Una delle cose più tristi che ho visto negli ultimi tempi è una foto su facebook questa mattina.

Ci sono tre coppie che festeggiano San Valentino. Lo si capisce dai tovaglioli a forma di cuore. E altre cose a forma di cuore sul tavolo. Sono seduti tutti e sei allo stesso tavolo. Stanno festeggiando il San Valentino insieme. Invece che non festeggiarlo – qualunque cosa voglia dire festeggiarlo – hanno deciso di festeggiarlo insieme. E sono seduti assieme allo stesso tavolo. I tre uomini da una parte del tavolo, le tre donne dall’altra parte.

Con i tovaglioli a forma di cuore.

Ad un certo punto si comincia a perdere interesse nelle persone – nelle persone in generale, non di persone nello specifico – oppure si sgonfiano slanci ed entusiasmi nell’incontro di persone nuove. E pazienza: non e’ colpa delle persone e nemmeno colpa tua. Piuttosto e’ il risultato del fatto che dopo aver incontrato tantissima gente nella tua vita, da un certo punto in poi cominci ad incontrare doppioni di persone già conosciute: doppioni di discorsi, di sorrisi, paure e aspirazioni, e modi di accavallare le gambe.  Gli altri sono speciali – e noi stessi siamo speciali, purtroppo – soltanto nella limitatezza delle nostre esperienze. L’ampiezza ha tanti fascini, ma distrugge lentamente la nostra presunzione di peculiarità a botta di esperienze di nuovi incontri.

Però in estate verrò a controllarvi tutti – sostenitori accaniti e privi di dubbi del referendum – per vedere se nelle vostre automobili che vanno a petrolio tenete l’aria condizionata accesa oppure il finestrino abbassato.

senza neanche la voglia di tradurmi

It will happen again.

Masses of frustrated poor people live in the suburb of all the big capitals. They cannot live the life they wish, the life they see others can live. They cannot afford it, or they are just rejected because of their name or exotic appearance.

The vast majority have a specific ethnic and religious background: but this is not an ethnic or religious issue, this is a social issue. They have the same nationality, but they are segregated in the poor and ugly suburbs. They wear Gucci hat. They are hostage of humble jobs. Their mothers clean the urine from the toilets where the “others”, the luckier, work and live.

So the frustration and hate grow in their mind. The religion is just an excuse to release the frustration and hate. They have nothing to lose, so it is easier to give the life away, and to believe in a paradise with tons virgins waiting for you. So it is easier to find identity in something else. Unfortunately religions (all the religions) cannot be banned from the world. Yet. Stop interviewing the “moderate muslims” in TV to remind the public there are differences and we should not generalize: you are completely missing the point.

But if the objective is the terror, if the hate is against this life style, then we know what to do. The weapon in our arms is to insist even more in enjoying beauty of what is available in a free world. Exercise the beauty of music, art, food, the beauty of freedom of going out, of using your body in the most immoral ways. Exploit all the possibilities to generate happiness for you and the others around you.

If everyone keep doing this, terror is not terror anymore.

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dieci anni

In questo lungo periodo di maggese del blog, questo blog, nella forma in cui lo conosciamo, ha compiuto dieci anni.

Come gia’ scritto odio celebrazioni e anniversari, pero’ forse odio soltanto le celebrazioni e anniversari collettivi. Dove tanta gente, tutta assieme, e’ convinta di potersi sincronizzare sui festeggiamenti di qualcosa; di poter condividere, tutte assieme e nello stesso momento  la stessa identica emozione. Questa celebrazione invece e’ mia soltanto, ci penso da quando ho deciso che la data di nascita ufficiale sarebbe stata quella  indicata dal contatore di Shynitstat (21 maggio 2005). In realta’, come la nascita di Cristo, questa e’ solo una data arbitraria, che’ il blogghe esisteva gia’ da tempo, sicuramente dal 2004. Il contatore fu installato su excite, ai tempi in cui Excite era curato da Zoro, ma ancora prima avevo una pagina su una piattaforma sconosciuta.

Ad oggi sono sicuro un paio di cose.

La prima e’ che averci avuto un posto in cui scrivere ha influenzato quella che e’ stata la mia vita fino a qui. Non ho la prova del  contrario, eppero’ sono sicuro che certe cose non le avrei fatte, certe persone non le avrei conosciute, certi posti non visitati, certe consapevolezze non le avrei acquisite. Credo che assieme alla lettura,  lo scrivere (e lo scrivere velocemente su internet, lo scrivere per catturare l’attenzione con poche righe) abbia trasformato la mia comunicazione verbale. Che e’ diventata piu’ fluida ed efficace. Come effetto collaterale, sono diventato intollerante ai linguaggi fumosi e zoppicanti. Ma sono anche passati dieci anni, e potrebbe essere anche soltanto il frutto – mioddio – della maturita’.

La seconda cosa e’ che ho tantissimo da scrivere ma mi trovo davanti un ostacolo giornaliero, che e’ appunto quello di mettersi a scrivere. C’e’ tantissima roba che andrebbe registrata, eppure la capacita’ di focalizzarsi va diminuendo. Il fatto di lavorare scrivendo davanti ad un computer non aiuta molto, del resto, se nel tempo libero poi ti rimetti a scrivere davanti ad un computer. C’e’ il problema dell’essere onesti, che e’ il fondamento di tutto. Si puo’ essere onesti ma di nuovo la maturita’ – mioddio – aggiunge molto calcare alla tua voglia di dire esattamente quello che pensi, soprattutto se scrivi di te stesso. Le pose, la tentazione di attenuare e abbellire, sono sempre dietro l’angolo. Il rifiuto delle pose e’ cio’ che oggi distingue noi ultimi mohicani dei blogghe dalla comunicazione di facebook. Cosi’ come non sfruttare il facile successo del sarcasmo violento ci differenzia da Twitter.

E insomma, sono dieci anni, si continua.

Coppie in viaggio con bagagli appesi ovunque, bambini che scappano e che toccano tutto quello che gli viene detto di non toccare, il padre e la madre che comunicano tra di loro mediante recriminazioni e lamenti ma cominciando ogni frase con Amo’. E quindi “Amo’ ma ti rendi conto che non posso…” “Amo’ che cazzo fai…”, “Amo’ stai zitto ti prego…”.

Giovane viaggiatore di treno obeso che si ciba nello spazio angusto di un treno di cibi dal’odore acre, e mastica a bocca aperta, e tu che lo guardi non ci credi sia possibile – quel modo di essere che certe volte abbiamo noi meridionali, vestiti bene, puliti ma fondamentalmente animali selvatici – con la bocca aperta, insomma, e tu che osservi pensi “adesso la chiude, adesso la chiude” e invece non la chiude, mastica rumorosamente muovendo labbra anch’esse obese. Appena finito di ingurgitare e schioccare la lingua, comincia una lunga telefonata a voce altissima ad un suo amico definito “Frat’ma” al quale spiega varie sue teorie sulla apertura di bar in posti strategici del paese. Al termine della telefonata si addormenterà (con la bocca aperta) ma prima di allora e durante tutta la telefonata lo hai fissato negli occhi per trasmetterli telepaticamente l’immagine che avevi in quel momento nella testa, quella di certi detenuti che per protesta estrema si cuciono le labbra in carcere (o sono i clandestini nei centri provvisori?), e quindi per trasmettergli l’immagine di quel filo che penetra la carne (obesa), le labbra tumefatte dall’infiammazione che presto evolvera’ in infezione. Non ha funzionato.

Padri anziani che accolgono i figli alla stazione e trasportano le loro valigie anche se il figlio molto piu’ giovane potrebbe farlo con nessuna fatica, e anzi sembrano ingegnarsi per fare apposta piu’ fatica, sollevando di peso valigie che hanno le rotelle e che potrebbero essere facilmente trascinate. Sono contenti cosi’ loro, si sentono utili, per qualche giorno.

P

i pseudodivertenti

Mi riesce difficile avere a che fare con persone che si sforzano di essere divertenti con battute (non sempre divertenti) e che mentre fanno la battuta, o subito dopo, cercano il tuo sguardo per creare artificialmente una complicità, e che lo fanno per tirarti in mezzo con la forza in quel loro modo di essere divertenti (secondo loro).

Quando lo pseudo-divertente cerca il tuo assenso con gli occhi su quello che ha appena pronunciato, hai fondamentalmente due opzioni: accennare un sorriso o restare impassibile. The bottom line e’ che quello che hai ascoltato non ti fa ridere, quindi logica vorrebbe che restassi impassibile. Ma questo e’ un gesto coraggioso, e sebbene io mi ritenga coraggioso, non sono per niente in grado di metterlo in atto. Anche perché oltre ad essere un gesto coraggioso, questo e’ anche un gesto cattivo.

Nel senso che, quando una persona sa di essere mediamente divertente, non ha bisogno di cercare consenso alla sua ironia. Puo’ dire qualcosa e scappare via, guardare altrove, parlare di altro. Se invece si cerca complicità e’ anche a causa di insicurezze, spesso inconsce. Il pseudo-divertente, se notate, non e’ uno che cerca complicità e consenso alla sua ironia ogni tanto; e’ spesso una persona che cerca sempre il consenso alla sua ironia, che lo cerca compulsivamente. Se non e’ patologia e’ comunque dipendenza che, immagino, coinvolgerà il rilascio dopaminico.

E allora se non si può essere cosi’ cattivi da restare impassibili, si resta costretti a simulare entusiasmo per battute tristi, per frasi inappropriate, eccessive, per umorismi banali e avvilenti. Ma ecco, questa costrizione la considero una violenza. Nessuno ne parla ma io la considero una violenza.

the pecking order

Decidendo di nominare cinque “garanti”, o “vice”, Grillo finalmente dimostra che non e’ per niente vero che uno vale uno. Alcuni valgono più di altri. Ed e’ giusto che sia cosi’.

Del resto e’ una legge naturale che alcune persone valgano più di altre o che naturalmente si posizionino a livelli differenti di gerarchia: per meriti, talenti, capacita’ (quando va bene) o per scaltrezza, paraculaggine, diritti acquisiti (quando va meno bene).

La naturale esistenza di gerarchie può anche non piacere, infastidire. Ma il fastidio  da solo non può bastare a cancellare una legge naturale. Il fastidio e l’insofferenza possono far accantonare per un breve periodo la legge naturale, ma poi il tempo sistema tutto. Se chiudi in uno stesso recinto venti mucche – o venti galline – inizialmente si ciberanno in modo casuale. Poi dopo qualche giorno le gerarchie si chiariranno, e si avvicineranno alla mangiatoia seguendo un ordine preciso.

quando l’altro giorno

Quando l’altro giorno hai ascoltato Francesco Piccolo raccontare della casa editrice Einaudi qui a Brussélle, ad un certo punto una signora dal pubblico ha posto una di quelle domande che non sono domande, una di quelle domande narcisistiche che in questi contesti si fanno per mostrare quanto si è acculturati, quanto si è dalla parte giusta, oppure una di quelle domande che non sono domande perché contengono già la risposta.

La signora chiedeva a Francesco Piccolo di spendere qualche parola sulla situazione attuale della sinistra italiana, divisa tra gente che parla alla Leopolda e gente che si picchia per strada con la polizia. La domanda era posta in modo tale che fosse evidente e ovvio sin dall’inizio che il bene sta da una parte (gli operai in piazza) e il male tutto dall’altra (la Leopolda) e dava per scontato che ciò fosse ovvio a tutti i presenti.

Ma Francesco Piccolo ha preso la parola dicendo che a domanda sconveniente la signora doveva attendersi una risposta altrettanto sconveniente. E ha subito premesso che quella non era una domanda, perché conteneva una risposta, e conteneva la voglia di sentirsi dire che aveva ragione lei.

Avrei potuto parlare io con parole identiche, stava parlando lui, ed io già applaudivo senza far far toccare una mano con l’altra per non far rumore.

Poi ha continuato dicendo sebbene sia molto più facile e comodo – soprattutto negli ambienti intellettuali – dirsi a favore dei manifestanti, lui non se la sentiva di tifare per chi protesta in un modo così sterile. Ha detto che la difesa dei diritti non deve nascondere la mancanza di idee. E che un determinato modo di essere in disaccordo è tipico di chi non ha idee alternative da proporre ma solo idee da combattere. E che se dall’altra parte c’è chi mette delle idee in campo, per quanto strambe e imperfette possano essere, sono idee che vengono messe in campo e attuate per quanto possibile. E che (aggiungo io) non si può paragonare una proposta con una non-proposta. Quindi ha fatto accenni al concetto di purezza di cui parla da tempo, e di cui è ancora l’unico a parlarne.

Pelle d’oca sulla nuca per quanto condivisibili le parole, e per quanto ascoltarle fa sentire meno soli.

Arrivato alla mia veneranda eta’ mi capita – ed e’ la prima volta – di fare un viaggio di due giorni nella mia regione per motivi di lavoro.

E di parlare di lavoro mentre fuori dalla finestra, proprio alle spalle del mio interlocutore ci sono pini marittimi che conosco bene, si avverte l’odore della resina in quel modo che conosco bene, le erbacce appena più lontano crescono ai cigli della strada in un modo che conosco bene, Aprile vuol dire già estate e asfalto e marciapiedi che odorano di cemento caldo in un modo che conosco bene.

 

Un bambino che abita a pochi metri da casa mia ha i genitori che viaggiano spesso per lavoro. Non l’ho mai incontrato e non so chi siano i genitori. So solo dove abita, perché sulla porta di casa fa appendere i suoi messaggi per dare il benvenuto a chi torna.

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– Guarda gli animali, secondo te loro ne sanno qualcosa della felicità? 
– Beh’ penso che anche gli animali ogni tanto si sentono tristi o felici, solo che non riescono a esprimere i loro sentimenti… – ho risposto io.

Lui mi ha guardato in silenzio e poi ha detto:

– E lo sai perché Dio ha dato all’uomo una vita più lunga di quella degli animali?
– No, non ci ho mai pensato…
– Perché gli animali vivono seguendo il loro istinto e non fanno sbagli. L’uomo vive seguendo la ragione, quindi ha bisogno di una parte della vita per fare sbagli, un’altra per poterli capire, e una terza per cercare di vivere un’esistenza senza sbagliare.

N.Lilini – Educazione siberiana.

a F.

Sai cosa ti avrei scritto se non fossi morto così presto?

Aspetta, facciamo che comincio dalle cose che invece non ti avrei scritto, e che invece metto qui per usare questo posto per quello che in teoria sarebbe – un diario – e per ricordare tutto in futuro.

Il giorno del colloquio dopo tre minuti non c’era più niente di formale. Si scherzava ed io mi lasciavo andare sulla sedia. Si parlava del mio futuro come se fosse scontato e come se tu avessi già deciso di prendermi. Più tardi mi hai offerto responsabilità che non avrei mai pensato possibili. Erano quelli i tempi in cui mi pareva di guidare un’astronave, come se fino a quel momento avessi guidato al massimo solo una bicicletta. Ma soprattutto, mi hai fatto vedere – vedere, non me lo hai insegnato – come si può fare tanto e comunque restare tranquilli e sorridenti. Stavo guidando un’astronave, capisci? e a volte mi veniva difficile sorridere. Ti stiracchiavi sulla sedia, mettevi le mani dietro la nuca, a volte ti sfilavi una scarpa. E mi dicevi che tanto ce l’avrei fatta. Mi dicevi – il giorno dopo la promozione -: adesso mi fa piacere se verrai a chiedermi un parere, però voglio che succeda meno spesso. Fai come ti pare, andrà bene sicuramente. Fai come ti pare, e se pure non dovesse andare bene, io sarò lì a difenderti davanti a tutti, in ogni caso, anche se hai sbagliato. Comunque vada ti difenderò. Ricordo quella volta che abbiamo attraversato il tunnel sotto la Manica nella tua auto, e durante l’attesa abbiamo visto un DVD di un telefilm che guardavi da ragazzo. Ricordo che arrivavi al mio tavolo alle spalle e mi afferravi per il collo. Quando mi voltavo e dicevo “Hey!” aspettavi due secondi prima di parlare, e in quei due secondi, sorridevi.

Avessi fatto in tempo, ti avrei scritto raccontandoti di una mattina precisa a Londra, seduti nel bar di un albergo. Raccontavi delle scelte dell’università dei tuoi figli. Uno aveva già deciso, l’altro ancora No. Descrivevi tutte le possibilità. Ed io pensavo: va bene, se questi ragazzi hanno assimilato anche solo una decima parte di questa attitude, di questo modo di stare al mondo, allora non avranno problemi: qualunque decisione sarà quella giusta. Qualunque fallimento, non sarà mai troppo grave o definitivo. Scherzando – avrei avuto il coraggio di scherzare? non lo so – ti avrei detto che ci credevo perché era una proporzione matematica: dovevo pensare a tutto quello che avevo ricevuto io nel corso di un paio di anni, quantificarlo e moltiplicarlo per tutti gli anni che i tuoi figli erano stati con te. Moltiplicarlo per l’intensità maggiore che ci devi aver messo con loro. In fondo, se uno sta per andare via, di cosa può aver paura? Di andare via, innanzitutto – mi sono detto – e di non poter far nulla per chi rimane. Ecco, avessi fatto in tempo, avrei usato un lungo giro di parole per spiegarti che secondo me non dovevi preoccuparti troppo, perché stavi lasciando tanto.

gabbiani

Sulla gradinata del lago, arriva un signore sulla settantina con camicia e pantaloni corti. Sistema un asciugamano, poi si spalma la crema solare solo sulle ginocchia. Si stende, in modo che il busto sia all’ombra del muretto e le gambe al sole – ecco il motivo della crema solare, ti spieghi. Si accende la pipa. Poco lontano, i gabbiani si mettono in fila per farsi imboccare al volo dal signore con la paglietta.

(Praça do Comércio, Lisboa)