catarri d'altri tempi

Sono tempi di scatarramento cronico, questi qua.

Mentre cammino tra le strade di Bologna sento crescere in me la necessità di scatarrare sull’asfalto, e se spesso mi trattengo, altre volte – quando sono sicuro di non essere visto – mi lascio andare e sgancio le mie piccole bombe innocenti e biodegradabili. Poi me ne vergogno, e se invece non me ne vergogno, allora me la prendo con le polveri sottili che escono fuori dalle marmitte delle auto, e che mi irritano le vie aeree superiori.

Quando in agosto trascorro le mie giornate col culo immerso nel mare Ionio, e con i denti filtro il plancton dell’acqua di mare, come fossi una balenottera, tutto questo non succede.

Poi torno a Bologna e si ricomincia.

Posso prendermela con le polveri sottili, oppure posso pensare che sia questione di genetica e radici.

Mi spiego.

Il me stesso quindicenne che vagava con la sciarpa avvolta fino agli occhi, durante gli inverni di freddo umido e bastardo del Salento occidentale, non aveva nessun bisogno di scatarrare per terra, col suo faringe nuovo di zecca riscaldato dalle minestrine della mamma. Però il me stesso quindicenne che vagava fra le mura del centro storico del paesello, nella piazza centrale poteva osservare i vecchi decrepiti con la coppola in testa e le rughe segnate dal sole che dialogavano fra di loro accarezzandosi la panza, persi in discorsi oziosi sul morto più recente fra le loro conoscenze, e nel mezzo del discorso, con le mani tenute dietro la schiena, quelli piegavano il busto in avanti solo di poco, e con la sicurezza forgiata da decenni di pratica, sputazzavano il loro regalo sul pavimento mattonato della piazza centrale del paesello. Erano scatarramenti solenni, pieni di dignità e precisione, e il nostro giudizio di quindicenni usciti di casa con duemilalire in tasca non poteva essere negativo, perché quelli erano i vecchi, e i vecchi vanno rispettati sempre e comunque.

La piazza circolare era ogni giorno popolata da questi personaggi panciuti e sputazzanti, e per me che ero uscito di casa da poco, e che se uscivo di casa era per andare a scuola dove mi davano da studiare la Critica della Ragion Pura di Kant ( di Kant?) o la forma del condizionale inglese, o i mitocondri delle cellule, questi troll rugosi erano una novità. Mi veniva detto: questi sono gli agricoltori del paesello, che tornano dalle terre nel pomeriggio quando inizia a fare buio, e vengono qui a fumare le MS e a bere vino rosato miscelato alla gassosa fino a quando non sono abbastanza mbriachi da trascinarsi la panza fino a casa. Di solito questo avviene abbastanza presto, ché la mattina devono tirarsi su all’alba quando è ancora buio, e mettere in moto l’Ape con le zappe caricate dietro assieme all’immancabile cagnolino che abbaia un po’ a tutti, nano e pieno di zecche com’è.

Con le mie duemilalire in tasca, e con il mio motorino da Quattromilioniottocentomilalire parcheggiato all’angolo, mentre con le mani in tasca cercavo di riscaldare le dita infilandole nello spazio compreso tra le gambe e i testicolini da quindicenne, masticavo una Big Babol e dicevo a me stesso “Toh, gli agricoltori del paesello”, e mentre osservavo i troll nella piazza con i loro maglioni infeltriti e le coppole vecchie almeno di vent’anni, capivo che pure nel mio paesello sgarrupato dove i soldi non si capiva da dove venivano fuori, esisteva la borghesia, e pure tutta un’altra porzione di persone che invece non erano borghesia, e che in tutto questo casino forse la borghesia ero proprio io, e davvero non me ne ero mai accorto.

Però, siccome i quindicenni di solito c’hanno le zanzare nel cervello che ballano la rumba, con i miei compari quindicenni muniti di duemilalire ci si infilava pure noi nelle bettole dove vendevano il vino con la gassosa, e orgogliosissimi della nostra bottiglia di plastica quasi tutta piena nascosta in una busta bianca per non dare nell’occhio che sennò chissà cosa pensano, ci ritrovavamo a ciondolare negli angoli della piazza negli orari in cui le panze mbriache erano già rotolate tutte verso casa accolte da mogli incazzate, e dopo qualche sorso di miscela rosa frizzante poteva succedere che qualcuno di noi – in una pausa silenziosa fra i discorsi della sera – si grattasse la gola per accumulare quanta più saliva possibile – e pochissimo catarro, vista l’innocenza immacolata delle nostre faringi e trachee – e sputasse il risultato di tanto gracchiare poco lontano sul marciapiede, producendo un suono esagerato durante lo sputo a guance gonfiate.

Come cuccioli di cane che pisciano per marcare il territorio, ma lo fanno solo quando non c’è il cane più grosso che – scoprendoli – potrebbe azzannarli sul loro pistolino di cuccioli.

Tutto questo per dire che se la colpa di questi scatarramenti cittadini non sono le polveri sottili, allora devo correre subito a comprare una coppola da mettere in testa

10 pensieri su “catarri d'altri tempi

  1. che ricordi.
    mio nonno invece che l’ape c’aveva il motorino. non da quattromilioniottocentomilalire però, uno malandato. era panna pieno di graffi marroni e partiva dopo aver pedalato e bestemmiato un po’. sarà che con lui non avevo un gran rapporto ma a me i signori panzuti e scatarranti coppoladotati (mio nonno in pratica) non è che mi stessero troppo simpatici. ma con le tue parole posso pure rivalutarli, va.

  2. lo scatarro è l’ingrediente segreto dell’inverno.
    senza lo scatarro che inverno è?

    errrrrciù!
    fosca
    (in ace ventura la tribù che si sputava in gaccia…
    nella guida intergalattica per autostoppisti c’è il popolo dei moccoloni dal naso
    ed in salento ci sono i ragazzini con le zanzare nella testa.

    cool)

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