il problema vero sono i traumi infantili

Io per esempio nel 1990 andavo in giro con un giubbotto “bomber” addosso, di quelli grossi che ti gonfiavano le spalle pure se sotto eri uno stecchino, su jeans stretti alle gambe brutalmente terminanti alla caviglia. Ricordo ancora – con la pelle d’oca – un paio di jeans Avirex rosso ciliegia ai quali addirittura mi affezionai, invece di piangere in ginocchio ai piedi di mia madre pregandola di non farmeli indossare. Ma era il 1990, e avevo dieci anni, l’età della ragione sarebbe arrivata di lì a poco.

Ero un decenne che andava in giro coi pantaloni stretti e corti e un bomber bombolone attorno al tronco. In pratica, un fungo semovente dal gambo vermiglio. Una pena. Ma ai ggiovani piace fare il contrario di quello che viene loro imposto, no?

E allora.

La ribellione arrivò coi primi pantaloni bracaloni stile hip-hop. Belli larghi, assurdi nella loro abbondanza e così diversi dagli stecchini a sigaretta dei jeans anni ottanta. Durò poco, nel giro di un paio d’anni l’hip hop divenne una moda sfrenata, e io a sentirmi dentro alla moda non ce la potevo fare, così eliminai il pantalone bracalone propriamente detto per un più diplomatico pantalone bracalone vorrei-ma-non-posso, sempre largo ma senza dare nell’occhio, con l’implicito messaggio “se mi nomini i Gemelli Diversi ti arriva un pugno sullo zigomo”.

Due pugni, anzi.
Arcata sopracciliare e zigomo.

Il problema giubbotto – invece –  è sempre stato più complicato, perché è davvero difficile trovare un qualcosa da mettersi addosso che non sia immenso. Per spiegare, io sono quello che nei negozi comincia a sfrucugliare fra le giacche appese finchè non arriva la commessa ad avvertirmi, imbarazzata, che sto ravanando fra i capi femminili. Perché a voi femmine sono permessi i giubbotti col taglio stretto, e per i maschietti invece solo indecenti abbondanze di tessuto imbottito,così che ad alzare le braccia pare di essere Batman che allarga il mantello per spiccare il volo. 

Non vale.

Almeno, questo è quello che succede soprattutto in Italia, dove i longilinei sono rari e abbondano piuttosto i tarchiolinei dal collo taurino e le cosce gattusiane, che se non li rivesti con qualcosa di abbondante ti ritrovi con l’effetto salume insaccato nel budello di pecora. Ogni volta che scrivo collo taurino torno col pensiero alla magnifica descrizione fisica del pescarese medio che Silvia Ballestra fece ne “il Compleanno dell’Iguana” ma questo è un altro discorso. 

Piuttosto.

Tutta sta sfranfrina di parole è per dire cosa, poi. Tutto sto revival è solo un pretesto per dire che ieri mi sono accattato –in un negozio di centro Colonia – un giubbottino verdino militarino come dico io, che c’ha il duplice vantaggio di non creare l’effetto Batman e nemmanco quello opposto da anatroccolo glamour. Col mio nuovo giubbottino addosso mi sento molto un ibrido fra Liam Gallagher e Chris Martin, questo solo per buttare due nomi, ché il paragone non rende l’idea. Se a questo si aggiunge che sotto c’ho pure il nuovo maglione col ricamo nordico natalizio, allora vi auguro sinceramente di non incontrarmi per strada, che davvero sono irresistibile.

13 pensieri su “il problema vero sono i traumi infantili

  1. ma ndo vai a fare shopping? ti ci porto io rafè, dai retta.
    ma il maglione è tipo quello di mark di briggetgions? umamma.

    per leetha e giulio: i fuseaux sono già di moda e sono tra noi, solo che gli danno un nome più fico: leggings.

  2. Però suona meglio “manfrina” invece di “sfanfrina”.

    PS: scusa se ti trovi i miei commenti a cazzum de canem, ma la notte, prima di andarmi a stampare sul letto, ne devo leggere per forza qualcuno, e così recupero quelli che non conosco.

    Simona

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