I posti della tua vita sono quelli in cui vivi, mentre immagini come sarebbe vivere altrove. Le persone della tua vita sono quelle che hai attorno, mentre ipotizzi come sarebbe condividere il tempo con altre, e ne recrimini l’assenza. Il lavoro della tua vita è quello per cui ti impegni ogni giorno, e i giorni all’improvviso diventano anni senza accorgersene, mentre ti chiedi se forse dovresti cambiarlo. Il sapore della tua vita sono le difficoltà che ti fanno diventare una persona migliore, mentre nel frattempo desideri un’esistenza vita più facile.

E in fondo va bene così, incluse tutte queste domande, purché tu riesca ogni tanto a fermarti a respirare l’istante, e avere la consapevolezza che quell’istante che comprende tutto, è la tua vita. Averne la consapevolezza, e non sottovalutare niente, non minimizzare niente, ma celebrare tutto, e dare importanza a tutto, perché quello che ti scorre sotto gli occhi è davvero tutto: una mano che tocca il tessuto della tasca e accartoccia lo scontrino, la pioggia sul naso, la fame quando arriva ora di cena, l’attesa ad un semaforo, il tuo respiro quando sali le scale per tornare a casa.

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Albano Carrisi non fa immotivate file ma non sale neanche per ultimo. Si materializza direttamente sul sedile.

Buon anno, eh.

Celebriamo le feste con un classico esempio di immotivata fila da vacanze di Natale. Nella foto, l’aeroporto di Fiumicino, ed una fila per un volo Alitalia cominciata quaranta minuti prima dell’ingresso in aereo. Nessun bagaglio verrà imbarcato in stiva, a rimarcare la totale inutilità della fila.

Con spirito cristiano, forse per penitenza, la gente ama soffrire.
Buon Natale.

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Le cose che ho imparato

Le cose che ho imparato in questi giorni di Bruxelles “blindata” causa terrorismo sono almeno due.

Ho imparato sulla mia pelle che i giornalismo è fondato sull’esagerazione. Ok è risaputo, ma qui l’ho visto concretamente. Non si tratta di esagerare la realtà dei fatti raccontando falsità (si fa anche quello). Si tratta piuttosto di decidere di raccontare alcune cose e non altre. Per esempio in questi giorni di allerta i giornalisti hanno cercato selettivamente di raccontare determinate storie e non altre. Per esempio, ho trovato un giornalista alla ricerca di madri che avessero deciso di accompagnare i loro figli a scuola personalmente in automobile piuttosto che farli andare da soli coi mezzi pubblici, causa terrorismo. E’ chiaro che su una città intera alcune madri abbiano preso questa decisione. Ma cercare selettivamente queste madri (ancora prima di sapere che esistano), per poi produrne un servizio televisivo, non vuol dire informare.

Ho imparato che se il terrorismo serve a creare paura, funziona. La gente effettivamente ha paura. Non solo: la gente ha anche paura di ammettere di avere paura. Ho visto gente che vive qui da vent’anni raccontare di non uscire di casa a causa del freddo. Nell’inverno più caldo della storia. Ho imparato che la gente ha paura e non combatte per nulla: la gente si nasconde nel proprio guscio e attende la pace. Evidentemente ci hanno riempito la testa con parole come “la nostra cultura” e “libertà”, ce le hanno ripetute così tante volte che poi – queste parole – hanno perso il loro significato originario.

Combattere per la nostra cultura e la nostra libertà – in quei giorni – significava semplicemente non chiudersi in casa, avere il coraggio di essere in un bar: la nostra cultura era rappresentata materialmente dal bicchiere di birra davanti a noi. Chiudersi in casa – suona retorico, lo so – significava non combattere, ammettere la sconfitta. Ancora prima della paura (della codardia?) sono rimasto stupito dall’apatia. Com’è possibile, mi sono chiesto notando meno gente per strada, che non sentano l’obbligo civile di essere presenti per strada proprio adesso, che non vogliano celebrare la loro cultura e libertà con un bicchiere di birra? Com’è possibile che non si sentano sfidati e non reagiscano? Ci dovrebbe essere più gente in giro, ancora più del solito, piuttosto che meno.

Mentre scrivo tutto è tornato normale, e anche questo non ha senso. Perché come la paura era largamente irrazionale, anche il dissolversi della paura, semplicemente dettata dallo scorrere dei giorni piuttosto che da una reale diminuzione del pericolo, è pure quella totalmente irrazionale.

la guerre

Quando all’una di notte ho incrociato dei ragazzi correre tutti nella stessa direzione, appena vicino casa a Brussélle, il primissimo pensiero (e questa è la prima volta) è stato che ci fosse un problema, uno di quelli di cui parlano alla TV.

Poi invece correvano per non perdere l’autobus.

Essenzialmente questo è l’unico impatto della massima allerta di cui si parla alla TV. E se vogliamo dirla tutta, l’altro impatto è che ho trovato parcheggio davanti ad una pasticceria dove di solito non ne trovo. E che dopo aver prenotato un ristorante venerdì sera – in una zona dove se non prenoti non ti siedi – quando sono arrivato c’era solo un tavolo occupato. Ok, e mettiamoci pure il tizio con il mitra incontrato ieri pomeriggio aprendo il portone di casa.

Quindi al netto di tutto quello che si legge sui giornali, la guerra, per ora, praticamente significa trovare posto al ristorante.

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senza neanche la voglia di tradurmi

It will happen again.

Masses of frustrated poor people live in the suburb of all the big capitals. They cannot live the life they wish, the life they see others can live. They cannot afford it, or they are just rejected because of their name or exotic appearance.

The vast majority have a specific ethnic and religious background: but this is not an ethnic or religious issue, this is a social issue. They have the same nationality, but they are segregated in the poor and ugly suburbs. They wear Gucci hat. They are hostage of humble jobs. Their mothers clean the urine from the toilets where the “others”, the luckier, work and live.

So the frustration and hate grow in their mind. The religion is just an excuse to release the frustration and hate. They have nothing to lose, so it is easier to give the life away, and to believe in a paradise with tons virgins waiting for you. So it is easier to find identity in something else. Unfortunately religions (all the religions) cannot be banned from the world. Yet. Stop interviewing the “moderate muslims” in TV to remind the public there are differences and we should not generalize: you are completely missing the point.

But if the objective is the terror, if the hate is against this life style, then we know what to do. The weapon in our arms is to insist even more in enjoying beauty of what is available in a free world. Exercise the beauty of music, art, food, the beauty of freedom of going out, of using your body in the most immoral ways. Exploit all the possibilities to generate happiness for you and the others around you.

If everyone keep doing this, terror is not terror anymore.

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Giovani donne indossano cappotti Desigual, forse acquistati quel giorno che si sentivano più sbarazzine del solito, poi però escono di casa con la faccia triste ma indossando il cappottino colorato, che con la faccia triste, con il traffico e la mattina nuvolosa, non c’entra niente.

Come già scritto in passato e’ impensabile che la Chiesa accetti preti non celibi, e ancora più impensabile che accetti preti non celibi ed omosessuali. Il motivo non e’ l’arretratezza dell’istituzione Chiesa, quanto invece una banale strategia di sopravvivenza.

(Ri) spieghiamoci.

In determinate società dichiararsi omosessuali, oppure accettarsi come tali, e’ complicato. Le posizioni della Chiesa peggiorano questa situazione.  In queste società, tra quelli che non riescono a dichiararsi, alcuni decidono di vivere la loro vita clandestinamente, altri vengono attratti dalla vita religiosa. Molto semplicemente, mentre al di fuori della Chiesa cattolica ci si aspetta che l’individuo abbia una vita di relazione, e magari una famiglia, all’interno della Chiesa queste pressioni non esistono grazie alla regola (medievale) del celibato dei preti. Il celibato dei preti e’ l’alibi perfetto di coloro i quali vogliono scappare dalle richieste della società, e’ il modo più socialmente accettabile per astenersi da una vita sessuale e sentimentale mainstream.

E infatti i seminari sono infarciti di gay, o almeno se ne trovano in una percentuale nettamente più alta della popolazione totale. Chiunque abbia parlato sinceramente con un seminarista avrà sentito questo, e anche storie che niente hanno a che fare con la castità. Se da adulti si e’ vissuti in una società dove gli omosessuali non hanno bisogno di nascondersi, si sara’ sviluppato un minimo di “occhio clinico” per riconoscerli, e cosi’ il pensiero tornerà a quel prete di provincia della nostra infanzia che oggi, con la consapevolezza acquisita, non possiamo non credere non fosse gay.

L’alibi del celibato e’ uno stimolo potente per le vocazioni. Aiuta a nascondersi, e aiuta a “lottare” contro la propria natura, anche se poi la battaglia e’ sempre persa. Lo stesso teologo Charamsa ha dichiarato che all’inizio, non accettandosi, si erasottomesso con pignoleria zelante all’insegnamento della Chiesa e al vissuto che mi imponeva“. Sono storie di repressione che una volta esplose, di solito fanno molto rumore: basta cercare e si trovano esempi anche nelle settimane recenti.

Quindi, se l’alibi del celibato e’ uno stimolo potente per le vocazioni, può la Chiesa in un periodo di crisi di vocazione, abbandonare questo strumento?

Il Ministro dell’Istruzione Giannini ha ascoltato un contestatore recitare al microfono una lunga accusa nei suoi confronti, un testo che il contestatore recitava leggendolo dal suo smartphone (si era già parlato di ministri che danno la parola ai contestatori qualche post più sotto).  Alla fine della lettura lo studente ha provato ad abbandonare la sala, già questo segnale evidente che oggi non si fanno più domande per ottenere risposte, ma si fanno domande solo per lo show, si fanno domande provocatorie solo per misurare l’applauso che ne segue, secondo un rituale inculcato dalla televisione.

Hanno fatto tornare lo studente al suo posto ed il Ministro ha detto (qui il video):

Il contenuto che lei mi ha detto leggendo un testo è un contenuto che ho già sentito in molti altri contesti. L’unica cosa che mi permetto di dire, al di là del merito che è sempre legato ai temi che lei ha citato, è: abbia il coraggio, qui come altrove, di dirlo con parole sue, abbia il coraggio di esprimersi liberamente, abbia il coraggio di non leggere quello che qualcun altro ha scritto per lei. Guardi, faccia l’uso che ritiene, ma abbia il coraggio di fare questo.

Non so spiegarne esattamente il motivo ma questa risposta mi ha emozionato, molto.

le nuovole di agosto sono le più dolorose

Le nuvole di agosto sono le più dolorose perché non dovrebbero essere lì, eppure ci sono. E sono più dolorose perché a queste latitudini brussellesi nonostante il freddo, le giornate sono ancora lunghe come è giusto che siano in estate. Quindi il pomeriggio all’uscita dal lavoro il buio non nasconde – ancora – la realtà dei fatti. Si potrebbe dire che gli inverni più o meno si assomigliano nonostante le latitudini – è solo una questione di gradi in più o in meno, ma quelli non li vedi, perché è buio ovunque – mentre le estati sono drammaticamente diverse.

Diverse.

Si cammina al ritorno dalle vacanze nelle arie condizionate dei supermercati illuminati dalle luci al neon. Ci si riconosce, noi tornati dalle vacanze, perché indossiamo abbronzature fuori contesto. Mi riconosco negli altri e allo stesso tempo mi ritengo unico in questa malinconia eroica, mentre scelgo la mozzarella, perché questa è abbronzatura causata dal mio sole, di quella mia casa; non invece il sole che – secondo me – ha illuminato le facce delle altre persone, e cioè un sole di un posto esotico e lontano, magari bellissimo, che però non li appartiene. Un sole acquistato assieme al pacchetto dell’agenzia viaggi a mezza pensione. Questa è l’abbronzature del mio sole, mi racconto mentre scelgo le banane, e quindi ho diritto di essere più malinconico di voi. E quindi skippo i brani nelle cuffie fino a quando non arriva il pezzo struggente. E col pezzo struggente passeggio nel reparto detersivi – e la struggenza è totale, perché non mi serve nemmeno, un detersivo.

non lo scrivo mai che i grandi avvenimenti europei

Non lo scrivo mai che i grandi avvenimenti europei mi capitano praticamente sotto casa. Che se la TV racconta della Merkel in riunione con Tsipras, poi sotto casa non trovo parcheggio facilmente. La Commissione Europea è per me un enorme fungo architettonico che osservo sempre chiuso: ci vivo quasi a fianco lavoro lontano da qui. Quando il fungo architettonico è vivo e pieno di gente – quindi durante gli orari di ufficio – io sono altrove impegnato a fare altro. Ci passo spessissimo il sabato mattina per prendere la metro e siamo solo io, lei e pochissimi altri. Rarissimi turisti che a volte mi chiedono di scattargli una foto.

Quando qualche giorno fa sono passato da lì – poco prima della chiusura dei seggi in Grecia – uno dei tanti giornalisti era di fronte alla telecamera vestito con giacca e cravatta, mentre poi sotto indossava un paio di boxer colorati che tanto non entravano nell’inquadratura – faceva molto caldo in quei giorni a Brussélle. La storia era lì a fianco a me ed io andavo a cenare ad un sushi di St Gilles.

Quando dicono che vogliono fare gli Stati Uniti d’Europa come gli Stati Uniti d’America, penso alle difficoltà delle relazioni tra persone già adulte. Fino a quando si è molto giovani e non completamente formati, basta la volontà di stare assieme (gli Stati Uniti d’America). Quando invece hai una personalità già cristallizzata, preferenze e allergie, abitudini e difetti e pregi arrugginiti, la volontà di stare assieme non basta, e la paura di restare da soli non basta: serve uno sforzo maggiore di volontà, con la consapevolezza che di certo andrai a perdere qualcosa.

e poi ci sono quelli

E poi ci sono quelli che nelle conversazioni sembrano ascoltare chi sta parlando, sembrano interessati a quello che viene detto – come anche tutta la gente attorno a loro – ma poi quando prendono la parola riescono a portare la discussione su sé stessi nel giro di pochi secondi.

Quindi se qualcuno sta raccontando di propri successi o sofferenze o desideri, questi individui appena possibile – ovvero appena ci sarà uno spiraglio di silenzio – pronunceranno cose del tipo:

“hai ragione, a me per esempio è capitato che…” 
“sono d’accordo con te, io normalmente faccio così..”
“ho pensato la stessa cosa, ieri quando stavo…”

… e così introdurranno una nuova conversazione incentrata su sé stessi, sostituendosi forzatamente al soggetto della discussione.

Capiamoci: il parlare di sé stessi è uno sport ampiamente praticato, e ci sono dentro nel momento in cui scrivo queste righe. Quello che non riesco a sopportare è l’imposizione di sé stessi anche quando l’interesse è altrove; non riesco a sopportare la voglia incontenibile di sovrapporsi al prossimo.

Qualche giorno fa mi è capitato di assistere ad una conversazione tra due persone durante le quale ognuna parlava di sé senza tenere conto delle parole appena pronunciate dall’altra persona: ognuna delle due cominciava la frase con “Io…”, fino a quando l’altra non interrompeva con un’altro “Io…”.  Visto che non era la prima volta – ché era successo diverse volte, nel giro di poco tempo – sono sbottato e ho lasciato cadere la forchetta e ho chiesto, per favore, di rendersi conto di quello che stavano facendo, ché ognuna stava solo parlando di sé ignorando completamente le parole dell’altra. Di provare – perdio – a concepire un soggetto di conversazione che non fosse la propria stessa persona. Ché quella non era comunicazione, è piuttosto imporsi davanti alle telecamere dell’esistenza come fanno i disturbatori dei telegiornali dietro gli intervistati (quest’ultima non l’ho detta, l’ho pensata ora, lo ammetto).

Mi è stato risposto che quello è un modo normale di parlare.

dieci anni

In questo lungo periodo di maggese del blog, questo blog, nella forma in cui lo conosciamo, ha compiuto dieci anni.

Come gia’ scritto odio celebrazioni e anniversari, pero’ forse odio soltanto le celebrazioni e anniversari collettivi. Dove tanta gente, tutta assieme, e’ convinta di potersi sincronizzare sui festeggiamenti di qualcosa; di poter condividere, tutte assieme e nello stesso momento  la stessa identica emozione. Questa celebrazione invece e’ mia soltanto, ci penso da quando ho deciso che la data di nascita ufficiale sarebbe stata quella  indicata dal contatore di Shynitstat (21 maggio 2005). In realta’, come la nascita di Cristo, questa e’ solo una data arbitraria, che’ il blogghe esisteva gia’ da tempo, sicuramente dal 2004. Il contatore fu installato su excite, ai tempi in cui Excite era curato da Zoro, ma ancora prima avevo una pagina su una piattaforma sconosciuta.

Ad oggi sono sicuro un paio di cose.

La prima e’ che averci avuto un posto in cui scrivere ha influenzato quella che e’ stata la mia vita fino a qui. Non ho la prova del  contrario, eppero’ sono sicuro che certe cose non le avrei fatte, certe persone non le avrei conosciute, certi posti non visitati, certe consapevolezze non le avrei acquisite. Credo che assieme alla lettura,  lo scrivere (e lo scrivere velocemente su internet, lo scrivere per catturare l’attenzione con poche righe) abbia trasformato la mia comunicazione verbale. Che e’ diventata piu’ fluida ed efficace. Come effetto collaterale, sono diventato intollerante ai linguaggi fumosi e zoppicanti. Ma sono anche passati dieci anni, e potrebbe essere anche soltanto il frutto – mioddio – della maturita’.

La seconda cosa e’ che ho tantissimo da scrivere ma mi trovo davanti un ostacolo giornaliero, che e’ appunto quello di mettersi a scrivere. C’e’ tantissima roba che andrebbe registrata, eppure la capacita’ di focalizzarsi va diminuendo. Il fatto di lavorare scrivendo davanti ad un computer non aiuta molto, del resto, se nel tempo libero poi ti rimetti a scrivere davanti ad un computer. C’e’ il problema dell’essere onesti, che e’ il fondamento di tutto. Si puo’ essere onesti ma di nuovo la maturita’ – mioddio – aggiunge molto calcare alla tua voglia di dire esattamente quello che pensi, soprattutto se scrivi di te stesso. Le pose, la tentazione di attenuare e abbellire, sono sempre dietro l’angolo. Il rifiuto delle pose e’ cio’ che oggi distingue noi ultimi mohicani dei blogghe dalla comunicazione di facebook. Cosi’ come non sfruttare il facile successo del sarcasmo violento ci differenzia da Twitter.

E insomma, sono dieci anni, si continua.

bisogna smetterla

Dunque ricapitolando, dei cosiddetti antagonisti hanno cercato di bloccare un dibattito pubblico con il Ministro del Lavoro; qualche giorno prima dei cosiddetti antagonisti hanno cercato di bloccare un dibattito pubblico con il Ministro dell’Istruzione; infine dei cosiddetti antagonisti con le molotov sono stati arrestati mentre preparavano una “dimostrazione” contro l’Expo. Oggi antagonisti a Milano imbrattano gli esercizi commerciali. Tutto nel giro di pochi giorni.

A parte il mio innato fastidio per tutti coloro che con piglio fascista vogliono bloccare dibattiti ed eventi pubblici, verrebbe da pensare che queste persone (seppure fasciste) abbiano delle cose importantissime da dire. E che quindi utilizzino la violenza per farsi ascoltare.

Il Ministro Poletti, contestato, ha dato la possibilita’ ad uno degli antagonisti di spiegare le ragioni della contestazione. La prescelta e’ stata una certa Maria Edgarda, studente di Filosofia che nel momento in cui ha avuto un microfono davanti e gente che la ascoltava, ha purtroppo dichiarato questo:

Non ci racconti che il Paese sta cambiando, io lavoro per sei euro all’ora e lei viene qui e dice delle cose, ma poi fa passare il Jobs act e dopo tre anni la giostra si ferma e io sono daccapo. Ma lei sa cosa è davvero la precarietà? Non credo”. “Create la fiera del lavoro precario – ha ancora aggiunto -, dilapitate le risorse dei territori per cementificarli. E’ una farsa questa

Ovvero parole nemmeno originali, opinioni già rappresentate all’interno dei processi democratici (seppure come opinione di minoranza). E poi una confusione tra le esperienze personali e le decisioni di politica interna.  I manifestanti contro l’Expo oggi mostravano striscioni con la scritta “Io non lavoro gratis per Expo”. E chi vi ha chiesto niente, verrebbe da rispondere.

Va detto che anche gli stessi manifestanti che oggi volevano spaccare le vetrine di Manpower erano una esigua minoranza all’interno della manifestazione (tanto che si sono accapigliati tra violenti e pacifici).

Lo ripeto di nuovo: questi non sono ne’ militanti politici ne’ criminali. Semplicemente fanno parte di quella piccola percentuale fisiologica di persone che in ogni tempo, e in diversi modi (chi negli stadi, chi nelle guerre simulate, chi con il terrorismo) ha bisogno di vivere cosi’, opponendosi con violenza ai detentori del potere, immaginandosi guerrigliero per sollevarsi da esistenze insopportabili perché normali (ma dati alla mano, esistenze per lo più mediocri) e auto includersi in esistenze epiche, significative, rilevanti. L’obiettivo lo si raggiunge imbrattando i monumenti oppure in una rissa di tifoserie avverse. Altri obiettivi significativi con la rivoluzione e la violenza non sono mai stati raggiunti nell’era moderna. Bisogna quindi smetterla di ascoltare le ragioni proposte da chi urla (giacche’ spesso poco solide) e cominciare invece ad analizzare il fenomeno da un punto di vista scientifico se non proprio medico. Non si tratta di dare delle risposte alle loro proteste: questa piccola percentuale fisiologica di persone ha un bisogno fisico di vivere cosi’ e qualora una valida risposta venisse data, loro cambierebbero la domanda pur di continuare a combattere, piuttosto che vivere. Ce ne sono tanti, di esempi di “combattenti” che sono passati da una causa all’altra nel corso della loro vita, dimostrando che e’ il come, piuttosto che il cosa, che gli sta a cuore. Bisognerebbe cominciare ad identificare queste persone e permettergli di sfogare queste necessita’ in sicurezza (per loro, e per la comunità). Credere di poter eliminare completamente il problema e’ irrealistico, sarebbe come immaginare di eliminare completamente la tristezza, la noia o la frustrazione dallo spettro dei sentimenti umani.

Non si puo’.

Anatre che guardano partite di calcetto.
IMG_20150426_182656Presso Parc Leopold, Brussélle.

Dovessi mai essere intervistato da un giornalista di una trasmissione d’inchiesta d’assalto tipo Report, accetterei solo a patto di essere ripreso con le stesse identiche luci e inquadrature dell’intervistatore. E quindi esigerei – come il giornalista che mi intervista – di non essere ripreso in faccia da molto vicino, di non essere ripreso dall’alto verso il basso, di non essere ripreso con le luci sbagliate in faccia. Nell’era della comunicazione tutte queste cose possono – purtroppo – fare la differenza. Anche quando hai qualcosa di sensato da dire, farai la figura del deficiente messo in difficoltà.

osservo in un pub

Osservo in un pub ad un tavolo vicino la rappresentazione materiale di uno dei miei incubi: le uscite a bere qualcosa di coppia più coppia. Dopo i saluti iniziali lei parla solo con lei, lui parla solo lui, poi ognuno prende la parola al plurale dicendo sempre noi (visto che in quel contesto nessuno rappresenta se stesso ma solo la parte di un qualcosa plurale).

Andando avanti nel tempo si finisce per definirsi amici non per affinità fondamentali ma per similitudine di condizione, ci si frequenta anche per anni senza ricordare chi è che lo voglia veramente, forse soltanto uno del noi, l’altro invece accetta passivamente di sfracicarsi le palle, a volte lo rivendica bofonchiando guidando verso casa, nella testa pianifica di usare questo sacrificio come moneta di scambio per qualcos’altro.

La misura del fatto che non riesci a stare dietro a tutte le cose che ti proponi di fare – troppe – è quel biglietto che ti hanno lasciato sulla macchina scritto a mano, te l’ha lasciato qualcuno o qualcuna dopo averti colpito lo specchietto retrovisore, e c’è scritto che questo qualcuno o qualcuna si scusa, e di chiamare un numero di telefono per il risarcimento, e tu ti dici va bene chiamerò domani, poi domani non chiami, poi perdi il biglietto, dove lo hai messo, poi ti dimentichi, poi torni a casa una sera e chiudi la portiera noti il danno – lo specchietto si è riattaccato ma fa uno strano rumore quando la portiera si chiude – ti ricordi che devi fare qualcosa, chiamare qualcuno o qualcuna, ti distrai vedendo i primi alberi in fiore – è primavera – ti ripeti che chiamerai domani, sai già che non lo farai e soffrirai di lievissimi e superabili sensi di colpa.

Non voler classificare il disastro della Germanwings come terrorismo significa accettare il dogma inconfutabile che il terrorismo sia guidato solo da ideali religiosi o politici. Significa ignorare il senso di rivalsa e di vendetta degli emarginati quando sono anche psicologicamente squilibrati, la voglia che hanno gli esclusi di generare quanto più male possibile, di causarlo in modo aspecifico e irrazionale.

Il pilota Andreas era uno psicopatico che stava per essere escluso dal suo sogno, emarginato dal mondo in cui voleva vivere. Come scritto qualche tempo fa, anche i terroristi cosiddetti islamici hanno in comune – oltre alla fede musulmana – il fatto di essere parte di minoranze etniche e sociali emarginate, a cui non è dato di sperare in un futuro migliore. Se oggi vi raccontassi di qualcuno che entra in un locale pubblico del mondo occidentale con un fucile per far strage di essere umani innocenti, la prima associazione mentale è quella con il terrorista classico, magari arabo, certamente musulmano.

E invece sto pensando a quei ragazzini che di tanto in tanto impazziscono nelle scuole americane e fanno strage di compagni di classe, spesso dopo storie di emarginazione e risentimenti.

Come si fa a negare che l’intento di questi gesti non sia proprio quello di generare terrore? E come si fa a non vedere il filo comune – sociale, psicologico – che lega tutti questi eventi, e che gli lega tra loro più coerentemente di un ideale religioso o politico?

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