invece Bravapersona ha deciso di raccogliere tutto il suo accampamento di lenzuola e cuscini dal pavimento della cucina e spostarlo nella sua stanza, in quella che sarebbe il suo “ufficio”. Al posto di lenzuola e cuscini ora c’è un parallelepipedo di tela con le cerniere che in teoria dovrebbe funzionare da armadio per il suo vestiario, una cosa orrenda, un totem di plastica e tubi di ferro, il simulacro di questa nostra convivenza con la data di scadenza.
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(enza, enza, enza)
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Pazienza.
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Quindi è definitivo, Bravapersona resta qua. La donna non lo vuole. Oppure lo vuole ancora, ma lo vuole solo part time. Bello sto concetto del volersi part time. Vorrei una donna che mi volesse part time. Non è per la libertà. Sinceramente non credo di essere gradevole in orario full time, ma per il part time nutro ancora qualche debole speranza. Potrei essere in grado, con questo volersi part time, di ottenere quel minimo sindacale di bene che mi spetta. In certe situazioni servirebbe pure una pensione di invalidità, per il bene. Una sorta di bene integrativo. Una cazzatina del genere, tanto per riempire i buchi, tanto per averci la stampella, tanto per non parlare invano coi vetri delle finestre.
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Non prendetemi alla lettera.
tornato al crucco ovile
Il week end romano si è ridotto ad una misera notte di pernottamento a causa di una simpaticissima (e puntualissima!) gastroenterite virale che mi ha costretto in un letto salentino, e che ha visto prevalere la diarrea sul vomito col punteggio di 3 a 2, con il goal della vittoria segnato allo scadere quando un pareggio sembrava giustissimo e poteva accontentare tutti.
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A Roma ho stazionato una sola notte, ma sono riuscito lo stesso a dimenticare il mio telefono da qualche parte, e adesso sono senza numeri di telefono (grazie al virus cellularesco di cui ho già detto) ma anche senza telefono. Morto il mio telefono di cellularite virale, ultimamente andavo in giro con un Nokia mod. Matusalemme, e adesso anche quello è andato, pace all’anima sua. In fondo è pure giusto così, non si è mai visto un eremita col cellulare.
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In treno verso Fiumicino noto una famiglia di italiani dove la madre e il padre parlano italiano con accento romano con i loro due bambini, e poi inglese fra di loro. Penso che è un buon metodo, e che se c’avessi un figlio forse farei anche io così.
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Penso pure che il lontano giorno in cui avrò un figlio, la conoscenza dell’inglese sarà probabilmente inoculata ai nuovi nascituri direttamente con una iniezione intramuscolare, e non ci sarà bisogno di impararlo a scuola. E forse quel giorno non sarà neanche possibile perdere il telefono, ché il telefono sarà inserito sottocute in fronte, o in una narice, o dietro l’ orecchio, o in un labbro, o dove volete voi. Pure in quel posto.
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Per esempio, sta cosa che ho lasciato il telefono a Roma me la sento già un pochino, in quel posto.
Hasta l'Ammore Siempre
Il Salento funziona come le sorprese nell’Ovetto Kinder: di solito trovi sempre le stesse, ma ogni tanto ne capita una che non avevi mai visto.
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E così nel Salento capita di sentire parlare di Paesi che mai prima di quel momento sospettavi potessero esistere, e di solito succede che ne senti parlare proprio quel giorno che ci devi andare, a quel Paese, e per quanto mi riguarda succede che ci vado solo perché il Cuggino Rasta è riuscito a convincermi con le sue frasi ipnotiche prive di senso che in quei paesi c’è una Festa Bellissima, che sennò col cazzo che ci andrei, in quei paesi dimenticati dal signore Iddio Nostro.
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Frase Ipnotica Priva di Senso: Dai andiamo che c’è la Festa.
Domanda Apatica Priva di Senso: Che tipo di festa?
Frase Ipnotica Priva di Senso: Una Festa Bellissima.
Domanda Apatica Priva di Senso: E che tipo musica c’è?
Frase Ipnotica Priva di Senso: La musica del tipo che piace a te.
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E alla fine ci vado, ma solo perché queste frasi geniali vanno in qualche modo premiate. Ci infiliamo in auto alla volta di sto paesino denominato “Vanze” che in ventisei anni di esistenza salentina non avevo mai sentito nominare, e che lungo la strada continuo a chiamare Vaste, perché davvero non vuole entrare nella testa. In auto, a correggere i miei “Vaste, Paste, Manze, Vasse, Vante” sono presenti: 1) mio fratello il Piccolo (D.Pennac all rights reserved) 2) Billigiò in manica corta 3) il Cuggino Rasta 4) la consorte spagnola del Cuggino Rasta, che da ora in poi chiamerò Kappa, dall’iniziale del suo nome. Anzi, Miss Kappa.
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Aperta Parentesi.
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Il Cuggino Rasta è reduce da tre mesi a Dublino, dove era stato mandato a spese del padre per imparare l’Inglese. Dopo tre mesi è tornato con un incisivo rotto, analfabeta in Inglese ma praticissimo in Spagnolo, assieme con una tipa Sivigliana di cui si dichiara innamoratissimo e che bacia in continuazione in ogni luogo, portandola a pascolare tra le cene natalizie dei parenti della famiglia tutta. Dopo anni di selvaggi scambi di saliva e altri liquidi con le tipe di mezzo mondo, ora il Cuggino vuole fare credere alla sua Kappa di essere un tipo romantico, ma le strade sono piene di tipe che in passato sono state arpionate da lui, epperciò capita spesso di vederlo in imbarazzo. Quando si trova in situazioni di emergenza, il Cuggino si attacca alla bocca di lei, e mette fine ad ogni discorso.
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Chiusa Parentesi.
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Sulla strada per ManzePanzeStanzeValle ovviamente ci perdiamo. L’autoradio manda un vecchio pezzo di Ron, per cui mentre l’asfalto si consuma inutilmente seguendo traiettorie sconfortanti, e il Cuggino simula un amplesso nel sedile posteriore, noi si canta E raccoglierò i tuoi fiori che per strada perderai con le mani svolazzanti da showgirl rivolte verso il parabrezza. Arrivati in un paesello semideserto, troviamo una trentina di ragazzi alla porta di un bar. Ci fermiamo per chiedere delucidazioni sul percorso. Faccio scendere il finestrino mentre la radio dice E seguirò il tuo vòlo senza interferire mmaii e chiedo: Sapreste indicarmi la strada per Vanze o Banze o Sanze? Il capo banda prima mi scherza (Eh, dipende…Vanze sud o Vanze nord?) e poi mi chiede: ma tu lo conosci Giuseppe Congedo? Io rispondo che non lo conosco, e allora lui mi dice MaComeNO! e mi indica un tipo biondino e dichiara “Quello della trasmissione La Pupa e il Secchione!” Riconosco il tipo visto qualche volta in tivvù e affermo: MaCerto! anche se non capisco il nesso fra la mia domanda e l’esposizione forzata al Vip locale, che nel frattempo continua a scrivere sms al telefono da solo in un angolo.
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Arriviamo a sto paesino maledetto, troviamo la festa, parcheggiamo la macchina. Il Cuggino Rasta e Miss Kappa si fiondano al bancone per una birra e, in questo posto dimenticato dal Signore Iddio Nostro, dietro al bancone si trova una ragazza dai capelli lunghi e castani, che fa sorgere sul viso del Cuggino Rasta un sorrisino nervoso apparentemente inspiegabile.
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FlashBack In.
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Un anno fa, in una festa nella prima campagna bolognese, al Cuggino si incolla una tipa dai capelli lunghi e castani che non smette un attimo di parlare. Io lo lascio lì e vado a casa. La leggenda narra che in seguito la tipa si sia portato a casa il Cuggino, lo abbia steso sul letto e gli abbia chiesto “Hai delle protezioni?” e che poi, alla risposta negativa del Cuggino la tipa abbia aperto il cassetto del comodino – zeppo di “protezioni” – per poi dichiarare “Non c’è problema, io sono una ragazza emancipata”. A questo punto del racconto alla parola “emancipata”, sia io che il Piccolo ci siamo sganasciati dalle risate.
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FlashBack Out.
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La Ragazza Emancipata da’ le birre alla coppia di piccioncini e poi il Cuggino riporta la consorte verso di noi che lo aspettiamo col sorriso lucifero a trecentoquaranta denti. Il mio lato bastardo viene prepotentemente fuori e comincio a chiedere in inglese, per farmi comprendere bene: “Do you remember?”. Il Cuggino riesce a starnazzare qualche frase in spagnolo alla sua innamorata di cui io non intiendo Nada, e poi ovviamente per troncare ogni spiegazione le ottura la bocca con baci a ripetizione, perché come è noto alla fine l’Ammore trionfa sempre, Hasta l’Ammore Siempre.
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La festa ovviamente era un mezza merda, ma questo è un dettaglio da nulla.
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Per il resto, domani prenderò il treno e darò inizio al mio weekend romano. Domenica volerò a Colonia e riprenderò l’eremitaggio esattamente da dove lo avevo lasciato.
fortissimamente non voglio
E se dovessi spremere le mie cervella per dire Cosa Voglio dall’anno nuovo, allora l’immagine delle mie cervella spremute è paragonabile a quella di un grosso pompelmo che tutto spremuto alla fine riesce a sputare fuori – bene che va – un paio di goccioline timide di succo giallino. Un paio di goccioline e niente più.
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E se proprio dovessi spremerle tutte, ste cervella che attualmente hanno davvero pochissimo da dire, allora per l’anno nuovo vorrei solo non volere niente. Se fosse possibile per l’anno nuovo mi piacerebbe non trovarmi più nelle condizioni di volere qualcosa, e di volerlo intensamente. Costretto a scegliere con una pistola puntata nella narice, allora dichiaro che vorrei desiderare solo cose piccole e insipide, di quelle che se pure non ce la fai ad acchiapparle, poi te ne dimentichi subito e ti giri dall’altra parte grattandoti la nuca e chiedendoti “cosa si mangia stasera”.
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E, per esempio, io mica lo so cosa si mangia stasera.
Affanculo Boulevard Avenue
Il viaggio da Roma al paesello ha avuto il suo epilogo verso le quattro di notte, quando col valigione e la stanchezza di mille fatiche di Ercole mi sono presentato davanti alla porta di casa. La mia genitrice al telefono aveva avvertito il figliuolo – e cioè io – del cambio di serratura e del fatto che avrei potuto trovare le chiavi nascoste sotto al vaso del ciclamino, o forse del gelsomino, o forse di qualcosa che comunque finiva con “ino”. Sotto al vasino col fiorellino, qualcosa così, comunque.
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Sulla porta di casa ho trovato solo il ciclamino e quindi ogni dubbio – per esclusione, mica per altro – è svanito immediatamente. Ho aperto la porta ed ho posato il mio valigione a rotelle incapace alla stazione eretta sul pavimento, ho dato un’occhiata al salone di casa, ed ho esclamato dentro alla mia persona stanchissima e sfatta:
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“ O Giesù”
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(e subito dopo Sbam! il tonfo del valigione sul pavimento di marmo)
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Dal lampadario in alto sul soffitto a volta, ho visto quattro lenzuoli immensi e marroni che scendevano giù al centro per poi risalire verso le pareti attorno, alle quali erano incollati con dei semplici pezzi di scotch. La prima impressione era quella di un tendone da circo in miniatura. Dal lampadario scendeva anche una cordicella dorata con tre o quattro elefantini impiccati. Sul tappeto al centro del salone un enorme narghilè, e puzza di tabacco nell’aria. Nel salone freddo e buio delle quattro di notte ho subito pensato: Ecco, mia madre è impazzita completamente. Ho pensato anche di staccare tutto immediatamente, ma poi ho creduto fosse meglio aspettare il giorno seguente, per non ferire eccessivamente l’artefice di quell’ obbrobrio.
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Il freddo mortale delle case antiche della costa salentina in inverno è qualcosa che entra nelle ossa e non esce più. E’ qualcosa che esiste solo qui, e lo dico io che un anno fa trotterellavo senza sciarpa sotto la neve bavarese a meno quindici gradi. Col freddo umido che già mi stava irritando le intenzioni, sono entrato nella mia camera. La mia lucetta vicino al letto, quella per leggere i libracci prima di dormire, non c’era più. Sparita. In compenso ho trovato un nuovo mobile immenso piazzato al centro della stanza che impediva il passaggio. Ho iniziato a madonnare in silenzio per la casa, passando e ripassando sotto al tendone da circo montato nel salone, col freddo bestia che mi faceva uscire le nuvolette dalla bocca mentre imprecavo in silenzio rivolto verso nessuno, perché tutti erano nel letto a dormire sotto quintali di coperte di lana. Ho cominciato ad aprire cassetti e armadi alla ricerca di un qualcosa in grado di illuminare le mie imprescindibili letture notturne, perché Va Bene il freddo siberiano, Va Bene il tendone da circo nel salone, Va Bene la valigia che non si regge in piedi da sola e Va bene che entro nel bagno e ci trovo barattoli e flaconi sparsi sul pavimento, Va Bene il portacenere stracolmo lasciato posato su di una sedia davanti al camino manco fossi in una bettola di infimo ordine, però se mi fanno sparire la lucetta per leggere sotto le coperte, ecco, allora io mi incazzo. Poi è chiaro che basta girare e girare per un quaranta minuti nella casa deserta e buia, con Silvano che pigola nella gabbietta per il rumore che faccio, smadonnare con le nuvolette che escono di bocca, e alla fine succede che l’incazzatura passa come tutte le altre volte che sono tornato a casa, perché ogni volta che torno a casa devo imbestialirmi per un motivo, e di solito il motivo è il bordello che ci trovo, ogni volta diverso, ogni volta più bordello, ogni volta più anarchia e decadentismo e mozziconi di sigaretta lasciati nei posti più improbabili. Con l’incazzatura in fase calante – ma non ancora sparita del tutto – mi sono infilato nel letto e ho cominciato a leggere utilizzando la lucina del telefono. C’avevo duemilaeduecento chilometri di viaggio alle spalle, e allora il sonno è arrivato presto.
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La mattina dopo vengo svegliato da una lamentela melodica arabeggiante . Vado nel salone per vedere cosa crispio succede e mi ritrovo in una Casbah di Algeri. Il circo che scende dal lampadario è ancora lì, e pure il narghilè. I divani sono spariti e al loro posto ci sono teli e cuscini decorati con fantasie arabe posati sul pavimento. Se un cammello entrasse in quel momento e cacasse di fianco all’acquario, lo troverei assolutamente coerente con il contesto. Mio fratello il Piccolo (D.Pennac all rights reserved) arriva col sorriso scimunito e mi chiede: Mbe’, che ne dici, ti piace? Allora in quel momento capisco tutto, l’Harem nel salone non è colpa di mia madre: è solo il compleanno di mio fratello. Mio fratello il Piccolo che è nato la vigilia di Natale e allora ogni anno si inventa un qualcosa per ricordare al mondo che il 24 dicembre non è solo la vigilia di Natale, ma è soprattutto il suo compleanno. Quest’anno è il turno della festa araba, con buona pace di tutti.
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Mio fratello il Medio per uno sputo di febbre si dichiara malato terminale e sparisce nel letto. Vado a trovarlo con una aspirina in mano (che ora posso citare solo scrivendo Aspirina®) ma lui dal letto di morte con una coppola in testa mi dice che “di queste cose lui non ne prende”. Cerco di non calcare la mano spiegando che prendere un Aspirina(®) non è poi così grave ma evito di scendere nella bieca pubblicità. A pranzo mia madre mi dice che questa scelta è forse l’influenza di una sua amica fattucchiera dell’università che si cura con le erbe e gli intrugli naturali. Mi viene da pensare Che Bello mandare i figli all’università, che poi ti ritornano indietro progrediti e illuministi.
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A pranzo siamo solo io e mia madre, ché il Medio resta nel letto e il Piccolo esce per andare a casa di mio padre. Subisco il rigurgito dell’incazzatura notturna e comincio a sbottare con mia madre che non è possibile che così, che non è possibile che colà, che ogni volta che torno mi devono girare per forza le palle eccetera eccetera, ma poi alla madre vengono i lacrimoni agli occhi – lei che da due settimane aveva cominciato il conto alla rovescia per la mia venuta – e allora mi devo fermare, e come ogni volta mi ricordo che tutte ste cose io le posso solo sopportare, sopportare e basta, ché discuterne non è affatto cosa buona e giusta.
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Per il resto, non ho una connessione internet ed ho un simpatico virus al telefono cellulare che mi ha fatto perdere quasi tutti i numeri e i messaggi ricevuti nell’ultimo anno. Mi sento come un cittadino della periferia di un paesello dello Yemen, solo che nello Yemen ( ovunque sia lo Yemen) fa di certo più caldo che qui. E di certo nello Yemen (come anche a Bologna, Colonia o Londra o GiesùBambino City) un’ora all’internet point situato in Affanculo Boulevard Avenue NON costerà mai tre euro e cinquanta come invece qui.
post in progress in christmas time
Qui c’é il sole, ho un polpaccio dolente ma non troppo, una tazza di acqua-caffé fredda sulla scrivania e – siccome pure per me si sta facendo irrimediabilmente Natale – allora domani prendo l´aereo e volo fino a Roma. Tornare in Italia uno dice Vabbé, ma tornare in Italia e arrivare direttamente a Roma forse é un colpo troppo duro. Non so se potró sopportarlo (ahó), tutto il casino e il traffico e il rumore che Roma ogni volta mi riserva. Nella Capitale (ahó) devo spendere otto ore in qualche modo, e un modo di sicuro lo troveró (ahó), per poi partire in automobile col caro compare Raoul alla volta del paesello.
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Gli auguri di Natale me li tolgo davanti immediatamente, cosí non ci penso piú.
E quindi Auguri, e un bacio sulla fronte a tutti i Palloni Wilson(s) in ascolto.
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Per il resto, ho deciso che questo post verrá aggiornato continuamente da questo momento fino a Natale con tutti gli sbrodeghezzi che saró capace di vomitare nelle prossime ore e nelle prossime giornate. É un esperimento, tanto sotto Natale chi cazzo li legge i blog.
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No?
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ore 12:50, ufficiolo dell´Azienda.
Fame. Ho preparato la frase in tedesco per dare gli auguri ai capi qui in azienda. Ho ricevuto una consulenza dalla Crucchina, ieri sera. Ich wünsche Ihnen ein frohe Weihnachten und glückliches neues Jahr. In tedesco Buon Anno si traduce Fortunato Anno Nuovo. Anche Google Translate mi traduce Merry Christmas in tedesco con Frotunato Anno Nuovo, allora la Crucchina c´ha ragione.
A Roma direbbero: E Sti Cazzi?
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ore 13:00, ufficiolo dell´Azienda.
La Crucchina ieri sera mi fa vedere il suo Ipod, per dimostrare che lei ascolta pure musica italiana. Io giá mi aspetto di trovarci Eros Ramazzotti, e invece lei mi stupisce dicendo che la sua canzone italiana preferita é "La Gatta" di Gino Paoli. Le dico: Brava Crucchina, bella scelta, e poi cos´altro? Prendo l´Ipod e leggo sul monitor: Laura non Che. Scritto cosí, "Non Che".
A Roma direbbero: E Sti Cazzi?
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ore 15:55 ufficiolo dell´Azienda.
Sto cominciando a diventare insofferente. Quando non mi trovano subito i documenti che chiedo, comincio a sbuffare. Sono giá tutti in vacanza. Mi dicono: non si puó fare a gennaio? No, non si puó fare a gennaio. I documenti li voglio adesso, cribbio.
E a Roma direbbero: E sti Cazzi?
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ore 17:34 ufficiolo dell´Azienda.
Affanculo me ne vado.
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ore 19:02 Casa Coloniese.
Brava Persona, normalmente dormiente sul pavimento della cucina, è capacissimo di fottersi il mio letto durante ste vacanze. Non so come giustificare sto conato di intolleranza improvviso, ma io Brava Persona che a Capodanno dorme nel mio letto non ce lo voglio.
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ore 20:00 Casa Coloniese.
Telefono a mio padre per rimembrargli il mio ritorno. Il telefono squilla due volte e poi.
– Pronto..
– Pronto!
– Eilà Giancarlo!
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ore 21:20 Casa Coloniese.
Mio fratello mi annuncia al telefono che mia madre, non avendo notizie di me da giorni e giorni, comincia a darmi per disperso e chiede notizie di me "in giro".
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ore 06:50 Casa Coloniese
Via col vento.
il problema vero sono i traumi infantili
Io per esempio nel 1990 andavo in giro con un giubbotto “bomber” addosso, di quelli grossi che ti gonfiavano le spalle pure se sotto eri uno stecchino, su jeans stretti alle gambe brutalmente terminanti alla caviglia. Ricordo ancora – con la pelle d’oca – un paio di jeans Avirex rosso ciliegia ai quali addirittura mi affezionai, invece di piangere in ginocchio ai piedi di mia madre pregandola di non farmeli indossare. Ma era il 1990, e avevo dieci anni, l’età della ragione sarebbe arrivata di lì a poco.
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Ero un decenne che andava in giro coi pantaloni stretti e corti e un bomber bombolone attorno al tronco. In pratica, un fungo semovente dal gambo vermiglio. Una pena. Ma ai ggiovani piace fare il contrario di quello che viene loro imposto, no?
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E allora.
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La ribellione arrivò coi primi pantaloni bracaloni stile hip-hop. Belli larghi, assurdi nella loro abbondanza e così diversi dagli stecchini a sigaretta dei jeans anni ottanta. Durò poco, nel giro di un paio d’anni l’hip hop divenne una moda sfrenata, e io a sentirmi dentro alla moda non ce la potevo fare, così eliminai il pantalone bracalone propriamente detto per un più diplomatico pantalone bracalone vorrei-ma-non-posso, sempre largo ma senza dare nell’occhio, con l’implicito messaggio “se mi nomini i Gemelli Diversi ti arriva un pugno sullo zigomo”.
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Due pugni, anzi.
Arcata sopracciliare e zigomo.
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Il problema giubbotto – invece – è sempre stato più complicato, perché è davvero difficile trovare un qualcosa da mettersi addosso che non sia immenso. Per spiegare, io sono quello che nei negozi comincia a sfrucugliare fra le giacche appese finchè non arriva la commessa ad avvertirmi, imbarazzata, che sto ravanando fra i capi femminili. Perché a voi femmine sono permessi i giubbotti col taglio stretto, e per i maschietti invece solo indecenti abbondanze di tessuto imbottito,così che ad alzare le braccia pare di essere Batman che allarga il mantello per spiccare il volo.
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Non vale.
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Almeno, questo è quello che succede soprattutto in Italia, dove i longilinei sono rari e abbondano piuttosto i tarchiolinei dal collo taurino e le cosce gattusiane, che se non li rivesti con qualcosa di abbondante ti ritrovi con l’effetto salume insaccato nel budello di pecora. Ogni volta che scrivo collo taurino torno col pensiero alla magnifica descrizione fisica del pescarese medio che Silvia Ballestra fece ne “il Compleanno dell’Iguana” ma questo è un altro discorso.
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Piuttosto.
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Tutta sta sfranfrina di parole è per dire cosa, poi. Tutto sto revival è solo un pretesto per dire che ieri mi sono accattato –in un negozio di centro Colonia – un giubbottino verdino militarino come dico io, che c’ha il duplice vantaggio di non creare l’effetto Batman e nemmanco quello opposto da anatroccolo glamour. Col mio nuovo giubbottino addosso mi sento molto un ibrido fra Liam Gallagher e Chris Martin, questo solo per buttare due nomi, ché il paragone non rende l’idea. Se a questo si aggiunge che sotto c’ho pure il nuovo maglione col ricamo nordico natalizio, allora vi auguro sinceramente di non incontrarmi per strada, che davvero sono irresistibile.
la italiano è una lingua molto bellissima
La ragazzina seduta con me solleva la tazza di milchcaffee e se la porta alle labbra. Invece io osservo attentamente l’epidermide immacolata delle sue mani, degli avambracci e delle sue guance, ché soprattutto quelle – le guance – paiono appena adesso scartate da una confezione regalo con dentro la finta pagliuzza di plastica. Manda giù un sorso piccolissimo di milchcaffee e poi rimette la tazza al suo posto. Le stavo dicendo qualcosa ma ho dimenticato. Cosa le stavo dicendo? Mboh, non ricordo. Comunque, la frase che adesso mi si staglia luminosa nella testa è:
—
Fossi tuo padre, col cazzo che ti farei andare in giro con uno come me.
—
La mia entrata a gamba tesa nella vita sociale di Colonia (vita sociale coloniese? coloniale? colonistica? coloniata?) prende la forma di una signorina ventunenne con gli avambracci e le guance vellutate. Anzi, due. Voglio dire, non sono due le guance (è ovvio che sono due) ma sono due le signorine. Tedesche. Ventunenni. Non tutte e due assieme, sia chiaro, una alla volta. Coi vestitini delicati di studentesse crucche ventunenni. Con gli stivaletti dall’interno lanoso e con le palline che dondolano sulle caviglie mentre camminano.
—
Ventunenni. Le palline. Gli stivali.
—
Le palline, non potete aver presente, in Italia non si usano.
—
In teoria dovremmo fare conversazione tedesco-italiano. In teoria. In pratica dicono che non si sentono ancora in grado – di parlare italiano – e allora finisce che parlo quasi sempre io. Col mio tedeschingleseitaliano gesticolando e sbuffando e sudando raggiungo con fatica inaudita dei concetti semplicissimi e poi mi affloscio sul tavolino, stremato. Se capiscono, va bene. Se non capiscono, sono contente lo stesso. Poco fa ero con l’Amburghina ( in quanto proveniente da Hamburg, ndr) e le chiedo: hai capito?
—
– Si, ho capito.
– Ma va’, non è possibile.
– Davvero, ho capito!
– Ma va’ che non è possibile.
—
E poi – siccome senza figure di merda non sono io – succede che passeggiando per strada con la Crucchina (perché autoctona di Colonia, matricola, vive ancora con i genitori, ndr) con le mani in tasca faccio lo splendido e le chiedo, con tono di voce premuroso:
—
– Allora, dimmi, Crucchina: lavori al mercatino di Natale anche la prossima settimana?
– Chi, io? Mai lavorato al mercatino di Natale.
– Annò?
– No, mai lavorato al mercatino di Natale, davvero.
– No? Maddai.
—
E poi resto zitto, sperando che il rumore del traffico possa coprire le urla dei miei neuroni che si mandano affanculo l’uno con l’altro. Non era la Crucchina che lavora al mercato di Natale. Era l’altra, l’Amburghina. Che figura di merda.
—
Poi loro sono sempre contente. Dicono sempre di Sì. Dev’essere qualcosa che insegnano a scuola, chi lo sa. Chiedo: andiamo a vedere il centro storico? Andiamo, mi risponde l’Amburghina. Oppure: Sai? Non ho ancora visto il Reno da vicino. E lei: vieni, ti ci porto io a vedere il fiume! E mi porta. Andiamo a bere una cosa lì? Andiamo. Facciamo? Facciamo. Camminiamo? Camminiamo. Magari se un giorno le chiedessi di prendere la macchina e andare – per dire – ad Amsterdam, possibilissimo che quella mi dice di Sì. Solo che io c’ho da fare, non posso mica andare ad Amsterdam. Non posso. Però magari un giorno glielo chiedo lo stesso. Tanto per fare.
—
– Amburghina, andiamo ad Amsterdam?
– Va bene, andiamo ad Amsterdam.
– Eh, non si può.
– Non si può?
– Non si può, mi dispiace, sono impegnato.
– Va bene, fa niente.
—
Poi a fine serata sono sempre io che le mando a casa. A un certo punto me ne esco col mio magnanimo splendore e sospiro: Eh, si è fatto tardi, forse devi andare a casa. E loro annuiscono, acconsentono, sono d’accordo. Sono sempre d’accordo. L’altra sera accompagnavo la Crucchina alla fermata del bus (dopo la figura di merda) e le guardavo la camicetta di bambina che indossava. Ci sono certe camicette di bambina che uno dice: vabbè. Ci sono certi golfini di bambina a zero percentuale di infeltrimento che uno dice: vabbè. Il fatto è che ci sono pure certi accoppiamenti camicetta-golfino che uno dice: è troppo. Anzi – per essere precisi – uno dice, mentre la Crucchina sale sull’autobus:
—
– Allora buonanotte!
– Grazie di tutto ci sentiamo uno di questi giorni!
– Si certo. Adesso vai a casa?
– Si vado a casa. Tu?
– Pure io.
—
E fila subbbito a casa, svergognata, che se fossi tuo padre col cazzo che ti farei accompagnare alla fermata dell’autobus da uno come me.
io sono
Io sono un abitudinario.
Io sono uno che si adatta.
Sono uno che si abitua e che si adatta.
Quindi sono un abitudinario.
E, contemporaneamente, sono adattabile.
Sono adattabile a diverse situazioni.
Quindi non sono abitudinario modello base, ma
sono un poli-abitudinario.
—
Sono un poli-abitudinario.
—
(..mmm..)
—
La definizione non mi convince.
Come significato andrebbe anche bene.
Ma per il significante non ci siamo proprio.
Sono un poli-abitudinario, suona un po’come:
Sono un poli-ambulatorio.
—
Non mi piace.
—
Breaking news Cronaca: Brava Persona l’altra notte non è tornato a casa. Ho creduto che la donna se lo fosse ripreso con se’. Ho creduto, ho sperato, ho congetturato, ho ipotizzato. Ma niente: stamattina Brava Persona era di nuovo qui, che alle nove faceva casino smantellando un computer giusto dietro la porta della mia stanza. Quando ha capito che ormai ero definitivamente sveglio, si è messo a cantare Robbie Williams. Brava Persona. Trentanove anni. Domenica mattina. Canta Robbie Williams. Col cacciavite in mano.
—
Breaking News Costume e Società: con sti pantaloni nuovi di pigiama a righe celesti e arancioni che ho comprato ieri, sono davvero bellissimo. Sono un regalo di Natale. Bellissimo. Mi manca solo il fiocco dietro la nuca.
—
Comunque Sì. Poli-abitudinario. Anche se suona male, lo lascio così. Poli-abitudinario.
che uno potrebbe chiedere: e le tue basi culturali?
quando non c’era la Playstation, quando non c’erano i Pokemon, quando non esisteva Messenger, quando non si mandavano gli SMS col telefono cellulare, quando non esistevano ancora tutte ste parole che finiscono per consonante, e se pure esistevano erano tutte parole collegate in qualche modo con le bollette da pagare come Gas, Sip e poi Telecom, quando vivevo ancora nel deserto del Tacco e i pomeriggi in qualche modo dovevo trascorrerli, mentre i miei coetanei di Milano andavano al centro commerciale oppure andavano a prendere lezioni di pianoforte o di danza classica o di buone maniere,
—
noi,
—
noi crapuloni si passava il tempo a vedere certi programmini sulle emittenti locali, i cui protagonisti in seguito sarebbero diventati famosi e apprezzati nell’Italia tutta, ma che per quell’arco di tempo ci diedero da ridere e raccontare, e verso i quali la mia riconoscenza non sarà mai troppa, ché mi fecero capire che tutte la ciliegine di squallore che ai tempi mi circondavano potevano pure essere osservate da un punto di vista diverso, e magari si poteva pure riderne.
—
E viene da ridere ancora oggi, se si pensa che dieci anni dopo c’è qualcuno che si accorge di tutto questo e lo spaccia addirittura per una novità. Lo chef consiglia:
—
Pubblicità Progresso e Turaist Ingleis degli Oesais.
imbuzziconimento della vita moderna
Certe volte dimentico di introdurre cibo nel mio corpo, e me ne ricordo solo in prossimità dello svenimento.
—
A furia di grattugiare riflessioni contorte fissando i muri della stanza, mi convinco di essere puro spirito e di non aver bisogno di alimentazione alcuna. Poi la glicemia scende giù e comincia a scassare le palle, così mi devo trascinare fino alla cucina per inserire qualcosa nell’orifizio che normalmente utilizzo solo per blaterare. Puro Spirito questo paio di palle! urla la mia glicemia in fase calante. Certe volte faccio per andare a dormire e all’improvviso mi ricordo che non ho cenato, e quindi niente dormire e niente bozzolamenti fra le lenzuola, chè bisogna andare di corsa a mangiare. Come l’altra sera, che ho deciso di cucinare quando ero ormai prossimo al mancamento, e poi con la forchetta ho cominciato a pescare la pasta mezza cruda dalla pentola per mangiarla così com’era, che sennò svenivo e Brava Persona mi avrebbe rinvenuto morto e con la forchetta in bocca.
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Non ho idea di quale sia il mio peso, credo qualcosa intorno ai 78-80 chili distribuiti su un metro e ottantacinque, ma comunque ogni volta che vengo in Germania comincio a dimagrire e i pantaloni mi cascano giù. Dev’essere l’aria. Qui c’hanno l’aria dimagrante.
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Mboh, ma comunque.
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Anche quest’anno la sera della vigilia sarò seduto col mio panino a guardare la tv, e il tiggì mi farà sentire fuori dal mondo raccontandomi che la notte del ventiquattro, in tutta la Nazione, è tradizione ingozzarsi di cibo tutti attorno allo stesso tavolo. Non ricordo se ai tempi in cui ero dotato di una sola famiglia invece di averne due come adesso, ci fosse questa tradizione dell’ingozzamento natalizio, ma mi pare di No.
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A differenza degli altri anni, questo Natale passerò dall’interrogativo Sono fuori dal mondo? al ben più incoraggiante e spavaldo Sono fuori dal mondo! e mangerò il mio panino senza troppi drammi.
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Fuori dal mondo.
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Prendete Natasha Kampush, per esempio. Quella ragazza austriaca rapita per nove anni e liberata solo questa estate. Lei si che era fuori dal mondo, nella sua stanzina di due metri per due con niente tv e niente tiggì. Sarebbe questa, un fiorellino con gli occhi birichini e il sorriso furbo. Prima era fuori, adesso è tornata dentro. Nel senso che è dentro al mondo ma fuori dalla stanza. Dopo quattro mesi di libertà Natascha ha subito un espansione volumetrica mica male. In Austria, evidentemente, c’hanno l’aria ingrassante.
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Io sono Natascha quando stava dentro.
povera patria schiacciata dagli eventi
Voi mettetevi nei miei panni, che leggo da qui le notizie dell’Italia. Che le leggo e poi subito provo un prurito assurdo ai polpastrelli perchè ne vorrei scrivere, ma non lo faccio, chè mi sono promesso di non affrontare sti argomenti in codesto blogghe. E non lo faccio, e non lo faccio. E non lo faccio.
Però signorimiei certe volte il prurito è troppo e allora mi scappa la filippica.
C’ho la filippica in canna, scusatemi, devo farla qui.
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allora, antefatto:
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Sono due giorni DUE, che sui principali siti di informazione compare la notizia dei fischi a Prodi durante il Motorshow. Sono DUE giorni che si leggono commenti su sta cosa. Si sono scomodati il Presidente della Camera Bertinotti, il Presidente del Motorshow Cazzola, il Sindaco di Bologna Cofferati, e poi politici vari ed eventuali, Berlusconi, Casini, Schifani e compagnia bella.
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Ma qui non importa chi ha parlato, qui importa QUANTO se ne è parlato. E allora, quanto? Quanto peso, quanto tempo a questa notizia? Due giorni di prime pagine. Due giorni. Tutti a dare un significato a sti fischi, ma nessuno che si è chiesto chi è stato a fischiare. Le uniche foto disponibili del gruppetto di contestatori, ravanando in lungo e in largo per il webbe, le ha date solo Repubblica.it, e sarebbero queste foto qui.
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Allora, a questo punto.
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La fisiognomica, cito paro paro, “è una disciplina che pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto”. Attualmente la fisiognomica non è elevata al rango di scienza, ma solo di “disciplina parascientifica”. Questo significa che se uno c’ha la faccia da idiota, io non posso affermare con certezza scientifica che quello sia veramente un idiota, posso solo sospettarlo. Io non ritengo affatto giusto elevare la fisiognomica al rango di scienza – sia chiaro – però è anche vero che il 90 % delle facce stupide che ho incontrato in vita mia, poi erano davvero stupide come sembravano, se non pure di più.
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Guardando le foto dei fischiatori, ci sono due possibili interpretazioni. Ovvero:
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– questi sono solo una massa di studenti che ha fatto sega a scuola e con la cumpa degli amici ha preso il treno per andare al Motorsciò e riempirsi lo zaino di gadget e sbavare davanti ai culi delle standiste, giocare a chi sputa più lontano alla fermata dell’autobus, sferrarsi a pugni a tradimento, fischiare il primo che passa così poi le telecamere ti inquadrano e sai che fico rivedersi poi le facce sui giornali, scambiarsi le suonerie del cellulare col bluetooth, decidere qual è il Suv più ganzo fra quelli esposti, prendere l’ultimo treno per tornare – che ne so – a Vattelappesca provincia di Bergamo, arrivare al paesino ad orario di cena, guidare lo scooterino con la marmitta modificata fino a casa per poi addormentarsi col joypad della Playstation in mano e il muco che scende lento dal naso.
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oppure:
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– è un’associazione di studiosi appena uscita da un convegno intitolato “Prospettive future in tema di crescita del gettito tributario”. Si tratta di menti illuminate provenienti dalle migliori scuole del Paese, riconosciuti esperti di politica nazionale che hanno a cuore le sorti dell’Italia, e dopo aver accuratamente analizzato e discusso i punti salienti delle ultime leggi emanate dall’attuale governo, hanno deciso di esprimere civilmente il loro dissenso verso il Presidente del Consiglio.
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Siccome sono fiducioso, scelgo la seconda opzione.
Questa foto, in effetti, spiega dettagliatamente i motivi della protesta.
come diventare tom hanks in cast away
Il film lo hanno visto tutti, quindi è inutile spiegare la trama.
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Oppure la spiego lo stesso, nel modo più veloce possibile: c’è Tom Hanks che sta sull’aereo, l’aereo cade, lui non muore, ma si ritrova su di un isola deserta (gli aerei cadono, e le navi affondano SOLO in prossimità di un’isola deserta) lui trova il modo di sopravvivere cacciando e pescando pesci tropicali, diventa muscoloso e abbronzato e con la barba lunga, trascorre quattro anni su questa isola bellissima e ogni tanto apre un orologio da tasca dove dentro c’è la foto di Helen Hunt – stupenda – che sarebbe sua moglie. Un bel giorno si scassa le palle dell’isola, si costruisce una zattera e si lancia in mezzo all’oceano. Siccome Tom Hanks è già morto una volta nel film Philadelphia, non può morire di nuovo, e allora miracolosamente non affoga, lo pescano dal mare, lo ripuliscono e lo riportano alla vita moderna. Sua moglie nel frattempo si è risposata, si incontrano, piangono e si baciano ma la moglie resta dove sta. A questo punto, siccome a Tom Hanks sono già capitate troppe sfighe nel giro di un’ora e mezza di film, e siccome stranamente l’Ammore non ha vinto contro tutti come di solito succede nei films americani ed Helen Hunt – bellissima – è rimasta con il nuovo marito, allora gli autori del film nel finale salvano la storia facendo incontrare a Tom Hanks una figona bionda che chissà perché si innamora di lui a prima vista.
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Ora, non c’è bisogno di prendere un aereo e sperare che caschi in mare vicino ad un isola, si può fare in un altro modo più semplice, io lo so bene e mo’ ve lo spiego.
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L’isola.
Questa città, lo giuro, è bellissima. Bellissime le strade, bellissime le persone, bellissimo tutto. Tutto bellissimo. Questa città ovviamente non è deserta, anzi, è zeppa di gente. Gente di tutte le età, altro che deserta, e tra questi – come si è detto – pure una buona percentuale di Cristiani Malgiogli. Tutti gli altri invece hanno l’aria di Cristiani Per Bene (ah,ah,ah!). Per quanto mi riguarda la città è comunque deserta, dato che non conosco nessuno. Come ho conosciuto persone durante la mia vita? Facciamo una breve rassegna:
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– A Scuola : non vado a scuola.
– All’Università: non vado all’università.
– Al lavoro: tutti dai quaranta in su. Simpatici, ma dai quaranta in su.
– Coinquilini vari ed eventuali: Brava Persona non conta, lui fa da arredamento.
– Amici degli Amici: essendo gli amici uguale a zero, se ne deduce che è zero.
– Scambiando quattro chiacchiere per caso: il mio tedesco non permette performance brillanti, anzi permette solo figure di merda del tipo Io Molto Poco Tedesco Capire Ah Cosa Detto Tu Prima Che Non Avere Capisciuto?Ah?
– Lingua in bocca dopo tre minuti di conversazione fortemente condizionata dall’alcool: non ne ho voglia, ma se lo ripeto troppe volte poi non mi crede nessuno.
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Il problema è che tutta sta cosa non mi pesa. Se mi pesasse potrei dire: ok, vedi? sei una persona normale che non vuole essere messo da parte. E invece no, questo fare l’eremita mi piace, ci sto bene, praticamente sguazzo nel mio eremitaggio. Sto iniziando ad entrare nella mentalità del barbone che dorme sulla panchina anche quando ha il letto garantito dalla Croce Rossa. L’eremita e il vagabondo hanno un loro perché. Io sono qui che ancora me lo chiedo: perché?
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Il cibo.
Tom Hanks si nutriva soprattutto di pesci, io soprattutto di pizze congelate. Le vado a pescare nel congelatore del market qui all’angolo, hanno di prezzi ridicoli rispetto all’Italia, e comunque la mia attuale abulia non mi permette di cucinare.
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L’orologio con la foto di Helen Hunt che lo crede morto.
Passiamo al punto successivo, e in fretta. Comunque, ecco… non sono morto.
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La trasformazione fisica.
Io non lo so come funziona il mio corpo. Se corro e scappo e mi agito tutto il giorno, o se siedo perennemente davanti al Pc come in queste settimane, lui non cambia mai. E’ sempre lui. Anzi, pure meglio. Questo contribuisce alla mia voglia di non fare un cazzo. Mi guardo allo specchio e sembra come se fossi andato a far palestra ieri pomeriggio. Forse fra una trentina d’anni non sarà più così, e allora impazzirò come Kevin Spacey in American Beauty. Per adesso, continuo beatamente a grattarmi le palle.
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Il Pallone Wilson.
Siete voi, tutti voi. E fatemi il piacere di non affogare in mezzo all’oceano, che sennò mi incazzo.
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Sapete nuotare?
ieri sera mi sono trascinato controvoglia
Ieri sera mi sono trascinato contro voglia in un posto qui dietro casa che era così sfigato, e così deserto, e così sfigato, e così deserto, e si sapeva già che sarebbe stato così sfigato e così deserto, e così sfigato, ma soprattutto così deserto, che sul totale di trenta persone presenti, circa sei o sette erano sulla sedia a rotelle. Lo so che non è corretto specificarlo (che lo stupido col dito alzato che ti urla razzista insensibile lo trovi sempre) ma questo è solo per dire che soltanto in un posto dove non c’è nessuno, e dove tutti sanno che non ci sarà nessuno, potrai vedere arrivare il club dei sediarrotellanti con l’apposito pulmino.
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Il locale, oltre alla decina di sediarrotellanti ospitava poche altre persone, e tra queste poche c’erano un paio di coppie che davanti alla pista completamente vuota non hanno resistito, non sono riuscite a trattenersi e si sono lanciate in piroette sguaiate e urla e salti e cadute a terra di culo.
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Il locale, oltre alla decina di sediarrotellati e alle coppie piroettanti ospitava pure me, che seduto sullo sgabello sono riuscito a resistere forse un diciotto minuti lordi – a voler stare proprio larghi – giusto il tempo di porre un paio di interrogativi ad una Gauloises blu, e ricevere in cambio zero risposte.
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Fuori sulla porta del locale, la locandina della serata prometteva Frizzi e Lazzi con colori sgargianti e frasi che finivano tutte con un punto esclamativo se non addirittura due. Ho constatato l’incongruità realtà-locandina e come conseguenza ho prodotto una sbuffata, ma giusto in quell’istante è arrivata la mia coscienza. Sempre lei, che mi sta fra le palle.
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– Cazzo sbuffi.
– Ma niente, era per dire.
– Cazzo sbuffi Cosa?!?
– Ma niente leggevo la locandina…
– E allora? Non ti sta bene?
– Mmm..
– Se ci fossero stati davvero i Frizzi e i Lazzi e gli Spiripizzi, ti sarebbe andata bene?
– Avrei trovato certamente qualcos’altro da criticare, lo so.
– E se ci fossero stati i Spurumuzzi e gli Starnapazzi?
– Mmmm…
– E gli Sghiribizzi? E i Funfunicci?
– Mmm..
– E Sprazzi e Mazzi e Cazzi e Coriandoli nelle orecchie?
– …mmm..
– Sai dove devi andare tu?
– Affanculo?
– Ecco bravo, vai.
– Vado.
CristianoMalgioglioLand
A 20 anni la donna tedesca ha i boccoli biondi sulle spalle, una pelle levigata che una qualsiasi forma di trucco sarebbe un sacrilegio, e indossa certi cappottini stretti ai fianchi che ti fanno venir voglia di prenderla in braccio e portarla via con te.
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A 30 anni la donna tedesca ha i boccoli biondi che cadono dalla coda, una femminilità consapevole e occhi pieni di amore per il figlioletto col moccolo al naso, che viene infagottato e legato al seggiolino della bicicletta. Si avvolgono al collo certe sciarpette colorate da colori delicati che ti verrebbe voglia di chiedere: dimmi cosa vuoi che farò il possibile per dartela, dimmi solo cosa.
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A 50 anni la donna tedesca diventa Cristiano Malgioglio.
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Come cazzo è possibile.
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Dopo una certa età la donna tedesca perde qualsiasi residuo di femminilità e inspiegabilmente esibisce acconciatura e vestiario che non hanno niente a che fare con lo stile che è possibile notare nelle donne tedesche di altre età. Voglio dire, la ragazza tedesca è – in media – molto sobria. Niente trucco, niente vestiti firmati, niente tacchi. Quasi nessuna si tinge i capelli. Il novanta per cento delle ragazze che conosco in Italia si tinge i capelli (non ho nulla contro le tinture, sia chiaro) e usa permanentemente come minimo il fondotinta. Poi, nei casi disperati, si arrischia ad entrare in un negozio di Roberto Cavalli e ne esce fuori che ha preso le sembianze di un albero di Natale con tanto di stella cometa infilata nella bocca. Oppure entra da D&G e ne esce Uovo di Pasqua. La donna tedesca No, è delicata, è semplice.
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Poi, diventa Cristiano Malgioglio.
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Le donne tedesche le vedi con queste acconciature che è difficile descrivere a parole. Potrei dire Cristiano Malgioglio, ma non credo che basti. Il ciuffo davanti se lo tingono di un colore più chiaro, e quindi in questo senso possono assomigliare a Cristiano Malgioglio, oppure si potrebbe dire che sono il negativo di Mirko dei Bee Hive. Il resto del cranio se lo fanno sistemare in stile Mc Gyver prime edizioni (la foto non rende) e poi dopo un certo grado di buzzurraggine arrivano a pettinarsi la chioma anteriore secondo l’onda laterale che ricorda i bei tempi andati di Nicola Berti.
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Ieri uno dei capi della megamultinazionale ci ha invitati tutti ad una visita guidata nelle catacombe dei sotterranei della Cattedrale di Colonia. Tra il freddo e il non capire un cazzo di quello che raccontava la guida a proposito delle cripte, sono stato preda di attacchi di sonno difficili da controllare, e nei momenti in cui nessuno mi vedeva mi sono sferrato degli schiaffi memorabili per restare sveglio. Ad un certo punto giuro che è arrivata una donna sulla sessantina con i capelli celeste scuro, e non dico per dire, dico celeste scuro e so cosa sto affermando. Non dovete pensare a quelle vecchine che, poverette, sbagliano la tinta e poi le vedi in chiesa con le capocce violacee. Qua si trattava di celeste intenzionale. Praticamente celeste Puffo.
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La donna italiana, male che va, verso quell’età si è trasformata in Orietta Berti. Con tutto quello che si può dire di Orietta Berti, l’ Orietta vince a mani basse su Cristiano Malgioglio, vince dieci a zero e non si discute.
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Quello che non riesco ad individuare è l’anello di congiunzione fra la donna tedesca col boccolo biondo e il visino angelico e Cristiano Malgioglio. Voglio dire, cosa scatta nella testa donna tedesca quando ad un certo punto corre dal parrucchiere con la foto di Mac Gyver in tasca? Poi dicono che gli uomini tedeschi bevono troppo. Voglio vedervi a voi che una mattina, vi svegliate (e Bella Ciao) che vi hanno sostituito la Bella e al suo posto vi hanno infilato sotto le coperte un Puffo dotato di mammelle.
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Mah.
Mboh.
Sigh.
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Comunicazione di Servizio:
quando sei il destinatario di un bel gesto se ti va bene riesci a trovare le parole per ringraziare, se ti va male resti senza parole. Se invece ti va malissimo, le parole ti escono di bocca ma sono parole ridicole, e questo perché il gesto è andato a segno. E quindi volevo di nuovo dire grazie a Mario e scriverlo qui, così lo legge distrattamente quando non se lo aspetta, e forse riesco a ricambiare (malissimo e in piccolissima parte) la sorpresa ricevuta.
pur sapendo bene che non esistono le ossa del culo
mi fanno male le ossa del culo.
—
Oggi è stata una giornata da Coso in Scatola, dove per Coso metteteci quello che vi pare, tipo Tonno in Scatola o Frutta in Scatola, e dove il Tonno o la Frutta in pratica sarei io mentre la Scatola sarebbe sta stanza bellissima e col tetto obliquo in cui vivo adesso, con sto pavimento di parquet peloso che appena esco dalla stanza diventa invece parquet legnoso, con il risultato che posso restare a piedi scalzi per molte e molte ore.
—
Mi sa che la Frutta in Scatola non esiste.
—
Questo post nasce dalla non-voglia di scriverne un altro, nel quale avrei dovuto parlare in dettaglio della mia vita qui in esilio nella regione del Nord Reno WestFalia – che poi sarebbe il nome di questa parte di Germania – e nel quale avrei dovuto tracciare un bilancio significativo dopo tre settimane di permanenza. Non mi va.
——
Dico solo che se alla fine non scriverò sta cazzo di tesi sarà per colpa di sto giochino maledetto che ho trovato facendo il ciondolone nel webbe, e che il ghigno giornaliero sulla faccia oggi me l’ha suscitato invece sto filmato qua.
—
Una degna Giornata in Scatola si conclude giustamente con una Doccia in Scatola, che detto così non ha senso, e quindi per spiegare meglio devo riportare un dialogo che si è verificato fra me e Brava Persona la sera in cui arrivai per la prima volta qui.
—
Rafaeli: “Sai, mi piace sta casa”
Brava P. “ Assì, e perché?”
Rafaeli: “Così piccola, così accogliente!”
Brava P.:“ Ti piacciono le case piccole?”
Rafaeli :“Non lo so, ho sempre vissuto in case enormi. La mia casa al paesello è enorme, e pure la mia stanza a Bologna. Le case enormi sono sempre fredde, e quando ci perdi qualcosa poi non la ritrovi più”
Brava P.: “ Si questa è una mansarda accogliente. Un po’ piccola, ma si sta bene. Mi fa piacere che ti piaccia”
—
Gli faceva piacere, gli faceva.
Non avevo ancora visto il bagno.
va bene lo ammetto è inutile nascondersi
questo qua è un periodo di merda.
—
Ma volendo essere più precisi, questo non è esattamente un periodo di merda merda, uno di quei periodi che dovunque metti il piede ti ritrovi con la caviglia inzuppata di cacca. No, non è così, non è merda merda, non è caviglia inzuppata di cacca.
—
Non è.
—
E’ qualcosa di più lieve, di sotterraneo, di strisciante, ma comunque qualcosa di sgradevole. Non è cacca. Questi giorni sono piuttosto un pavimento abbondantemente sporco di piscio. Come un cesso maschile abusato di un locale affollato verso le cinque di mattina, ecco come. Uno di quei pavimenti che capisci subito che non devi assolutamente scivolare, che non devi, altrimenti sei fottuto, e diventi piscio pure tu.
—
Ieri pomeriggio sono andato in centro con l’obiettivo di ramazzare fra i negozi di abbigliamento, poi però dopo un’ora avevo comprato solo una spugna da bagno, grossa e di colore rosa, di quelle spugne che hanno un lato più ruvido per scartavetrarti l’epidermide. Ho comprato sta spugna e non sapevo dove metterla, nella tasca davanti non entrava, nella tasca del giubbotto mi creava un gonfiore sospetto, allora l’ho compressa e l’ho costretta nella tasca posteriore dei jeans. Mentre camminavo da bravo turista per le strade di sta città, la spugna ha deciso di riassumere le sue dimensioni originarie e si gonfiata di colpo, e così facendo è sgusciata fuori dalla tasca ed è volata per terra. Quindi ad un ora imprecisata del pomeriggio di ieri, in una strada affollata del centro, c’ero io che mi voltavo di scatto e mi chinavo fra i piedi germanici dei passanti frettolosi per raccogliere da terra sta spugna rosa con il lato scartavetrante.
—
Tutta sta storia della spugna non c’entra nulla, era solo per cambiare discorso.
partiamo dal presupposto che non sei un cazzo
Questo titolo non c’entra nulla con quanto segue, è solo una frase che m’era venuta sotto la doccia.
—
Ma comunque.
—
Profondamente deluso dal fatto che nessuno, dico nessuno, dei commentatori all’ultimo post abbia voluto produrre una battuta sul post-neonato ( chessò, “il post-neonato lo trovi nel blog-neonato, dove ti lasciano i commenti-neonati firmati con nick neonati” etc etc… ) allora per creare un po’ di scompiglio faccio sta dichiarazione con la speranza che possa creare un cazzo di vespaio. Quindi sedetevi, afferrate i braccioli della sedia, fate uscire gli anziani e i cardiopatici, perché devo annunciare che:
——
ho molto apprezzato l’ultimo disco di Cesare Cremonini
—
E non mi si rompano i coglioni, che non sto scherzando. Certo, a vederlo passeggiare pallido e molluscoso sotto i portici di Bologna, il Cesare mi è sempre stato un po’ sul culo. Cosa posso dire, devo ammettere che sto mollusco emiliano ha fatto un disco che c’ha l’aspetto di una cosa sincera, di una cosa onesta, e sta cosa la scrivo nonostante mi vengono in mente tre o quattro persone che solo a leggerla avvertiranno i peli delle proprie ascelle irrigidirsi come aghi di pino secchi. Sto mollusco è un cantautore ( non come Vasco, che tutti dicono in giro essere un cantautore nonostante scriva soltanto i testi delle sue canzoni, e non le canzoni) e per essere uno che c’ha la reputazione di fare i dischi per le galline di seconda media con l’apparecchio ai denti, ha avuto il bel coraggio di mettere nel suo disco tre pezzi di solo pianoforte scritti e suonati da lui, e suonati pure bene. Il fatto è che il mollusco è diventato famoso grazie ad una ruffianata sulla Vespa, e sta cosa gli resta stampata sulla fronte. Se poi il furbetto Daniele Silvestri ti infila Che Guevara in una canzone, in quel caso nessuno dice niente, nessuno che dice Danie’ , Vecchio Volpone che non sei altro! e se ti vanti in giro che ascolti Silvestri ci fai pure bella figura.
—
Eppoi un’altra cosa: non è che fa “fico” prendersela con le icone pop melodiche della musica italiana. Non è che fa intellighenzia. Non è che fa illuminismo, non è che fa aureola di cultura. No. Facetemelo ripetere ancora, Non Fa. Prendersela con sti tipetti musicanti – anche quando se lo meritano – non è una dichiarazione di superiorità intellettuale, come forse credono (ahimè) pure certe sopravvalutate e supposte blogstarz. Prendersela con sti tipetti musicanti, è semplicemente e disgraziatamente facile. Perché è quello che la gente si aspetta, in fondo. Voglio dire, se oggi spari merda sarcastica su Grignani, ci si aspetta che probabilmente dopodomani tu lo faccia per Tiziano Ferro. Tutto rientra nel prevedibile, tutto è dentro gli schemi. Gli schemi, capite? Cazzo, gli schemi, gli schemi, i recinti, le scatole, le ruote per i criceti, i recinti, perdiamine.
—
Vabbè sta digressione non capisco cosa c’entra, ma tanto pure il titolo è sballato, e allora va bene così. Adesso tutti pronti ai posti di combattimento, peli delle ascelle in erezione, uno, due, tre…
—
vespaio.
come si dice "aggiornamento" in tedesco?
Si dice Aktualisierung, mi informa il vocabolario.
E allora orsù, aggiorniamoci.
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Il coinquilino Brava Persona continua a dormire sul pavimento in cucina, nessuna novità su questo fronte. Quando ho messo piede in questa casa mi aveva detto che sarebbe stata solo questione di tre o quattro giorni, e che sarebbe presto tornato dalla sua donna. Invece niente, la sua donna è venuta qui solo una volta, ma io ho pensato bene di non uscire dalla camera a dirle Piacere Mi Presento Sono il Concubino Del Suo Uomo. Per adesso Brava Persona continua a dormire sul pavimento giusto a mezzo metro dal congelatore, che di notte fa bzzz bzzzzz, e certe volte la mattina ha degli occhi che spiegano tutto. Mi racconta che ci sono problemi nella relazione con la donna, e poi li collega a certi recenti problemi economici, e io ogni volta non colgo il nesso fra le due cose, ma semplicemente perché mi dimentico che c’ho ventisei anni e credo invece di averne ancora quattordici, e dopo una certa età è molto probabile che se non guadagni abbastanza la tua donna ti possa mandare a dormire di fianco ad un congelatore che fa bzzzz bzzzzzz per tutta la notte.
—
Ha pure una figlia, il coinquilino Brava Persona, e un paio di volte ho aperto la porta di casa e ho visto sta Trottolina Amorosa DuDuDu DaDaDa minuscola e biondo platino passeggiare nel corridoio. Praticamente un salamino coi capelli biondi e la bavetta per gli eccessi di saliva. Un post-neonato in casa mia, non mi era mai successo ( nella casa di Bologna un post neonato si sarebbe preso la scabbia dopo quaranta secondi di passeggio nel corridoio). Osservando sta piccola salamina ho capito che non è che si diventa tedeschi, non funziona così, ma tedeschi proprio si nasce. La bimba non piange, ma non ride neanche, osserva le mie scarpe e sbava un po’, neanche troppo. Non emette versi strani, non batte batte le manine, non fa niente. Pensate un po’, così piccola ed è già tedesca.
—
Pensate un po’.
—
Della megamultinazionale invece credo che non scriverò più. Da qualche giorno giro per i corridoi con un cartellino appeso ai jeans (ho abolito i pantaloni con la piega davanti) dove c’è la foto della mia faccia. Oggi ho anche firmato Tre Fogli di un accordo di segretezza dove ci sono tutte le cose che non posso fare, e c’è scritto pure che da questo momento in poi tutte le “invenzioni” che usciranno dalla mia testa sono di loro proprietà. C’è scritto proprio così, le mie “invenzioni”. Quindi in pratica anche questo blogghe adesso appartiene a loro, e pure tutti i miei pensieri frullati che la mattina faccio mentre guido da qui a lì con lo stereo a palla. Io praticamente c’ho il copyright tatuato sul culo, sappiatelo, e se provate a riportare qualcosa delle mie parole senza una mia autorizzazione siete in grossi guai, state attenti, lo dico per il vostro bene.
—
Oggi gli informatici dell’azienda sono venuti ad impostare il Pc nel mio studiolo, e dico informatici al plurale perché pare che lì dentro ce ne siano a centinaia, con facce diverse ma tutti con delle panze colossali. Da me sono venuti in due, panciuti e sorridenti, solo stamattina. Ogni volta che qualcuno bussa alla mia porta salto sulla sedia per lo spavento, oppure se sto rotolando verso qualcosa nella stanza, smetto di rotolare. Venerdì sono venuti addirittura a lavare i vetri, non so se mi spiego, mentre quello lavava i vetri io mi sentivo molto manager a Manhattan. A lavare i vetri – non so se mi spiego – io non lavo i vetri della mia stanza a Bologna dal 2001. Ma dicevo gli informatici. Quando l’informatico più panciuto ha finito di impostare il mio computer, ho tirato fuori dalla tasca la penna Usb e gli ho chiesto se potevo usarla sul Pc. Il panciuto si è fatto il segno della croce e io ho rimesso immediatamente la penna in tasca. Quindi mi ha detto, sottovoce: “Facciamo finta che non ho visto niente”.
—
E poi cos’altro.
—
Ah, certo. Questa domenica è stato il primo giorno, da quando sono arrivato qui, che non è caduta neanche una goccia di pioggia dal cielo. In realtà ho dormito fino all’una, e quindi non posso dirlo con certezza, però a me piace pensare che sia stato così.
—
E quindi, se non può piovere per sempre, può almeno piovere fino all’una.
Poi dopo c’è il sole.
troppo tardi per un titolo accettabile
Se sulla porta del locale comincio a chiedermi se voglio davvero entrare oppure No, è già chiaro che alla fine poi non entro.
—
In tutto questo contesto di biondeggiante biondame di femmine bionde che entrano mi pare già scontato che alla fine io lì dentro non entrerò. Penso che potrei entrare, certo, e bene che va mi bevo qualcosa, e poi dopo bene che va magari mi metto a parlare con qualcuno. Oppure come l’altra sera con quella bielorussina simpatica, succede che qualcuna si mette a parlare con me. Bene che va. E poi magari, bene che va, questa qualcuna che mi parla (molto probabilmente bionda) mi trova simpatico e vuole da me qualcosa. Se le cose vanno liscie, bene che va, me lo fa capire in modo esplicito e poi ci troviamo a decidere cosa fare più tardi e soprattutto dove. Sulla porta del locale penso che potrei trovarmi più tardi a decidere cosa fare e dove. Allora afferro la mia coscienza per le orecchie, la guardo negli occhi e gli chiedo:
—
“Ma tu ne avresti voglia?”
“Mmm.. No”
“ E bene che va?”
“No”
—
Allora lascio perdere tutto, questa stitichezza di scelte e di dita morsicate, e me ne vado con le cuffie nelle orecchie giù in metropolitana. Con le cuffie nelle orecchie mi vien voglia di rivolgermi a Samuele Bersani, chè se fossi a Bologna forse lo incontrerei per strada ma qui mi pare un po’ difficile. Caro Samuele, tu sei un bravo artista, e certe volte scrivi pure belle canzoni. Ma porca la miseria, Samuele, scrivi una bella canzone (davvero, mi piace) e poi cosa fai? La intitoli Una Delirante Poesia ? Ma ti pare? Samuele, cazzarola, sembra il nome di un blog di Splinder di quelli effimeri, di quelli creati con mille aspettative romantiche e poi già morti dopo tre giorni.
—
Poi nella metropolitana incrocio lo sguardo di una tipa dagli occhi lucidi a causa di chissà quale tristezza, e la frangetta obliqua e lucida, e la mia coscienza si risveglia e mi dice “Beh, si, con lei forse si potrebbe aver voglia di decidere cosa e dove”. Ma è sempre così, queste tipe dagli occhi lucidi e i bronci impenetrabili le incontri sempre che vanno da qualche parte, e mai che stanno da qualche parte, e se pure stanno da qualche parte, non stanno dove stai tu.
—
E poi a pomeriggio incontro su messenger la mia amica raccoglitrice di cacche di zebra in Africa, e le chiedo Dai Visitami il Blog che fa fico averci una visita dall’Uganda. Ovviamente Splinder maledetto va in manutenzione giusto in quel momento e lei non mi può lasciare nessun commento, e quindi questo non è ancora, per adesso, il primo blog con un commento dall’Uganda.
—
E poi, messenger, benedetto messenger. E’ l’una e mezza di notte, appena tornato da questa peregrinazione abortita in centro, premo due tasti per svegliare il mio computer e lei la trovo ancora lì.
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rafaeli scrive:
lo sai? il mio pc lo devo chiamare jun
junonic scrive:
perchè?
rafaeli scrive:
che tu stai sempre lì, è come se il mio pc fosse una persona ormai
rafaeli scrive:
non te la prendere
junonic scrive:
no no
junonic scrive:
il mio si chiama caterina
junonic scrive:
caterina, questa è jun
junonic scrive:
piacere
raffaele scrive:
ah be’ allora
raffaele scrive:
jun ricambia