La nuova missitalia – pure questa, come tutte le altre – ha lasciato il fidanzatino che aveva quando ancora non era missitalia.

E’ una fredda sera di Novembre quindi mi piace produrre pensieri nefasti: allora penso alle miriadi di missitalia sparse nel mondo, che invece restano al loro posto per bisogno e non per scelta.

la domanda che non sopporti

La domanda che non sopporti – ne hai già scritto – è quella dei colleghi quando ti chiedono plans for the weekend? 

A parte il fatto che una domanda del genere non contempla il fatto che uno potrebbe non averne affatto, di plans, il che può succedere, ché la noia e l’abbandono sono cose che non le puoi spiegare, ma servono.

La stessa domanda diventa successivamente: had a nice weekend? al che io invento cazzate, perché non posso raccontare quello che davvero ho fatto: perché non interessa, perché non è opportuno.

Had a nice weekend?

Ho avuto rimorsi per una persona che ho fatto piangere senza volerlo. Ho strappato una camicia. Ne ho comprata una nuova. Ho fatto riflessioni sulle intelaiature sociali, sulle dolorose differenze fra aspettative e realtà. Ho parlato di come certe ragazze appoggiano le mammelle sul tuo gomito    avvicinandosi. Ho bevuto troppa birra. Ho ragionato in franco-inglese con un organizzatore del Belgian week-end per convincerlo a non chiamare la polizia se avessi pisciato in un interstizio fra gli stands. Ho cenato cinese. Ho parlato di salari netti e lordi alle due del mattino. Ho preso un taxi che profumava di cannabis, parlando a vanvera di vibratori non falliformi. Ho visto una signora finire sotto ad una macchina mentre inserivo bottiglie vuote nei contenitori della differenziata. Ho mangiato un gelato in un parco per farmi perdonare.

sono illuminanti

Sono illuminanti davvero questi momenti in cui mi trovo a che fare con amici randomici – persone che c’ho pochissimo in comune e che pero’ si fanno sentire spesso al telefono.

Ci sono io mi distraggo con una birra fra le mani mentre mi si parla, sono nel mezzo di un baretto, e’ domenica pomeriggio, mi rendo conto che questa persona che ho di fronte mi parla incessantemente di femmine: ma non di fatti (che sarebbero anche interessanti), No, soltanto di ipotesi, e di piani per stanarle, ste benedette femmine, come nella caccia alla volpe col branco di cani. Ritorno in me – ipnotizzato com’ero dalla schiuma della birra – e chiedo:

– ma sto parlare sempre di femmine, insomma..
– cosa
– e’ da ieri che non ti fermi
– ….
– voglio dire, si puo’ parlare anche di altro no?
– ngh
– voglio dire: altrimenti cosa credi di offrire ad una femmina, a parte il tuo intenso desiderio di femmina?
– ngh
– voglio dire: cosa pensi di offrire come persona? guarda che il resto e’ consequenziale. guarda che si intuisce che hai solo quello, poi.
– consequenziale?
– esatto
– e vabbe’ di cosa dobbiamo parlare allora: di sociologia? di architettura brussellese?

Porcamiseria Si, avrei detto, Sì Sì Sì, ma non l’ho detto.
E in questo non dirlo, c’era tutta la distanza percepita.

per anni hai pensato

Per anni hai pensato che pur non avendo mai visitato la Spagna – eri l’unico italiano che conoscevi in questa condizione – pur non essendoci stato gia’ immaginavi quello che avresti visto, i profumi, le facce, gli edifici. Sei venuto in Spagna e infatti era davvero cosi’. Non sei sorpreso di nulla. Sei sorpreso invece dell’immensa camera d’albergo, e degli optional, che’ mai ti era capitato un bagno con il telefono di fianco al cesso, probabilmente l’apoteosi massima del business man.

Ieri i colleghi si muovevano verso l’hotel, tu prendevi un taxi per un paesino della provincia catalognese. Lo facevi fermare davanti alla porta di una clinica. Li’ dentro – ma non era ancora arrivato – ci sarebbe dovuto essere il titolare, ovvero un tuo compagno di universita’ che aveva studiato sui tuoi appunti delle lezioni. La ragazza e socia lo ha chiamato dicendogli che c’era una semi-emergenza in sala chirurgia ma in sala chirurgia invece c’eri tu con le valigie in mano. Vi siete presi a pugni come si fa tra compagni di scuola, bevuto una birra in questo paesino che tanto somiglia alle tue estremita’ terroniche salentine. Lo hai salutato davanti alla stazione dei treni. Il treno che avrebbe dovuto portarti in centro, a due passi dall’albergo.

Invece ti sei perso.

Con la valigia in mano hai cambiato treni e metropolitane e chiesto di pisciare in baretti malfamati e visitato posti periferici di Barcelona e mentre lo facevi – non fosse per la stanchezza – hai pensato che era meglio cosi’, che’ per i luoghi turistici c’e’ tutta la vita davanti, e molto prima di tutta la vita, c’e’ google image.

E quindi, anche se fra poco avresti tempo per una visita al centro, te ne andrai invece a correre sul lungomare.

non far sapere a nessuno

Non far sapere a nessuno quanto diventa bella Brussélle quando la primavera le salta addosso.

Un parco pieno di luce e di gente e di sedie a sdraio offerte da non si sa chi. Ciao, coppia di arabi di cui lei con il velo che stesi sul prato vi baciate à la europeénne. Ciao, libraio che mi riconosci e mi saluti mentre corro sul marciapiede. Ciao, bambine indiane che vi scappa la pallina da tennis e mi rimbalza sul ginocchio mentre corro nel parco.

Ci sono almeno due cose che mi piacciono di te: il fatto che due volte a settimana sei a visitare tua nonna nella casa di riposo, e se mi chiami devi spegnerle l’auricolare per non farla spaventare mentre parli inglese al telefono, e poi che quando lasci la mia casa di mattina presto – mentre sono sotto la doccia- ci sono certe mattine che mi aspetto di trovare un biglietto da qualche parte e infatti lo trovo.

Epperò faccio cazzate e non ho giustificazioni. E faccio confusione.

Prendiamo un gelato in centro e ci sono due ragazze afro-belghe che fanno casino al tavolo di fianco. Mi ricordo di quella volta in pizzeria, di quei due ragazzi afroamericani figli di diplomatici della Nato che facevano casino in pizzeria, una sera di un mese fa. Ti dico: ma hai notato che non è la prima volta che ci sono ragazzi neri che fanno casino al tavolo di fianco mentre mangiamo qualcosa? No, non mi ricordo, dici tu. Non mi ricordo proprio. Ci penso un attimo e mi rendo conto che l’altra volta non eri tu, madonna non eri tu, come ho fatto a confondermi, provo a riparare e cambio argomento, ti parlo del parco e del sole di stamattina.

Lunedì sono a Barcellona per tre giorni quasi quattro, devo riuscire a fare una sorpresa ad un vecchio compagno di università.

un ricordo che ho

Un ricordo che ho di Dalla risale alla prima meta’ degli anni zero, c’era la televisione accesa nella mia casa di Bologna.

Attorno al tavolo siamo in quattro a cenare in silenzio, e siamo – tre ragazzi una ragazza – tutti giunti a Bologna dallo stesso paesello. C’e’ la televisione accesa e c’e’ lui che parla di quando era ragazzo e con Shel Shapiro andava in giro a fare concertini sgarrupati per l’Italia. Prima racconta di Bologna e poi dei paesini piu’ piccoli. Racconta che la gente si spaventava vedendoli arrivare con un furgoncino scassato vestiti come degli zingari.

E ad un certo punto racconta di una mattina in particolare, di un anno in particolare, nel sud Italia, quando era giunto nel mio paesello e tutti si erano nascosti in casa per la paura, chiudendo le imposte delle finestre. Al nome del nostro paesello che mai sentivamo nominare in tv, saltammo tutti sulla sedia con la forchetta in mano, ridendo senza motivo.

dunque pare

Dunque pare che le parole esatte del viceministro siano state:

«Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perchè vuol dire che almeno hai fatto qualcosa».

Standing ovation? No, critiche.
Mi viene da pensare che:

Che il tema dei "messaggi culturali" non sara’ mai troppo sottovalutato.

Che i critici propongono risposte assurde, come esempi di studenti lavoratori in condizioni disagiatissime che arrancano in ritardo tra miliardi di difficolta’. Cioe’ propongono esempi estremi e ignorano la realta’ media. La quale in altre parole sarebbe: lo studente che ci mette il doppio degli anni a laurearsi (di fatto questo vuol dire 28 anni) non e’ sempre un fancazzista, ma comunque e’ mediamente un fancazzista. Che non e’ sempre inadatto agli studi universitari, ma e’ comunque mediamente inadatto agli studi universitari. Che forse tra di loro si nascondo geni incompresi, ma mediamente No.

Che il viceministro e’ forse un raccomandato, dunque il meno adatto a proporre questi temi. Che "sfigato" non e’ la parola giusta in generale, ma quando si parla di messaggi culturali, quindi di tendenze, quindi di cio’ che le persone vorrebbero o non vorrebbero essere nella vita, be’ allora "sfigato" e’ adattissimo. Che se invece di dire "sfigato" dici "persone troppo coccolate da famiglie consenzienti, rammolliti dalle comodita’ che verranno stritolati dalla realta’ di oggi" la gente non ti capisce. Se dici "sfigato" sei incompleto, sei brutale, ma qualcosa arriva a colpire nel segno.

si parte

Una hostess che lavora all’areoporto di Charleroi vicino Brussélle mi ha raccontato che a Charleroi vivono gli sgorbi.

Ci sarebbe cioè tanta gente che praticamente ha perso il lavoro negli anni passati (ex minatori soprattutto) e che campano da anni coi sussidi statali. E come loro, i figli. E per far trascorrere la loro grigia esistenza si mbriacano tutto il giorno. Tutto questo vivere nell’alcol alla fine genera degli effetti pure nel fisico: corpi storti, andature incerte, facce stravolte. Dice che proprio li riconosci, gli sgorbi di Charleroi.

Non lo so se è vero, epperò domani prendo il mio volo da Charleroi alla volta del paesello, e mi ricordo di quella notte lugubre e disperata trascorsa due anni fa – una vita fa – quando ancora non sapevo che sarei finito a vivere da ste parti.

cose, 16 dodici undici

Dimentico di cenare, poi mi ricordo che il giorno dopo non posso fare colazione che il medico ha da tirarmi il sangue, mi tira via il sangue e io svengo.

Poi torno cosciente e gli rubo tutte le caramelle sulla scrivania. Vado nella sala d’aspetto a mangiare di fretta una cheescake presa da un supermarket pakistano la sera prima e che nascondevo nella borsa, velocemente velocemente come i criceti che nascondono i semini nella bocca – mai parlato della passione per la cheescake venduta dai pakistani? Mai detto di questo pakistano che a volte gli chiedo una cosa e me ne regala un’altra? Comunque l’esempio dei criceti, se non hai mai avuto un criceto, non si capisce.

la vostra crisi

La vostra crisi non la paghiamo noi, dicono gli oppositori della crisi. Soprattutto quelli piu’ giovani. Dicono voi avete fatto il danno, voi ve la siete goduta, voi la pagate.

Io di economia non ne capisco niente e alzo le mani. Se e’ colpa delle banche io non lo so – alzo le mani.

Però cari ragazzi sappiate che pure voi avete vissuto a debito. Ci sono posti di lavoro dei vostri padri che non sarebbero esistiti, se non avessimo vissuto a debito. Ci sono scuole che non avreste mai visto, se non avessimo vissuto a debito – e voi ci siete entrati. Alcuni si sono pure laureati – e non sarebbe stato possibile, se non avessimo vissuto a debito. Come come? Avete pagato la retta universitaria? Certo, ma quella era solo una parte: sarebbe stata molto più alta se non avessimo vissuto tutti quanti a debito. Io e voi. La sfiga è che siamo arrivati tardi e tocca cominciare a pagare noi. Come quando al bar tutti scappano e lo scemo rimane seduto, tocca pagare a lui. Anche se hanno mangiato tutti e non solo lui. Ecco questo volevo dire, sapevàtelo, che ci abbiamo mangiato tutti.

l’uomo

L’uomo si e’ evoluto per migliaia di anni in gruppi piccolissimi di persone : o non c’era nessuno, o erano pochissimi. E da pochissimi, andavano alla scoperta di montagne e foreste, si conoscevano perfettamente: odori forme e sapori.

L’uomo non si e’ evoluto per andare nello spazio, cosi’ quando ce lo mandano nello spazio – siccome lo spazio non e’ per lui – allora si allegeriscono le ossa, si perdono i capelli, si diventa stitici (non lo dicono ai documentari, ma credo sia cosi’, causa assenza di gravita’).

Ma allora, se l’uomo si evoluto in un certo modo e poi quando viene sottoposto a cambiamenti drastici e repentini (non graduali, non accompagnati da una evoluzione voglio dire) quello si modifica drasticamente, allora io, risultato finale di un’ evoluzione di migliaia di anni di vita in piccolissimi gruppi, dove ci si conosceva tutti per forma colori e sapori, io, che pure i miei antenati piu’ prossimi vivevano in casette di campagna dove ci si conosceva tutti dalla nascita alla morte e si facevano appassire i pomodori appesi alle pareti per l’inverno, io, in questo momemento storico di bulimia di umani attorno, di turbinio di facce e accenti e sopracciglia e tagli di occhi e aliti e nuche e mignoli e caviglie e scarpe e storie e attitudini, io in questa bulimia che mi ritrovo, in che senso sto cambiando? Se gli astronauti nello spazio diventano stitici perche’ non e’ normale stare nello spazio, se il sub sotto cento metri di acqua rischia l’embolia perche’ non e’ normale stare sotto cento metri di acqua, io in questa bulimia che non e’ normale viverla, sta bulimia, in cosa sto cambiando?

mi piacciono

mi piacciono le ragazze la mattina alla fermata dell’autobus, o che attraversano le strisce pedonali – c’è questa freschezza irripetibile tra le 7.30 e le 9.30 della mattina, ovattata di sonno epperò freschissima, e con il freddo che stringe le spalle, la loro bellezza fatta da tutte queste cose messe assieme (il freddo, la freschezza, la sonnolenza, il cielo grigioso, la fretta, il non poterle osservare a lungo perché fuggi nel traffico, il fatto che pensino ad altro e comunque non a te).

Questa bellezza è totalmente irraggiungibile perché comunque vada la perdi: se continui nel traffico la perdi, se rimani fermo la perdi (perché se ne vanno) se scendi dalla macchina e loro si innamorano perdutamente di te, anche in quel caso la perdi, infatti non sarebbe più la bellezza di prima, qualcosa fra tutte le componenti che la costituisce andrebbe comunque persa (la fretta? la sonnolenza? il cielo grigioso? la freschezza? il non guardarsi in faccia?) e quindi quello che ti rimane – porcalamiseria – è una delle bellezze più irragiungibili eppure quotidiane che ti trovi a subire.

non mi spiego la fortuna recente

Non mi spiego la fortuna recente nello scovare film almeno decenti da vedere.

 

Ho visto Win Win (tradotto in italiano: mosse vincenti, diosanto) scritto e diretto da Tom McCarthy già autore di The Visitor ("L'ospite inatteso", diosanto). I film di McCarty, ne vale la pena. Ho cercato allora "The Station Agent" in giro per il webbe, non l'ho trovato, ho trovato invece Nothing Personal e cazzarola è stata una bella scoperta.

 

Ho visto tutto il film, poi ho visto il trailer del film, e mi sono accorto che nel trailer hanno messo quasi tutte le scene che secondo me erano le più belle. Applausi al montatore del trailer.

 

Per esempio.

 

Scena delle dita mignole che si sfiorano. Non dovrebbero, ma si sfiorano. Dita mignole, santiddio.

 

Ancora prima: scena di lei che fa finta di piegare l'erba soffiando con la bocca, quando invece è il soffio del vento e poi gli dice: è per te. Lui le dice: molto bello. E poi aggiunge: adesso però ferma tutto. Non posso, risponde lei. Non importa, risponde lui, non possiamo competere con la perfezione. E lei si gira e lo guarda con occhi diversi.

 

Lei è un'attrice del Paese Basso (quindi non tutto è da buttare del Pb?) e si chiama Lotte Verbeek. Voglio un'amica che si chiama Lotte, subito. Colpo di finezza della regista, fare indossare a Lotte un paio di cuffie per la musica dello stesso colore dei suoi occhi (anche questo nel trailer: riapplausi al montatore). 

 

cose, 19 sei, duemilaeundici

Del Film Metroland (1997, regia di Philip Saville) oltre alla fotografia anni 70 e all'imperdibile scena di 4 ragazzi inglesi che giocano a cricket a Parigi impugnando una baguette al posto della mazza, mi piace tantissimo il personaggio di Marion, interpretato da Emily Watson (che non è Emma Watson). I dialoghi sono perfetti, quello che dice è perfetto, quando non dice nulla è perfetto perché in quel momento non deve dire nulla, e quando non dice nulla Emily Watson è bravissima a non dire nulla. Ovviamente Marion è il prodotto di una mente maschile – sia il soggetto che la sceneggiatura – e questo diminuisce di molto le probabilità che ci siano Marion sparse per il mondo.

Poi.

 

C'è gente che disegna i visi partendo dal naso, oppure dalla bocca. Da bambino disegnavo paperino partendo dalla punta del becco. Ho cominciato ad arredare questa casa partendo da un cuscino, quello nella foto, e sta venendo fuori qualcosa eccessivamente sixties. 

facciamo che

Facciamo che io metto l'idea e chi legge ci mette la pratica, e diventiamo ricchi sfondati.

 

L'oggetto da inventare – anzi No, da costruire, ché inventare l'ho già inventato io tipo due settimane fa – servirà a misurare l'insoddisfazione individuale.

 

Lo chiameremo per il momento insoddisfattòmetro, con l'accento sulla o.

 

Servirà a misurare l'insoddisfazione ma pure a discriminare tra l'insoddisfazione “Che E' Colpa Dell'Ambiente Circostante” (CECDAC) da un altro tipo di insoddisfazione molto più pericolosa, ovvero l'insoddisfazione “Che E' Colpa Della Tua Testa” (CECDTT).

 

Praticamente questo strumento funziona così: quando si è in CECDAC sta zitto. Appena si straborda nella CECDTT comincia a urlare fortissimo. Tu a quel punto capisci che sono solo problemi della tua testa, ti tranquillizzi, e pensi ad altro.