarsi tutto.

Non so se mi spiego.

“c’è confusione il mondo sembra
andare avanti anche senza noi
se me ne andassi via da qui
chi mi verrebbe a cercare
Dimmi che tu lo faresti
e che non siamo passeggeri distratti
di questa vita in vetrina
di questa corsa all’oro
dimmi che tu rifaresti se potessi tutto quanto”

(Raf- Passeggeri Distratti.)

Che è troppo facile, per fare bella figura, citare Groucho Marx o Schopenauer De Andrè o Umberto Eco.

Non so se mi spiego.

scrivo ste righe col culo su puro legno di fiammifero

Scrivo ste righe col portatile posato su di una splendida scrivania di puro legno di fiammifero Ikea, e il culo posato su di una splendida sedia di legno di fiammifero Ikea, e le mie robe posate qua e la’ su scaffali e dentro mobili di pregiatissimo legno di fiammifero Ikea, e questo vuol dire che sissignori ho una stanza tutta mia, in una casa nel quasi-centro di Colonia, città che in inglese si scrive Cologne, e in tedesco invece si scrive Köln, e che si pronuncia la ö con la bocca a culo di gallina.

(Cöccödè)

Ma andiamo per ordine.
Di case ne ho viste diverse e sarebbe un peccato evitare di parlarne. E dunque:

La prima stanza era alla periferia di Nowhere City, la padrona di casa era una matrona sulla cinquantina biondeggiante, mi ha aperto la porta di casa ridendo (Eh,Eh, entra entra!) il suo compagno Lorenzo Lamas mi ha chiesto se volevo un caffè, ho detto No e lui : Eh, Eh, va bene. La padrona biondeggiante mi ha mostrato la stanza, una scatola senza letto né niente. Ho chiesto: E il letto? E lei : Eh Eh, non c’è! E io che pensavo Cazzo Ridi, al mio paesello uccidono per molto meno! e poi ho fatto lo sguardo da Clint Eastwood prima maniera ma lei era distratta e non se ne è accorta, e quindi non si è messa paura.

Nella seconda casa ci viveva una trentaquattrenne che mi ha detto subito: Ti do’ due stanze al prezzo di una. Poi mi ha detto: Il televisore non c’è, ma arriva presto. Mi ha fatto vedere un frigorifero enorme e mi ha detto: Questo lo usi solo tu. Il bagno era immenso, pulitissimo. Mi dice: qui pulisco SOLO IO, è chiaro? Ho detto: certo certo, va bene. E lei: però tu NON devi sporcare nulla. Quindi in pratica lei avrebbe pulito ciò che io NON avrei sporcato. Mi ha detto: niente amici, niente femmine, niente rumore, tu sei qui Solo Perché Ho Bisogno Di Soldi Sono 300euri Ma Voglio Pure 3 Mesi di Caparra Subito In Totale Dammi 1200 Euri, Bitte. Le ho detto: vado a ritirarli e torno subito, e sono uscito mooolto lentamente con passo laterale di granchio.

Nella terza casa ci viveva un sessantenne abbondantemente gay, col baschetto biondo innaffiato con un acqua di colonia capace di irritare le narici dopo tre secondi netti dall’ingresso in casa. Pareva Nino d’Angelo alto il doppio. Mi sono detto: sono progressista, non rifiuterò solo perché è molto gay, io sono un uomo del terzo millennio, eccheddiamine. Io dicevo a me stesso Terzo Millennio e lui già cominciava a  sventolare la mano con il polso snodabile per dire Quiiii, Lìììì, Siiììì. Voleva offrirmi da bere, io da bravo TerzoMillennista ho detto: un bicchiere d’acqua,e dopo cinque minuti già mi aveva raccontato la fine della sua ultima storia d’amore, dell’uomo della sua vita che se ne era andato via e lui che ancora sperava in un improbabile ritorno. Nella “mia” stanza da letto c’era uno strano strumento di tortura con una ruota di legno,il Nino d’Angelo Allungato mi ha spiegato che era del giapponese che aveva vissuto lì per due anni con lui.

Brividi.

Poi è arrivata sta casa, la definitiva, dove ci vive un tipo di trentanove anni che pare essere una persona normale, quando mi ha visto mi ha parlato per tre minuti,  poi senza firma né soldi di caparra mi ha dato le chiavi di casa, mi ha detto sembri a posto vieni quando vuoi. Mi ha detto: io vado via da qui, ci torno solo per lavorare nell’altra stanza, praticamente la casa è solo per te. Sul portatile aveva il desktop con l’immagine di sua figlia che veniva giù dallo scivolo, e  ste cose a vederle mi aumenta il diametro del cuore almeno di un paio di centimetri.

Ma diciamo pure tre.

cazzo di luoghi germanesi maledetti

C’è stato un momento, dopo che per ore ho girato a vuoto per trovare sto cazzo di albergo situato nella periferia di Nowhere City e sto cazzo di albergo non lo trovavo, c’è stato un momento – dicevo – che ho parcheggiato la macchina al ciglio di una strada senza nome e sono sceso, con il freddo che creava un alone di brina attorno alle mie aspettative, e in quel momento sono sceso dalla macchina che tanto non sapevo più dove cazzo andare. Il contachilometri segnava millecentoottanta chilometri e la vescica mi supplicava di andare a pisciare ormai da trecento chilometri ma io le dicevo Aspetta Che Siamo Quasi Arrivati, e quando sono sceso dalla macchina parcheggiata ero tutto intirizzito da sto freddo che se non fosse blasfemo direi Freddo della Madonna, ma quasi quasi per stavolta me la concedo la blasfemia eccheccazzo per una volta non è grave, e con sto Freddo della Madonna ho fatto due passi fino al marciapiede di fronte con la Vescica che diceva Si Occhei Aspettare, ma con questo Freddo io non garantisco nulla, tra poco mi lascio andare e ti bagno tutto, e io che a pisciare per strada in Germania non c’ho il coraggio, che già mi vedo in galera che prendono le impronte digitali al pisello e mi affibbiano una multa da mille euri.

Sono sceso intirizzito e contorto e con in mano una mappa dove le strade che mi interessavano non esistevano, un Freddo di cui ho già parlato, e attorno a me una scenografia tristissima campagnola della periferia di Nowhere City ( da cui presto sarà tratto anche il film “Cristo si è fermato a Nowhere City”) e non c’era nessuno a cui chiedere indicazioni, solo una stradina storta e lugubre, che erano le sei di pomeriggio ma pareva notte fonda, e un vento fortissimo che faceva sventolare la mia mappa inutile tra le mani, e le foglie secche degli alberi, maledette foglie del cazzo che forse guidate da uno spirito malvagio mi sono arrivate sul viso a forte velocità che parevano davvero telecomandate, davvero, e scusate la sgrammaticatezza di ste righe ma oggi va così.

E’ stato in quel momento che mi sono detto – tra il vento, le foglie, il freddo, la fame, la stanchezza dei millecentoottantachilometri, il piscio compresso, il buio e la mappa inutile fra le mani – che mi sono detto Raffaele Chi Cazzo Te L’Ha Fatto Fare ad arrivare fin qui, che sei in pratica a due ore dal mare del Nord, in pratica sei in Olanda (coglione) che ti parevano pochi i chilometri (coglione) e ti pareva facile andare in una città che non conosci (coglione) e trovare un cazzo di albergo sconosciuto (coglione). In quel momento mi sono detto:

Va bene, se non mi lascio andare allo sconforto adesso, se resto calmo, in futuro NULLA potrà spaventarmi, nulla mi farà perdere d’animo

E allora tutto contorto e intirizzito com’ero, ho mantenuto la calma.
Da dietro l’angolo è spuntato un Gobbo di Notre Dame con le buste della spesa, l’ho visto e mi sono detto”Ecco, la speranza è l’ultima a morire” e mi sono avvicinato chiedendo in tedesco:

“Scusi, sa dire una domanda dire io la strada non conosco? Ho la strada perso e sa, il tedesco solo molto poco conoscere. Lei dove andare per strada Burscheiderstrasse conoscere?

Il Gobbo di Notre Dame mi ha guardato con occhi azzurri da Siberian Husky e mi ha chiesto:

“Hai una mappa?”
“Si una mappa certamente avere ma queste strade non dentro essere! Perché?”
“Aspetta un momento che entro in casa e prendo la mia mappa”
“Oh, certamente molte grazie molte molte!”

E così é sparito in casa con le buste della spesa. Io sono ancora al freddo con fame, piscio e stanchezza, ma mi dico “Ecco cosa significa non perdere la speranza, infedele!” e resto sul marciapiede ad aspettare il Gobbo Germanese, mentre muovo la testa a scatti per schivare le saette di foglie gialle di questo luogo germanese maledetto e incrocio le gambe per frenare la vescica. Succede così che aspetto 5 minuti, poi 10 e poi ne aspetto anche 15 ma il Gobbo non torna. In questo luogo del cazzo un Gobbo di Notre Dame qualunque (che si abbina perfettamente all’estetica dark di Nowhere City) mi ha scambiato per un criminale e si è nascosto in casa, lasciandomi solo al mio destino, presto i corvi scenderanno dal cielo per cibarsi delle mie budella di giovane emigrante sprovveduto. E’ stato in quel momento – che era molto peggiore del momento di poco prima – che mi sono detto:

Va bene, se non mi lascio andare allo sconforto adesso, se resto calmo, in futuro NULLA potrà spaventarmi, nulla mi farà perdere d’animo

E siccome sono ancora vivo, e siccome lo sconforto – che pure esiste – non ha avuto la meglio su di me, sappiate che adesso in pratica io sono indistruttibile, e se qualcuno non ci crede che venga pure qui a Nowhere City, che lo spiezzo in due.

Ja.

le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile…

…non appena avrò percorso sti milleccentoerrotti chilometri in direzione nord, volante in mano e chiacchierando col parabrezza. La colonna sonora che mi darà il calcio in culo di incoraggiamento sarà composta dalle tracce 1,2,6 e 7 dell’album “Gimmie Fiction” degli Spoon, ed è una scelta presa così, senza motivo. Il nodo in gola è previsto verso il secondo ritornello della traccia numero uno, se proprio vogliamo entrare nel dettaglio.

Faccio tappa a Monaco, che di farli tutti in fila sti milleccentoerotti chilometri non c’ho voglia. A Monaco mi ospiterà una di Quelle Che Non Vedono l’Ora, che prodigiosamente si è ricordata del mio viaggio a mesi di distanza, e che appunto non vede l’ora di “darmi ospitalità”, e che ha voluto sapere esattamente quando arrivo.

(aperta parentesi)

Un giorno, se riuscirò a vivere un’altra sessantina di anni, siederò su di una sedia a dondolo, tutto rugoso e decrepito e con gli occhi acquosi, e col bastone indicherò un mappamondo ai miei nipoti, e dirò loro: Lo sapete? Vostro nonno all’inizio di questo secolo poteva contare sull’ospitalità di esseri femminili in molte delle nazioni che componevano quella che al tempo si chiamava Europa, e queste erano definite “Quelle Che Non Vedono l’Ora”. Il segreto era molto semplice, bastava trattarle male una sola volta, e quelle non si dimenticavano mai di te. I nipoti annuiranno con le loro testoline con le chiome tagliate secondo la moda del 2060, e crederanno che il loro nonno era stato, tanti decenni prima, un grandissimo figo.

(chiusa parentesi)

Anzi No, va specificata un’altra cosa, perciò

(aperta parentesi)

Ma quale figo e figo, la verità è che lei non vede l’ora, io già so che mi romperò le palle.
Si vabbè Rafeli raccontala ad un altro, sta storia.
Dico davvero, non ho voglia di sudori e salive estranei, in questo momento.
Si vabbè Rafeli ci faccia il piacere, allora puoi pure evitare di andare a casa di questa qua.
Infatti posso evitare, però ci vado lo stesso.
E perché cazzo ci vai se non ne hai voglia?
Per ricordare a me stesso che sono una persona normale.
Cazzo significa?
Significa che le persone normali di tanto in tanto fanno ste cose.
E tu invece?
Io invece… ultimamente non mi interessa . Allora faccio in modo di costringermi a farle.
Non ci crede nessuno.
E’ un po’come andare alle feste che non ne hai voglia. Ci vai lo stesso perché si suppone che sia normale andarci. Ci vai lo stesso, perché sennò ti verrà detto che non ci sei andato perché non ti hanno invitato.
Cazzo di metafora è?
E allora adesso vado lì per le volte che mi hanno invitato e non ci sono andato.
Stronzate.
C’hai ragione, ma la mia vita non si compone di gesti coerenti. E poi…
E poi?
E poi voglio Vedere di Nascosto l’Effetto Che (mi) Fa.
Stronzate.

Probabile. Sta cosa forse la capisco soltanto io. O quasi.
Stronzate.

E comunque non è detto che ci vado. Magari cambio idea all’ultimo secondo.
Stron…
..zate.  Mo’ basta, ho capito.

(chiusa parentesi)

Poi il giorno dopo riparto e vado ancora più a Nord. La prima notte la trascorrerò in un alberghetto periferico di un paesino periferico, di quei posti così sfigati e tristi che alla reception ci trovi a lavorare sempre personaggi pallidi e spettinati, vestiti con il golfo infeltrito e i pantaloni della tuta, che ti danno le chiavi e non ti sorridono mai, né quando arrivi né quando te ne vai.

A risentirci.

 

università, maestra di vita.

il prof veneto infastidito cronico deve registrarmi un esame, e per registrarmi l’esame deve fare una media fra tre voti, e questi tre voti sono nell’ordine: 30, 30, 26.

mentre la studentessa interrogata di fronte a lui inciampa sulle parole da dire, quello prende un foglietto di carta e comincia a scribacchiare calcoli assurdi che non riesce a portare a termine, incespica sulle virgole, vuole fare la media ma poi ci rinuncia, alza lo sguardo verso di me e mi dice:

"ventotto?"
"sarebbe ventinove, ma comunque…"
"ma come ventinove?"
"massì, Prof, sarebbe come fare la media fra 29, 29 e 28, è chiaro che esce un risultato più vicino al 29"
"sarebbe come, sarebbe come…stia zitto! Datemi una calcolatrice, piuttosto!"
"la media, se non ricordo male, sarebbe 28 virgola 8" sussurro io.
"zitto! la calcolatricee!"

(arrivano in soccorso con un telefonino nokia technicolor)

"allora, mi faccia 86 diviso 3"
"dunque, si… farebbe 28, 6666"
"Ah! Ecco! Lei mi ha detto 28, 8!!!"
"Prof, dopo il cinque si arrotonda alla cifra successiva, quindi in sostanza sarebbe 28,7 e quindi esce 29, ma questa è la mia opinione che magari non vale niente, e poi comunque non importa.."
"di dov’è lei, scusi?"

(allargo le gambe e metto le mani ai fianchi come un neo affiliato alla cosca della Sacra Corona unita e poi rispondo)

" di Lecce "
" ecco, la sua opinione vale meno di niente, se lo ricordi "
" va  bene "

Prende il libretto, e con la penna mi segna il voto, e il voto è un ventinove.

Dietro le sue spalle c’è un potenziale mafioso – io – che in altri tempi avrebbe già iniziato a fantasticare su come rigargli la macchina, al Prof fastidioso, ma che sta volta si limita a ghignare in silenzio, e poi esce dall’aula con le palle che girano pochissimo, quasi al minimo, sono quasi ferme in pratica.

Sintomo di una new wave tollerante (forse) indizio di vecchiaia incipiente.

tenori di vita double face

Certi sabati pomeriggi che sono in casa, già lo so che se esco di casa troverò per strada le orde di shoppinganti che entrano ed escono dai negozi del centro. Già lo so che vedrò per strada certi personaggini vestiti con giacche da lord inglesi e le sciarpettine annodate attorno al collo con perfezione geometrica e le scarpettine lucide e squadrate sul davanti. Già lo so.

Allora cosa faccio.

Allora prima di uscire indosso il mio giubbottino celestino da pusher, vecchio forse di vent’ anni ma comprato usato l’anno scorso in Montagnola, e vado pure io in giro in centro, e mi guardo attorno con occhi da delinquente, e questo solo perché mi piace recitare, alle volte. Entro in farmacia che devo comprare una aspirina, e la farmacista al bancone si mette paura, e la vedo che già si prepara a prendere le siringhe da insulina, quelle che usano i tossici, e invece io le dico, senza smettere di fare gli occhi da delinquente: un’ aspirina effervescente, per favore! E lei: Si, Si. E corre via allo scaffale per prendere l’aspirina.

Il mio giubottino celestino da pusher lo abbino spesso alla felpa verde col cappuccio che esce di fuori, e le Adidas rosse ai piedi, col risultato che alla fine sembro un po’ pusher e un po’ la Strega dai Mille Colori.  Con occhio arruffato da delinquente entro nei negozi del centro e le commesse si danno di gomito per dirsi: Segui quello lì che non mi piace per niente!, che poi io lo faccio apposta ed entro con lo zaino che crea sospetti. Le commesse, poverette, sono convinte che io voglia davvero intascarmi qualcosa e mi spiano da dietro l’angolo, e quando sono certo di essere osservato mi giro di scatto verso di loro e le guardo in faccia, e quelle (poverette) non sanno cosa fare. Con le cuffie alle orecchie non sento quello che mi dicono, per esempio mi dicono “Posso aiutarla?” ma io non rispondo, ché le cuffie le ho messe apposta per non sentirle cinguettare, le poverette. Poi ci sono i giorni che mi va di fare la star, e arrivo alla cassa del negozio di abbigliamento con due o tre cose che fanno un totale di duecento euri, e tiro fuori le carte di credito per pagare, e quelle da impaurite che erano diventano subito dolcissime, mi chiedono tutte sbrillucicanti se voglio il sacchetto, mi dicono che ho scelto proprio il colore giusto eccetera eccetera, ma io rispondo solo con i grugniti da pusher celestino del sabato pomeriggio, e vado via senza rispondere ai loro “grassie e buona serata”.

Perché sono uno studente universitario mantenuto, e c’ho questa peculiarità del tenore di vita double face. Questo vuol dire che – a causa dei miei sensi di colpa lancinanti di mantenuto – decido autonomamente di fare la vita del pezzente, e di comprare cose orribili da mangiare e bere l’acqua del rubinetto calcarea dell’acquedotto di Bologna, ma se poi mi girano le palle, allora tiro fuori le carte di credito dove ho accumulato negli anni i soldoni delle borse di studio. Perché, da bravo secchione quale sono, con i trenta e lode tutti messi in fila il benemerito Ateneo ha dovuto sganciarmi qualche migliaio di euro che poi distruggo in piccole rate di assurdità, quando mi viene la voglia di fare il cretino. Per il resto continuo a fare il pezzente, e questo perché (aperta parentesi paternalistica ) tutti dovrebbero, almeno per qualche anno, provare cosa significa vivere da pezzenti, perché non aver mai vissuto da pezzente vuol dire comprendere solo la metà di tutto quello che c’è da capire ( chiusa parentesi paternalistica ).

L’unico che non mi rompeva le palle – nei negozi di abbigliamento – era il commesso gay della Stefanel di via Rizzoli. Lui aveva capito che facevo per finta, a fare il delinquente del sabato pomeriggio, e non mi rompeva mai le palle con “posso aiutarti?” o con “stai cercando qualcosa di particolare?”. Il commesso gay della Stefanel di via Rizzoli adesso, purtroppo, non lavora più lì.

Ecco, non mi ricordo più dov’è che volevo arrivare, scrivendo ste cose, di cos’è che volevo parlare.  Non me lo ricordo più. Ho perso il filo del discorso, porcaccia la miseria.

E allora faccio basta.

fra le varie trattative per trovare una stanza in Crucconia

Fra le varie trattative per trovare una stanza in Crucconia, spiccano le mail di una tizia che è davvero convinta di volermi offrire un posto nella sua casa in periferia. Mi scrive in tedesco ma io le rispondo in inglese, lei dice che con l’inglese non è brava, io le scrivo che pure io col tedesco non sono bravo, ma comunque tutti e due – così pare – capiamo l’altro, e questo è già qualcosa.

Premessa: per cercare casa inserisco annunci corredati da un collage di foto della mia faccia. Nel collage che ultimamente sto spedendo in giro si pùo ammirare:

– faccia di Rafeli agli esordi di una nottata in spiaggia quest’estate. pelle bruciata dal sole e foto tagliata quel tanto che basta per omettere la bottiglia di rosato che tengo in mano.

– faccia di Rafeli con cuffietta e mascherina celeste da sala operatoria, e sfondo anch’esso di sala operatoria dell’università. occhi spaesati di uno che sta al posto sbagliato nel momento sbagliato.

– faccia di rafeli assorto nei suoi pensieri e spalle poggiate al muro, luce di lato che illumina i lineamenti e che fa tanto bravo ragazzo.

– faccia di rafeli con cappello bavarese, scattata nella periferia di Monaco un anno fa, evidente ruffianata per apparire vicino alla cultura crucconica.

Il risultato è che all’annuncio rispondono per lo più femmine. Questa è una cosa che potrebbe pure fare piacere – in altri tempi e in altri contesti – ma ora, con l’impellenza di trovare un  cazzo di posto dove stare, non fa piacere affatto. 

Poi c’è questa impedita dell’inglese – da questo momento in poi citata semplicemente come l’Impedita – che mi scrive:

ti posso offrire questa stanza, è molto piccola ma bella, in questa casa con tanti animali. per vivere qui bisogna necessariamente amare gli animali, ma tu certamente li ami, giusto?”

Come se il fatto di studiare quello che studio mi faccia svegliare ogni mattina col desiderio di un cane che mi azzanna le caviglie.

“…il mio cagnolino vive sempre con me. Ti posso chiamare domani?”

Le rispondo: chiamami pure (ma poi per dirmi cosa?) comunque io non capisco il tedesco parlato, figurati al telefono. Non mi chiama. Trovo una mail, il giorno dopo:

“ Dear Faffael, scusami se non ti ho chiamato (di niente, figurati) ma il mio cagnolino è stato male tutto il giorno..”

Non so se mi spiego, Faffael. Non ha scritto Raphael, o (mioddio) Raffi, No.Faffael.

C’è qualcosa che non mi convince, nell’Impedita. Io già mi vedo legato e imbavagliato sul letto come in “Misery non deve Morire” con l’Impedita che mi sbatte il suo cagnolino svenuto sulla faccia e che mi urla, con la bava alla bocca “Faffael, salva il mio amorino! Fafffaeel fai qualcosa ti prego! Fafffaeel!!” e schizzi di saliva ad ogni effe triplicata.

Faffael.

Potrebbe essere una marca di biancheria intima.

Pubblicità: l’amico enologo Cimabue mi chiede di propagandare sta cosa da lui organizzata che ci tiene tanto.
Fatto
.

fino a ieri a Bologna soffiava una aria calda anche di venticinque gradi

Fino a ieri a Bologna soffiava una aria calda anche di venticinque gradi, e nonostante ciò si potevano incontrare per strada determinate categorie di studenti matricolanti vestiti secondo l’attuale moda dello studente ventunenne medio bolognese. Un esempio di studente medio bolognese è l’aspirante sosia di Sergio Cammariere. Sulle teste di questi Sergi Cammarieri (detti comunemente "i camerieri") potrai osservare i cappelli da uomo di mondo con la piumetta di lato,e indosseranno anche pesantissime giacche di velluto, e sfoggeranno baffetti tagliati con precisione, e al passare della donzella aggrotteranno lo sguardo da bravi aspiranti Corti Maltesi dell’appennino calabrese (per dire). Un’altra possibilità, che fa a pugni  con i venticinque gradi di questa fine di ottobre, sono i sosia del cantante delle Vibrazioni, che affanculo il caldo e il sole, loro vanno in giro col collo avvolto da una sciarpetta di lana grezza e gli stivali da cow boy padani con le borchiature lucenti.

Qui in casa, abbiamo decretato che ci siamo rotti i coglioni del caldo, e che ora c’è solo voglia di lacrimare per il freddo, e di tirare su con il naso mentre si affretta il passo verso casa.

Qui in casa, la Coop mi lascia nella cassetta della posta ventidue copie identiche dei suoi opuscoli di offerte irresistibili. Invece di gettarle tutte nella spazzatura le spargo per casa, così ogni volta che Billigiò mi sgancia un scorreggione da distanza troppo ravvicinata, ho subito tra le mani qualcosa con cui fare vento.

Aperta Parentesi.

Verranno a dirti  “Prendi queste due caramelle” e tu le prenderai e sarai comunque contento, anche quando ti diranno: “a lui però ne ho date tre”.

Verranno a dirti: “facciamo una passeggiata io e te, venti minuti fino al mare” e tu sarai felice di muovere i tuoi passi,  anche quando ti diranno “con lui però ho passeggiato per un’ora”.

Sarà quando verranno a dirti “Ti voglio bene, credimi.” che non saprai cosa dire, se poi ti verrà detto anche “A lui però ne voglio un po’ di più”. Sarà questo il momento che avrai poco da dire, e ti metterai a sedere col culo su di una roccia appuntita e scomoda, con in bocca poca saliva da deglutire e le mani sudaticcie e fastidiose, e una faccia antipatica che non vorresti avere.


Chiusa Parentesi.

Su di una colonna in piazza Malpighi si trova una scritta a pennarello nero che dice “Giacomo ti decidi ad accenderlo questo telefono?” e poi, poco più sotto, con pennarello rosso, è stato aggiunto: “Non ne ho voglia” . In via del Pratello su di un muro c’è scritto: “Ciao, sono Antonio Banderas!”. A me ogni volta viene da rispondere “Ciao Antò, tutto apposto?”.

Dalla Germania la signora che mi vuole affittare una stanza in prossimità di un bosco di un miliardo di ettari, mi dice: se vuoi venire prima del 29, il posto in stanza non è ancora libero, però volendo potrai sistemarti con una tenda in giardino. Ti interessa?

Io dico: si, vediamo, ci penso un attimo e le faccio sapere.

Poi metto nello stereo Storytelling dei Belle & Sebastian a volume adeguato, e se riesco a ballare per un paio di minuti sulle punte dei miei piedi scalzi fino a sembrare un deficiente oltre un certo livello, allora vuol dire che per un paio di minuti va tutto bene.

la mia amica XXXna mi spiega che…

La mia amica XXXna mi spiega che lei c’ha sto problema della vagina troppo stretta.

“Io ce l’ho piccola” mi dice.

Non lo sapevo potesse esistere pure sto problema. Mi spiega che dopo tanti anni di ginnastica a livello agonistico, i muscoli pelvici le si sono induriti per l’eternità, con il risultato che adesso il suo posticino è più angusto di quello che dovrebbe essere.

“Ma tu dai e ridai, e vedi che poi si adatta, no?” le dico.

Mi spiega che per quanto era nelle sue possibilità, lei ha dato e ridato, ma ciò che era stretto, stretto è rimasto. Mi spiega che il problema è sia di lunghezza che di diametro. Mi dice che lei è convinta – ma davvero convinta – di avercela più corta di un centimetro / un centimetro e mezzo rispetto alla media mondiale, che pare essere di sette centimetri, ma che comunque la lunghezza non la preoccupa, ché a quello si può sempre porre rimedio, soprattutto interponendo fra i due contendenti un paio di natiche con un notevole raggio di curvatura. Il problema principale – mi spiega – pare essere solo il diametro, ché su quello c’è poco da fare. Io e Billigiò la osserviamo esterrefatti e le diciamo:

“Ma ti rendi conto che fortuna?”

Lei però non è convinta, dice che questo è un problema, soprattutto perché “non sai mai chi puoi incontrare”.

Domenica pomeriggio vago tra gli effetti inaspettati di un the peruviano dalle chiare velleità stupefacenti, mentre nella casa in cui mi trovo viene rinvenuto un tubetto di Crystal Ball colore blu, che ci fa subito cantare tutti, sguaiati come in un musical low budget, la famosa quartina in rima baciata :

Con Crystal Ball ci puoi giocare,
hai tante cose da inventare,
tanti colori differenti,
(qui c’era qualcosa con divertenti)
su gioca un po’ con Crystal Ball.

A giocare col Crystal Ball con venti anni di ritardo – ho scoperto – la differenza sta tutta che il tubicino per gonfiare la palla lo prendi fra indice e medio come fosse una sigaretta. L’altra differenza sta nel fatto che poi di sicuro arriva qualcuno che vuole gonfiare la palla con il fumo di Pall Mall, una cosa che è chiaro che a sei anni non ti verrebbe mai di fare.  Un’altra differenza, del tutto personale, sta nel fatto che afferro la palla di crystal ball, tutta afflosciata su se stessa, e comincio a declamare: “ questo è probabilmente un rene policistico, evidenza macroscopica di un idronefrosi, patologia che se ricordo bene resta subclinica a meno che non si presenti bilateralmente, a determinare una insufficienza cronica scompensata e certamente fulminante”. Siccome nessuno si tocca le palle, capisco di essere poco ascoltato dalla folla presente. Quindi decido di afflosciarmi sul computer aperto davanti a me.

Aperta parentesi.

Certe volte non c’è nulla che possa bastare. Certe volte uno può prendersi il cuore e metterlo su quei cosi che si usano per tagliare il prosciutto in salumeria, e farci tante fettine sanguinanti da infilare nel panino, e poi porgere il panino dicendo Toh  Mangia, ma pure così, certe volte, non basta. Ti verrà solo detto che non basta, e rimarrai da solo col panino in mano, stupido che sei.
E le gocce di sangue sulle scarpe.


Chiusa parentesi.

Squilla il telefono, è un numero tedesco. Una voce femminile – in italiano contorto – mi dice che ha letto il mio messaggio su internet in cui cerco di fare il simpatico per trovare un tetto sotto il quale dormire, durante la trasferta tedesca. La voce femminile mi dice che avrebbe una stanza per me, però solo da dicembre, ché prima deve mandare via due cinesi. A me viene solo da dire – per colpa del the – Ah già, la Germania! Signorina non si potrebbe fare prima? Io devo stare lì molto prima! (e siccome il the è uno stronzo) dico : Dai Signò, perfavore perfavore perfavore!! La signorina mi dice: Forze posso farti stare con Tizia, che c’ha un ciardino molto crande e ventiquattro cani. A me viene solo da dire “ in fila per tre col resto di due” e allora le dico di scrivermi una mail che questo davvero non mi pare il momento di condurre affari con l’estero, e così torno ad afflosciarmi sul computer.

Bene, fatto il post, mi rileggo.

“domenica pomeriggio vago tra gli effetti inaspettati di un the peruviano dalle chiare velleità stupefacenti…”

Questa, signori e signore, è clamorosa poesia.

quindi si ricomincia

Quindi ancora una volta preparo le valigie, metto tutto in macchina, mi inserisco sulla A22 e dritto dritto scappo in Germania, e ci resto per i prossimi mesi. Faccio come gli uccelli migratori, solo che scelgo di svernare dove fa più freddo, che pirla.

Tra qualche giorno si parte, dunque.

Sono questi i momenti che decido di creare un file di testo e di salvarlo sul desktop, la cui funzione sarebbe quella di fungere da reminder per le cose da portare con me. Per questo motivo il file potrebbe benissimo chiamarsi “ Cose_da_Portare.doc” oppure “ Promemoria_Viaggio.doc” oppure, che ne so, “Non_ti_Scordar_di_Me.doc”. Invece, siccome tutti questi nomi mi ricordano il concetto del viaggio, della partenza, e siccome i concetti di viaggio e di partenza sono motivi di ansia, a questi file assegno ogni volta nomi improbabili, tipo Argolo.doc , Giuseppe.doc, Loschissimo.doc. Per questo viaggio, che riguarda la mia tesi, ed è quindi da considerarsi un po’ più serio dei precedenti, il file è stato battezzato con l’ingiustificato nome di Integrazione.doc.

Integrazione! Ricordami che devo portare i dizionari di inglese e tedesco.
Integrazione! Ricordami che devo portare il camice da scienziato.
Integrazione! Ricordami del caricabatteria del telefono cellulare ( che poi dimenticherò).
Integrazione! Ricordami che l’ho deciso io di partire, mica me l’ha imposto qualcuno.
Integrazione! Ricordami che devo  portare pure il fonendoscopio da scienziato.
Integrazione! Ricordami che ogni volta è così, che prima di partire, non mi va di partire.
Integrazione! Il caricabatteria porco giuda, mettilo adesso nella valigia, sennò lo scordi.
Integrazione! Ricordami cosa dice il saggio: prima di partire per un lungo viaggio, devi portare con te la voglia di non tornare più.
Integrazione! Prima o poi succede davvero che non torno più, e ci  facciamo una bella risata.
Integrazione! La vuoi sapere una cosa? Non è che abbia tutta sta voglia di partire.
Integrazione! Vabbè, poi passa. Basta mettersi in macchina, prendere il tagliando al casello autostradale, e se l’autoradio ti manda il pezzo giusto al momento giusto, poi vedi che la voglia ti viene.

Comunque, voglia oppure No, la mia stanza è già stata promessa ad una mia amica che verrà ad occuparla nel tempo che sarò via, epperciò è deciso, si parte. Piuttosto, se conoscete qualcuno che affitta una stanza singola nei dintorni di Colonia, facetemelo sapere, che c’ho bisogno.

all around my Coso

L’ OMS , Organizzazione Mondiale della Sanità, ha sede nelle mie mutande.

Articolo 1: Se mi lavo le mani prima dell’atto di pisciare, vuol dire che ho toccato qualcosa che l’OMS giudica contaminato e sporco.
Articolo 2: Se mi lavo le mani solo dopo aver pisciato, vuol dire che ho toccato qualcosa che l’OMS giudica abbastanza pulito.

Secondo questo criterio, è possibile stabilire un sistema di misura dello sporco. Perché di solito si dice, troppo superficialmente: quella cosa è sporca, quella cosa è pulita, mamma mia che schifo quanto sei sporco, il pavimento è sporchissimo, lavati che sei sporco. Oppure si parla di carica batterica, di carica virale, di carica fungina. In teoria sarebbe un metodo scientifico, però nessuno lo usa, non è che qualcuno arriva a dire: sai, non trovo opportuno toccare il mantello del tuo gatto perché è contaminato da dieci milioni di batteri per centimetro quadrato. Oppure: non ti stringo  la mano perché c’è la concreta possibilità che sia contaminata da orde di stafilococchi incazzati.

Non si fa.

Propongo il mio metodo, che è un metodo forse troppo soggettivo, ma certamente funzionale. Il metodo del pisello. Con questo metodo si può dire: La cornetta del telefono pubblico, secondo me, è sporca tre piselli e mezzo, allora non la tocco. Oppure: la penna della Posta, quella legata con la cordicella per non farla rubare, è sporca quattro piselli meno un quarto. Poi ognuno avrà la sua idea di sporco, così magari arriva l’omaccione lercio che nel compilare il modulo alla posta, considera la penna sporca – che ne so – mezzo pisello ( chissà dove lo avrà infilato!) e la penna se la ciuccia con la bocca chiedendo all’impiegato dove deve mettere la firma.  Il mio prof di inglese delle medie riusciva a grattarsi le palle dietro la cattedra e contemporaneamente ispezionarsi le orecchie con le chiavi di casa.  Probabilmente per lui tutto il mondo era classificabile come due terzi di pisello.

(del suo, di pisello)

Quello che mi preoccupa è che nei bagni maschili dei luoghi pubblici, il maschio italiano per pisciare preferisce evitare il pisciatoio in piedi e si chiude nel cesso. Attenzione, lui procede in questo modo: afferra la maniglia da un lato, poi dall’altro, poi gira la chiave, e quindi si prende il Coso in mano, e infine piscia. Nei bagni pubblici non c’è da lavarsi le mani dentro al cesso, e allora di nuovo gira la chiave, afferra la maniglia da un lato, e a volte pure dall’altro. Poi magari dopo si lava le mani. Secondo una stima approssimativa, la maniglia di un bagno pubblico sarà sporca come, diciamo, trecento piselli. La maniglia di un cesso di Autogrill della Murgia del Nord può raggiungere anche il migliaio di piselli, a giudicare dalle facce dei clienti. Però il maschio italiano se ne fotte, anzi, con magnanimità lancia pure venti centesimi nel cestello della rumena seduta all’entrata.

Il maschio italiano non ha paura di questo, figurarsi. Il maschio italiano, e pure la femmina per la verità, c’ha paura dell’influenza aviaria. Sempre di uccelli si tratta, anche se questi c’hanno le piume ( no, questa battuta fa schifo, ma la lascio).  L’influenza aviaria, in tutti questi anni ha fatto 55 vittime in totale. No dico, 55. Solo in Italia ne muoiono 90 al giorno per distrazione del medico (notizia di ieri) e nessuno di influenza aviaria. L’ultimo morto di influenza aviaria si è verificato la settimana scorsa. E praticamente tutti nel sud est asiatico, dove le mamme fanno giocare i bimbi di un anno con le cacche secche di gallina influenzata come fossero dei pezzi di Lego. Poi magari un cinese quattrenne muore di influenza aviaria e il giornalista compare al Tiggì delle venti sbraitando “Influenza aviaria! …bla bla bla …Influenza aviaria!” con il risultato che il padre di famiglia gnurante imbraccia il fucile, va nel tinello e spara a bruciapelo il canarino giallo nella gabbietta.

In termini statistici, ve lo assicuro,  è molto ma molto più probabile morire così .

push Up and Down (ma soprattutto Down)

La ragazza di mio fratello il Piccolo (D. Pennac all rights reserved) lavora saltuariamente come ragazza immagine in discoteca. L’altra sera mi chiama e mi dice:

– Stasera sono a Bologna per lavoro, se vuoi ti dico in quale discoteca e fai un salto a vedermi, ok?

Siccome sto inaugurando la mia new wave  esistenziale in cui mi sforzo – per quanto possibile – di essere open minded e disponibile anche verso le cose che hanno poco a che fare con me, e siccome la ragazza in questione è davvero una persona simpatica e alla mano, col sorriso spontaneo sulla faccia che tanto raramente si trova sulle facce di quelle tipe che hanno la fortuna di essere nate col fisico allungato da finaliste di Miss Italia, decido che affanculo il nuovo libricino di Sellerio Editore che ho preso in prestito in biblioteca, stasera vado in discoteca e non se ne parla più. E poi, in questo periodo di Pupe e Secchioni, cosa c’è di più alternativo dell’andare a trovare una che è contemporaneamente bona e (udite udite) intelligente?

(termini come new wave e open minded sono il frutto di questi giorni di studio serrato condotto solo ed esclusivamente in english language, e chiedo scusa di ciò, I know it doesn’t sounds cool at all.)

Mi presento sulla porta della discoteca con Tizio ( che non mi permette di scrivere il suo nome sul blogghe) e sulla porta della discoteca ci troviamo il fiume di gente. Mi aveva detto lei: quando sei sulla porta devi chiamare il responsabile della discoteca, ti lascio il numero, e devi dire che sei mio cugino, così lui ti farà entrare. Ho chiesto: ma come tuo cugino? Mi ha spiegato: massai, in questo lavoro non bisogna far intendere di avere “amici” o “fidanzati” perché è controproducente. Ho pensato: ci sono molte cose che non so del mondo in cui vivo, e chissà se vivrò abbastanza da capirne almeno la metà.

Allora chiamo il responsabile e quello ci fa entrare immediatamente, nonostante il fatto che davanti all’ingresso “Liste e Tavoli” ci siano circa centocinquanta persone ferme ad aspettare. Saliamo su di una passerella vellutata che si innalza materialmente (e moralmente) sulle capocce ingelatinate delle persone comuni – quelle che la cugina cubista non ce l’hanno – e siamo subito dentro. Ricordo che anche l’ultima volta che ero venuto in questo posto ero entrato aggratis, e fu la volta che successe questo casino qua.

Non ho voglia di parlare male delle discoteche italiane, ancora una volta. E allora non lo faccio. E quindi posso pure dire il nome del posto (il “Ruvido”, via Maserati, Bologna ) con la coscienza a posto, e la certezza che nessuno potrà querelarmi (e poi comunque questo blogghe ha la credibilità di un fagiolo borlotto tarlato, quindi la querela non avrebbe alcun senso).

Stando così le cose:

– Non dirò che secondo me lì dentro c’erano solo un dieci percento di persone che si divertivano e il resto sembrava più che altro sopravvivere.
– Non dirò che i push up non erano premuti soltanto sulle mammelle delle presenti, ma c’era come un enorme push up invisibile a sorreggere le aspettative dei paganti .   
– Non dirò che bisogna smetterla di dire in giro che in discoteca si balla, perché è una bugia, semplicemente non c’è spazio per farlo, se ti va bene al massimo riesci a tremare, ma sappiamo tutti che è difficile tremare a tempo di house.
– Bisogna smetterla di dire che nelle discoteche italiane si flirta, chè alla porta vedi arrivare le coppiette tenute per mano che pagano il biglietto di ingresso – ingresso Uomo, ingresso Donna, ridotto Uomo, omaggio Donna – e poi entrano dentro tutte contente (cara stasera fatti bella che ti porto in discoteca a sussurrarti parole d’amore nell’orecchio ). Nonostante ciò due ragazzi toscani, arrapati quanto basta, hanno fermato me e Tizio domandando dov’è che stava la “Fiha”.

Mi attengo ai fatti, invece.
Se volete trascorrere una fantastica serata in questo posto (via Maserati, Bologna) posso dire che:

– Il listino prezzi al bar è di un minimalismo struggente: Analcolici 6 euro, Alcolici 8 euro, Acqua 3 euro.
– Di fianco all’ingresso c’è un cartello con una freccia che dice ( e giuro che è vero) : Ingresso parcheggio V.I.P. euro 5.

La ragazza di mio fratello invece non ha ballato. Le cubiste erano due tipe con la faccia scocciata che si muovevano su di un piedistallo. Lei mi ha spiegato che il suo ruolo era quello di restare in piedi nel privè (tra l’altro un buttafuori voleva farmi entrare con la forza in questo privè) e bere qualcosa. In pratica la pagano solo per esistere (così come le pagano il treno, l’albergo, il taxi dalla stazione, il camerino eccetera, tutto affinché lei esista nel privè per qualche ora). Per la prima volta mi sono ritrovato a parlare con una mia amica mentre un buttafuori in giacca nera e auricolare mi guardava storto, come per farmi intendere che quello che stavo facendo era sbagliato.

In tutto questo io e Tizio siamo andati a bere qualcosa per strada, dal camioncino dei panini col gestore napoletano. In tutto questo, nonostante i 12 euri necessari per l’ingresso (per chi non ha la cugina cubista) , nonostante gli 8 euri per un cocktail e i 5 euri per un parcheggio V.I.P. , nonostante le Mercedes e la Rolls Royce (si, quella) in bella mostra davanti alla porta del locale, nonostante i vestiti firmati delle “fihe”  presenti, se ti azzardavi a chiedere una sigaretta tutti ti dicevano che quella era l’ultima, e che non ne avevano, o che pure loro l’avevano scroccata a qualcun altro.

Il risultato è che la mattina dopo mi sono svegliato troppo tardi e non ho potuto vedere la ormai celeberrima Pulsatilla che mi passava sotto casa in bus per leggere il suo libretto ad alta voce.

catarri d'altri tempi

Sono tempi di scatarramento cronico, questi qua.

Mentre cammino tra le strade di Bologna sento crescere in me la necessità di scatarrare sull’asfalto, e se spesso mi trattengo, altre volte – quando sono sicuro di non essere visto – mi lascio andare e sgancio le mie piccole bombe innocenti e biodegradabili. Poi me ne vergogno, e se invece non me ne vergogno, allora me la prendo con le polveri sottili che escono fuori dalle marmitte delle auto, e che mi irritano le vie aeree superiori.

Quando in agosto trascorro le mie giornate col culo immerso nel mare Ionio, e con i denti filtro il plancton dell’acqua di mare, come fossi una balenottera, tutto questo non succede.

Poi torno a Bologna e si ricomincia.

Posso prendermela con le polveri sottili, oppure posso pensare che sia questione di genetica e radici.

Mi spiego.

Il me stesso quindicenne che vagava con la sciarpa avvolta fino agli occhi, durante gli inverni di freddo umido e bastardo del Salento occidentale, non aveva nessun bisogno di scatarrare per terra, col suo faringe nuovo di zecca riscaldato dalle minestrine della mamma. Però il me stesso quindicenne che vagava fra le mura del centro storico del paesello, nella piazza centrale poteva osservare i vecchi decrepiti con la coppola in testa e le rughe segnate dal sole che dialogavano fra di loro accarezzandosi la panza, persi in discorsi oziosi sul morto più recente fra le loro conoscenze, e nel mezzo del discorso, con le mani tenute dietro la schiena, quelli piegavano il busto in avanti solo di poco, e con la sicurezza forgiata da decenni di pratica, sputazzavano il loro regalo sul pavimento mattonato della piazza centrale del paesello. Erano scatarramenti solenni, pieni di dignità e precisione, e il nostro giudizio di quindicenni usciti di casa con duemilalire in tasca non poteva essere negativo, perché quelli erano i vecchi, e i vecchi vanno rispettati sempre e comunque.

La piazza circolare era ogni giorno popolata da questi personaggi panciuti e sputazzanti, e per me che ero uscito di casa da poco, e che se uscivo di casa era per andare a scuola dove mi davano da studiare la Critica della Ragion Pura di Kant ( di Kant?) o la forma del condizionale inglese, o i mitocondri delle cellule, questi troll rugosi erano una novità. Mi veniva detto: questi sono gli agricoltori del paesello, che tornano dalle terre nel pomeriggio quando inizia a fare buio, e vengono qui a fumare le MS e a bere vino rosato miscelato alla gassosa fino a quando non sono abbastanza mbriachi da trascinarsi la panza fino a casa. Di solito questo avviene abbastanza presto, ché la mattina devono tirarsi su all’alba quando è ancora buio, e mettere in moto l’Ape con le zappe caricate dietro assieme all’immancabile cagnolino che abbaia un po’ a tutti, nano e pieno di zecche com’è.

Con le mie duemilalire in tasca, e con il mio motorino da Quattromilioniottocentomilalire parcheggiato all’angolo, mentre con le mani in tasca cercavo di riscaldare le dita infilandole nello spazio compreso tra le gambe e i testicolini da quindicenne, masticavo una Big Babol e dicevo a me stesso “Toh, gli agricoltori del paesello”, e mentre osservavo i troll nella piazza con i loro maglioni infeltriti e le coppole vecchie almeno di vent’anni, capivo che pure nel mio paesello sgarrupato dove i soldi non si capiva da dove venivano fuori, esisteva la borghesia, e pure tutta un’altra porzione di persone che invece non erano borghesia, e che in tutto questo casino forse la borghesia ero proprio io, e davvero non me ne ero mai accorto.

Però, siccome i quindicenni di solito c’hanno le zanzare nel cervello che ballano la rumba, con i miei compari quindicenni muniti di duemilalire ci si infilava pure noi nelle bettole dove vendevano il vino con la gassosa, e orgogliosissimi della nostra bottiglia di plastica quasi tutta piena nascosta in una busta bianca per non dare nell’occhio che sennò chissà cosa pensano, ci ritrovavamo a ciondolare negli angoli della piazza negli orari in cui le panze mbriache erano già rotolate tutte verso casa accolte da mogli incazzate, e dopo qualche sorso di miscela rosa frizzante poteva succedere che qualcuno di noi – in una pausa silenziosa fra i discorsi della sera – si grattasse la gola per accumulare quanta più saliva possibile – e pochissimo catarro, vista l’innocenza immacolata delle nostre faringi e trachee – e sputasse il risultato di tanto gracchiare poco lontano sul marciapiede, producendo un suono esagerato durante lo sputo a guance gonfiate.

Come cuccioli di cane che pisciano per marcare il territorio, ma lo fanno solo quando non c’è il cane più grosso che – scoprendoli – potrebbe azzannarli sul loro pistolino di cuccioli.

Tutto questo per dire che se la colpa di questi scatarramenti cittadini non sono le polveri sottili, allora devo correre subito a comprare una coppola da mettere in testa

senza parole

                         

Oggi ci metto la faccia,

che non mi va di aggiungerci le parole,
che mi viene solo da dire,
mannaggia alle parole,
mannaggia a loro.


(è come se ci fossi stata soltanto tu)

le scarpe col tacco.

Giungo alla conclusione – dopo anni di riflessioni – che l’individuo femminile non indossa le scarpe con i tacchi per il solo scopo di sembrare più alto. In una ipotetica classificazione dei motivi che fanno tramutare una donna “normale” in una donna “taccuta” , ovvero volendo elencare le motivazioni del cosiddetto processo di “Taccamento” della donna di oggi, allora si può dire che la donna sceglie di diventare Taccuta perché:

Motivi Estetici:

– Il Tacco rende la donna Taccuta più alta.
– Il Tacco rende il culo della Taccuta più alto. 

E fin qui.

A questi però vanno aggiunti i cosiddetti Motivi Belligeranti, ovvero tutti quei motivi che trovano la loro giustificazione nella volontà della donna Taccuta di sottolineare la propria superiorità nei confronti delle altre donne, che siano esse Taccute oppure No. E quindi:

Motivi Belligeranti:

– Le mie scarpe col Tacco costano uno sfracco di soldi che tu, povera stronza, non hai.
– Le mie scarpe col Tacco quando cammino producono un rumore Taccoso (Tlok, Tlok) che invece le tue, povera stronza, non fanno.

In particolare il rumore di Tacchi sul pavimento – il rumore Taccoso, appunto – può essere osservato nelle più svariate situazioni, e rappresenta davvero una delle cause più ignorate del processo di Taccamento. In altre parole: se al Tacco ci togli il rumore Taccoso, un Tacco non è più nulla. E’ solo un bastoncino di legno interposto fra il pavimento e il tallone. Il Tacco deve far rumore, sennò che gusto c’è. Negli ambienti lavorativi si può anche osservare come la Taccuta che occupa un posto più elevato avrà la libertà di produrre un rumore Taccoso più forte di quello che invece può produrre la sua subalterna. Anzi, per dirla tutta, la subalterna è meglio se viene a lavorare scalza, quella zoccola.

Quindi si aggiungono i Motivi Ufficiali, cioè quelli che non si ha vergogna a dichiarare, pur sapendo benissimo che sono in realtà totalmente fasulli:

– Ho comprato queste scarpe perché erano bellissime.
– Ho comprato queste scarpe perché erano in saldo.
– Ho comprato queste scarpe perché ho già nella testa tutti i modi in cui potrò abbinarle.
– Ho comprato queste scarpe? Mannò, le ho solo solo prese in prestito, poi le riporto indietro.

caccole fresche

Un mio amico radiologo – mentre col mestolo di legno sta girando nel pentolino il condimento per il cous cous – mi racconta che nell’ospedale dove lavora talvolta si presentano dei signori con i vibratori infilati su per il culo, e che però questi signori dichiarano ai medici di avere soltanto “mal di pancia” ma non dicono nulla del vibratore che gli è sfuggito su per il buchetto del sedere. Quando poi vengono portati a fare le radiografie, e già sanno che il profilo del vibratore non potrà sfuggire ai raggi X, quelli non dicono niente, dicono solo che hanno mal di pancia: Signor dottore, ho un dolorino proprio qui, non sa che fastidio. Allora il dottore, con lo sguardo accigliato, scruta la pellicola radiografica in controluce dove si può osservare la sagoma inconfutabile, a forma di missile spaziale, dell’oggettino del desiderio. Il dottore affermerà serio e professionale: Vede, dal profilo di questa marcata radiopacità, che anche lei potrà notare verso la zona pelvica, mi sento di poter affermare – senza ombra di dubbio – che ci troviamo davanti ad un classico caso di VibratoreInfilatoSuPerIlCulo.

(Oh, Dottore, davvero? Ma non mi dica!)

Così pure io, in questi momenti che mi sorprendo a parlare con i libri invece di leggerli, o che mi scopro a sbuffare insoddisfazioni alle pareti della mia stanza, so benissimo qual è il nome delle caccole cerebrali che ne sono la causa, ma faccio finta di non saperlo affatto. Tanto nessun dottore può farmi la radiografia alla capoccia.

Una mia amica volata in Africa a raccogliere gli stronzi delle zebre per motivi scientifici, mi scrive che ha incontrato – durante uno dei suoi giri da scienziata – un leone tramortito da un avvelenamento, e che ha potuto così esaudire il suo sogno, che era quello di fare micio micio ad un leone vero.

Io che sbuffo alle pareti della mia stanza e che mi impiastriccio i pensieri con supposizioni e ipotesi da scemo quale sono, vorrei tanto fare micio micio alle mie caccole cerebrali, e qualche volta lo faccio pure, intrepido, ma è chiaro che non serve a nulla. Allora continuo a sbuffare roteando su me stesso come se stessi irrigando un prato inglese dove l’erba cresce a forza di pensieri scocciati.

(Oh, Rafeli, davvero? Ma non mi dica!)

mettiamo qualche puntino sulle i

premesso che:

Al sottoscritto non stanno sul cazzo i punkabbestia in quanto tali.
Al sottoscritto è anche successo di incontrare punkabbestia simpatici.
Il sottoscritto aveva pure un amico che si è fatto punkabbestia (come dire che si è fatto prete) e quando lo incontravo per strada glieli davo, gli spiccioli, e ci scambiavo qualche battuta.
Il sottoscritto non è uno che i centri sociali li snobba, anzi ne fondò anche uno al suo paesello.

si avvisa che:

Al sottoscritto danno al cazzo le categorie e il conformismo sfrenato.

Il CONFORMISMO – avete capito cosa voglio dire? – il  conformismo, per diamine.

Significa che un giorno un essere umano si sveglia  e decide: oggi divento punkabbestia ( oppure divento fighetto, oppure divento ultrà, oppure divento maniaco di motociclette, oppure divento dark, oppure divento indie, oppure un attivista politico, oppure fondo una Cumpa di cannabis addicted,  oppure divento quel cazzo che vi pare) e da quel giorno, l’adepto della nuova religione comincia a seguire scrupolosamente i dettami della sua dottrina.

Essere CONFORMISTI è un modo di vivere più comodo.

Perché ad essere CONFORMISTI non ti devi porre il problema di come vestire ( ti devi vestire come gli altri) non ti devi porre il problema di capire chi sono i tuoi amici ( perché i tuoi amici saranno quelli vestiti come te) non ti devi porre il problema di quali posti frequentare ( vai dove vanno quelli come te) non ti devi porre il problema di cosa dire ( meglio se non dici niente, guarda, che è già stato detto tutto).

Per esempio, sono molto più conformisti i punkabbestia fra di loro, rispetto a – per dire – una caserma di carabinieri.

Il CONFORMISMO, in fondo, non va biasimato troppo, perché è uno stile di vita più comodo, ma è anche un sintomo di debolezza. E se uno è debole non è che gli puoi dire: “Tu sei debole, per favore datti fuoco, che non ti vogliamo su questo pianeta”.

E’ un retaggio dell’età della pietra.
L’uomo primitivo poteva crescere in una tribù dove tutti dicevano – che ne so – “Uga Buga” e si dipingevano la faccia con cacca di Stronzosauro, e l’uomo primitivo vedendosi circondato da gente così, non poteva far altro che dire pure lui “Uga Buga” e dipingersi la faccia con la cacca dello Stronzosauro. Anche perché se non lo faceva, veniva abbandonato da solo nella foresta e diventava la merenda dello Stronzosauro. Perché l’uomo primitivo era saggio, e l’ha capito subito che l’anticonformista è solo una fonte di problemi.

Io per esempio, con questo anticonformismo cronico che mi attanaglia, di solito sono solo una fonte di problemi per le tribù che mi circondano.

Il fatto poi che i punkabbestia, o i fricchettoni loro cugini, siano mediamente delle persone approssimative, portatrici di ideali approssimativi, e che esprimano con linguaggi approssimativi i loro dogmi politici approssimativi, e che di solito si incontrino in manifestazioni approssimative, è un altro discorso. Questo vale per tutti gli integralisti. Ciò non vuol dire che tra di loro non ve ne sia qualcuno diverso, in fondo ho conosciuto anche turchi biondi e con gli occhi azzurri, ma se proprio devo immaginare un turco, allora me lo immagino scuro, e se mi devo immaginare un punkabbestia, me lo immagino (censura).

Quello che voglio dire – porcaccia la miseria – è tutt’altro.

Queste mie righe sono in verità un affettuoso abbraccio a tutti quelli che stanno Nel Mezzo, dove le categorie si mescolano e non esistono più, a tutti quelli che vivono nelle sfumature intermedie dei colori, dove i punti di riferimento sono scivolati giù per lo scarico del cesso, e non ci sono miti da inseguire,  e mancano le etichette e le divise e i luoghi comuni, e magari incontri pure uno Stronzosauro che ti azzanna il culo.

Queste righe vogliono essere un abbraccio sincero a quei pochissimi che l’individualismo se lo portano tatuato addosso loro malgrado, che vivono la solitudine delle volpi, perché non sono capaci di vivere in branco come fanno i lupi. Sono i pochissimi che non riescono a trovare conforto a lasciarsi cullare in una ideologia, da una religione, in una tendenza o da una moda passeggera, ma al limite riescono a fidarsi delle proprie gambe e della suola delle proprie scarpe.

A tutti quelli che camminano con i pugni in tasca – nel Mezzo di tutto – dove il vento soffia più forte.