Su di un muro scrostato alla periferia del paesello, trovo scritto: Sabrina ti amo, io e te Tre metri sopra il cielo. Un gatto pezzato, forse con la rogna, si gratta con insistenza. Il parcheggio antistante è bruciato dal sole. Le automobili sono parcheggiate alla rinfusa, che tanto di spazio ce n’è a sufficienza e non c’è bisogno di fare economia.
Su di una parete di cinta, che delimita il passaggio della ferrovia, dove di treni ne passano forse due o forse nessuno, trovo scritto con uno spray blu : Giovanni e Luisa forever : Tre metri sopra il cielo.
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Il campetto da calcio in una zona del paesello che è ancora campagna, ma solo per poco, ha un muro privo di intonaco che lo accerchia. Pensionati cavalcano motorini anni ottanta, di quelli che i piedi li poggi sui pedali e nelle salite, se giri i pedali, ti puoi aiutare quando il motorino non ce la fa più. Trovo scritto, tra i vari Pamela perdonami a caratteri cubitali e rossi, e le varie combinazioni di Forever ( Luigi e Marina Forever, Claudia Forever, Luca e Piccolina Forever etc..) trovo scritto pure, con malcelata ambizione graffitara, un inflazionatissimo Per sempre io e te Tre metri sopra il cielo.
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Tenuto conto che un ragazzetto, quando si innamora, in teoria dovrebbe avere il massimo dell’originalità che gli sgorga dal cuore ansioso e pompante. In teoria, un ragazzetto innamorato, dovrebbe averci per la capa dozzine di pensieri melensi che girano e girano senza farlo respirare.
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In teoria.
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Tenuto conto che una citazione ci sta benissimo, se il ragazzetto a causa dell’innamoramento o a causa delle scuole diroccate che c’abbiamo qui, risulta inabile alla sintassi. Ci sta benissimo, la citazione.
Ma cazzo, così No.
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In tivvù mandano certe televendite delle scarpiere, che mi chiedo preoccupato come ho fatto a vivere fino ad oggi senza una scarpiera da infilare dietro la porta. Provo un fortissimo desiderio di scarpiera verticale per nove paia di scarpe, io che di scarpe ne ho due paia in tutto, e comunque da metà luglio giro imperterrito in infradito.
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Al mio paesello si è verificata una valanga di matrimoni. Si sposano coppie di giovanissimi dove nessuno dei due lavora, o magari lavorano malino e i soldi non ci sono, e dove non c’è nessun bebè in vista. Però costruiscono case con l’aiuto dei papà, e poi con le loro fedi d’oro all’anulare, spazzano orgogliosi i pavimenti di proprietà.
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Il fatto è che qui, estremo baluardo dell’Africa Settentrionale, la parola convivenza fa ancora zompare le commari sulla sedia.
Il fatto è che qui si diventa commari molto ma molto presto.
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Torno or ora da un tramonto condito con birra, in un posto sulla scogliera a due passi da casa. Avevo di fianco Giuliano dei Negramaro che il Cuggino rasta si ostinava a chiamare chissà perché Graziano dei Negramaro. Poi ha fatto la sua entrata l’ormai leggendario Silvio Muccino – paglietta in testa e sorriso pubblicitario – che a quanto pare è alla ricerca di spose da traviare qui nel Salento costa occidentale.
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Ho scritto qualcosa come “estremo baluardo” e quindi è meglio che per oggi ne faccio Basta, di scrivere
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francesca
Mentre mi passo lo spazzolino sui denti, in bagno, vedo camminare Francesca – placida – in corridoio.
Francesca è il mio pitbull. E’ un cane buono e dolce, ma ha alcuni problemi comportamentali. Soffre di carenza d’affetto. E crede di essere un uomo.
Cioè, una donna.
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Siccome crede di essere una donna, vuole vivere in casa, e non nell’immenso giardino che ha a disposizione. In casa – abbiamo deciso – non deve starci. E’ questa la tradizione che si tramanda per i cani di questa famigghia. La casa comunque No. L’ultimo cane che ha avuto il permesso di vivere in casa è stato un grosso pastore belga nero che ( narra la leggenda ) usava dormire sotto la mia culla, ormai un quarto di secolo fa. Un quarto di secolo ed un anno fa, ad essere precisi (sob).
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Francesca però qualche volta se ne fotte delle regole di questa casa, quanto a cani, e in casa ci entra lo stesso. Quando viene sgamata, sfodera una faccia strappalacrime che a confronto Lassie recitava come Alessia Merz in Jolly Blu. Quando viene sgamata, Francesca, tira fuori una faccia da cane bastonato con la differenza che nessuno l’ha bastonata, a lei , e pure volendo servirebbe del coraggio, perché grossa com’è incute timore a tutti.
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Francesca, quando dorme, molla degli scorreggioni paurosi.
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Francesca si ricorda di essere un cane quando vede un gatto. Se vede un gatto, non abbaia. Se vede un gatto, Francesca, praticamente ruggisce. Se riesce a prenderlo, il gatto è fregato, è già sottoterra. E con questo intendo che “il fu gatto” viene davvero interrato, piantato nel terreno come fosse una pianta. Anche questo cozza contro la tradizione di questa casa, dove per anni cani e gatti hanno dormito gli uni sugli altri, durante gli inverni, per darsi calore a vicenda.
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Il gatto viene tumulato nella terra rossa salentina, ad eccezione della coda. C’ha sto difetto, Francesca, che lascia fuori le code dal terreno. Soffre di una rara patologia, definita T.I.G. ( Tumulazione Imperfetta di Gatto) per la quale non esistono cure.
Così poi succede che mia madre va a stendere i panni da asciugare, e trova queste code di gatto che spuntano fuori dal terreno. Allora si corre da Francesca a urlare, e lei che già sa di cosa si tratta, diventa la Mario Merola dei cani, e ti fa la faccia di quella che si dispiace, che davvero non voleva, che solo questa volta e poi non lo fa più.
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Avendo scritto sto post mi devo scusare con, nell’ordine:
– il mio vicino di casa, quello che aveva il persiano bianco giocherellone con gli occhi azzurri. Sono cose che succedono, scusa.
– Alessia Merz : vabbè che recita male, ma almeno ha dei begli occhi, come quelli del persiano bianco.
– il mio vicino di casa quello che aveva il gatto tigrato arancione (lo stesso di cui sopra)
– Dario Cassini: anche lui attore in Jolly Blu, un giorno siamo andati a pranzo assieme. Il film era una merda, ma tu recitavi bene. E poi non posso dire altrimenti, dopo che ci hai offerto tutto il limoncello che c’era disponibile in quel ristorante sul mare. Anche tu c’hai gli occhi azzurri, che combinazione. Ma un po’meno di Alessia Mertz e un po’ più del persiano bianco.
– Francesca che se gli togli sta mania gatticida e le scorreggie, è un bravo cane. Se poi anche lei prendesse coscienza che è un cane, allora, sarebbe perfetta.
certe notti, quando si fa molto tardi, tramonta pure la luna.
Cerco l’ottimismo tra i corridoi e gli spigoli della mia coscienza, come fosse un gatto che si è perso. Non lo trovo e non lo trovo, ma faccio finta che Si.
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Certe notti mi rendo conto, quando ormai è troppo tardi, che forse era meglio restare a casa. Magari con un vecchio film di Nino D’Angelo su di una rete locale, per sbadigliare in poltrona con un bicchiere mezzo vuoto di aranciata in mano. Me ne accorgo quando ormai i chilometri che separano la poltrona dalla macchina che mi porta via diventano troppi, per voler tornare a casa a piedi.
Mezzo vuoto, ho detto?
Appunto.
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Mi hanno chiesto Allora Che Fai, Vieni? Ed io, serio, ho risposto: Datemi prima un termometro, che secondo me c’ho la febbre. Di febbre non ne avevo, e l’ho riferito in tedesco alla ragazza di mio fratello Il Medio, perché lei in questi giorni, mezza tedesca e mezza costaricana com’è, mi funge da maestra di lingua germanica, nei momenti morti delle giornate.
Mi sono depositato in auto e ho pensato, ma non l’ho detto: Fate, Fate, andate, portatemi, fate. Andate.
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Sulla strada mi sento un pacco postale per lunghi tratti. Quando mi risveglio dal mio paccopostalismo, guardo fuori nel cielo grigio, che sarebbe notte fonda ma il cielo è grigio, perché ci sta una luna che pare un sole, nel cielo, e illumina i bordi delle nuvole spezzettate. Poi se sono davvero sveglio, ascolto Chris Martin che mugola dall’autoradio e allora cerco di inseguirlo con vocalizzi arabi assieme alla Maestra, solo che lei è intonata ed io No.
Poi sbuffo e torno pacco postale.
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Certe notti la strada non conta, quello che conta è sentire che va .
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Certe notti mi girano le palle, perché più che altro la strada va e ancora va, e non si arriva mai al dunque, e il dunque in queste certe notti pare essere solo un dettaglio, trascurabilissimo.
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Certe notti – come ieri – facciamo una sosta in questo paesello piccolissimo che però c’ha un baretto che ti fa i cocktail a prezzi cinesi, e non si può non approfittarne. Io per far notare la mia estraneità al mood della serata, non approfitto dei prezzi cinesi e mi attacco ad una MorettiPiccola, e mi siedo con posa da pensionato su di una sedia di plastica, appena fuori dal baretto.
Billigiò invece non può farsi sfuggire l’occasione, e ordina in blocco tre campari gin. La barista si rivolge a Billigiò chiedendo: Volete pure il limone nei campari gin? Billigiò mi racconta di questo involontario Plurale Maiestatis , ridacchiando, coi tre bicchieri in mano e le tre cannucce in bocca.
Io nel frattempo controllo il traffico che non c’è, dalla mia sedia di plastica.
La Maestra mi si avvicina e mi dice, pizzicandomi la guancia: Il Mio Cognato!
Penso che è la prima volta che mi chiamano Cognato. Penso che la prima volta, guarda un po’, mi doveva capitare con accento latinoamericano.
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Arriviamo al dunque, ma del dunque non mi va di parlare. Che questi raduni di musica reggae in spiaggia mi provocano un eritema sul cervello, per il fastidio e per la noia, definito da me appunto Eritema da Reggae. Il più contento era ovviamente il Cuggino Rasta, che quando è arrivato ha cercato di esprimere la sua volontà di trascorrere un periodo di purezza e castità, affermando: Quest’estate è all’insegna dell’Anno Sabbatico. Poi però, un litro di vino rosso più tardi, è sparito tra le dune di sabbia con una milanese amica sua, che secondo me è arrivata da Milano giusto per quello. Probabilmente mentre scrivo è ancora lì, tra le dune, che dorme con la faccia nella sabbia.
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Certe notti guardi la luna a più riprese, e vedi che si muove.
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Ho guardato la luna nel cielo e poi ho abbassato lo sguardo alla spiaggia. Attorno a me avevo una costellazione di individui col palmo aperto ad altezza bacino, rivolto all’insù. Accendino che lavora furtivo per squagliare il tocchetto di fumo. Odore inconfondibile nell’aria. E’ stato in quel momento, percependo la prevedibilità, l’ineluttabilità e l’ovvietà della situazione, che ho pensato a Nino D’Angelo, ai libri che c’avevo sul comodino, al bicchiere d’aranciata.
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Certe volte mi sento come ET, solo che non so dove puntare il dito per dire Casa.
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In queste notti, quando la luna tramonta, allora esce il sole.
Torno a casa che è luce, barcollo.
Mia madre già lava i piatti della sera prima.
sonnecchianti parole tanto per dire qualcosa
Lo casse dello stereo della macchina mandano fuori un ritmo in levare.
La macchina procede lenta sulla stradina che costeggia la costa.
La stradina che costeggia la costa è incorniciata da schizzi verdi di fichi d’india.
I nostri piedi, nella macchina che procede lenta, sono incrostati di quella sabbia testarda che pure se insisti, quella rimane lì.
Le guance sono bruciate dal sole.
La macchina la guida il Cuggino, è la macchina del babbo, e lui ci tiene a mantenerla pulita. Dietro siedono l’amico Frollo e la consorte sua straniera, che sta iniziando a masticare l’italiano.
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– Chi è questo che canta nello stereo? –
– Giuliano Palma.-
– Ah…-
– … –
– Ed è italiano? –
– No, è giapponese. –
– Giapponese? –
– … –
– Ah, be’ –
– …-
– Sicuramente, per il nome che c’ha, deve avere origini italiane.-
– Ma infatti.-
– Sicuro.-
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Guardo fuori dal finestrino, guardo la mia faccia col naso rosso nello specchietto retrovisore. Certe volte ho come l’impressione, quando percorro queste strade bruciate dal sole, di essere stato catapultato in Messico. Questo lo scrive uno che in Messico non c’è mai stato, e pure volendo immaginarlo, il Messico, non saprei come immaginarlo. L’unica cosa che mi viene in mente, se penso al Messico, sono quei due tipi col cappello largo largo della pubblicità del The, quando uno dice all’altro: Mira il ditooo!
—
L’altra sera il pappagallo di mio Zio, poco prima che ci sedessimo a tavola per la cena, ci ha detto: Buon Appetito.
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In giro mi dicono: sembri davvero un tedesco.
Io dico: cazzo, con questa pelle magrebina? Ma come tedesco?
Mi dicono: massì, sei così alto. Gli occhi chiari. Sembri proprio un tedesco.
Vorrei dire: Ecco perché mi sembra di stare in Messico. Tutti così bassi. Così scuri.
—
Mio fratello il Piccolo ( D.Pennac All rights reserved) si ostina a lasciare le sue mutande sul pavimento del bagno. Io faccio finta di non incazzarmi ma poi mi incazzo lo stesso. Ogni giorno trovo le sue mutande. Ogni giorno. Per terra.
Ci mettiamo a discutere della differenza tra territorio privato ( la propria stanza) e territorio comune (il bagno) e di come uno può fare tutto quello che vuole, nel territorio privato, pure tenerci un pinguino gay che fa da appendiabiti col becco, ma che nel territorio comune ci sono delle regole da rispettare, e lui che studia da giurisprudente dovrebbe saperlo, e che se queste regole non le rispetti, poi succede che il fratello grande si incazza.
Ho appeso le sue mutande a tre metri d’altezza,nel salone, come protesta simbolica. I soffitti delle case antiche da queste parti sono costruiti a volte molto alte. Lui non capisce questa protesta simbolica e minaccia di incendiarmi il letto. Io un po’ ci credo, che con i baffi che si è scolpito sulla faccia due giorni fa, c’ha davvero l’aspetto di un narcotrafficante sudamericano.
—
Mentre dallo stereo della macchina esce il ritmo in levare di Giuliano Palma, dico alla combriccola:
—
– Questo qui suona da queste parti, tra un paio di giorni.-
– Questo qui Chi?- mi chiede il Frollo, come al solito fuori dal mondo.
– Quello che senti cantare in questo momento.-
– Il giapponese?-
– Lui.-
– Giancarlo Paletta? –
– Quello.-
– Andiamo a sentirlo?-
– Andiamo.-
—
Quindi stasera siamo lì, al concerto in levare dei BlueBeaters e di Giuliano Palma. Sullo stesso palco ieri c’era il Cuggino Bassista, con un pubblico enorme che pareva di stare a Woodstock. A fine concerto il signore Iddio ha mandato dal cielo un acquazzone che ha inzuppato tutti, ed ha smorzato le sbronze estive dei ragazzetti zompanti.
Io, col mio solito Culo d’Agosto, ho trovato parcheggio di fianco al palco, e sono tornato a casa asciutto.
vivo
Dopo chili di cozze nere e crude ingurgitate ieri sera, forse sarei dovuto morire, forse dovrei essere già morto, forse in realtà sono davvero morto e non me ne rendo conto, forse morirò a breve, ma se continuo a grattarmi la spalla per il sale che si è incrostato con l’acqua di mare, se a grattarmi provo tutto questo fastidio che è un fastidio molto terreno, allora vuol dire che non sono morto, che sono vivo, e infatti scrivo, da vivo come sono.
—
Era quasi il tramonto, ieri sera, quando tornavo al porto con la barca, dopo un’oretta di gongolamenti sotto il sole obliquo del tardo pomeriggio. Ho dato il timone della barca a questa austriaca lunga lunga che si trovava lì con noi, e lei tutta contenta ha sentenziato che guidare la barca è una ficata.
—
Mi sono seduto dietro, col Cuggino, che aveva i rasta grondanti di acqua di mare e gli occhi grondanti di pensieri impuri sul culo dell’austriaca lunga lunga. Mi sono seduto dietro con lui, a guardare gli alberi sulla costa, e gli scogli a picco sul mare che conosco come fossero le facce di un parente molto prossimo.
—
Al largo abbiamo incontrato una mezza anguria galleggiante.
Per dire.
—
Mi faccio un po’ schifo – ma è una sensazione lievissima, che non da’ fastidio – per tutto questo gongolamento e per questo mare, per questa pelle magrebina che mi è venuta fuori, per queste birrette ghiacciate bevute di notte durante i concerti nell’entroterra, per queste orate arrostite che ormai mando giù a giorni alterni.
—
Siccome mi faccio un po’ schifo – ma come ho detto, è qualcosa di molto lieve – eccomi qua a tradurre alcune pagine che mi sono state date in regalo da quei geniacci della megamultinazionale.
E questa cosa di avere carte tra le mani, di scrivere, leggere qua e la’, mi da’ come l’impressione che sto lavorando.
—
Ma anche questa è una sensazione molto lieve, che non da’ fastidio.
teorizzazioni
(sorso di birra calda)
—
– Mannò , quella è prismatica di culo, non lo vedi?-
– Prismatica in che senso? –
– Nel senso che fianchi e culo scendono dritti, senza la curvatura a violoncello.-
– Ah, be’ certo. –
– E’ evidente. –
– E quest’altra invece? –
– Be’ no, questa invece c’ha una sua violoncellità –
– E’ aprismatica.-
– Eggià, l’alfa privativa…-
– E’ privata di prismaticità .-
– Ma infatti. –
—
(sorso di birra calda)
—
Io e il cuggino rasta seduti al tavolino di un bordo piscina, festa di laurea di NonSoChi, ragazzine schiamazzanti che vengono gettate in piscina, giovinotti che si lanciano a bomba nell’acqua, qualcuno che trema bagnato con le braccia avvolte su se stesso, perché va bene che è estate e fa caldo, però all’una di notte col culo bagnato non è piacevole comunque. Un deejay molto convinto del fatto suo costringe le casse dell’amplificazione a riempire l’aria di musica house.
—
( sorso di birra calda)
—
– Pare che al bar hanno finito tutto –
– E’ solo l’una e mezza –
– Che vergogna. –
– Che vergogna, all’una e mezza che finisce tutto. –
– Dovevamo incollarci al bar come cozze patelle, e invece. –
– E invece ci siamo distratti.-
– Male.-
– Molto male.-
– E adesso è finito tutto. –
—
Tra i tavolini zeppi di Cuba Libre col ghiaccio sciolto, si aggirano quattro o cinque Lapi Elkann dallo sguardo piacione, abbronzati (ma sono abbronzato pure io, adesso) e con le camicie sbottonate sul davanti. Il deejay continua a mixare e farfugliare di tanto in tanto nel microfono, ma nessuno lo caca. Mi viene da pensare che il LapoElkannismo è un modo di essere che non tramonta mai, se ne fotte delle mode e delle tendenze, è qualcosa che travalica i tempi e si ripropone ogni anno, perché un certo numero di adepti li trova sempre.
Soprattutto nelle feste estive a bordo piscina.
—
(sorso di birra calda, l’ultimo)
—
– Vado a mangiare una banana, il tavolo lì è pieno di banane. –
– Ma cazzo, sono lucidissimo. Lucidissimo. –
– Vado a prendermi una banana, ma pure due. –
– Ma cazzo, lucidissimo. All’una e mezza. Che vergogna.-
– Ti rendi conto che noi ci siamo evoluti a forza di ingurgitare banane, nel corso dei millenni? –
– Lucidissimo, che palle.-
—
E poi quando la frenesia del TuttiInPiscina è diventata pericolosa, che davvero volevano buttare dentro tutti, sono scappato a chiudermi nel cesso, mentre il Cuggino si è avvinghiato ad un palo cercando di convincere i pazzi che lui no, in piscina non si poteva gettare, perché c’aveva la febbre.
—
Non ha convinto nessuno, e in acqua c’è finito con tutti i suoi vestiti, ed io l’ho guardato asciugarsi mentre mi sbucciavo una banana, e mentre il deejay house si era finalmente arreso all’evidenza ed era andato via.
—
Mentre scrivo c’è un geco enorme, con un non so che di croccodillesco, che passeggia sul soffitto della mia stanza. Si muove a scatti improvvisi e poi per lunghi intervalli resta immobile. Io lo guardo e lui mi guarda. Ci guardiamo. E’ fermo sopra al mio letto. Io gli dico: caro geco, non facciamo scherzi, stanotte cerca di rimanere incollato all’intonaco del soffitto.
Saldamente.
con la faccia vermiglia
Mica è poco che riesco ancora ad acciuffare i pesci con le mani.
—
Quando ieri mattina ho tirato su le mani dall’acqua con dentro il pescetto rincoglionito, dopo un quarto d’ora di appostamenti, il pensionato bicolore dietro di me (testa bianca e pelle nera) ha detto: Be’ ,caspita, complimenti! Ed io non ho neanche risposto, che un po’ mi sono immedesimato nella parte, un po’mi sono sentito una copia mal riuscita di Crocodile Dundee, anche se col pollicione del piede bucato.
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Gli specchi di casa riflettono una versione di me stesso nettamente rosseggiante, infiammata, rubiconda. Tra un paio di giorni sarò croccante al punto giusto.
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Gli specchi di casa riflettono un immagine di me che non è per niente male, se penso che c’ho la sensazione di essere vecchissimo –ultimamente – se penso che questo che scrivo è probabilmente il mio ultimo post da venticinquenne. Basta un po’ di rosso sulla faccia e qualche ora di sonno in più, ed ecco che passando davanti ad uno dei cinquemila specchi di questa casa, in mutande e piedi nudi sul marmo fresco del pavimento, mi dico, grattandomi la guancia, che Non è Per Niente Male, quello che vedo.
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L’altra sera c’è stata una delle famosissime Cene A Casa di Mio Zio. Queste cene che poi in realtà sono delle feste, e dove gli invitati sono un numero variabile, perché i nipoti portano gli amici, gli amici portano le fidanzate e se qualcuno chiama al telefono gli viene detto "Dai Vieni Che Ti Aspettiamo". Queste cene che mia zia riesce a tirare fuori dalla cucina tonnellate di cibo, e il vino che ti fanno bere è quello che viene dall’uva dei campi che stanno tutto attorno. Queste tavolate sotto un enorme albero di gelso che inspiegabilmente si sviluppa orizzontale coi suoi rami e ti da’ l’impressione di un soffitto di foglie.
Queste situazioni dove poi qualcuno non si sa da dove tira fuori una fisarmonica, e anche un organetto, e poi qualcun’altro ci mette il coraggio necessario per cantare. In queste situazioni poi chi tira fuori lo strumento non è L’Ultimo dei Pirla , ma gente che è abituata a suonare sui palchi della penisola tutta e pure all’estero, col pubblico zompante e adorante dall’altra parte, ma che per l’occasione si mette volentieri a suonare pi’ l’amici.
L’altra sera non si sa come qualcuno è arrivato con una batteria intera, e allora perché non metterci pure due amplificatori, e quindi si è finiti per assistere ad un concerto vero e proprio, con il Cuggino che buttava assoli maltrattando le corde del basso mentre il cavallo lo spiava dal suo recinto, e non sembrava per niente infastidito da tutti sti Watt notturni.
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Intanto sullo sfondo il fuoco continua ad arrostire la carne che riesce ad accontentare tutti, e non bastano le panze piene per far finire la serata, così come non basta smontare gli strumenti per far sì che tutti vadano via, che ancora ci sono da buttare giù alcuni litri di amaro coi cubetti di ghiaccio, mentre qualcuno fumacchia la sigaretta e qualcuno bestemmia, che spiando l’orologio si è accorto che Cazzo Si E’ Fatto Tardi.
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Per far finire la serata serve che tutti siano tranquilli, e infatti tutti sono tranquilli e un po’ storditi dal vino di cui dicevo, con l’eccezione dei gatti che si azzuffano da qualche parte, litigando per gli avanzi della cena che gli sono stati offerti nei piatti di plastica.
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Io torno a casa e addormentarsi in queste condizioni è facile, ma prima di farlo mi accorgo che sul comodino c’ho sto libro di poesie di Prevert che non ho mai letto. Sono anni che sta poggiato lì sul comodino, così che se venisse qualcuno che non mi conosce direbbe Ma Guarda Questo, che si legge le poesie di Prevert prima di addormentarsi.
—
Questo libro che è una edizione del ’71, mi accorgo solo in quel momento – e sono quasi le cinque del mattino – che Silvano si è sgranocchiato mezza copertina.
dal tacco col mare tutto attorno
In macchina avevo l’aria confezionata sparata a mille, per novecento chilometri, e quando questi questi novecento chilometri sono finiti, ho aperto la portiera e mi sono ritrovato nel Salento, con l’aria del Salento sulla faccia, col caldo del Salento sulla faccia, con le cicale in stereofonia del Salento nelle orecchie.
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E anche con l’umidità del Salento sulla pelle, con questa umidità al centoventi per cento, che i pesci sono usciti dall’acquario e nuotano in circolo – beati – sul soffitto della mia stanza.
—
Il mio pappagallo Silvano è sembrato contento di rivedermi – per quanto può essere contento un pappagallo che se c’ha le palle girate è capace di amputarti un dito- e dalle sbarre mi ha ripetuto l’unica parola che gli è riuscito di imparare in questi due anni. E cioè: Silvano. (§iLvàanöh).
Lo ha detto due volte, poi alla terza ho aperto la gabbia e l’ho premiato portandolo a farsi la doccia nel lavandino della cucina. Silvano lo lascerei sempre fuori dalla sua gabbia, se non fosse per le piccole bombe di Hiroshima che spesso gli cadono giù dal culo, o per la sua capacità di bucare col becco qualsiasi punto del corpo umano.
—
Adesso sono qui sprofondato in una di quelle poltrone gonfiabili di plastica trasparente, e mi sforzo di non chiudere gli occhi. Sono andato a far visita al mare, e col mare ci siamo salutati. Ci siamo detti: Non mi Sembri Cambiato, lo Sai? Neanche Tu, Sei Sempre lo Stesso. Poi in uno slancio di estività ho perso l’equilibrio sugli scogli e mi sono maciullato il pollicione del piede, che adesso continua a sgorgare sangue. Continuo a ripetermi: sono caduto come un vero milanese. Che i turisti del nord, quando vengono qui al mare, se vanno in spiaggia sopravvivono, se però vengono sugli scogli finisce sempre che scivolano e tornano a casa con le spine dei ricci infilzate nei polpacci. Come un vero milanese, continuo a ripetere a tutti. E mia madre mi guarda storto e dice: milanese?
—
Poi quando sono andato nell’altra del mie due famiglie, le mie due sorelline si sono avvicinate sgambettando e col sorriso piantato sulla faccia, che erano bellissime. Una di loro mi ha detto, convintissima : " Oggi ho volato!" Ed io : " Ma cosa dici?" E lei: " Si Si, ho volato!" .
Due anni e qualcosa. Ho Pensato: brave, mi piacete.
—
Tutto il resto, in questo luogo che io continuo a chiamare Casa, ha il sapore del film già visto. E quindi è un sapore un po’ rancido e un po’ stantio, con un retrogusto dolciastro. Ma come i film già visti, non ci si fa problema a rivederli ancora una volta, e ancora una volta.
—
Perché succede come quando passano Ghost per l’ennesima volta alla tivvù, che pure se non vorresti ti siedi lì e dieci minuti di film li guardi lo stesso. E pure se lo sai come va a finire, non puoi fare a meno si sperare, con la speranza dei pinoli, che alla fine Patrick Swayze non sia morto per davvero, o che se pure è morto per davvero, possa risorgere, e che possa tornare dalla migliore versione di Demi Moore che io ricordi.
—
E quindi, con gli occhi di chi ha già visto, mi siedo qui, e guardo.
la poesia che gira attorno
Hey, tu, Ragazzina Qualsiasi che pedali per la viuzza, portando in giro quell’abbronzatura da Caramella Mou alla liquerizia.
Che fai ondeggiare quella coda di capelli legata alta. Che fai ronzare la bicicletta scassata con la forza di quei piedini nudi. Che trovi il coraggio di mordicchiarti le unghie mentre ti guardi attorno, da sopra la bici, come per dire Ma Dove Sono?
—
Le code di capelli legate alte – pensavo- mi fanno lo stesso effetto di quelle esche di plastica che vengono fatte muovere sulla superficie dell’acqua per attirare le trote.
—
Non è che mi rivolgo esattamente a te, soltanto a te, ma in generale a tutte quelle come te, Ragazzine Qualsiasi che mi trovo davanti, di tanto in tanto, solo perché esisto.
—
Sei bella, certo.
—
Ma tutto il resto ce lo metto io.
—
C’era quel filosofo che diceva più o meno così: le cose esistono in quanto ci sono degli occhi che le vedono, in quanto ci sono delle coscienze che le percepiscono.
—
Tutto il resto significa metterci le parole che scrivo, o metterci gli occhi che vedono una bellezza che Tu Neanche La Sospetti. Significa metterci l’Attorcigliamento Momentaneo del cuore, e una spinta all’immaginazione. Tutto il resto significa metterci parole che forse non sai neanche cosa significano, metterci musiche di sottofondo che ti si abbinerebbero bene come un vestito del colore azzeccato.
—
Tutto il resto significa metterci La Poesia Che Gira Attorno.
Se ci togli questa poesia, me lo dici cosa resta? Resta che sei bella e basta.
Purtroppo è poco, Ragazzina Qualsiasi.
—
Il concetto è astruso, ma Vabbè. Non mi andava di farne un omogeneizzato predigerito. E poi fa caldo. C’avrei da lavare i pavimenti della casa che mi guardano incazzati e lerci, dal basso. Perché tra due giorni torno al Paesello,e non sta bene lasciare tutto così. Tra due giorni torno al Paesello, e la salsedine mi annebbierà il cervello.
—
Paesello – Cervello, che rima di merda.
“Le donne? Oh, sì, le donne, be’ sì, naturale. Mica potevo mettermi a parlare degli idranti antincendio o delle bottigliette vuote di inchiostro di China…”
Charles Bukowski – Fatto Finito Chiuso
questo divertissement del lavaggio delle stoviglie
Mi tiro su dal letto con gli occhi Assonnati e Pesti.
—
Un passo davanti all’altro e mi avvicino al lavandino della cucina. Il lavandino della cucina ha quello che cercavo: un certo un numero di tazzine sporche da lavare. Lavo le tazzine sporche di caffè, con calma. Se lavo le tazzine sporche, vuol dire che ho del tempo per pensare. Ho proprio voglia di pensare, questa mattina, e le tazzine cerco di lavarle con calma, con perizia.
—
Pensavo: chissà di cosa odorano, in questo momento, i palmi delle mani di Lei.
—
LeiSaChiè.
—
Le mie mani in questo momento hanno l’odore del detersivo, e non è un odore spiacevole. Di solito le mie mani hanno sempre un buon odore, anche in quelle occasioni in cui sono lercio e puzzolente, le mie mani, odorano sempre di buono. Me le porto al naso all’improvviso, quasi a volerle sorprendere in flagrante. Ma non le frego mai.
—
Pensavo: Volevo sapere di cosa profumano le tue mani. Mi hai detto: non si può. Ti ho detto: Va bene, però Uffa.
—
Lavo le tazzine con gli occhi Assonnati e Pesti e mentre le tazzine stanno per finire, non mi riesce di ricordare se quella poesia di Oscar Wilde diceva occhi Assonnati e Pesti oppure Arrossati e Pesti.
—
Era una cazzo di poesia che mi faceva tremare, io che le poesie non è che le leggo con piacere.
Quella invece faceva tremare.
—
Questa mattina mi sono tirato su due volte. Della seconda ho già detto. La prima volta mi sono tirato su alle sei, per salutare il mio Cuggino Musicista che con la tipa aveva sonnecchiato un paio d’ore nella mia stanza prima di essere prelevato dal resto della band coi loro furgoni. Andavano NonSoDove lontano da qui, per un concerto. Mio Cuggino musicista che gli ho detto: cazzo, è la prima volta che ti degni di venire qui a trovarmi, che fino ad ora la tua faccia in questa casa è venuta fuori solo dalla Tivvù, nel video musicale in cui zompi come un pazzo con il basso in mano.
Mi sono tirato su dal letto, con gli occhi Pestissimi, ed ho bofonchiato un Buon Viaggio che pareva più simile al grugnito di un facocero con la bronchite cronica. E sono tornato a dormire.
—
"Facocero" , se non fosse che significa Facocero, è una parola molto bella.
—
Vorrei potermi chiudere nell’armadio tra i vestiti appesi con una lucina accesa e leggere bei libri per una quindicina di ore. Vorrei non dover andare a tutte queste feste di laurea, che se non ci vado mi chiedono Ma Perché Non Vieni? Vorrei montagne di tazzine di caffè da lavare e metterci tutto il tempo che voglio, per lavarle.
—
Mi rendo conto di non essere granchè interessante da leggere, di sti tempi. Con ste lune.
ieri
Siamo a numero tre docce, quest’oggi.
E ancora non è detta l’ultima parola.
—
Lo So, Lo So, lo spreco delle risorse. Lo so.
La madre Terra che piange, i pesci che muoiono, le fogne che si intasano, Lo So.
Non è che non lo so, Lo So. Il sapone che si riversa nel mare, i pinguini che impazziscono, le aquile che cadono dal cielo, Lo So.
Lo so.
—
Quando ero un nano, mio padre mi diceva: Chiudi il Rubinetto mentre ti lavi i denti, non fare scorrere tutta quell’acqua a vuoto! E se non lo facevo SbataBam! mi arrivava un ceffone precisissimo. E io da allora, anche adesso, il rubinetto lo chiudo. Se mi avesse detto: Non ti fare Quattro Docce al Giorno che altrimenti i pinguini impazziscono, la Madre Terra piange e la schiuma che butti via va intossicare gli esquimesi, forse adesso magari sarei una persona diversa.
—
Forse.
—
Le lenzuola che ho messo sui fili del balcone ad asciugare, ormai sono tre giorni che sono asciutte. Le lascio lì a sventolare. Così gialle, blu e arancioni, sono belle da vedere, mentre sventolano.
Il vento si incazza – a momenti – ma loro rispondono sempre allo stesso modo.
Flap Flap Flap.
—
L’altra sera un tizio abbronzantissimo voleva convincermi ad acquistare un cocktail con la Tequila di una particolare marca, spiegandomi che col cartoncino che mi dava, potevo avere il magnifico cocktail a cinque euri invece di sei. Era abbronzantissimo e con le gambe che seguivano a piccoli scatti il tempo della musica in sottofondo. Siccome non mi sono stupito, mi ha detto che con quel cocktail potevo pure ricevere in regalo un simpatico portacellulare ( ha detto così : simpatico) da mettere al collo. Siccome non mi sono stupito, ha aggiunto: come questo che porto io al collo. E mi ha fatto vedere il cazzo di cappio appeso al collo senza alcun telefono attaccato.
—
Ho pensato: caro il mio promoter abbronzato, io adesso come adesso non ti posso inserire alla prima posizione della mia speciale classifica “Persone Che Prenderei A Calci Sulle Gengive” , perché al primo posto rimane saldo da settimane il fratello minore del regista Muccino, il Muccinino, quello che dice “Zeroh” alla tivvù e porta via le spose dall’altare con un sms. Non posso. Però vedo che hai del talento, e se ti impegni, forse, ce la fai.
—
Lo stereo passa “Girlfriend in a Coma” degli Smiths, e le lenzuola lì fuori fanno Flap Flap Flap.
Io nel frattempo incarto il regalo di laurea per il cuggino rasta. Cammino a piedi nudi per la stanza con sta carta regalo assurda che si strappa e mi innervosisce. Lo stereo è d’accordo con me e infatti canta, più intonato di come potrei fare io: I know I know it’s really serious…
consigli per l'acquisto
dialoghi casalinghi di fronte alla tivvù.
—
rafeli: " Ma cos’è sta storia della Marcuzzi che da anni ci informa di come caca bene lei, che ha ritrovato la sua naturale regolarità?"
—
billigiò : " Quella lì c’ha le tette ripiene di merda"
la gallina volante
Per la serie I Libri Che Mi Passano Per Le Mani ( sottotitolo: scrivi dei libri e non dei cazzi tuoi, che sennò fai danni ) oggi parlo di questo libro qui.
Questo libro qui si chiama La Gallina Volante, l’ha scritto Paola Mastrocola. Lei è un’ insegnante di liceo nella vita e pure nel libro. Solo che nella vita si chiama Paola e nel libro si chiama Carla.
—
Questo libro qui c’ha un po’ di cose scritte bene e un po’ di Bla Bla Bla.
Estrapolando:
—
"Hai mai fatto un Lego?
Ma anche lì, il nostro Lego era diverso : non c’erano le istruzioni. Tu ti compravi una costruzione di case e poi però potevi costruirti quel che volevi, anche una pistola, se ti andava. O una barca, o un missile, un aspirapolvere. Oggi invece c’è la scatola dell’astronave o del sottomarino, segui dodici pagine di istruzioni e ti costruisci quell’astronave lì e quel sottomarino lì. Se però vuoi fare un’astronave a forma di coccodrillo niente, vietato, non hai neanche i pezzi, basta e smettila. "
—
Io con le Lego ci facevo le casette per i criceti.
Per dire.
Le casette per i criceti che poi succedeva che i criceti femmina partorivano i cuccioli di criceto, e la casetta diventava troppo piccola. Succedeva che i cuccioli crescevano di volume, e per questo il tetto della casetta di Lego esplodeva. La madre criceto – questo posso ipotizzarlo – bestemmiava in cricetese contro il coglione dell’architetto, che poi ero io. Quindi succedeva che la casa gliela costruivo più grande, per il parto successivo. E il tetto non esplodeva.
Oppure – con le Lego – ci costruivo certe armi acuminate da infiggere nel cranio dei miei fratelli.
Funzionavano poco.
—
I criceti, non comprate i criceti ai vostri bambini.
I criceti dormono tutto il giorno, e sono attivi la notte, quando i bambini dovrebbero dormire. C’è incompatibilità di impegni, divergenza di carattere. Se non dorme, il criceto corre sulla ruota. E quando corre sulla ruota? Di notte, solitamente. Quando i genitori dei bambini, pure loro, dovrebbero dormire. E la ruota intanto fa Trrrrrrrr, Trrrrrrrrrr. Inoltre i criceti c’hanno questa simpatica tendenza, di tanto in tanto, a praticare la nobile arte del cannibalismo. Si mangiano marito criceto e moglie criceto, tra di loro, e spesso è il maschio ad avere la peggio. La mamma criceto, spessissimo, si mangia qualche figlio. I figli criceti che sopravvivono sono per questo educatissimi. Non sgarrano mai. Se sgarrano, la mamma li mangia. Oppure non sgarrano, e la mamma li mangia lo stesso. Così, senza motivo.
I criceti poi, se ti scappano dalla gabbia, tendenzialmente si mangiano i vocabolari di latino.
Tendenzialmente.
—
Lunedì vado a Milano che c’ho il cuggino rasta che si laurea.
—
Dovevo scrivere della Gallina Volante, già.
Non c’ho più voglia.
La Gallina Volante, 13 euri e 43 nell’edizione del marzo duemila. Se invece andate a prenderla in prestito alla biblioteca Sala Borsa a Bologna, non la trovate, che ce l’ho io sul divano.
—
La riporto indietro questo sabato.
le Dolomiti Per Carità Belle Ma Non Ci Vivrei.
Nei paesini di montagna la filosofia di vita predominante è il cazzutismo.
—
Sono tornato ieri dalle Dolomiti. Una nostra amica ci ha detto Dovete Venire A Vedere il mio Paesello, Dovete Venire a Vederlo. Lei è vissuta sulle montagne come Heidi, con le montagne tutte attorno che ti bloccano l’orizzonte. Ci siamo andati, allora, a vedere il suo Paesello.
—
Millecinquecento abitanti di cui millequattrocentonovanta di solito chiusi in casa. Nei paesello di montagna – ho capito – ci sono tre possibilità di vita.
Uno: sei un muratore.
Due: lavori in fabbrichetta.
Tre: sei uno smidollato.
—
Se ti presenti dicendo Sono uno Studente, il cervello del montanaro va in tilt. L’espressione del viso si fa incerta, e dagli occhi spariscono le pupille. Sul bianco del globo oculare compare la scritta Studente? Please Wait …… Studente? Please Wait.
Tu aspetti. Magari puoi ripetere ancora una volta: Si, Sono uno Studente. Quindi sul bianco dei globi oculari compare il messaggio: File Not Found.
A quel punto la conversazione potrebbe pure terminare. Se invece sei cocciuto puoi provare a scuotere il montanaro come si fa per i flipper inceppati quando si blocca la pallina, e se hai fortuna il montanaro riprenderà le sue funzioni vitali e di interazione sociale. Vedrai allora il tuo interlocutore che ritornerà in se’ e che ti dirà: Ah, Smidollato! Certo, uno Smidollato!
—
E davvero può capitare – e a noi è successo – che nella prima mezzora di permanenza nel paesello più persone vengano a dirti in faccia – e senza perifrasi – che sei uno Smidollato. Ti fanno vedere i calli sulle mani e ti dicono: Smidollato. Tu dici: Bello Qui. Bella la Montagna, belli gli Alberi. E loro, con piroette verbali che non ti spieghi, riescono a tornare sul tema che vorresti evitare, e ti dicono: Il Problema E’ che Non Conoscete Il Sacrificio, Voi.
E ti fanno vedere le mani con i calli.
—
Io ho pensato più volte alle mie domeniche che non erano domeniche, trascorse con la testa incastrata tra i libri. Ho pensato che prima di adesso, il mio ultimo giorno di vacanza era stato il Primo Maggio. Ho pensato pure: queste cose me le tengo per me, che tanto a cosa serve. Se glielo dico, quelli sono capacissimi di incepparsi di nuovo.
—
Paese che Vai, concezione di Smidollato che trovi.
Non esiste stare fermi, non esiste godersi in santa pace le cazzo di Dolomiti.
Non esiste.
C’è da sistemare sta cosa, c’è da aggiustare quella cosa. C’è da sistemare i quintali di legna. E se non c’è niente da fare, una cosa da fare la devi trovare, sennò poi Che Figura Fai. Magari puoi gettare i tocchetti di legna nel fuoco. Magari potresti lavare le due tazzine di caffè che si sono sporcate. Magari potresti chiedere Serve una Mano? Posso fare Qualcosa ? Ma stare fermi a godersi le cazzo di montagne No, che Non Sta Bene.
—
Ho pensato a mia Zia, che andare a pranzo da lei significa che si sbatte di lavoro per ore, per prepararti tutto lei, e quando è ora di mangiare lei non si siede mai a tavola ma va e viene dalla cucina. Ho pensato che però se ti ingozzi di cibo lei si gonfia di felicità che non te lo spieghi, e allora c’è solo da farla contenta così. Perché si fa così, e questo è l’unico modo di fare, e ti sembra giusto. Poi se vai vedere le mani, in casa sua c’hanno tutti i calli, belli grossi e gialli. Ma nessuno te li sbatte in faccia.
Questione di longitudini. Boh.
—
L’Italia è Campione del Mondo.
—
C’è ancora qualcuno che si ostina a spernacchiare: "ma sono solo degli omaccioni che inseguono una palla". Davanti a questi personaggi bisogna applicare la filosofia dell’Embè.
Quindi bisogna agire come segue:
—
Sono solo degli omaccioni che inseguono una palla!
Embè?!? Io c’ho la pelle d’oca lo stesso.
Sono strapagati e ignoranti e altezzosi!
Embè?!? Io non so come urlare che c’ho il delirio che mi cola dagli occhi. E la pelle d’oca.
Dietro questo tifo esagerato si nascondono forme di incipiente nazionalismo!
Embè?!? Dammi sta cazzo di bandiera che devo sventolarla sul balcone cantando Notti Maggiche fino a quando le tonsille non mi cascano giù dal quarto piano.
Questi festeggiamenti sono solo la valvola di sfogo per una popolazione frustrata!
Embè?!? E secondo te non ho voglia di festeggiare lo stesso, di battere le mani intruzzandomi tra i truzzi d’Italia? Secondo te adesso mi chiudo in casa a farmi una camomilla?
E di quelli che sgommano per strada coi motorazzi dai marmittoni di tre metri, di quelli che fanno le cariche con la polizia, che spaccano le vetrine, cosa mi dici?
Dico che ne farei polpettine per cani. Ma questo vale sempre, non solo per questi giorni.
—
E il pensiero va alle signore della mensa, tutte ugualmente basse e con la retina bianca a raccogliere i capelli, che col mestolo in mano – le ho ascoltate oggi – girano la pasta e che si dicono, sorridendo:
– Shorbole che emossione l’altra sera! –
– Ossignur, non me ne parlare, guarda, che z’ho ancora i brividi addosso! –
averci sto clima come di vacanza che mi accarezza le budella
Averci sto clima Come di Vacanza che mi accarezza le budella, è una cosa che lo capisci dai particolari.
—
Dai dettagli.
—
Averci sto clima che mi coccola le budella vuol dire – facciamo un esempio – che entro nella Conad quando in realtà non c’avrei nulla da comprare, e forse ci vado per inseguire un alito di aria condizionata che va e viene attraverso le porte scorrevoli automatiche. Con le cuffie che mi sparano i Daft Punk mi avvicino al bancone frigo delle carni. Le etichette. Le salsiccie Suino Italiano Nostra Produzione che dormono nelle vaschette bianche di plastica. Che loro dormono, non sospettano nulla, fino a quando poi tu Track! buchi la plastica tesa che copre la vaschetta e le tiri fuori. Le salsiccie che io in Terronia ho continuato a chiamarle Salciccie fino ad un’età che non me lo potevo permettere, che qualche pelo già mi era spuntato fuori.
Salciccie – le chiamavo – e nessuno mi correggeva.
—
Averci sto clima succede che poi esco dalla Conad che mi sono comprato il barattolo di nutella quattrocento grammi, e già mi ero dimenticato del caldo etiope che c’era là fuori, e col barattolo di nutella nel caldo di un luglio etiope mi sento come di aver fatto una cosa che potevo pensarci Un Po’ di Più, prima di farla.
—
Averci sto clima dentro, succede che esco dalla Conad col bottiglione di succo di frutta misto Pesca Arancia Banana Maracuja, questo bottiglione di plastica scura che non ti fa intravedere il colore dell’intruglio fruttoso contenuto. Che uno pensa Cazzo sarà mai questa Maracuja? Che uno pensa, subito dopo, Cosa Importa cos’è sta Maracuja? Cosa importa? Perché tanto, se si fosse chiamata Papanazza, o Triumpukkiri, o Sfuntogranocchio, lo avrei comprato lo stesso, per colpa di sto clima qui, di cui ho già detto.
Tre litri, me ne sarei portati a casa, di Sfuntogranocchio.
—
Averci sto clima che mi accarezza le budella, non è che per forza bisogna mettersi a saltellare come cavallette intossicate sotto i portici di Bologna. Non è che ci si deve mettere a saltellare per forza.
—
Uno potrebbe.
Ma non è che per forza.
—
Poi succede che torno a casa, e sotto casa, su di un muretto, c’ è una coppia. Lei la vedo solo di spalle, ed ha le spalle nude. Lui è di fronte a lei, e gli vedo la faccia. Le spalle di lei, non so come dirlo, hanno questa abbronzatura che fa intonare le spalle al colore giallo dei palazzi del centro storico. Che qui a Bologna abbiamo questa cosa stupenda dei palazzi gialli. O rosa. Lui la bacia, e poi poggia il naso sulle spalle nude di lei. Allora penso che certe volte sarebbe perfetto potersi fermare così, per un tempo lunghissimo, anche anni, con le narici posate su spalle nude e intonate, e aspettare.
Invece di fare le cavallette, aspettare.
Non so cosa.
—
E infine succede pure che LeiSaChiE’ mi scrive due righe, mentre si scherzava di rane, e che queste due righe mi provochino una specie di Plaf! da qualche parte, dentro.
—
Oggi parto.
Destinazione Friuli. Paesello di montagna. Prati obliqui e fiumi ci aspettano, ai quali dobbiamo rivolgere alcuni Oooh di stupore come è giusto che sia.
alcuni chili di carta dai quali mi congedo
—

Come un passerotto che ha appena fatto l’uovo, ecco come mi sento.
Che ha appena fatto l’uovo di uno struzzo.
—
E adesso sono qui, nel mio nido, col culo infiammato, che mi guardo l’uovo. E mentre da una parte sono orgoglioso del mio uovo, di quanto è grande, dall’altra parte penso se davvero ne valesse la pena. (se ne valesse la pena, se ne valeva la pena…boh)
—
Ma comunque.
—
Ieri verso l’una di notte ero a bordo di un camion e urlavo Forzaaa (virgola) Itagliaaaaaaa!!! A bordo di sto camion non lo so bene com’è che ci sono finito. Avevo sta bottiglia di plastica gonfiabile che non la smettevo mai di darmela in testa e di darla in testa ai passanti.
—
Al Tiggì una giornalista intervista una tifosa con le gote impiastricciate di rosso bianco e verde.
—
Giornalista: "Fino a quando continuerete a festeggiare?"
Tifosa impiastricciata: " Fino ad Oltranza!"
—
Perché – lo sapete – Oltranza è una famosa città che viene presa come punto di riferimento dei festeggiatori. Per cui uno festeggia fino ad Oltranza e poi niente più.
—
P.S. spero che si noti l’abbinamento di colori tra la mutanda e il libro di Semeiotica, che io a ste cose ci tengo.
P.S # 2 : spero che non si noti lo strato di polvere sul tavolo, che io a ste cose ci tengo, anche se un po’ meno.
questa cosa molto estiva del telefono cellulare appeso al collo
Non si può guardare.
—
giovane d’oggi: ma come no? Non puoi capire quanto è comodo, non lo puoi capire. Guarda, è comodissimo. Avercelo lì nella tasca dei pantaloni, poi mi si gonfiano le tasche, cheppalle, meglio avercelo appeso al collo, guarda, meglio così.
—
Ho detto di No. Ma proprio No e No e ancora No.
—
giovane d’oggi: ma scusa, quando sono al mare, dove me lo metto, il telefonino? Nei boxer non c’ho mica le tasche, no? Dove vuoi che lo metta?
—
Ma non esiste, non esiste e basta.
—
giovane d’oggi: ma insomma, se lo tengo in tasca, con tutte le radiazioni che emana – perché si sa che i telefonini emanano tutte ste radiazioni che fanno male – poi avercelo in tasca non è pericoloso? Insomma, dico, come la mettiamo con la salute dei miei spermatozoi? Vuoi che mi crescano spermatozoi sghembi che si prendono a capocciate tra loro? No dimmelo, ti pare? I miei spermatozoi che si attorcigliano le code fra di loro e muoiono così, attorcigliati, tutti sghembi come sono, per colpa delle radiazioni del telefonino. Ma ti pare?
—
Stronzate, stronzate.
—
giovane d’oggi:ma dico, mi sono comprato sto telefonino fuori di testa con tutte le lucine e i brillantini, tutto cromato e chiccoso, firmato D&G ( esiste davvero NdA) e cosa me lo sono comprato a fare se non si vede che me lo sono comprato?
—
[ed ecco che Rafeli chissà da dove tira fuori una mitragliatrice e Tatatatttattatata!! sul corpo glabro e abbronzato del Giovane D’Oggi che si accascia al suolo, con il suo telefonino appeso al collo. Rafeli si avvicina al corpo ormai senza vita e memore di tutte le Piovre uno tre sette nove che ha visto alla tivvù, infierisce sul cadavere e Tattattatataaatattattatatata!!!! Poi prende il cellulare, lo stacca dall’odiato gancetto e lo infila nella bocca semiaperta del gonzo ormai stecchito per terra]
—
Il telefono squilla.
La suoneria del telefonino ha la melodia della canzone di Mondomarcio.
—
Tattattatatatatatattattattatta!!!!!
—
In bocca.
eccomi qua
Il resoconto di questo viaggio inizia con quello spiritosone del pilota, che sapendo di avere l’aereo zeppo di italiani che vorrebbero vedere sta benedetta partita della nazionale, ma non possono, prende il microfono e annuncia dalla cabina, in tedesco:
(già spiegato che il tedesco io lo capisco solo a piccoli tratti, tutto il resto per me è bzzzzz)
—
“ Mi arriva la notizia bzzzzz calcio bzzzzzz Australia Italia bzzzz un goal bzzz c’è stato “
—
Panico.
—
Goal cosa? Goal chi? Goal come? Goal in che senso? Specifica, capitano! Goal dove, goal perché? Niente, nessuno dice niente. Nell’aereo i tifosi italioti si guardano tra loro, preoccupati.
Allora mi massaggio le mandibole per prepararle alla formulazione di una frase in tedesco da rivolgere ai tre germanici seduti davanti a me. Quando sento che le mandibole sono calde, che la lingua è pronta, mi butto:
—
“ Scusate! Sono io che niente del capitano parlare non capire, o il capitano non della partita chi goal fatto non dire? Cioè, non detto? Eh? “
—
E mentre vorrei darmi una pacca sulla spalla da solo per l’esorbitante numero di parole che sono riuscito a mettere una dietro l’altra, i tre germanici si guardano schifati e mi rispondono- misericordiosi – in inglese:
—
“ No, il capitano non ha detto chi l’ha fatto, il goal.”
“ Ah, be’, grazie”
—
Più tardi il capitano ( capitano mi stia a sentire ho belle e pronte le mille lire, se chi ha fatto sto benedetto goal mi vorrai dire) decide di annunciare che la partita è finita uno a zero für Italien.
Urla e applausi, evitabilissimi cori da stadio improvvisati da una porzione di passeggeri, i tre germanici davanti che si dicono qualcosa, le hostess stagionate della compagnia low cost che aspettano di veder tornare la calma, la calma che torna.
—
E poi: aereo che atterra, bagaglio che prendo, albergo che trovo, doccia che faccio.
—
Pace.
—
L’appuntamento col boss della multinazionale è per la mattina del giorno dopo. Per la paura di arrivare in ritardo punto la sveglia quattro ore prima e al primo squillo sono già in piedi, scattante, operativissimo. Continuo a ripetermi: allora, allora, allora. Mi travesto da pinguino da blu, con la bella camicia celeste del matrimonio e la mia giacca da damerino. Allo specchio ho un aspetto abbastanza credibile. Un pinguino damerino, che da’ sul celeste. La giacca, me ne accorgo in quel momento, ha una quasi bruciatura di sigaretta sul polso. L’ultima volta che l’ho messa- ricordo- ero a Monaco, in un locale fumosissimo. Si avvicinò questa tipa e dopo un discorso di circa venti o ventidue parole mi infilò la lingua in bocca, per poi ritrarla dopo un paio di minuti, e dirmi che era tanto tanto triste, perché da due settimane si era lasciata col suo ragazzo, e che proprio non poteva. E che se pure voleva, non poteva.
Non puoi? le chiesi.
Non posso, mi disse. Ti dispiace?
Macchè, dissi io, non vedi come sei triste?
—
Arrivo all’ indirizzo che mi aveva dato la segretaria del Boss, e ci arrivo con l’autobus dopo un viaggio tra stradine di campagna di quaranta minuti. La megasede della multinazionale è immensa, in pratica è una città con la recinzione alta tre metri. Alla reception ci sono tre personaggi che mi annunciano al telefono. Sento la signora che dice al telefono: è venuto a piedi. Io penso: signò, ma cosa gliene frega a lei? Mette giù la cornetta, riesce a produrre un cartellino dove sopra c’è stampato il mio nome preceduto dalla parola “signore” e mi dice, un po’ stufata: La accompagneremo all’edificio. Si appenda questo, intanto.- E mi da’ il cartellino. Sento che la cosa si fa seria e continuo a ripetermi: allora, c’ho il cartellino, sono dentro, allora, sono dentro, allora..
—
Quindi mi fanno salire in una macchina nera, e mi portano in giro tra stradine che sono tutte all’interno di questo grandissimo parco che è la sede della megamultinazionale. Ci sono i laghi, i castelli, i boschi. Capisco perché era così importante il fatto che ero venuto a piedi. Mi scaricano davanti ad un edificio. Entro. La segretaria biondissima del Boss mi dice: Lei è Mister Rafeli? Venga con me. Le seguo, col braccio torto in modo da nascondere la bruciatura. Penso che è la prima volta che mi chiamano Mister.
—
E quindi mi si spalancano le porte del Boss che mi accoglie con strette di mano e sorrisi, mi dice Si sieda, Si sieda, Mister Rafeli. Io mi siedo. Vuole qualcosa da bere? No, niente, grazie. ( questo è il primo di una innumerevole serie di grazie che pronuncierò poi nelle seguenti due ore). Un po’ d’acqua? Va bene un po’ d’acqua, dico io. Il boss si alza e mette un mano sulla parete e la parete – cazzo – si sposta! E dietro la parete – cazzo! – c’è un bar.
Capisco che se avessi detto: massì, vorrei un Cuba Libre, quello mi avrebbe fatto il Cuba Libre. C’ho la mandibola che rasenta il pavimento, la tiro su.
—
Il boss si siede e mi invita a parlare, mi dice: Su, allora, Mister Rafeli, mi dica, mi dica.
Ed io, allora, gli dico.
Dico che vorrei scrivere sta Tesi e che per scriverla mi servirebbe passeggiare qua e la’ nei loro laboratori. Il Boss annuisce e – cazzo – prende appunti! Io dico: vorrei fare questo, e lui lo scrive. Io dico: il titolo sarebbe questo, e lui lo scrive. Io parlo, e lui scrive. Sento che comincio a sentirmi davvero Mister, e faccio qualche sorso d’acqua.
Poi dico: E insomma, tutto qui.
Lui mi dice: Ma Certo, ti facciamo il cartellino e non c’è problema. E’ un simpatico nonnino, il Boss. Con una simpatica panza da birra.
—
Quindi mi porta in giro dai suoi adepti, bussa alle porte degli uffici e dice a tutti: Lui è mister Rafeli, verrà da noi tra qualche mese. E tutti a dire: Ma Certo Ma Certo. Io inizio ad avere una strana sensazione. Tutta sta gentilezza, sta disponibilità, mi insospettiscono. Questi qui –penso- non ci guadagnano niente se io vengo a rompergli i coglioni per la mia Tesi. Non sono in contatto con la mia Università. Ho mandato una mail e loro mi hanno detto Si. Io sono terrone, e in quanto terrone, sono sospettoso. Sempre.
—
Torniamo nel suo studio e il Boss mi dice: Ah, Mister Rafeli, mandi via mail alla mia segretaria tutte le spese che ha sostenuto, biglietti aerei eccetera, e le spese le verranno rimborsate. Lo guardo. Mi guarda. Ha capito? mi chiede. Dico di Si, ma intanto divento ancora più sospettoso. Dico Grazie, tanto per cambiare. Prego, mi risponde. Andiamo a mangiare? mi chiede. Andiamo, dico io. Mi aspetto che faccia muovere una parete e che dietro la parete ci sia una cucina, e invece usciamo dall’edificio. C’è un grande prato con un laghetto, e nel laghetto le anatre. Penso al Cazzo dell’Anatra. Penso che questa è una situazione confusa come può esserlo solo un Cazzo di Anatra.
—
Entriamo in quella che dovrebbe essere la mensa della Megamultinazionale. Dico Mensa, ma in realtà era un giardino botanico. Alberi di banano alti dieci metri, una collinetta con una vegetazione fittissima e tutto attorno, uno stagno con i pesci. Il Boss mi dice: qui ci sono piante che provengono da tutto il mondo. Io dico Si e per poco non mi scappa un altro Grazie. Negli spazi tra la vegetazione, in pratica una giungla, trovano posto questi tavoli dove la gente mangia. Il Boss mi da’ questa tesserina e mi indica il buffet e mi dice: prendi quello che vuoi. Io prendo la tessera e il mio essere sospettoso cresce ancora, e ancora.
—
Il fatto è, dicevo, che sono terrone.
Io so che nessuno ti da’ niente per niente. Se qualcuno ti regala qualcosa, è perché ti vuole inculare. Magari non subito, ma prima o poi ti vuole inculare. Se qualcuno mi regala qualcosa, io devo guardarlo con sospetto. Se ti regalano una penna è perché ti vogliono vendere l’enciclopedia. Se ti regalano una caramella – il caso più grave – è perché ti vogliono fare Chissà Cosa. Lo diceva pure Biagio Antonacci “ perché qui nessuno ti regala nienteee, e devi stare sempre attento a tuuuttooo!”
Stare attenti, bisogna.
Ed io attento, sto.
—
Siamo fuori dalla mensa. Con le panze satolle torniamo all’ufficio del Boss. Il Boss più satollo di me, anche se in pratica ha mangiato tre funghi e due pomodori. Arriva il momento del congedo. Mi dice: il taxi dovrebbe essere qui a momenti. Io penso: merda. Quaranta minuti di bus per arrivare qui: col taxi spendo un capitale. Dico al Boss: ma No, posso tornare pure col Trasporto Pubblico. Il Boss si volta e mi Dice:
– Come? –
– No, niente. –
—
Arriva il Taxi e il tassista scende trafelato chiedendo: Mister Rafeli? Io dico: certo, sono io , il Mister. Il Boss dice al tassista l’indirizzo del mio hotel. Ci salutiamo. Ciao Ciao e tante tante Grazie. Il Boss va via, ed io lo guardo attraverso il finestrino. Il taxi parte.
—
Appena siamo fuori dico al tassista:
“Pensavo che forse potrebbe lasciarmi vicino alla stazione della metropolitana, invece dell’albergo”
“……”
“Si, insomma, così posso fare una passeggiata”
“Il Boss ha detto l’albergo”
“ Si ok, ha detto così, ma adesso io pensavo che…”
“Ha detto l’albergo, il boss.”
“Non si può cambiare?”
—
Silenzio.
—
La verità: un po’ mi sono cacato addosso.
Sta Mercedes con gli interni di pelle nera, il tassista che era uguale al maggiordomo della Famiglia Addams, e questo tassametro che andava e andava.
E andava.
—
Pensavo a Biagio Antonacci e ai cazzi di Anatra, pensavo a me stesso fatto a pezzi e i miei organi venduti a peso in qualche mercato nero dell’Europa dell’ Est. Pensavo all’albero di banano della mensa. Pensavo al tassametro, soprattutto.Che andava e andava.
—
E andava.
—
Siamo sotto l’albergo. Guardo il tassametro: 30 euri. Mi ispeziono il portafoglio: ce la faccio, ne ho cinquanta. La figura di merda è sfumata. Porgo i cinquanta al Leerch versione tassista e quello – lo giuro – mi fa:
“ Nein! Non si paga!”
“ Come non si paga?”
“Non si paga.”
“ Ma perché, scusi?”
“ Paga il Boss. Mettere firma qui. Grazie.”
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Oh madonna Oh madonna – penso – e scendo da sto taxi con gli interni di pelle nera, questa pelle forse in passato appartenuta a qualche congolese che si era ostinato a pagare il conto del taxi senza farlo addebitare al Boss.
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Oh madonna.
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Entro in albergo guardandomi attorno, sono sospettosissimo. La receptionist zoppa e con gli occhi strabici mi vede e mi dice Guten Abend con un sorriso strabico quasi quanto gli occhi, se non di più.
Nella mia camera lo specchio restituisce una immagine di me ancora più pinguino celeste, se possibile, con in più questo cartellino appeso alla giacca dove c’è scritto Signor Rafeli. Penso che se il giorno dopo la receptionist non mi farà pagare il cazzo di conto, le darò un pugno sul naso che le aggiusterà in un solo colpo occhi e bocca.
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Che qui nessuno ti regala niente, diceva quello.
E se per caso qualcuno mi regala qualcosa, io lo prendo a pugni sul cranio.
un secondo virgola niente.
Un secondo virgola niente, mi avete guardato, ed io vi ho guardato, occhietti azzurri di ragazza con la gonnellina sbulazzante.
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Occhietti azzurri di ragazza che non si può dire occhi di cerbiatto perché i cerbiatti – per quanto ne so – non c’hanno gli occhi azzurri.
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Occhietti che ci siamo guardati per un secondo virgola niente, appena ho girato l’angolo, e poi niente più.
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E c’erano pure due guance arrossate – oltre agli occhietti – segno di una abbronzatura incerta, o forse solo per il caldo che fa. E poi niente trucco , come è giusto che sia. Queste guance un po’ rosse per il caldo che la voglia sarebbe stata di dirti: dai vieni qui che fa un po’ più fresco.
E sarebbe stato giusto aspettare – in un angolo fresco – di veder ritornare il colore naturale delle tue guance. Per poi dirti che due guance così, più o meno rosse non importa, che sono belle uguali.
E sarebbe stato giusto – magari – vedere in che modo avresti portato via con l’avambraccio le poche gocce di sudore che avevi sulla fronte.
E sarebbe stato bello – che ne so – chiederti il perché di quella faccia preoccupata e di quella fretta, quel broncio mica tanto grave che ti portavi in giro – per strada quando ti ho incrociata – e di quegli occhi che ti portavi a passeggio come piccolo regalo per chi aveva la fortuna di intercettare il tuo sguardo.
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Questo broncio e questa faccia stufata, che te la puoi permettere solo se sei bella oltre un certo punto, e se sei davvero così bella, allora quella faccia stufata e quel broncio ti faranno ancora più bella.
E allora non se ne viene a capo.
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Tutto questo Un secondo Virgola Niente, e poi ognuno per la sua strada.
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Ma comunque.
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Tra qualche ora prendo l’aereoplanino, c’ho da fare sta capatina in Germania. C’ho il volo che coincide esattamente- quanto ad orario – con la partita della Nazionale, che culo.
Se passate da qui durante questa mia breve assenza, fatemi un favore, aprite le finestre e fate cambiare un po’ l’aria, altrimenti con sto caldo mi si impuzzonisce tutto di chiuso.
Che averci il blogghe verde, si insomma è bello, però se non ci presti attenzione e le giuste cure rischi che ti si appassica tutto e che ti diventi giallo. O marrone.
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E date da bere al cane, anche.
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Danke.
ingredienti per Non Vedere il Soffitto
Questa ricetta è molto semplice.
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Si prendono una decina di bloggher, li si mette tutti in una stessa stanza.
I bloggher, si sa, sono dei gran cervelloni, dei capoccioni mica male.
I bloggher, si sa, sono l’intelighenzia degli anni duemila.
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Una volta radunata questa decina di bloggher capoccioni e cervelloni all’interno della stessa stanza, il gioco è fatto, non vedrete più il soffitto, perché i testoni dei bloggher ( all’interno dei quali -si sa – ci sono le idee innovative degli anni duemila) con i loro capoccioni enormi vi oscureranno la visuale.
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Tutto questo per dire cosa. Tutto questo per dire che l’altra sera qui a Bologna ha avuto luogo la grande adunata dei bloggher splinderiani, con i special guest(s) la Triade Fondatrice di splinder, dei quali purtroppo ora non ricordo i nomi, e che quindi per comodità di narrazione verranno di seguito indicati come Qui Quo e Qua. Anzi no, ricordo che uno di loro si chiamava Marco. Dunque verranno indicati, per comodità di narrazione, come Qui Quo e Marco.
Siamo andati a cenare tutti together, in una trattoria che forse ci torno, forse No.
Abbiamo trovato i nostri tavoli ( prenotati!) disposti in un modo tale che ha fatto subito esclamare ai convitati bloggher “ Ma come? Ci hanno disposto a ferro di cavallo? ”. Quando poi la disposizione – a voler essere precisi – non era neanche a ferro di cavallo, ma bensì a Cazzo di Anatra. Questo non l’ho voluto dire per non rovinare la cena ai più.
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Uno pensa: di cosa parlano i bloggher a cena? Di cosa parlano? Ma figurati se parlano di Template! Ma figurati! La risposta è : a cena, i bloggher, parlano di Template.
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Ma non solo.
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Pure di altro, è ovvio. Ad un certo punto ci siamo scaldati sulla questione: dopo quanto tempo di Log-in, Splinder decide di sloggarti autonomamente? Le correnti di pensiero erano: una settimana, un mese. Il Capo Splinder ( era Quo, o forse Qui) ha affermato: mi pare, ma non sono sicuro, che dovrebbe essere un mese, ma non sono sicuro. E – ovviamente – questa indecisione non ha fatto altro che alimentare le polemiche. Si parlava di Sloggamenti e Sloggature con tale fervore, che secondo me le due tipe sedute al tavolo vicino a noi si saranno chieste: sarà mica un congresso di ortopedici questo qua?
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Ed invece.
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La cosa che mi è piaciuta di Più: aver conosciuto gente con cui parlare, e parlare bene. Mi è piaciuto arrivare in Piazza Maggiore, con le panze piene e il passo pesante, e trovarci una Piazza Maggiore che- lo sapete – certe sere in estate è di una bellezza scandalosa, e poter parlare, così all’improvviso, di libri letti e non letti, di libri amati e libri sfanculati, e capire di parlare con persone che davvero hanno amato o sfanculato i loro libri.
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La Cosa che mi è piaciuta di Più # 2 : uscire dalla trattoria e lì, ad uno sputo, trovarci una gelateria che ti fa pure le granite. Che culo.
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La Cosa che mi è piaciuta Meno: il fatto che NonDicoChi mi abbia detto, dopo aver saputo che il mio è un blogghe anonimo e privo di immagini del sottoscritto, “ Secondo me chi c’ha il blog anonimo è un vigliacco”.
Giudizio ghigliottina, quantomeno, mi è venuto di pensare.
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La Cosa che mi è piaciuta Meno # 2 : entrare nella gelateria che ti fa pure le granite, e scegliere la granita al gusto sbagliato – melone – e pensare che invece dovevo fare come Edi e prenderlo alla mandorla.
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Siccome il resoconto della serata è lacunoso, vi dico di andare a vedere cosa ne ha scritto Kay, che poi è colei che ha organizzato la cosa, e che è molto ma molto più precisa del capoccione vigliacco che vi scrive ste righe.