osservo in un pub

Osservo in un pub ad un tavolo vicino la rappresentazione materiale di uno dei miei incubi: le uscite a bere qualcosa di coppia più coppia. Dopo i saluti iniziali lei parla solo con lei, lui parla solo lui, poi ognuno prende la parola al plurale dicendo sempre noi (visto che in quel contesto nessuno rappresenta se stesso ma solo la parte di un qualcosa plurale).

Andando avanti nel tempo si finisce per definirsi amici non per affinità fondamentali ma per similitudine di condizione, ci si frequenta anche per anni senza ricordare chi è che lo voglia veramente, forse soltanto uno del noi, l’altro invece accetta passivamente di sfracicarsi le palle, a volte lo rivendica bofonchiando guidando verso casa, nella testa pianifica di usare questo sacrificio come moneta di scambio per qualcos’altro.

La misura del fatto che non riesci a stare dietro a tutte le cose che ti proponi di fare – troppe – è quel biglietto che ti hanno lasciato sulla macchina scritto a mano, te l’ha lasciato qualcuno o qualcuna dopo averti colpito lo specchietto retrovisore, e c’è scritto che questo qualcuno o qualcuna si scusa, e di chiamare un numero di telefono per il risarcimento, e tu ti dici va bene chiamerò domani, poi domani non chiami, poi perdi il biglietto, dove lo hai messo, poi ti dimentichi, poi torni a casa una sera e chiudi la portiera noti il danno – lo specchietto si è riattaccato ma fa uno strano rumore quando la portiera si chiude – ti ricordi che devi fare qualcosa, chiamare qualcuno o qualcuna, ti distrai vedendo i primi alberi in fiore – è primavera – ti ripeti che chiamerai domani, sai già che non lo farai e soffrirai di lievissimi e superabili sensi di colpa.

Non voler classificare il disastro della Germanwings come terrorismo significa accettare il dogma inconfutabile che il terrorismo sia guidato solo da ideali religiosi o politici. Significa ignorare il senso di rivalsa e di vendetta degli emarginati quando sono anche psicologicamente squilibrati, la voglia che hanno gli esclusi di generare quanto più male possibile, di causarlo in modo aspecifico e irrazionale.

Il pilota Andreas era uno psicopatico che stava per essere escluso dal suo sogno, emarginato dal mondo in cui voleva vivere. Come scritto qualche tempo fa, anche i terroristi cosiddetti islamici hanno in comune – oltre alla fede musulmana – il fatto di essere parte di minoranze etniche e sociali emarginate, a cui non è dato di sperare in un futuro migliore. Se oggi vi raccontassi di qualcuno che entra in un locale pubblico del mondo occidentale con un fucile per far strage di essere umani innocenti, la prima associazione mentale è quella con il terrorista classico, magari arabo, certamente musulmano.

E invece sto pensando a quei ragazzini che di tanto in tanto impazziscono nelle scuole americane e fanno strage di compagni di classe, spesso dopo storie di emarginazione e risentimenti.

Come si fa a negare che l’intento di questi gesti non sia proprio quello di generare terrore? E come si fa a non vedere il filo comune – sociale, psicologico – che lega tutti questi eventi, e che gli lega tra loro più coerentemente di un ideale religioso o politico?

mi pare che

Mi pare che, secondo i criteri di politica internazionale attualmente in vigore, come reazione al disastro aereo causato da un azione kamikaze di un pilota tedesco mosso da ragioni a noi incomprensibili, adesso dovremmo essere in obbligo di bombardare la Germania.

O no?

Ci vuole una generosa porzione di tempo

Evidentemente non e’ un caso se la maggior parte delle amicizie nasce al liceo o durante un viaggio. Ci vuole una generosa porzione di tempo libero per avvicinarsi.

scrive l’autore israeliano Eshkol Nevo nel suo (bel) romanzo La Simmetria Dei Desideri.

Ti piace essere d’accordo su un concetto tanto banale quanto ignorato. Soprattutto l’eta’ adulta ti porta amici che esistono solo perché si deve fare qualcosa insieme, ufficialmente divertirsi, tecnicamente tenersi occupati, quando poi quello che una volta si chiamava cazzeggio era l’ingrediente fondamentale per la nascita delle amicizie. E in particolare il cazzeggio venuto male, quel tipo di cazzeggio in cui ti annoi e non sai come uscirne.

Ci si illude di migliorarsi eliminando questi momenti. E invece.

Ad andare per mostre e per musei, non posso evitare di osservare – oltre alle opere – la gente che guarda le opere.

Il pubblico di una mostra o di un museo è un sottogruppo della popolazione generale che invece incontri per strada. Ovvero il sottogruppo che vuole andare a vedere una cosa del genere: per curiosità, perché gli piace, perché ci viene trascinato. E’ un filtrato selettivo della popolazione generale, e quindi interessante da osservare proprio per questo motivo. Tra l’altro l’illuminazione delle stanze e l’architettura delle stanze stesse aiutano a creare la sensazione che le opere d’arte non siano solo quelle in esposizione ma pure quelle umane che vi passeggiano a fianco. Di conseguenza mi distraggo e guardo loro, piuttosto che le opere.

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una delle prove

Una delle prove inconfutabili della tua imperfezione è la distanza tra quello che credevi ti piacesse – le cose che credevi ti piacesse fare, le persone, le cose – e ciò che poi nella vita invece inaspettatamente desideri, davvero contro ogni logica.

Le cose che invece ti piacciono, le persone di cui invece sei curioso. Le persone che – contro ogni logica – vorresti sapere quale faccia hanno appena sveglie la mattina, quale calligrafia lasciavano sui quaderni di scuola.

Questa discordanza tra la persona che credevi (che speravi) di essere e quella che invece sei ti fa arrabbiare con te stesso, ma dura molto poco, perché poi da adulto invece di respingere, accetti. Prendi atto di ciò che desideri, perché le forzature non hanno senso, e perché sai che come i bambini le negazioni non fanno altro che aumentare la curiosità.

Non è che non scrivo più. Questo è un maggese.

La targa

Quando una settimana fa la polizia mi ha fermato per un controllo ed ha notato la targa dell’auto ancora nonostante tutto italiana, credevo mi attendesse una multa. Sapevo di essere in torto; non l’avevo ancora sostituita perché da un punto estetico e sentimentale la preferivo di gran lunga a quella belgica.

Il poliziotto ha detto “abbiamo un problema” ed io pur sapendo di essere in torto, ho comunque fatto la faccina del pulcino che perde di vista la gallina.

Un problema? Ma va’?!?

Quando poi più tardi ho dovuto consegnare le chiavi dell’auto e tornare a casa a piedi nella pioggia, nel vento freddo, non sapendo esattamente cosa fare per sistemare la cosa, in quel momento esatto mancava solo un violino triste di sottofondo, e la scena apocalittica sarebbe stata completa. Lo sconforto era causato dal fatto che nessuno tra i poliziotti presenti sapeva dirmi quale procedura avrei dovuto seguire per recuperare l’auto: ognuno aveva la sua versione, significativamente diversa da quella dell’altro.

Ciò che ne è seguito (e che ancora deve seguire, perché sono ancora a metà) non è stato soltanto un palleggiare da un ufficio all’altro in mattinate con il vento in faccia a meno due gradi. Ho scoperto il mondo delle officine dei garagistes arabi dei quartieri malfamati di Brussélle dove la stampa dice che se cerchi bene ci trovi pure i terroristi, gente che se non ti può aiutare comunque una telefonata all’amico prova a farla, gente che ti saluta alla maniera islamica della stretta di mano e poi una pacca sul cuore, gente che fuma suda ripara e parla contemporaneamente. Ho scoperto le esistenze di gente imprigionata in uffici statali dietro scrivanie fantozziane attorniate da colori scialbi, il cui unico compito pare essere quello di ricopiare numeri e timbrare carte e aprire il quotidiano sul tavolo per poi ricominciare dall’inizio. Ho scoperto UberPop (santo, santissimo UberPop). Ho riscoperto i lunghi viaggi in autobus, l’ipnosi piacevole dell’osservare il marciapiede che ti sfreccia di fianco, il non dover attendere che il semaforo diventi verde.

Una delle cose più complicate e urgenti era riuscire a ritirare l’auto dal deposito della polizia: non si trattava soltanto di pagare una multa. Oltre ad una serie di strambi documenti, il poliziotto del commissariato aveva detto che sarebbe servito qualcuno (un garagiste) possessore di una targa temporanea di un tipo molto specifico. Il poliziotto che mi ha raccontato questa cosa non sapeva (non voleva) dirmi dove avrei potuto trovare questo garagiste e questa targa. “E’ un problema tuo” mi ha detto, da dietro un vetro antiproiettile, infilandosi un dito nel naso e usando uno di quei toni vessatori perfetti per far scattare di rabbia le persone, ignorando quanto sia complesso per uno straniero trovare qualcuno o qualcosa nelle periferie che non conosce.

Ed invece non mi sono affatto arrabbiato (la novità dell’età adulta è che mi arrabbio molto meno) ma ho piuttosto considerato l’esistenza sua di poliziotto confinato all’interno di cinque metri quadri squallidamente arredati, un’esistenza trascorsa ad ascoltare disperati che parlano di multe, vestito ogni giorno allo stesso modo. Ho soppesato la sua esistenza come quelle degli altri burocrati incontrati in questa settimana ed ho concluso che se all’interno di questa vita grama trovano una piccola soddisfazione nelle piccole angherie e sadismi nei confronti delle ombre al di la’ del vetro, allora sono davvero contento di offrirgli questa possibilità di gioia. Un misto di generosità, misericordia, kindness e elitarismo. Fate, fate pure: in fondo non mi costa niente e dura poco.

Poi ho incontrato Yassim, un marocchino di seconda generazione che mi ha spiegato come stiamo diventando tutti meno umani a causa di televisione e whattzup. Lui sapeva come fare, conosceva tutti in commissariato, e faceva i cuori con le mani alle giovani poliziotte di passaggio, e quelle sorridevano alla sua faccia maghrebina e barbuta. Abbiamo parlato di Berlusconi, dello spessore giusto della pizza, di quella volta che è scappato di casa per andare a Milano a dormire sotto i ponti. Parlando dell’attentato di Parigi ha tentato del proselitismo facendomi vedere sul telefonino questo video di Giulietto Chiesa a La7 sottotitolato in francese, citando il Papa e la storia del pugno. Ho poi conosciuto Ahmed, il suo amico cinquantenne che un giorno si è sentito male in Marocco, un medico lo ha visitato e lo ha dichiarato morto. Ahmed si è risvegliato tre giorni dopo nella cella frigorifera dell’obitorio, ha avuto la forza di bussare sul porta della cella. Ahmed aveva tutti i documenti per dimostrare la veridicità della sua storia, incluse le fotografie con le ustioni da congelamento sulle spalle, che mi ha fatto vedere una per una. Dopo il risveglio ha avuto bisogni di quattro mesi in ospedale per riacquistare la memoria. Tornato a Brussélle ha scoperto che sua moglie aveva già venduto la casa e che non era contenta di saperlo vivo: si era talmente abituata ad essere vedova che a quel punto ha preferito diventare una divorziata, lo status piu’ prossimo a quello di vedova tra i disponibili. Abbiamo convenuto che Ahmed dovrebbe raccontare la sua storia incredibile in Vaticano: in pratica lui è il nuovo Gesù Cristo, sebbene assomigli tanto a Bill Cosby e sia in dialisi causa parizale congelamento dei reni. Poi ho incontrato Marcello, un signore arruffato smistatore di auto sequestrate nato in Venezuela ma che ad un certo punto grazie a lontane discendenze è riuscito a prendere la cittadinanza italiana e per questo motivo ha fatto il militare a Lecce.

E le storie potrebbero continuare, e sono tutte storie che sarebbero perfette in un nuovo episodio della famiglia Malaussene.

Tutto senza smadonnare quasi mai, ma essendo anzi sempre preparato al peggio. Quando stamattina il tizio che inoltrava la mia pratica di immatricolazione belgica ha smesso di ticchettare sul computer e mi ha informato che non riusciva a continuare data la particolarita’ del mio caso,  e che forse dovevo presentarmi ad un ulteriore ufficio per risolvere l’inghippo, ho risposto che non c’era nessun problema, avrei fatto pure quello.  Un’altra mattina di vento in faccia, di autisti di Uber dalla faccia strana, di scrivanie orride, di bus lenti, di musica in cuffia.

Pazienza.

 

Scontro di culture al No Pants subway ride a Milano (nella faccia del signore coi bambini)

vous n’êtes pas Charlie

Innanzitutto chiariamo che vous n’êtes pas Charlie, voi non siete affatto Charlie. Avete soltanto premuto il tasto “condividi” su Facebook. Neanche io sono Charlie, sebbene la sera dell’attentato sia stato in giro per Brussélle – città pesantemente islamica – ad affiggere vignette blasfeme, come da fotografia.IMG_20150108_241900778

Dopodiché non chiedetevi come sia possibile compiere questi gesti in nome della religione. Togliete di mezzo la religione e immaginatevi a vivere in palazzi squallidi alla periferia del bel mondo. Immaginatevi poveri e appartenenti ad una porzione di società considerata inferiore e sgradita. Immaginatevi che l’appartenenza a questa porzione di società vi si legga in faccia, nei vostri tratti somatici e nel nome che portate – non potete nasconderla nonostante tutti i vostri sforzi.

Siete condannati a farne parte.

Adesso immaginate le vostre madri, mogli, figlie, che puliscono i cessi degli uffici dove pisciano gli appartenenti alla società dei “superiori”. Immaginate che questo non sia un lavoro come un altro, una sfortuna frutto del caso, ma un fatto scontato: le madri dei vostri amici fanno lo stesso, o qualcosa di simile. Non è un’esagerazione: sono quasi quattro anni che in questa parte di Europa gli schizzi della mia urina vengono puliti via da donne arabe che indossano il velo. Che la mia spazzatura viene raccolta da arabi. Che mi faccio portare in giro da taxi guidati da arabi. Immaginate insomma di essere nati dalla parte giusta del mondo ma di avere la faccia e il nome sbagliati, e per questo condannati all’emarginazione. Immaginate di rendervi conto che la sola vita a vostra disposizione verrà vissuta arrancando ai bordi, nell’underclass, ospiti poco graditi ma accettati finché tengono la testa bassa e non provano ad entrare in sala di comando.

Immaginate di essere circondati da tantissime persone nella vostra stessa condizione. La rabbia che provate, riuscireste ad ingoiarla o provereste l’istinto di sfogarla? In Francia molto prima delle motivazioni religiose, le masse di disperati hanno dato fuoco alla città. Anche se gli incendi sono finiti, la rabbia e la frustrazione sono rimaste.

Nella stessa situazione, riuscireste ad ingoiare la rabbia? Potreste rispondervi che la cosa più giusta da fare sarebbe sopportare: è vero, ma siete sicuri che tutti sceglierebbero la cosa giusta? E se – date le condizioni di cui sopra – non avreste niente da perdere, quanto attraente potrebbe sembrarvi una reazione che implichi vendetta e rivalsa verso chi vi è “sopra”? Quanto attraente sarebbe una reazione alla frustrazione che implichi generare paura?

Estremista è chi – ignorando il disagio della massa di disperati – accusa la religione di essere la causa delle carneficine.

Ma esiste una via per diminuire questo disagio, per sperare in una vera integrazione? Probabilmente No; ma questo è un altro discorso.

When Theo Van Ghogh was murdered in Amsterdam on November 2, 2004 by Mohammed Bouyeri, an Islamist with Dutch and Moroccan citizenships, many said that this was the failure of the Dutch model of integration by tolerance. When bombs planted by young Britons of Pakistani and Jamaican descent exploded in the London subway on July 7, 2005, many said that this signified the failure of the British model of integration by multiculturalism. A month and a half later, when levees broke in New Orleans under the onslaught of hurricane Katrina and the poor, predominantly black population was trapped in the flooded city, many said that this revealed the failure of the integrating power of the “American dream.” And when riots erupted on the outskirts of major French cities (though not in Marseille, as will be seen later) in November 2005, many said that this unmasked the weakness of the French “one-law-for-all” republican model of integration.
Now, that all major models of integration are proclaimed dead, serious analysis may finally begin, because these models often hide as much as they reveal.

Da qui

il 2014

Il 2014 è stato un anno in cui ho scritto poco, ho scritto in ritardo (come questo post), in cui ho letto poco e male. Continuo ad odiare i capodanni. Le celebrazioni, i regali. E quindi pure i bilanci di fine anno, che perciò posticipo. Insomma continuo ad odiare quelle cose che dopo l’antagonismo adolescenziale la gente poi comincia ad apprezzare, e a dirsi che bisogna rilassarsi, che in fondo cosa te ne frega.

Per me non vale.

Un anno in cui ho capito che la stabilità può essere perfino un problema. Ovvero che mi è più facile vivere la precarietà delle persone, dei luoghi, dei lavori. Piuttosto che la consapevolezza che una persona, un luogo, un lavoro, potrebbero durare tantissimo. Le domande che si generano davanti a quell’ipotetico tantissimo sono ossessive e dilanianti. Certi giorni si potrebbe dire che essenzialmente lavoro, mangio dormo e poi – in tutti gli interstizi di tempo rimasti – mi pongo domande sulla stabilità.

Un anno in cui sono rimasto in panne con l’auto una volta, di notte (e non ne scrissi, ecco, appunto), in cui ho speso una cifra abnorme in ristoranti. Un anno che ho ascoltato molta musica online e comprato pochi dischi. Che ho passato più di un mese al mare. Un anno che mi sono detto basta, adesso non stiro più le camicie, ma poi ho ricominciato. Che ho giocato ai videogiochi sul telefonino – non si dovrebbe, lo faccio lo stesso. Che non ho visitato posti nuovi e non me ne dispiace; il piacere di ripassare dagli stessi luoghi è molto sottovalutato. Ho anche fatto tanti chilometri a piedi, ho fatto due spettacoli teatrali, ho riso sinceramente, ho lavorato molto, ho finito una mezza maratona. Un anno in cui non sono riuscito a cambiare casa, in cui ho tagliato via persone inutili. Un anno in cui mi sono sforzato di tenerne altre vicino perché speciali.

Un anno in cui sono diventato geloso di chi riesce a farsi riempire tanto da una sola conquista: un lavoro, un figlio, un partner. Si riempiono e gli basta. Gli esseri viventi – si legge sui libri di biologia – nascono, crescono, si riproducono e muoiono. Chi grazie a questo riesce a sentirsi riempito possiede una fortuna che non immagina neanche, perché poi ci sono altri esseri viventi più sfortunati che nascono, crescono e si pongono domande.

Un anno che però mi piace ancora bere il caffè di fronte ad un computer e elaborare informazioni complesse.  Un anno che in certi momenti mi piacerebbe essere in campagna a spostare zolle di cacca di mucca da una stalla all’altra.

I più letti tra i post del 2014:

Tutta l’infelicità dell’uomo (31 Marzo)
Senza titolo (31 Luglio)
Ma quindi perché di certe persone (7 Gennaio)

Coppie in viaggio con bagagli appesi ovunque, bambini che scappano e che toccano tutto quello che gli viene detto di non toccare, il padre e la madre che comunicano tra di loro mediante recriminazioni e lamenti ma cominciando ogni frase con Amo’. E quindi “Amo’ ma ti rendi conto che non posso…” “Amo’ che cazzo fai…”, “Amo’ stai zitto ti prego…”.

Giovane viaggiatore di treno obeso che si ciba nello spazio angusto di un treno di cibi dal’odore acre, e mastica a bocca aperta, e tu che lo guardi non ci credi sia possibile – quel modo di essere che certe volte abbiamo noi meridionali, vestiti bene, puliti ma fondamentalmente animali selvatici – con la bocca aperta, insomma, e tu che osservi pensi “adesso la chiude, adesso la chiude” e invece non la chiude, mastica rumorosamente muovendo labbra anch’esse obese. Appena finito di ingurgitare e schioccare la lingua, comincia una lunga telefonata a voce altissima ad un suo amico definito “Frat’ma” al quale spiega varie sue teorie sulla apertura di bar in posti strategici del paese. Al termine della telefonata si addormenterà (con la bocca aperta) ma prima di allora e durante tutta la telefonata lo hai fissato negli occhi per trasmetterli telepaticamente l’immagine che avevi in quel momento nella testa, quella di certi detenuti che per protesta estrema si cuciono le labbra in carcere (o sono i clandestini nei centri provvisori?), e quindi per trasmettergli l’immagine di quel filo che penetra la carne (obesa), le labbra tumefatte dall’infiammazione che presto evolvera’ in infezione. Non ha funzionato.

Padri anziani che accolgono i figli alla stazione e trasportano le loro valigie anche se il figlio molto piu’ giovane potrebbe farlo con nessuna fatica, e anzi sembrano ingegnarsi per fare apposta piu’ fatica, sollevando di peso valigie che hanno le rotelle e che potrebbero essere facilmente trascinate. Sono contenti cosi’ loro, si sentono utili, per qualche giorno.

P

i pseudodivertenti

Mi riesce difficile avere a che fare con persone che si sforzano di essere divertenti con battute (non sempre divertenti) e che mentre fanno la battuta, o subito dopo, cercano il tuo sguardo per creare artificialmente una complicità, e che lo fanno per tirarti in mezzo con la forza in quel loro modo di essere divertenti (secondo loro).

Quando lo pseudo-divertente cerca il tuo assenso con gli occhi su quello che ha appena pronunciato, hai fondamentalmente due opzioni: accennare un sorriso o restare impassibile. The bottom line e’ che quello che hai ascoltato non ti fa ridere, quindi logica vorrebbe che restassi impassibile. Ma questo e’ un gesto coraggioso, e sebbene io mi ritenga coraggioso, non sono per niente in grado di metterlo in atto. Anche perché oltre ad essere un gesto coraggioso, questo e’ anche un gesto cattivo.

Nel senso che, quando una persona sa di essere mediamente divertente, non ha bisogno di cercare consenso alla sua ironia. Puo’ dire qualcosa e scappare via, guardare altrove, parlare di altro. Se invece si cerca complicità e’ anche a causa di insicurezze, spesso inconsce. Il pseudo-divertente, se notate, non e’ uno che cerca complicità e consenso alla sua ironia ogni tanto; e’ spesso una persona che cerca sempre il consenso alla sua ironia, che lo cerca compulsivamente. Se non e’ patologia e’ comunque dipendenza che, immagino, coinvolgerà il rilascio dopaminico.

E allora se non si può essere cosi’ cattivi da restare impassibili, si resta costretti a simulare entusiasmo per battute tristi, per frasi inappropriate, eccessive, per umorismi banali e avvilenti. Ma ecco, questa costrizione la considero una violenza. Nessuno ne parla ma io la considero una violenza.

the pecking order

Decidendo di nominare cinque “garanti”, o “vice”, Grillo finalmente dimostra che non e’ per niente vero che uno vale uno. Alcuni valgono più di altri. Ed e’ giusto che sia cosi’.

Del resto e’ una legge naturale che alcune persone valgano più di altre o che naturalmente si posizionino a livelli differenti di gerarchia: per meriti, talenti, capacita’ (quando va bene) o per scaltrezza, paraculaggine, diritti acquisiti (quando va meno bene).

La naturale esistenza di gerarchie può anche non piacere, infastidire. Ma il fastidio  da solo non può bastare a cancellare una legge naturale. Il fastidio e l’insofferenza possono far accantonare per un breve periodo la legge naturale, ma poi il tempo sistema tutto. Se chiudi in uno stesso recinto venti mucche – o venti galline – inizialmente si ciberanno in modo casuale. Poi dopo qualche giorno le gerarchie si chiariranno, e si avvicineranno alla mangiatoia seguendo un ordine preciso.

se si dovesse stilare una classifica delle vergogne

Se si dovesse stilare una classifica delle vergogne del caso Cucchi, al primo posto c’è la morte di Cucchi, al secondo posto l’omertà degli operatori sanitari e di polizia sulle responsabilità del caso Cucchi, e al terzo posto la sorella di Cucchi che diventa inviata su Raitre come giusto epilogo dopo una luminosa carriera da amministratore di condominio.

Nonostante tutti abbiano gridato vergogna alla sentenza del tribunale, ancora non ho trovato nessuno che mi spieghi perché la sentenza non sarebbe giusta (la mancata identificazione di colpevoli non significa che la sentenza non sia giusta). Quindi la sentenza è forse una vergogna. Mentre la sorella di Cucchi che usa il cadavere del fratello per scopi solamente personali va definita sicuramente e indiscutibilmente una vergogna.

L’una di notte, bar in centro a Brussélle, semioscurità.
Birra in mano, la quarta.

“La mia amica dice di conoscerti” fa lei.

Allora mi avvicino all’amica.
In un bar in centro a Brussélle. Non mi sembra di conoscerla, l’amica.

“Si mi ricordo di te”

Ho parlato con tantissima gente in questi tre anni e mezzo e quindi mi pare normale aver dimenticato qualcuno.

Poi però lei mi dice che si ricorda di me ragazzino al paesello nel millenovecentonovantadue, di me ragazzino che andavo a cavallo nel millenovecentonovantadue, e nomina una strada precisa, ed un nome di cavallo preciso, e tutto coincide. Non ricordo niente ma è chiaramente tutto vero. Fosse successo a Bologna mi sarei sorpreso. Succede di notte a Brussélle e non so cosa dire, mi pare uno scherzo.

bruxelles è negli angoli #4

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Il bagno di un ristorante a Flagey

quando l’altro giorno

Quando l’altro giorno hai ascoltato Francesco Piccolo raccontare della casa editrice Einaudi qui a Brussélle, ad un certo punto una signora dal pubblico ha posto una di quelle domande che non sono domande, una di quelle domande narcisistiche che in questi contesti si fanno per mostrare quanto si è acculturati, quanto si è dalla parte giusta, oppure una di quelle domande che non sono domande perché contengono già la risposta.

La signora chiedeva a Francesco Piccolo di spendere qualche parola sulla situazione attuale della sinistra italiana, divisa tra gente che parla alla Leopolda e gente che si picchia per strada con la polizia. La domanda era posta in modo tale che fosse evidente e ovvio sin dall’inizio che il bene sta da una parte (gli operai in piazza) e il male tutto dall’altra (la Leopolda) e dava per scontato che ciò fosse ovvio a tutti i presenti.

Ma Francesco Piccolo ha preso la parola dicendo che a domanda sconveniente la signora doveva attendersi una risposta altrettanto sconveniente. E ha subito premesso che quella non era una domanda, perché conteneva una risposta, e conteneva la voglia di sentirsi dire che aveva ragione lei.

Avrei potuto parlare io con parole identiche, stava parlando lui, ed io già applaudivo senza far far toccare una mano con l’altra per non far rumore.

Poi ha continuato dicendo sebbene sia molto più facile e comodo – soprattutto negli ambienti intellettuali – dirsi a favore dei manifestanti, lui non se la sentiva di tifare per chi protesta in un modo così sterile. Ha detto che la difesa dei diritti non deve nascondere la mancanza di idee. E che un determinato modo di essere in disaccordo è tipico di chi non ha idee alternative da proporre ma solo idee da combattere. E che se dall’altra parte c’è chi mette delle idee in campo, per quanto strambe e imperfette possano essere, sono idee che vengono messe in campo e attuate per quanto possibile. E che (aggiungo io) non si può paragonare una proposta con una non-proposta. Quindi ha fatto accenni al concetto di purezza di cui parla da tempo, e di cui è ancora l’unico a parlarne.

Pelle d’oca sulla nuca per quanto condivisibili le parole, e per quanto ascoltarle fa sentire meno soli.

IMG_20141103_232555Come metronomo del tempo che passa sono ad un concerto di Sondre Lerche appena dietro casa. Come quasi dieci anni fa non c’è molta gente. Siamo così pochi che ci guardiamo negli occhi. Ciao Sondre, ti ricordi di quella notte che ti avremmo dovuto preparare la cena dalle parti del Pratello, e di quell’autografo sbagliato che ho conservato per anni (dove l’ho perso?)

Come quasi dieci anni fa dalle parti di Bologna, Sondre ha quell’occhio psicopatico e il ciuffo che gli cade sul naso quando schiaffeggia la chitarra. Lui comunque suona sempre Two Way Monologue, Sleep on Needle, You Know So Well, e ad un certo punto sta per andare via ma poi dice “one more before to go” e canta a bassa voce Mother Nature con i pochi presenti che ricordano il testo a partecipare con il controcanto.

Io non posso, anche per il fatto che lo ascoltavo quando la mia vita non era in inglese come adesso e quindi le parole non le ho mai imparate.

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