e lo so che non ha molto senso

Quando si dice che bisogna riformare la legislazione sul lavoro per renderla attuale e in grado di affrontare le dinamiche contemporanee, il sottoscritto involontariamente mette la propria esperienza al centro del mondo e pensa che – ancora prima dell’articolo 18 – un diritto fondamentale di tutti i lavoratori dovrebbe essere quello di poter ascoltare della musica in cuffia durante l’orario di lavoro.

E lo so che non ha molto senso ma ci sono certi pomeriggi senza niente di piacevole fuori dalla finestra, e con poche prospettive per il resto della giornata, dei pomeriggi nei quali avere in cuffia la musica che vuoi al volume che vuoi diventa l’unica ancora di salvezza, l’unico modo per renderti sopportabile la cosa.

E se invece al contrario fuori dalla finestra c’è quello che vuoi e sei contento di quello che farai dopo aver finito – e magari sei pure contento di quello che stai facendo – in questi momenti, senza la musica che vuoi al volume che vuoi, potrai benissimo essere felice: ma solo fino ad un certo punto. Se invece vuoi essere felice ulteriormente e irrazionalmente, allora in certi pomeriggi seduto alla scrivania di fronte ad uno schermo potrai esserlo solo grazie alla musica. E questi momenti di felicità ulteriore e irrazionale dovrebbero – io credo, ed io lo farei fossi il capo indiscusso del mondo – essere garantiti per legge infrangibile e imperitura.

Bisogna avere la serenità ed il coraggio di dire che se i sindaci delle città italiane trascrivono le unioni tra persone dello stesso sesso anche se la legge non lo permette, ecco, questi sindaci stanno infrangendo la legge, anche se sarebbe normale e civile avere una legge che permetta alle coppie omosessuali di legarsi giuridicamente.

Prevaricare e ignorare la legge perché non la si ritiene giusta significa che non esiste legge ma esiste soltanto il giudizio personale. In altre parole significa comportarsi berlusconicamente. Ritenetevi pure progressisti – se lo ritenete – ma non lo siete affatto. Prevaricare la legge da una posizione di relativo potere – com’è quella di un sindaco, per esempio –  è pure un gesto arrogante perché implica che il potente può prevaricare pubblicamente, mentre sappiamo benissimo che il debole non può. Quando passa il messaggio che le leggi possono anche non essere rispettate se ritenute ingiuste a farne le spese sono i deboli, non i potenti.

Mi segnalano un’immotivata fila all’aeroporto di Fiumicino.

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Grazie a Francesca per la segnalazione.

 

Poor listener

Una cosa  di me stesso che ho imparato in età adulta è che sono un poor listener. L’ho imparato da fatti oggettivi e da analisi comportamentali precisine e dettagliate alle quali mi hanno sottoposto.

Poor listener significa che perdo l’attenzione facilmente, che non ascolto con attenzione per lungo tempo. Teoricamente sarei in grado di farlo ma la mia testa non lo sopporta. Uno dei motivi principali è la mia intolleranza alla lentezza logica: è come se nella mia testa fosse montata una RAM particolarmente potente che non mi fa sopportare i flussi logici della maggioranza delle persone – della maggioranza, non di tutte. Quindi con la testa vado oltre giungendo a conclusioni in attesa delle conclusioni del mio interlocutore (quasi sempre identiche alle mie, mentre vorrei tanto essere sorpreso o smentito), oppure penso ad altro. Quasi sempre penso ad altro.

Però questo non è disinteresse. Anzi mi interessano molto le persone. Tutte le persone. Tanto che perdo l’attenzione anche perché – appunto – mi interessano le persone, sono curioso di loro, della loro figura, piuttosto che affascinato da quello che dicono.

E se quindi mi trovo – per esempio – in una riunione con una persona, e questa persona parla, allora mi capita di non ascoltare quello che dice ma di pensare ad altro provocato dall’immagine di questa persona che parla.

Mi distraggo speculando sulle cose che questa persona ama, su chi possa avergli stirato il colletto della camicia, o quando ha scelto quella gonna: che giorno era, con chi era. Mi distraggo pensando cosa i suoi genitori speravano diventasse, questa persona, quando era ancora piccola e piena di potenzialità. Mi distraggo pensando se la persona ne ha ancora, di potenzialità nascoste da qualche parte, o se e’ tutto già finito per lui/per lei. Mi distraggo pensando come potrà essere spendere molto tempo con questa persona, all’interno della stessa casa, se piacevole o spiacevole, e in entrambi i casi, in che senso, entro quali limiti. Quali saranno state le sue gioie più grandi, e quali motivi siano dietro alla sua soddisfazione del momento. C’e’ qualcosa che lo fa/la fa fremere davvero? Per cosa si incazza? Come sottolineava i libri da studente? Con la matita o con l’evidenziatore? C’e’ qualcuno che prova dell’interesse sessuale genuino nei suoi confronti? Cosa mangia a colazione? Resta con gli occhi aperti a pensare prima di dormire? Come saranno le sue mani da vecchio? Dov’era il giorno che ha imparato ad andare in bicicletta?

Ci fossero forze NATO disoccupate, si potrebbe mandarle a lanciare bombe di pace su un programma che vedo in questo momento sulla televisione italiana – si chiama pechinoexpress – nel quale dei truzzi prevalentemente milanesi maltrattano poverissimi cittadini del sud est asiatico chiedendo di essere alimentati o ospitati gratis, smanacciando e smaniando in un inglese approssimativo come se si rivolgessero a delle bertucce, sputando disgustati i cibi locali a favore di telecamera. Qualcosa che va dritta al terzo posto fra le manifestazioni più beatamente razziste di cui sono mai venuto a conoscenza, appena dopo il colonialismo del 900 ed il turismo sessuale.

il fatto che tagliano le gole

Il fatto che tagliano le gole non mi pare un motivo sufficiente per andare lì a buttare le bombe.

Per due motivi: anche se tagliano le gole, in una determinata zona del mondo (molto piccola) sono i più forti. Andare ad indebolire i più forti  a forza di bombe per metterci al posto loro qualcuno di più debole voluto da chi ha buttato le bombe, significa instabilità perenne. E poi, se la paura è che uno di loro salga su un aereo per dirottarlo e schiantarsi in una cittadina del nostro occidente di gente perbene con l’ìWatch al polso, vorrei capire se al dirottatore serve uno stato islamico per farlo, se al dirottatore serve scritto sulla carta d’identità “califfato islamico”, o se può farlo anche senza.
Io direi anche senza. Io direi che potrebbe farlo anche arrivando chessò, dalla Svizzera.

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Gente impegnata in un’immotivata fila in partenza per un volo verso Bergamo, anche se hanno appena annunciato un ritardo di 45 minuti.

A parte il fatto che l’innocenza dei marò è tutta da dimostrare, l’Italia che chiede il rientro di uno dei due indagati per motivi di salute, “per continuare le cure in Italia” sottintende un razzismo e senso di superiorità fastidiosissimo. E’ come dire che da quelle parti gli inferiori indiani non possano essere capaci di cure adeguate, qualora fossero necessarie. Immagino orde di africani che nelle carceri italiane indagati per reati meno gravi di un omicidio, chiedere in massa di tornare a casa un paio di settimane perché non si sentono tanto bene.

Adesso grazie ad Apple non si dovrà più tirare fuori il telefono dalla tasca per vedere che ore sono. Per il resto, leggendo i lanci di stampa, mi pare ormai definitivo che il target commerciale è un pubblico di fessi:

Si può avviare una particolare app che permette di effettuare piccoli disegni in tempo reale, da inviare alla persona con cui ci si è messi in contatto. Poiché Apple Watch registra anche il proprio battito cardiaco, è possibile condividere le proprie pulsazioni con un altro contatto, per dare una risposta più personale a una domanda.”

Non posso fare a meno di segnalare un articolo di Enrico Brizzi sui vent’anni dall’uscita del suo Jack Frusciante. Racconta storie che in parte so, data l’ossessione di allora per quelle pagine, e visto come consumai pure il libro scritto dalla sua futura moglie sul parto del romanzo e la stagione di gloria che ne segui’. A tutto questo si aggiunge la presenza di Bologna e altre mie storie di contorno parallele alla trama e la sensazione di essere contemporaneo e conterraneo con gli elementi del proprio romanzo di formazione. Sono vent’anni e non posso fare a meno di leggere queste righe con la pelle d’oca sulle guance.

L’immotivata fila agli aeroporti

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Ai gate degli aereoporti, un’ora prima della partenza dell’aereo, trovi la gente in fila.

Gente in fila che ha nessun motivo di essere in fila. Non è che se lasciano la fila l’aereo parte senza di loro. No: l’aereo partirà dopo un’ora. O dopo venti minuti – il concetto non cambia. Il loro posto è assegnato. Non devono neanche combattere per la poltrona migliore: tutti i posti sono assegnati.

Al contrario, la gente avrebbe tantissimi motivi di non essere in fila. La fila è scomoda. Se hai dei bambini, quelli scappano e tu devi urlare e innervosirti. Alcuni dei tuoi bagagli vanno tenuti in mano o in spalla, e ti stanchi di più. Devi odiare il tuo vicino – anche lui inspiegabilmente in fila – che cerca di saltarti. In alcuni casi appena dopo il controllo ti rinchiudono in un recinto stretto in attesa di farti proseguire verso l’aereo. Se sei in fila, arriverai prima degli altri sull’aereo, che però non è un luogo comodo. Seduto in un sedile stretto di aereo dovrai osservare gente che passa con il pube vicino alla tua faccia.

Insomma se – invece di comportarti senza logica – semplicemente aspettassi l’esaurimento della fila e poi entrassi in aereo, ti risparmieresti tutte queste cose. Senza perdere nulla. Eppure la gente continua a fare la fila. Senza motivo. Perché fa la fila?

Dopo anni di osservazione e sconcerto, sono giunto alla conclusione che la gente fa la fila perché la gente fa la fila.

In altre parole, sono abituati a vedere gente in fila, e quindi si mettono in fila. Gli altri vedono la fila formarsi, e si mettono in fila. Tutto questo non ha senso, eppure va avanti così perché la gente non si fa domande. Oppure ha senso, se si pensa a quanto diffusa sia l’abitudine, o la tendenza innata, a non farsi domande.

(nella foto: immotivata fila ad Eindhoven, 30 minuti prima della partenza)

bruxelles è negli angoli #3

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Quando nel calciomercato estivo arriva la notizia di un giovane calciatore che viene acquistato da un’altra squadra con un contratto di milioni di milioni di euri, vado subito su Google Street View a vedere come mi sentirei a passeggiare nelle strade della città di questa nuova squadra. Spesso penso che – nonostante il contratto milionario – mi sentirei molto triste, e che se fossi il giovane calciatore preferirei essere altrove, anche con qualche milione in meno – che’ tanto in fondo sempre di milioni si tratta.

Per esempio oggi Balotelli va al Liverpool, ed io mi sento virtualmente triste passeggiando per le strade di Liverpool.

Brussélle talmente italiana, che al ritorno dalle vacanze sulle scale del mio palazzino trovo una cartolina per la coinquilina del terzo piano, e in italiano c’è scritto Saluti da Ischia, mamma e papà. 

mettiamo che

Mettiamo che voleste creare un danno enorme al vostro Paese partendo da zero – cioè essendo dei pincopallino qualunque – non un ministro dell’economia o un ambasciatore impazziti. Mettiamo che proviate scientificamente ad identificare quale azione, come se fosse una gara con gli altri. Lanciare una bomba ad un monumento di inestimabile valore? Sono tutti controllati, e probabilmente verreste fermati prima. Un incendio? Spesso la spesa per domarlo e’ di qualche migliaio di euro. Deragliare un treno? A parte le vite umane, il danno viene causato soprattutto al privato. Un evasione fiscale mostruosa? Stiamo parlando di gente normale con vite normali ed entrate normali. Vi viene in mente qualcosa di più dannoso?

Niente?

Ora ancora più difficile: come può un pincopallino qualunque creare un danno economico enorme al proprio Paese e poi – sebbene riconosciuto colpevole di ciò – non essere incriminato ed uscirne con la fedina pulita? Viene in mente niente?

In questo gioco teorico la mia proposta e': andare in una zona di guerra senza preparazione e copertura, e farsi rapire. Le conseguenze come si sa sono sempre milionarie, e nonostante il danno, il reato non esiste.

Eppure, la frase molto contestata del vice primo ministro turco sulle “donne che non dovrebbero ridere in pubblico” se uno ci pensa, se uno fa attenzione alle immagini evocate, e se cancella proprio quella parte inopportuna sulle donne che non dovrebbero ridere in pubblico, se uno contestualizza e attualizza il concetto di castità, quella frase, se uno ci pensa bene, e’ bella.

«Dove sono le nostre ragazze, che arrossiscono, abbassano la testa e volgono lo sguardo lontano, quando guardiamo il loro viso, diventando un simbolo di castità? (…) La castità è molto importante. Non è solo una parola, si tratta di un ornamento [per le donne]. Una donna dovrebbe essere casta. Dovrebbe conoscere la differenza tra pubblico e privato. E non dovrebbe ridere in pubblico».

Da come parla in inglese, da kamikaze temerario, Renzi lo metti nella categoria di quelli che a scuola pur non avendo studiato molto sapevano sempre rispondere, inventando comunqe qualcosa, sbagliando forse qualcosa, ma ogni volta con una faccia da culo borderline tra il saccente e il deficiente.

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(da A sud del confine, ad ovest del sole, di H.Murakami)

La gente si perdono di vista

La gente si perdono di vista. La gente credono che il tempo e la distanza non contano, se l’obiettivo è non perdersi di vista. Ma poi invece si perdono di vista. Soprattutto la distanza riesce a scavare i confini. Nel migliore dei casi si dice quando ci si vede, anche dopo tanto tempo, è come se ci fossimo lasciati il giorno prima. Ma questo vuol dire che entrambe le persone sono capaci per un momento di ridiventare quello che erano quel giorno prima, non quello che sono diventati adesso dopo tanto tempo. Dunque è soprattutto una questione geografica, una questione di prossimità. Una questione randomica e triste allora, ché è come crescere cattolici o protestanti o musulmani a seconda di dove sei nato.

Il desiderio di essere come tutti

Francesco Piccolo ha vinto lo Strega con Il Desiderio di Essere Come Tutti.
Non si può evitare di celebrarlo, ché da queste parti si ha da anni Il desiderio di essere come Francesco Piccolo.

Da questa par­te, dalla parte degli antiberlusconiani, si sono posizionati “tutti gli altri”. E siamo tanti. Con pensieri molto diversi, ma costretti a stare tutti insieme. Stiamo tra di noi, comu­nichiamo tra di noi. Ci confermiamo le nostre ragioni, ci rassicuriamo su un assunto fondamentale su cui abbiamo molto bisogno di essere rassicurati: che il mondo miglio­ re è il nostro, assomiglia a noi e alla vita che viviamo, alle scelte che facciamo riguardo non soltanto a regole e leg­gi, ma anche a salute, cibo, educazione, linguaggio, libri, film, viaggi. Abbiamo pensatori di grande fama e carisma che stanno insieme a noi, ci rassicurano, dicono che siamo giusti e facciamo cose giuste; anche se il mondo sta andan­do da un’altra parte, anche se la gente in maggioranza vo­ ta da un’altra parte non ci dobbiamo preoccupare: stanno sbagliando e un giorno si ravvederanno, comprenderanno e torneranno. Abbiamo creato giornali su misura per noi, scrittori su misura per noi, film su misura per noi, eventi su misura per noi, e tutti ci comunicano compiaciuti che non stiamo sbagliando, che stiamo facendo tutto bene, che dobbiamo continuare cosí. Mai nessuno che metta in dubbio le nostre idee, si chieda se c’è qualcosa che non funziona, si chieda perché gli altri riescono a penetrare i desideri di una quantità di gente superiore alla nostra. Mai che andiamo a curiosare chi sono, cosa fanno, quali debo­lezze hanno, se nascondono una virtú che non riconoscia­mo. Siamo assolutamente sicuri che il mondo è diviso in due, quelli che stanno sbagliando tutto e quelli che stan­no facendo tutto bene, e per una coincidenza infelice la maggioranza continua a essere cieca e a guardare a quelli che sbagliano. Ma presto, molto presto, si ravvederanno.

(…)

Ho capito all’improvviso che assomigliavamo a quel gruppo di ciclisti che incontro ogni tanto per la città. che occupano tutta la strada procedendo con lentezza studiata, perché il loro obiettivo non è andare in bicicletta, ma punire coloro che sono in auto e sulle moto. Non sono usciti per andare da qualche parte, ma per bloccare il traffico. Appunto, per punire. Quando mi è capitato di trovarmi in mezzo a loro, intrappolato con il mio scooter, ho provato a infilarmi in uno spazio, a passare, e si sono incazzati. Mi hanno intrappolato e insultato, chiedendomi se ci provo gusto a inquinare la città o se mi piace morire di cancro. Non solo mi impedivano di passare, ma cercavano di piantare nella mia testa sensi di colpa e pensieri bui che mi sarei ritrovato di notte, nell’insonnia. Sono violenti, arroganti e inclini al sopruso, semplicemente perché stanno facendo una cosa più giusta della tua, semplicemente perché tu dovresti fare come loro.
Ogni volta che li incontro, nonostante pensi che abbiano ragione, che il traffico e lo smog sono insopportabili, la mia sensazione è precisa: sono contento di non far parte del loro gruppo, ma di stare insieme agli altri, agli automobilisti e ai motociclisti.

(…)
Quindi, con grande sorpresa, la sensazione che sento arrivarmi addosso, appena dopo essermi liberato della purezza, è soltanto un senso di sollievo. Nient’altro.

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