paese basso

A volte ritornano. Mi trovo da ieri sera in Paese Basso per un congresso, in una di quelle realta’ in cui cammini per corridoi di alberghi con un badge appeso al collo con sopra scritto il tuo nome. In uno di quei luoghi sulla costa del mare del Nord che ci hai abitato part time per un paio di anni e che conosci bene – anche se oggi non lo vorresti.

Ad un certo punto nel corridoio incontro la Prof dell’Università a cui in un certo senso avevo dedicato le parole di qualche giorno fa, solo che lei sembra sinceramente contenta di vederti, tu pure, allora forse quelle cose non gliele dici, o forse gliele farai sembrare più dolci bevendo un caffè insieme e sorridendo tanto.

un’altra cosa

Un’altra cosa che mi rendo conto mi manca – dopo quattro giorni di Italia fra persone che conosco da una vita – sono le amicizie femminili di quel tipo di amicizie femminili che sei sicuro che rimarranno sempre tali.

Perche’ non so se e’ il momento storico o la mia crescente inadeguatezza, ma da ste parti c’e’ sempre un sottofondo di sesso, implicito o esplicito, consumato o potenziale, che alla fine rovina complica tutto, o lo uccide sul nascere.

Domani mattina Pisa. Dopodomani Palermo. Poi Catania. Lunedì di nuovo a Brussèlle.

Da quanto tempo volevo farmi di nuovo la Sicilia in automobile? Da quanto tempo volevo farmi qualsiasi posto in automobile, e quindi questo significa: arrivare in un posto e partendo da lì compiere un giro e accettare tutte le possibili tappe intermedie fossero anche dei baretti di paesotti sconosciuti (anzi soprattutto quelli)?

e a proposito

E a proposito di quello che si scriveva qualche giorno fa sul partire o lasciare il proprio paese, andrebbe pure detto che i vantaggi e gli svantaggi sono molto soggettivi.

E quindi la loro pesantezza – dei vantaggi e degli svantaggi – varia con le persone.

Per esempio, per quanto mi riguarda, nella lista degli svantaggi non ci metto il clima o la pizza, ma il fatto che se mai un giorno avessi un figlio, non potrei capire davvero se scrive bene oppure No.

Questa cosa – un dettaglio di cui non ho mai sentito parlare in infiniti discorsi con altri delocalizzati – e’ per quanto mi riguarda enorme.

fatto pure questo

Fatto pure questo.

Per ogni testa ci sarebbero un significato ed una motivazione diversa.

Già provare ad indovinare le loro ragioni superando le nuche sudate ti fa passare il tempo e la fatica. Ma mi piace pensare che correndo uno semplicemente festeggi il fatto di essere in grado di farlo.

faccio cose, 12 cinque duemilaedodici

Cenare poco perché chiedi pollo al curry con pochissimo curry, ma quello non capisce. Parlare di programmi radiofonici e povertà nel mondo e della sua inevitabilità. La mattina seguente esci per comprare banane e succhi di frutta. Perché non rispondi se ti chiede di pianificare un viaggio in Francia? Più tardi in libreria decidi di tenere fede alla tua promessa degli anni di università, quella di comprare finalmente tutti i libri letti ma che a suo tempo prendesti in prestito in Sala Borsa. Parlare di maratone col libraio. C’è un pianoforte addossato alla parete, la sera passerà di lì Capossela, devo ancora riuscire a definire con poche parole efficaci il mio disinteresse nei confronti di Capossela – tranne forse due canzoni. Ci sono clown sui trampoli sotto la Commissione. Un piccione volando va a sbattere contro un vetro troppo pulito, ti fermi a controllare se riesce a rimettersi in piedi e così fanno pure due ragazzini dodicenni che stavano fino a quel momento leccandosi sul muretto.

certo che mi piace

Certo che mi piace il tempo passato con te. Non è quello il problema. Credevi fosse quello il problema? Non lo è.

Il fatto è che potrei anche farne a meno. Insomma quale affidamento si può fare sulla mia persona se le premesse sono queste? Potrei anche farne a meno. La domanda che viene – ma che non ti svelo – è questa: posso farne a meno perché non è abbastanza? Oppure posso farne a meno perché col tempo mi è cresciuto un guscio di noce duro a sufficienza da fare a meno di chiunque?

come funziona da ste parti

Come funziona da ste parti. Funziona che sul lavoro ti impegni per finire una cosa, anche se è complicata. Ma tu le cose complicate le prendi come una sfida personale. Com’erano gli esami difficili all’università. Quanto più è difficile una cosa, tanto più la metti sul personale. Ah è difficile? ti dici. Allora proprio per questo io ci riuscirò.

E non ci sono santi – espressione questa molto meridionale e borbonica – ma ci riuscirò. Diventi rissoso e testosteronico contro concetti impalpabili.  Quindi succede che prendi questi ostacoli come una sfida personale e ti trasformi in un mastino che si attacca coi denti alle caviglie del problema, fino a quando non è risolto.

Come funziona da ste parti? Che cinque minuti dopo aver portato a termine con successo quello che ti era stato chiesto, il tuo capo ordina una cerimonietta per festeggiare. Un cameriere che sistema torta e caffè per tutti. Sarà domani mattina. Tu devi fare un piccolo speech, pescando in quella diplomazia facciaculista che ormai ti viene facile quando è necessaria. Non sai cosa dire, ancora, però intanto ti sei riempito la borsa di ovetti di cioccolata perché tra qualche anno compirai un anno di permanenza da ste parti, e vuoi festeggiare con chi vede la tua faccia ogni giorno.

ne ho parlato tanto in questi giorni

Ne ho parlato tanto in questi giorni, per esempio con italiani trapiantati a Barcelona, per esempio con francesi che hanno lavorato in Inghilterra. Ho parlato cioè del modo tutto latino e mediterraneo di essere capi sul lavoro, di come quasi sempre i capi sul lavoro – nei paesi latini e mediterranei – sono quelli che si permettono di essere più sgarbati e presuntuosi e di come – anzi – si misuri il loro potere proprio in base a quanto possono sgarbare e pretendere dai loro sottoposti.

In altre parole: ti tratto male per farti capire quanto sono sopra di te, per farti percepire la distanza.

Mi trovo a lavorare con persone che sono tutto l’opposto: quanto più in alto si trovano rispetto a te, tanto più sono disponibili ad aiutare. Anche se non glielo chiedi, saranno loro a venire da te per chiedere se va tutto bene, se hai bisogno di qualcosa. Ti inseguiranno proprio fisicamente, per chiedere se hai bisogno.

E se per caso fai una domanda, quelli passeranno intere mezzore ad aiutarti a capire. E se passi troppo tempo al lavoro, ti diranno di non passare troppo tempo al lavoro. E se non prendi le vacanze che ti spettano, saranno loro a ricordarti di farlo. Perché hanno bisogno di avere intorno gente che stia bene, e che lo trasmetta nell’aria questo stare bene. C’è bisogno concreto di sorrisi sinceri.

C’è di mezzo una fortuna spropositata se posso raccontare queste cose – se durante una cena dobbiamo parlare piano per non far capire al nostro capo quanto bene stiamo parlando di lui, e del suo capo, e del capo del suo capo – ma è una cultura certamente non latina, questa che descrivo, che purtroppo in Italia dove tutti si chiamano per titoli e cognomi non esiste, oppure è rarissima, e che fino ad oggi ho osservato nei paesi germanici anglosassoni e barbari. E’ cultura nel senso che se lo fanno con te, avrai voglia di farlo con chi verrà dopo di te, e la tramanderai. Si tratta di trovare buoni esempi e riprodurli, arricchirli.

Non puoi cambiare il mondo, puoi invece cambiare i pochi metri quadrati attorno a te. Ogni giorno che ti verrà data la possibilità di farlo, sarà un giorno che ne sarà valsa la pena, avrai costruito qualcosa che forse non se lo porta via il vento.

non far sapere a nessuno

Non far sapere a nessuno quanto diventa bella Brussélle quando la primavera le salta addosso.

Un parco pieno di luce e di gente e di sedie a sdraio offerte da non si sa chi. Ciao, coppia di arabi di cui lei con il velo che stesi sul prato vi baciate à la europeénne. Ciao, libraio che mi riconosci e mi saluti mentre corro sul marciapiede. Ciao, bambine indiane che vi scappa la pallina da tennis e mi rimbalza sul ginocchio mentre corro nel parco.

Ci sono almeno due cose che mi piacciono di te: il fatto che due volte a settimana sei a visitare tua nonna nella casa di riposo, e se mi chiami devi spegnerle l’auricolare per non farla spaventare mentre parli inglese al telefono, e poi che quando lasci la mia casa di mattina presto – mentre sono sotto la doccia- ci sono certe mattine che mi aspetto di trovare un biglietto da qualche parte e infatti lo trovo.

Epperò faccio cazzate e non ho giustificazioni. E faccio confusione.

Prendiamo un gelato in centro e ci sono due ragazze afro-belghe che fanno casino al tavolo di fianco. Mi ricordo di quella volta in pizzeria, di quei due ragazzi afroamericani figli di diplomatici della Nato che facevano casino in pizzeria, una sera di un mese fa. Ti dico: ma hai notato che non è la prima volta che ci sono ragazzi neri che fanno casino al tavolo di fianco mentre mangiamo qualcosa? No, non mi ricordo, dici tu. Non mi ricordo proprio. Ci penso un attimo e mi rendo conto che l’altra volta non eri tu, madonna non eri tu, come ho fatto a confondermi, provo a riparare e cambio argomento, ti parlo del parco e del sole di stamattina.

Lunedì sono a Barcellona per tre giorni quasi quattro, devo riuscire a fare una sorpresa ad un vecchio compagno di università.

ma se tu

Ma se tu mi dici Vediamoci Beviamoci Qualcosa insieme un giorno di questi, se poi faccio finta di dimenticare una volta, se poi faccio finta di dimenticare due volte, è perché c’hai undici o dodici anni meno di me, e credimi non è una questione morale, è piuttosto una questione di principio: quando ero giovane quelle che si interessavano ai MoltoPiùGrandi non mi stavano simpatiche – non perché non si interessavano a me, non mi stavano simpatiche a prescindere.

uno di quei periodi

Uno di quei periodi che pensi di questo non scrivo, e neanche di questo, e neanche di questo, finché ti ritrovi a tagliare via tutto ciò che è importante e quindi non ti rimane niente, ed hai bisogno di far decantare questo niente per qualche tempo, prima di ricominciare.

Ai primi di Aprile rivedrò Bologna dopo un anno e mezzo.

ci dipingevano il futuro

Ci dipingevano il futuro come una realtà fatta di auto volanti e abbigliamenti metallici e alimenti liofilizzati.

Il futuro sono invece io – alle nove e mezza di sera – che piscio stimolato da due pinte di Kilkenny nel bagno di casa, mentre intanto nelle cuffie seguo una riunione di lavoro con tre continenti diversi, e le cuffie sono collegate al telefono cellulare.

E piscio.

Poi esco dal bagno, c’è lei mezza addormentata sul divano, sotto una coperta, lei che mi dice cose vietatissime del tipo mi piace questa coperta, ha il tuo odore. Io dovrei rispondere che i patti non erano questi, non era nei patti dirsi cose del genere. Ma invece mi volto verso il computer dove intanto va la presentazione coi tre continenti diversi in simultanea, premo un pulsante sul telefono e dico la mia – ma prima mi tolgo dalla bocca un chupa chups fragola e panna che avevo rubato un mese fa – e quelli dall’altra parte del filo (non c’è neanche il filo) addirittura ascoltano e rispondono pure.

Ci sono io, il giorno dopo mentre osservo lei che parla, penso senza impegni cose del tipo mi sa che hai una bellezza anni sessanta, mi piacerebbe uscire da questa stanza e comprarti una gonna o un paio di occhiali coerenti con questo essere involontariamente anni sessanta, ma mi piacerebbe “non un giorno di questi”,  mi piacerebbe praticamente adesso, senza posticipare, si esce e si va, e se la taglia non è quella giusta pazienza. Però non era nei patti pensare cose del genere.

La leggerezza consiste nel fatto che potrei smettere pure adesso di pensare ste cose, e andrebbe bene uguale.

l’unico modo è romperlo

Non ci conoscevamo e del resto neanche adesso ci conosciamo. Avevamo parlato pochissimo.

Una volta mi dovevi spiegare robe di soldi, c’avevi delle tabelle davanti, indicavi i numeri con la penna, io non volendo – anzi volendo – ho indugiato sui bottoni aperti della tua camicetta. Te ne sei accorta ed io mi sono detto Bene, Monumentale Figura di Merda. Poi un’altra volta mi hai trovato che analizzavo una massa informe di gente ballare di fronte a me, io ero fermo e quieto e sorseggiavo il mio ventiduesimo bicchiere di bianco, in una situazione di quelle dove c’è sempre uno che passa per rabboccare il bicchiere, in una situazione di quelle dove fai osservazioni che poi dimentichi subito dopo.

Quindi ovviamente non me lo aspettavo che mi avresti contattato qualche settimana dopo per dire Potremmo Fare Qualcosa Insieme, che so, per esempio una cena. Il tutto in punta di piedi e senza fronzoli e in mode non-zerbino tanto raro di sti tempi che ho dovuto dire di Sì a prescindere. Non c’entra niente la serata tranquilla e questi piatti nordafricani cotti in strambi contenitori di ceramica, e non c’entrano niente i poi potenziali, c’entra solo il fatto che dopo tornando a casa con meno tredici pensavo ai flussi di eventi regolari, e di come ci si può abbandonare passivamente ad essi senza protestare, oppure al prendere in mano il corso degli eventi e fargli cambiare direzione con un colpo secco di mano, e dei bei minuti, ore, o giorni che ne possono seguire solo perché un giorno hai deciso di forzare le cose, invece di lasciarti andare al flusso che ho già detto.

Ma non mi viene bene descriverlo, mi viene invece in mente un passo di un libro che rimugino spesso ma applico pochissimo, e che comunque sarà uno dei motti di questi miei anni dieci, come minimo.

“Lo so come ti senti. E’ come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, perché ho capito che l’unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti.”

(Guido Laremi di Due di Due) 

ed infine

ed infine splinder è morto per davvero.

intanto qui si festeggia il post  numero millequindici (in realtà sarebbero pure di più se anche excite non fosse morto anni fa) ristabilendo la funzione archivio – il link è qui sopra – rivista e rimodernata e piena di sorprese pure per me che ste cose alla fine le ho scritte.

cose, 23 uno duemiladodici

La mia apertura mentale verso persone cose culture trova intoppi molto raramente. Di solito tollero. Ma poi non tollero: il proprietario nordafricano del minimarket sotto casa quando ti chiede “vuoi un sacchetto?” e tu rispondi “Oui”. Quello prende il sacchetto e te lo apre leccandosi le dita. Il problema è che non so come dire in francese che il sacchetto a quel punto non lo voglio più. E poi non tollero quelli che arrotolano gli spaghetti usando la forchetta e il cucchiaio, con il cucchiaio per appoggiarci dentro la forchetta. E poi non tollero quelli che invece di avvicinare le posate alla bocca, avvicinano la testa al piatto il più possibile tipo i giapponesi dei cartoni animati (ma per loro il problema erano le bacchette e il riso che scappa via; noi invece c’abbiamo le forchette perlamiseria). Mi piacciono invece i cerchietti fermacapelli sulla testa delle ragazze. Datemi una ragazza con il cerchietto fermacapelli per ogni posata utilizzata male e vivrò più tranquillo.

ancora mi piacciono

Ancora mi piacciono in un modo perverso quei momenti che dentro di me chiamo i momenti wtf (what the fuck), tipo ieri in casa di uno che non conosci  – sei una specie di imbucato di secondo livello, ma hai portato da bere – dove sai solo che il padrone di casa è grosso e ha i peli sulla nuca (nel 2012 ), c’è un russo che parla italiano, c’è un balcone su una piazza e piove tantissimo, ci sei tu che tra le bottiglie vedi una che si avvicina ti guarda e ti fa: ma ciao come stai, Walter?

chiamiamolo bilancio, questo, del 2011

Innanzitutto il sospetto è che il 2012 vada male. Il 2011 è cominciato nel fango e poi è virato in meglio, salito salito fino ad arrivare ad un livello tale che praticamente adesso mi trovo sulla sommità delle montagne russe, vedi il cielo ma sai che stai per volare giù.

Cosa ho imparato: Low Expectations. Lo sapevo ma non applicavo. Adesso applico.

Sono dimagrito di sei chili e ho muscoli più evidenti sotto pelle. Quando mi chiedono il motivo comincio con il citare Biografia della Fame di Amelie Nothomb, siccome non capiscono viro sul più generico: perché sto bene, ecco perché.

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