a F.

Sai cosa ti avrei scritto se non fossi morto così presto?

Aspetta, facciamo che comincio dalle cose che invece non ti avrei scritto, e che invece metto qui per usare questo posto per quello che in teoria sarebbe – un diario – e per ricordare tutto in futuro.

Il giorno del colloquio dopo tre minuti non c’era più niente di formale. Si scherzava ed io mi lasciavo andare sulla sedia. Si parlava del mio futuro come se fosse scontato e come se tu avessi già deciso di prendermi. Più tardi mi hai offerto responsabilità che non avrei mai pensato possibili. Erano quelli i tempi in cui mi pareva di guidare un’astronave, come se fino a quel momento avessi guidato al massimo solo una bicicletta. Ma soprattutto, mi hai fatto vedere – vedere, non me lo hai insegnato – come si può fare tanto e comunque restare tranquilli e sorridenti. Stavo guidando un’astronave, capisci? e a volte mi veniva difficile sorridere. Ti stiracchiavi sulla sedia, mettevi le mani dietro la nuca, a volte ti sfilavi una scarpa. E mi dicevi che tanto ce l’avrei fatta. Mi dicevi – il giorno dopo la promozione -: adesso mi fa piacere se verrai a chiedermi un parere, però voglio che succeda meno spesso. Fai come ti pare, andrà bene sicuramente. Fai come ti pare, e se pure non dovesse andare bene, io sarò lì a difenderti davanti a tutti, in ogni caso, anche se hai sbagliato. Comunque vada ti difenderò. Ricordo quella volta che abbiamo attraversato il tunnel sotto la Manica nella tua auto, e durante l’attesa abbiamo visto un DVD di un telefilm che guardavi da ragazzo. Ricordo che arrivavi al mio tavolo alle spalle e mi afferravi per il collo. Quando mi voltavo e dicevo “Hey!” aspettavi due secondi prima di parlare, e in quei due secondi, sorridevi.

Avessi fatto in tempo, ti avrei scritto raccontandoti di una mattina precisa a Londra, seduti nel bar di un albergo. Raccontavi delle scelte dell’università dei tuoi figli. Uno aveva già deciso, l’altro ancora No. Descrivevi tutte le possibilità. Ed io pensavo: va bene, se questi ragazzi hanno assimilato anche solo una decima parte di questa attitude, di questo modo di stare al mondo, allora non avranno problemi: qualunque decisione sarà quella giusta. Qualunque fallimento, non sarà mai troppo grave o definitivo. Scherzando – avrei avuto il coraggio di scherzare? non lo so – ti avrei detto che ci credevo perché era una proporzione matematica: dovevo pensare a tutto quello che avevo ricevuto io nel corso di un paio di anni, quantificarlo e moltiplicarlo per tutti gli anni che i tuoi figli erano stati con te. Moltiplicarlo per l’intensità maggiore che ci devi aver messo con loro. In fondo, se uno sta per andare via, di cosa può aver paura? Di andare via, innanzitutto – mi sono detto – e di non poter far nulla per chi rimane. Ecco, avessi fatto in tempo, avrei usato un lungo giro di parole per spiegarti che secondo me non dovevi preoccuparti troppo, perché stavi lasciando tanto.

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