L’immotivata fila agli aeroporti

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Ai gate degli aereoporti, un’ora prima della partenza dell’aereo, trovi la gente in fila.

Gente in fila che ha nessun motivo di essere in fila. Non è che se lasciano la fila l’aereo parte senza di loro. No: l’aereo partirà dopo un’ora. O dopo venti minuti – il concetto non cambia. Il loro posto è assegnato. Non devono neanche combattere per la poltrona migliore: tutti i posti sono assegnati.

Al contrario, la gente avrebbe tantissimi motivi di non essere in fila. La fila è scomoda. Se hai dei bambini, quelli scappano e tu devi urlare e innervosirti. Alcuni dei tuoi bagagli vanno tenuti in mano o in spalla, e ti stanchi di più. Devi odiare il tuo vicino – anche lui inspiegabilmente in fila – che cerca di saltarti. In alcuni casi appena dopo il controllo ti rinchiudono in un recinto stretto in attesa di farti proseguire verso l’aereo. Se sei in fila, arriverai prima degli altri sull’aereo, che però non è un luogo comodo. Seduto in un sedile stretto di aereo dovrai osservare gente che passa con il pube vicino alla tua faccia.

Insomma se – invece di comportarti senza logica – semplicemente aspettassi l’esaurimento della fila e poi entrassi in aereo, ti risparmieresti tutte queste cose. Senza perdere nulla. Eppure la gente continua a fare la fila. Senza motivo. Perché fa la fila?

Dopo anni di osservazione e sconcerto, sono giunto alla conclusione che la gente fa la fila perché la gente fa la fila.

In altre parole, sono abituati a vedere gente in fila, e quindi si mettono in fila. Gli altri vedono la fila formarsi, e si mettono in fila. Tutto questo non ha senso, eppure va avanti così perché la gente non si fa domande. Oppure ha senso, se si pensa a quanto diffusa sia l’abitudine, o la tendenza innata, a non farsi domande.

(nella foto: immotivata fila ad Eindhoven, 30 minuti prima della partenza)

bruxelles è negli angoli #3

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Quando nel calciomercato estivo arriva la notizia di un giovane calciatore che viene acquistato da un’altra squadra con un contratto di milioni di milioni di euri, vado subito su Google Street View a vedere come mi sentirei a passeggiare nelle strade della città di questa nuova squadra. Spesso penso che – nonostante il contratto milionario – mi sentirei molto triste, e che se fossi il giovane calciatore preferirei essere altrove, anche con qualche milione in meno – che’ tanto in fondo sempre di milioni si tratta.

Per esempio oggi Balotelli va al Liverpool, ed io mi sento virtualmente triste passeggiando per le strade di Liverpool.

Brussélle talmente italiana, che al ritorno dalle vacanze sulle scale del mio palazzino trovo una cartolina per la coinquilina del terzo piano, e in italiano c’è scritto Saluti da Ischia, mamma e papà. 

mettiamo che

Mettiamo che voleste creare un danno enorme al vostro Paese partendo da zero – cioè essendo dei pincopallino qualunque – non un ministro dell’economia o un ambasciatore impazziti. Mettiamo che proviate scientificamente ad identificare quale azione, come se fosse una gara con gli altri. Lanciare una bomba ad un monumento di inestimabile valore? Sono tutti controllati, e probabilmente verreste fermati prima. Un incendio? Spesso la spesa per domarlo e’ di qualche migliaio di euro. Deragliare un treno? A parte le vite umane, il danno viene causato soprattutto al privato. Un evasione fiscale mostruosa? Stiamo parlando di gente normale con vite normali ed entrate normali. Vi viene in mente qualcosa di più dannoso?

Niente?

Ora ancora più difficile: come può un pincopallino qualunque creare un danno economico enorme al proprio Paese e poi – sebbene riconosciuto colpevole di ciò – non essere incriminato ed uscirne con la fedina pulita? Viene in mente niente?

In questo gioco teorico la mia proposta e': andare in una zona di guerra senza preparazione e copertura, e farsi rapire. Le conseguenze come si sa sono sempre milionarie, e nonostante il danno, il reato non esiste.

Eppure, la frase molto contestata del vice primo ministro turco sulle “donne che non dovrebbero ridere in pubblico” se uno ci pensa, se uno fa attenzione alle immagini evocate, e se cancella proprio quella parte inopportuna sulle donne che non dovrebbero ridere in pubblico, se uno contestualizza e attualizza il concetto di castità, quella frase, se uno ci pensa bene, e’ bella.

«Dove sono le nostre ragazze, che arrossiscono, abbassano la testa e volgono lo sguardo lontano, quando guardiamo il loro viso, diventando un simbolo di castità? (…) La castità è molto importante. Non è solo una parola, si tratta di un ornamento [per le donne]. Una donna dovrebbe essere casta. Dovrebbe conoscere la differenza tra pubblico e privato. E non dovrebbe ridere in pubblico».

Da come parla in inglese, da kamikaze temerario, Renzi lo metti nella categoria di quelli che a scuola pur non avendo studiato molto sapevano sempre rispondere, inventando comunqe qualcosa, sbagliando forse qualcosa, ma ogni volta con una faccia da culo borderline tra il saccente e il deficiente.

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(da A sud del confine, ad ovest del sole, di H.Murakami)

La gente si perdono di vista

La gente si perdono di vista. La gente credono che il tempo e la distanza non contano, se l’obiettivo è non perdersi di vista. Ma poi invece si perdono di vista. Soprattutto la distanza riesce a scavare i confini. Nel migliore dei casi si dice quando ci si vede, anche dopo tanto tempo, è come se ci fossimo lasciati il giorno prima. Ma questo vuol dire che entrambe le persone sono capaci per un momento di ridiventare quello che erano quel giorno prima, non quello che sono diventati adesso dopo tanto tempo. Dunque è soprattutto una questione geografica, una questione di prossimità. Una questione randomica e triste allora, ché è come crescere cattolici o protestanti o musulmani a seconda di dove sei nato.

Il desiderio di essere come tutti

Francesco Piccolo ha vinto lo Strega con Il Desiderio di Essere Come Tutti.
Non si può evitare di celebrarlo, ché da queste parti si ha da anni Il desiderio di essere come Francesco Piccolo.

Da questa par­te, dalla parte degli antiberlusconiani, si sono posizionati “tutti gli altri”. E siamo tanti. Con pensieri molto diversi, ma costretti a stare tutti insieme. Stiamo tra di noi, comu­nichiamo tra di noi. Ci confermiamo le nostre ragioni, ci rassicuriamo su un assunto fondamentale su cui abbiamo molto bisogno di essere rassicurati: che il mondo miglio­ re è il nostro, assomiglia a noi e alla vita che viviamo, alle scelte che facciamo riguardo non soltanto a regole e leg­gi, ma anche a salute, cibo, educazione, linguaggio, libri, film, viaggi. Abbiamo pensatori di grande fama e carisma che stanno insieme a noi, ci rassicurano, dicono che siamo giusti e facciamo cose giuste; anche se il mondo sta andan­do da un’altra parte, anche se la gente in maggioranza vo­ ta da un’altra parte non ci dobbiamo preoccupare: stanno sbagliando e un giorno si ravvederanno, comprenderanno e torneranno. Abbiamo creato giornali su misura per noi, scrittori su misura per noi, film su misura per noi, eventi su misura per noi, e tutti ci comunicano compiaciuti che non stiamo sbagliando, che stiamo facendo tutto bene, che dobbiamo continuare cosí. Mai nessuno che metta in dubbio le nostre idee, si chieda se c’è qualcosa che non funziona, si chieda perché gli altri riescono a penetrare i desideri di una quantità di gente superiore alla nostra. Mai che andiamo a curiosare chi sono, cosa fanno, quali debo­lezze hanno, se nascondono una virtú che non riconoscia­mo. Siamo assolutamente sicuri che il mondo è diviso in due, quelli che stanno sbagliando tutto e quelli che stan­no facendo tutto bene, e per una coincidenza infelice la maggioranza continua a essere cieca e a guardare a quelli che sbagliano. Ma presto, molto presto, si ravvederanno.

(…)

Ho capito all’improvviso che assomigliavamo a quel gruppo di ciclisti che incontro ogni tanto per la città. che occupano tutta la strada procedendo con lentezza studiata, perché il loro obiettivo non è andare in bicicletta, ma punire coloro che sono in auto e sulle moto. Non sono usciti per andare da qualche parte, ma per bloccare il traffico. Appunto, per punire. Quando mi è capitato di trovarmi in mezzo a loro, intrappolato con il mio scooter, ho provato a infilarmi in uno spazio, a passare, e si sono incazzati. Mi hanno intrappolato e insultato, chiedendomi se ci provo gusto a inquinare la città o se mi piace morire di cancro. Non solo mi impedivano di passare, ma cercavano di piantare nella mia testa sensi di colpa e pensieri bui che mi sarei ritrovato di notte, nell’insonnia. Sono violenti, arroganti e inclini al sopruso, semplicemente perché stanno facendo una cosa più giusta della tua, semplicemente perché tu dovresti fare come loro.
Ogni volta che li incontro, nonostante pensi che abbiano ragione, che il traffico e lo smog sono insopportabili, la mia sensazione è precisa: sono contento di non far parte del loro gruppo, ma di stare insieme agli altri, agli automobilisti e ai motociclisti.

(…)
Quindi, con grande sorpresa, la sensazione che sento arrivarmi addosso, appena dopo essermi liberato della purezza, è soltanto un senso di sollievo. Nient’altro.

bruxelles è negli angoli #2

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(dietro Place du Jeau de Balle)

 

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Le coppie di femmine che si trovano contemporaneamente single, e diventano amiche amiche amiche, escono sempre insieme, trascorrono tutto il tempo insieme, facciamo questo facciamo quello, vogliono lo stesso tatuaggetto all’henné, poi una delle due (o tutte e due) trovano un uomo – obiettivo goffamente celato fino a quel momento – e allora non sono più amiche amiche amiche, non sono più facciamo questo facciamo quello, si incontrano per caso in un bar sei mesi dopo si dicono ciao distratte.

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Uno di quei periodi in cui senti che tutto quello che c’era da dire, è già stato detto. Allora piuttosto che scrivere vai a dar fastidio alle colonie dei gabbiani al largo, a guardare i nuovi nati del 2014 che hanno le piume più scure, così facendo tardi e saltando l’ora di pranzo, e poi pranzare olive e spritz spiando le coppie di turisti.

Ti interessano in particolare quelle avanti con l’età, vuoi capire se si parlano e cosa si dicono, ma soprattutto se si parlano in generale, mentre siedono al tavolino del bar a godersi il mare, e sarà la trentesima volta che ci vanno, al mare insieme.

Le metropolitane impaccate di gente delle metropoli, con i passeggeri pressati guancia a guancia. E più in generale i posti con altissima densità di persone, dove le facce sono così tante che osservi copie delle stesse persone o perlomeno dello stesso tipo di persone.

Quanto meno importanti ti paiono le parole dette o le sensazioni sentite, in posti come questi, e molto meno uniche, perché delle parole e delle sensazioni sei certo – è evidente – ne esistono tante copie così come esistono tante copie di labbra, taglio di capelli e vene sul dorso delle mani.

Ad un semaforo alla periferia di Parigi ieri pomeriggio due rom lavano il finestrino della mia auto. Quando passo ad uno di loro un euro quello mi dice che non va bene, sono cinque euro, perché sono in due a completare il lavoro. La mia risposta è una risata. Allora il più grosso dei due afferra il tergicristallo e lo torce facendo capire di volerlo spezzare, mentre l’altro urla. Il me stesso impavido sgasa e trasporta il rom sul cofano per qualche metro, facendogli capire che se insiste me lo porto in giro per la città, così aggrappato al tergicristallo che mi vuole spezzare. Si arrende e si stacca dal cofano.

Sai cosa, Papa Francesco: la questione non riguarda la tolleranza o la benevolenza, se non di disprezzo si deve parlare – e sono pure d’accordo – allora diventa una questione semantica, cioè si deve trovare un’altra parola che renda bene l’idea, piuttosto che nascondere la polvere sotto al tappeto.

delle conseguenze sanitarie del grillismo

Un’altro aspetto che mi preoccupa del grillismo è l’aspetto sanitario del fenomeno.

Mi spiego.

Il grillismo ha permesso a molte persone normali – cioè senza spiccate capacità o importanti network, dei parvenu assoluti insomma – di sognare di diventare qualcuno o qualcosa partendo da zero. Prima del grillismo queste persone normali chiacchieravano di politica al bar o con la moglie sul divano. Con il grillismo alcuni di loro hanno potuto accarezzare l’idea di poter diventare loro stessi i protagonisti della scena. Cioè hanno sognato per un momento di abbandonare le loro vite normali, in alcuni casi mediocri, e cominciare una vita più eccitante nella quale avrebbero percepito stipendi inimmaginabili prima (anche al netto di tutte le restituzioni) e rilasciare interviste ed essere ricevuti nelle stanze del potere.

Alcuni di loro ce l’hanno fatta.

Ma altri non ce l’hanno fatta. Oggi non riesco a pensare a quelli che non ce l’hanno fatta. Perché sono quelli che cadono da un’altezza più alta: partendo dal divano di casa hanno accarezzato sogni di gloria, e ora devono tornare alla vita normale di prima. Sono partiti da zero, arrivati a cento, hanno cominciato ad abituarsi all’idea, e sono ricaduti sullo zero, o forse pure più in basso.

Questo non e’ il destino di tutti quelli che si candidano e poi non ce la fanno, perché colui che e’ candidato per sue capacita’ indiscutibili (un professore o un economista) o colui che e’ candidato grazie al suo network (aka gli “intrallazzati”) torneranno alle loro professioni ben remunerate e apprezzate, oppure nel peggiore dei casi ai loro network (aka gli intrallazzi) che in qualche modo, in forme diverse, permetteranno di ottenere qualche gratificazione.

Il grillino No: in caso di fallimento torna alla sua vita normale, media o anche mediocre.  Le frustrazioni che deriveranno da questo ritorno al normale avranno necessariamente delle conseguenze (un mio concittadino ha appena deciso di immolarsi in diretta tv appena dopo la mancata elezione); delle conseguenze individuali ma poi anche familiari, e sociali. E’ lo stesso tipo di pensiero che si fa per i concorrenti dei reality show o dei talent, e di quello che può diventare la loro vita nel “dopo”, e di quanto saranno disponibili a ricalibrare una vita normale nel “dopo” e di quali possano essere i costi sociali di una mancata accettazione di un ritorno ad una vita normale. Chi fomenta illusioni crea un danno, e chi crea un danno (in teoria) dovrebbe pagare.

Bruxelles e’ negli angoli

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(casa di fronte a casa)

bello

Bello il risultato del PD per una serie di motivi. Qualcuno lo metto qui anche se non sono i più importanti, anche se non li elenco partendo dal più importante.

- Innanzitutto, se non il PD, cosa votare? Grillo non si allea a prescindere con nessuno, quindi votare lui significa non votare. Ai grillini che si disperano la domanda da fare – semplice semplice – è la seguente: perché mai avrei dovuto votare Grillo? Seriamente, perché mai: esiste al mondo un motivo che dia un minimo di significato all’atto di votare Grillo, qualcosa che lo renda più significativo del – chessò – prendere a schiaffi le nuvole? Grillino dimmi perché mai.

- Il mondo era impestato di berlusconismo, ovvero di gente inebetita dagli slogan e dall’apparenza. Dal contenuto e non dal contenitore. In tutto questo, benpensanti di sinistra per anni si sono sbracciati blaterando che era uno schifo. Era uno schifo in effetti, è vero, ma il mondo era ormai impestato e la comunicazione contaminata. I cervelli sbrindellati non recepivano messaggi più seri e sostanziosi (anche per questo è sbocciato Grillo del resto). Fino a quando è arrivato Renzi e ha approfittato dell’humus creato dagli altri, ha usato gli slogan e le promesse ma a suo vantaggio (piuttosto che perculare chi lo faceva) e ha vinto. Quando il gioco si fa duro, i duri restano in piedi e accettano le nuove (dure) regole del gioco, mentre i deboli dicono che le regole non vanno bene, poco prima di essere travolti.

- Al netto di tutto, a tirare la carretta nel PD ci trovi la Serracchiani e Civati, Cuperlo e Fassina e tanti altri, ovvero – e questo è un dato oggettivo – la migliore classe dirigente che oggi si può trovare in un partito. Imperfetta per molti motivi, e che può offrire molti motivi per incazzarsi, ma basta guardarsi attorno per trovare il nulla.

- Al netto di tutto, mettere una classe dirigente nuova e inesperta, e vederla stravincere, fa piacere vederla stravincere con compostezza, senza proclami e bava alla bocca.

- Sapere che il risultato non piace a Travaglio trasmette la sensazione inspiegabile e irrazionale che il risultato sia proprio quello giusto

Quando penso che alle prossime elezioni i cinquestellati potrebbero ottenere un risultato notevole, mi viene in mente sempre questo articolo che lessi qualche tempo fa.

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A futura memoria – per memorizzare le giornate semplici – un venerdì di maggio del 2014 sei andato a lavorare con il sole.

Tra le altre cose hai voluto pranzare da solo, ascoltare musica durante il caffè e innaffiare la tua piantina sul tavolo.

Durante una teleconferenza, siccome con alcuni colleghi ormai ti permetti tutto, quando al telefono la voce proveniente dall’altra parte del mondo rispondeva alle tue domande, tu giravi sulla sedia girevole fino a farti girare la testa. Giravi giravi e poi ti fermavi soltanto per guidare la discussione su altri argomenti. Quando sei uscito dal lavoro faceva ancora più caldo e non ti andava di cucinare.

Allora sei andato a cenare da solo nella pizzeria dove a causa dei tuoi incontri a tema letterario il capo cameriere si ostina a chiamarti “professore”. Da professore ti sei seduto al tavolo vicino alla finestra con il computer aperto davanti. Una delle cose più belle che si perdono nel vivere nei piccoli paeselli dove tutti ti conoscono è poter andare a mangiare una pizza da solo con il computer aperto davanti. E’ passato un signore che tu sapevi essere tuo collega, e lo sapeva pure lui avendomi incontrato ogni giorno per anni, anche se non avrebbe mai pensato che potessi essere italiano.

Quando succede – quando questi italiani che non mi credevano italiano stanno per scoprirlo – c’è sempre un momento di incertezza in cui mi chiedono se sono italiano, ma me lo chiedono in inglese. Un anziano seduto più avanti inventava poesie d’amore per una ragazza di passaggio. E poi costringeva il nipote adolescente a far vedere davanti a tutti quanto era bravo a cantare. E difatti era bravissimo, una voce da tenore contenuta in una faccia brufolosa, una voce sicura dentro un corpo che si vergognava e che si schermiva impegnandosi a mettere assieme palline di mollica di pane. Ecco a cosa servono gli smartphone, hai pensato, tu che resisti solitario in questa isola ormai deserta.

Quando sei uscito mentre tornavi a casa hai salutato gente che si accalcava ad un concerto molto indie e molto pomeridiano; sei andato a casa, hai parlato al telefono per un’ora steso sul divano con le gambe poggiate sulla parete. Eri contento di non aver nulla da fare la mattina dopo, e di avere il tempo finalmente di lavare i piatti.

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