nota a margine

io tenutario e dittatore di codesto blogghe dichiaro di essere l’unico che può essere sfanculato o preso in giro sul blogghe medesimo, e perciò dichiaro anche che gli sfanculamenti e le prese in giro fra commentatori non sono assolutamente ammessi, in quanto in dittatura c’è solo uno che decide e gli altri al massimo ciucciano ghiaccioli all’amarena in silenzio e a testa bassa.

quanto ai ripetuti attacchi sarcastici alla signorina flavia vento, invece, espongo qui il mio pensiero: puntoprimo, tutti i commentatori sono i benvenuti, tutti nessuno escluso, e i commenti in generale fanno sempre piacere; puntosecondo, la signorina flavia vento è bella, molto bella, e questo vale già un punto. Sono sicuro che anche lei sia cosciente di non essere particolarmente brillante nella scrittura, ma se fosse anche brillante allora saremmo a due punti. Altri parametri come l’intelligenza, l’onestà e la trasparenza non sono quantificabili, ma anche per questi vale la regola del punto.

ora, quello che mi pare assurdo è che la bellezza di una persona diventi la lente di ingrandimento attraverso la quale si valutano tutte le altre caratteristiche. Voglio dire, se una persona è bella poi la sua eventuale ingenuità o stupidità viene automaticamente moltiplicata per dieci. E tutto ciò è assurdo, perchè accade in un mondo pieno zeppo di femmine cesse e stupide con zero punti all’attivo. Nella mia vita ho incontrato molte più donne brutte che erano contemporaneamente antipatiche, acide e irritanti di ragazze belle con la serenità negli occhi. La bellezza non è una colpa, è solo una delle tante virtù di cui il signore iddio ti può fare dono. Fra i tremila e passa commenti di questo blogghe la stragrande maggioranza sono stati dei “bei commenti”, ma ce ne sono stati anche alcuni stupidissimi e molto poco divertenti, alcuni che avevano intenzione di far ridere ma che non facevano ridere per niente, alcuni fatti da gente stupida e a volte anche volgari, ma io non dirò mai quali sono, non farò mai alcuna distinzione.

e se non lo faccio io che sono il dittatore assoluto incontrastato, figuriamoci se potete farlo voi.

ho un quaranta percento di tristezza che porto nascosto nelle tasche

Ho un quaranta percento di tristezza che porto nascosto nelle tasche, in questi giorni di studiacchiamenti pallidi e riflessioni sterili, che se  proprio devo dargli una forma o rappresentarlo con una metafora – il mio quaranta percento di tristezza –  allora lo rappresento con il primo accordo di pianoforte che viene ripetutamente suonato nell’introduzione di Stop Crying your heart out degli Oasis, poco prima che Liam cominci col miagolio della sua voce.

Le metafore dovrebbero semplificarti la vita, dovrebbero in teoria esprimere al meglio i concetti e le sensazioni complesse ma purtroppo sta metafora che m’è venuta non mi semplifica un bel niente. Non è che se mi chiedono Come Stai? posso rispondere “sto come il primo accordo di pianoforte di Stop Crying your heart out degli Oasis, hai presente? Quello suonato poco prima che Liam cominci col miagolio della sua voce, hai presente? ”.  Direi che No, non posso proprio. Sto pastrocchio di parole non rende affatto l’idea. Allora come sempre si produce un omogeneizzato di pensieri e ci si arma di minimalismo:

“Come stai?”
“Sto.”

Che detta così, sembra qualcosa a metà fra una confessione intimista ed una esclamazione da partita di poker. A pensarci bene, continuando così sulla stessa linea potrei partorire altre belle risposte pregne di significati nascosti.

“Come stai?”
“Passo.”

Fino a sfociare nel non sense più spudorato.

“Come stai?"
“Cambio tre carte.”

Che poi, in fondo, uno spicchiolino di significato metaforico lo si potrebbe trovare in ognuna di queste risposte, avendo voglia di fare gli aruspici delle intenzioni. Se gli antichi riuscivano a fare previsioni sugli esiti delle guerre sbirciando le budella degli animali morti, e se una casalinga qualsiasi nel pieno della sobrietà è capace di vedere la faccia di padre pio nella macchia di umido dell’intonaco, allora si potrebbe benissimo dare un senso a qualsiasi risposta pronunciata a casaccio da un Rafaeli con le percentuali di tristezza appena oltre la soglia di tolleranza.

“Come stai?”
“Mela Pera Banana Caffè.”

Qualche giorno fa, sul balcone della casa di fronte (che poi sarebbe quello della finestra di fronte) ho visto le tre donzelle damigiane lì domiciliate che mostravano i loro pigiami fiorellati al caldo sole di marzo. Una di loro era immobile con la faccia rivolta verso il sole mentre un’altra si adoperava sul viso della coinquilina nell’inconfondibile gesto a mani convergenti con il quale – di solito al riparo di occhi indiscreti – si scoppiano i brufoli e punti neri. La terza si limitava a supervisionare l’operazione di dermatologia a cielo aperto. Il mio sguardo indiscreto si è sentito male, mentre tutto il resto di me stesso voleva condividere l’orrore con qualcun altro, forse per ricavarne un minimo sostegno morale, e allora ho urlato a Billigiò di venire subito a vedere. Lui – che è una persona delicata e col senso del bello – appena ha saputo di cosa si trattava, è rimasto sulla porta della mia stanza con un pacco di tarallini salentini fra le mani, e sgranocchiando un tarallino ha rifiutato di avvicinarsi alla finestra per ammirare lo spettacolo dicendo:

“No per favore, non mi fare vedere queste cose che sto mangiando.”

Disclaimer: riporto questo episodio senza alcun motivo: non c’è nessun significato nascosto. E’ solo in nome di un approssimativo realismo pasoliniano di questa cippa. Per quanto mi riguarda, ognuno è libero di sforuncolarsi dove meglio gli pare.  

il famoso attore scamarcio

Partendo dal presupposto che sia inevitabile, per l’essere umano femmina di una certa età – diciamo nella fascia 14-21 anni – impazzire in modo squinternato per un belloccio vip qualsiasi, sia esso un attore, una rockstar o un ballerino o che ne so io, partendo da questo presupposto che dicevo è abbastanza inevitabile e si verifica da sempre nella storia dell’uomo sin da quando le femmine di essere umano si innamoravano e si strappavano i capelli per il giovane Carlo Magno, oggigiorno il problema si pone nel momento in cui le femmine di essere umano si innamorano improvvisamente e violentemente di quel belloccio divenuto famoso ultimamente che si chiama Scamarcio, e che Google mi dice chiamarsi di nome Riccardo e non Leonardo, io che fino a tre minuti fa ero convinto si chiamasse Leonardo Scamarcio.

No, si chiama Riccardo Scamarcio.

Ora, è ovvio che mai mi sarei sognato di scrivere di questo Scamarcio nella mia vita, e se lo faccio è solo perchè adesso mentre sto scrivendo – e sono le 17 e 30 di pomeriggio di una giornata bellissima – il famoso attore Scamarcio si trova a cinquanta metri da me in un locale qui sotto la finestra della sala studio che presenta il suo ultimo film. C’è una automobile con la scritta stampata “Ho voglia di te Tour” e anche dei loschi figuri che si aggirano con le giacchettine stampate sul retro con la scritta “Ho voglia di te Tour”. Sono tutti qua sotto, tanto che se mi metto ad urlare Scamarciooooo dalla finestra possibilissimo che quello mi risponde.

Che faccio: urlo? Non urlo.

Ma dicevo: il famoso attore Scamarcio.
Io non ho idea di quali siano le capacità attoriali del famoso attore Scamarcio, né se possiede delle qualità nascoste o se è effettivamente dotato di bellezza irresistibile come dicono. Io non ho mai visto un film del famoso attore Scamarcio – e se l’ho visto non me lo ricordo – e comunque se devo pensare ad un attore bello, allora penso a Jude Law o che ne so, a Raoul Bova, non penso al famoso attore Scamarcio, ma comunque il punto non è questo.

Il punto è l’espressione facciale dell’attore Scamarcio.

Il famoso attore Scamarcio è dotato di una sola espressione facciale, quella ingrugnita da cinghiale intristito, che poi è quella della locandina del film. La stessa faccia che si vede nel trailer del film, e che il famoso attore Scamarcio copia e incolla dappertutto, ovunque sia richiesta la sua faccia, perchè giustamente se la faccia funziona e se la bambina si innamora, perchè la dovrebbe cambiare? E allora ecco che si trova il cinghiale ingrugnito tenebroso di lato, ingrugnito tenebroso alla guida, ingrugnito tenebroso in bianco e nero, ingrugnito tenebroso interrogativo,  ingrugnito tenebroso motociclista eccetera eccetera.

Uno si chiede: ma non ride mai, il famoso attore Scamarcio? Sì che ride, ma solo qualche volta. Battiato diceva “c’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e fantomatico mistero”. E’ evidente che per l’attore Scamarcio il fantomatico mistero, in mancanza di occhiali da sole, viene raggiunto grazie all’ingrugnimento tenebroso. E infatti quando ride, di botto perde tre quarti di fantomatico mistero.

Ma il problema sono le ragazzine, porcaccia la miseria. Le ragazzine – ho già detto – è inevitabile che si innamorino del belloccio di turno. Che si carampanizzino, che si  squinternizzino e che sbiellino per il primo giovinotto che vedono alla tivvù. Però se passa l’equazione Ingrugnito Tenebroso = Bono, ecco, questo non è bello. La tenebrosaggine, il muso lungo, la faccia inespressiva e cupa, sono tutti caratteri – ho imparato nella mia adolescenza e giovinezza – che appartengono all’ideale dell’ omo che non deve chiedere mai, ovvero a quello che non chiede mai in quanto semplicemente non saprebbe cosa chiedere, a causa del suo encefalogramma piatto. Se passa l’idea che atteggiarsi a Fonzie con la faccia seria e tenebrosa fa fico, poi facciamo crescere tutta una generazione di giovani femmine con questo ideale di cinghiale ingrugnito nella testa, e questo non va bene.

Voglio dire, la tecnica seduttiva del tenebroso appoggiato al muro con le mani in tasca è anche giustificabile, e in tempi remoti l’ho usata pure io in mancanza d’altro – ma appunto in mancanza d’altro e quando c’avevo la luna storta e poche parole da dire – ma non deve diventare il modello, il punto di riferimento. E poi io me li ricordo bene, quelli che sono rimasti per anni  tenebrosi appoggiati al muro con le mani in tasca: sono gli stessi che se li sentivi aprire bocca ti facevano venire i brividi per la pochezza dei pensieri scaturiti da quelle capocce misteriose e tenebrose. Ho visto ragazzetti fumare solo per darsi un motivo di esistenza, ingobbire le spalle e non ridere mai, con la stessa caparbietà di sembrare tosti e fichi che ci mette il ragazzino di undici anni che non si rade i primi peli sotto al naso per sembrare più adulto.

Quindi per favore Scamarcio, ridi. Che la mamma ha fatto gli gnocchi.

Update. Rettifica: le donnine urlanti che vedo qui sotto sono mooolto oltre la fascia 14-21. E  ce ne sono anche un paio che abbaiano come dei cani Yorkshire indemoniati. Paura.

Disclaimer: l’espressione "femmina di essere umano" non è mia, è di Billigiò. La inventò sulle Dolomiti l’estate scorsa vedendo un gruppo  di ragazze  scendere da una stradina  di montagna.

sto caldo estivo lo percepisco soltanto io

Sto caldo estivo lo percepisco soltanto io, evidentemente, se in giro vedo ancora sciarponi di lana, guanti e cappotti col pelo sul cappuccio così eclatanti che forse te li vendono – i cappotti col pelo, intendo – già dotati di collare antipulci e shampoo antizecche. Le spiegazioni possono essere due, a questo punto. La spiegazione numero uno è che effettivamente sto caldo estivo lo percepisco solo io e non tutti gli sciarpati incappucciati col pelo eclatante. Anche Billigiò va in giro svestito come me, ma lui non è attendibile perché è un hombre caliente che pure nei dieci gradi sotto zero gradi di Monaco non volle evitare la maglietta a maniche corte e il giacchettino leggero primaverile. La seconda spiegazione è che esiste una grossa fetta di popolazione italiana che ha approfittato dei saldi per andare a far gli acquisti, e adesso che si è finalmente comprata il cappotto col pelo a metà prezzo, il cappotto pesantissimo deve indossarlo per forza che sennò l’anno prossimo è già vecchio, e allora fa finta di non vedere le rondini che volano nel cielo oppure le scambia per mosche transgeniche ipertrofiche che volano più in alto delle mosche normali.

La mia amica XXXna (di cui già qui) sempre sullo stesso divano, ci racconta della sua prima ceretta inguinale. Ci racconta del dolore e del sanguinamento e della conseguente disinfezione che ha dovuto sostenere per avere adesso una patata col profilo perfettamente delineato. Ci spiega che si è auto-cerettata, e che l’auto-cerettamento è una operazione molto difficile a causa del dolore che ci si auto-provoca. Per superare le incertezze si è auto-imposta di strapparsi i peli ogni otto battute di tempo del disco di Jeff Buckley. Praticamente Jeff Buckley le ha fatto da estetista, alla mia amica XXXna.  Direi che son cose, direi.

Nell’anno del signore 2007, in una casa del centro di Bologna – cioè la mia – un essere umano qualsiasi – cioè io – non riesce a farsi installare una cazzo di linea Adsl. Sono giorni di guerre infuocate condotte verso un nemico invisibile, in cui spedisco mail al vetriolo al servizio assistenza, ma ho il sospetto che queste mail vengano lette da piccoli robottini programmati per essere insensibili alle minacce fisiche e alle suppliche piagnucolanti. Ieri i robottini satanici del servizio assistenza mi hanno scritto per avvertirmi che è inutile lamentarmi del mancato invio del modem, perché il modem a loro risulta già inviato in data primo marzo. Ho ricevuto un modem invisibile, allora. Dopo il wire-less, la nuova era: il modem-less. Ho cominciato a emettere lembi di fuoco dalle narici e poi, calmandomi, ho capito che questa è solo una strategia per sfiancarmi, per farmi perdere la difficile guerra dei nervi. Ma io non mi arrendo, cari robottini satanici, no no no. Io prometto di continuare a rompervi le palle in eterno, in salute ed in malattia, finché adsl attiva non ci separi. 

E poi – non c’entra nulla – ma ho la pancia che produce strani rumori mugolanti che non riesco a bloccare sul nascere: che figure di merda nelle biblioteche silenziose, che figure. Devo trovare il libretto delle istruzioni di me stesso. Ci sarà di sicuro un pulsante per queste cose, nascosto da qualche parte.

l'ultimo esame che resta

L’ultimo esame che resta per completare la mia fulgida carriera universitaria di fulgido studente universitario dallo splendente libretto di giada, è un misero Esame Pernacchia. I professori degli Esami Pernacchia sono generalmente dei bonaccioni – di solito anzianotti – che se pure ti presenti il giorno dell’esame vestito da Pulcinella, saltando e ballando e suonando le ascelle e recitando all’incontrario la Vispa Teresa con intenti satanici, quelli sono capacissimi di dirti che va bene così, che forse potevi fare di più ma che comunque può andare bene così.

E allora succede che le motivazioni devo sforzarmi di  trovarle fra le pieghe delle lenzuola sfatte della mattina. E allora succede che certe mattine mi sveglio e davvero mi chiedo perché devo tirarmi su dal letto, e chi me lo fa fare. Siccome poi non trovo neanche un motivo per rimanere disteso, alla fine succede che mi tiro su. Un anno fa ero così impegnato con lo studio che la mattina mi svegliavo già nervoso e bestemmiante, mi tiravo su di scatto e consumavo i cinque passi di pavimento che mi separavano dal tavolo col libro già aperto, e con gli occhi stropicciati e il pigiama ancora caldo cominciavo a rimuginare di emoglobina e ormoni tiroidei, senza neanche aver sollevato la tapparella, senza essermi lavato, senza avermi pisciato, senza avermi colazionato, senza avermi caffeinato. L’impellenza del bagno e la fame servivano a tenermi sveglio, almeno fino alle dieci di mattina, poi di solito mi sentivo svenire. Dopo una giornata trascorsa così arrivavo addirittura a considerarmi un eroe, e la mia lotta libresca contro i parametri biochimici dell’insufficienza cardiaca congestizia assumeva i contorni epici di una battaglia in cui io prendevo (idealmente)  a pugni il mio libro di clinica medica. Un pazzo furioso che la mattina si svegliava e ringhiava al suo libro: adesso ti faccio vedere io, adesso ti faccio.

adesso ti faccio vedere io, adesso ti faccio.

A proposito di ripetizioni nella prosa, l’altra sera sono andato a sentire parlare Paolo Nori, in un posto in piazza maggiore che faceva un caldo bestiale. Adesso c’ho pure sta sciarpettina sottile e bellissima che mi ci sono subito affezionato, e dimentico sempre di srotolarla dal collo e metterla in tasca, nei momenti in cui andrebbe srotolata, e me ne ricordo solo quando ormai sto schiattando dal caldo. Quando Paolo Nori ha finito di parlare ha chiesto ci sono domande?, e io la domanda ce l’avevo pure nella testa, ma era una domanda caustica e polemica circa una frase che lui aveva pronunciato poco prima. Poi sarà stato il caldo – che ne so – o chissà cosa, la domanda alla fine non l’ho fatta. E per fortuna che la domanda non l’ho fatta, ché dopo si è andati con Paolo Nori, Stefano e altri personaggi a bere una cosa tutti assieme, e non mi sarebbe piaciuto andare lì col fastidioso precedente di una domanda polemica e caustica sul groppone. Che in fondo basta un niente per farmi sentire a disagio, a me.

Ma dicevo, studiare.

L’Esame Pernacchia mi racconta dei metodi di macellazione degli animali, metodi di preparazione allo squartamento e delle opportune operazioni da effettuarsi nella fase post squartamento. Una cosa molto splatter, insomma. Una cosa che provoca subito lo sbadiglio e che mi viene da giocare agli equilibrismi delle penne tenute fra il naso e il labbro superiore contratto all’insù. Uno di quegli equilibrismi che poi la penna ti cade sul tavolo e ricominci daccapo, ci provi di nuovo, ti casca di nuovo, e ricominci daccapo. Poi la penna cade sotto al tavolo e ti incazzi.  

Ma ci devo trovare l’interessante, in tutto sto splatter, sennò diventa impossibile andare avanti.

Allora pare che gli ebrei e i musulmani non accettino lo stordimento pre-squartamento degli animali. Noi cattolici (Dico per dire) gli animali li stordiamo fracassandogli il cranio o gasandoli col monossido di carbonio, e poi dopo li dissanguiamo. Ebrei e musulmani No, loro li dissanguano quando sono ancora coscienti.  

(questo e molto altro, su Rieducational Splatter Channel)

E poi ebrei e musulmani c’hanno i loro animali impuri, noi (“noi” in senso lato) invece ci ingurgitiamo tutto l’ingurgitabile. Io adesso non posso dire che esiste un passo del Vecchio Testamento (questo qua) che in casa usavamo recitare per farci delle grasse risate alla sera discutendo di animali puri e impuri secondo la tradizione ebraica, dopo aver ingollato il tradizionale paio di litri di birra del dopo cena. Non lo posso dire ché potrebbe suonare blasfemo, e allora non lo dico. 

Anzi, non dico più niente che si è fatto tardi.

P.S. per eventuali anatemi e/o maledizioni, usare l’indirizzo di posta qui a lato.

vengo a sapere che

Vengo a sapere che nel mio letto – durante la mia assenza – si è consumato dell’amore saffico. Accolgo la notizia con indifferenza, anche perché in quel letto ci ha dormito mezzo mondo e figurati se adesso mi devo far impressionare da un po’ di lesbo. A quanto pare, anche per l’amore saffico è necessario avere a disposizione un pacchetto di fazzoletti vicino al letto. Non si smette mai di imparare. Uno vede ste cose e poi di conseguenza si fa delle domande. E le domande  – ahimè – restano domande. Tanto per restare in tema, vado dal coinquilino Billigiò che studia nella stanza a fianco e gli chiedo:

– Pensavo: dato che in Italia fra poco ci saranno i Dico, perché non ci sposiamo?
– Eh, lo pensavo anche io. Ma ci conviene davvero?

Epperò così mi passa tutto il romanticismo, e non mi va di preparare il corredo per un matrimonio di interesse. E comunque pare che il governo sia caduto, o forse è solo inciampato, e quindi per adesso niente Dico, niente di niente. Ieri mattina, immerso nella mia attuale nullafacenza, ho seguito alla tivvù il discorso del ministro col baffo che tentava di convincere la platea delle sue ragioni in politica estera. La platea alla fine non l’ha convinta, però a me, che sprofondavo nel divano coi pantaloni del pigiama, mi ha convinto eccome. Mi sono detto: ma guarda che personaggi lucidi ed equilibrati abbiamo al governo! Ma che bello averci un ministro che dice queste cose e che le dice in modo così convincente! Ovviamente quando una cosa – o una persona – è di mio gradimento, automaticamente quella cosa o quella persona non può essere gradita alla maggioranza. E infatti il ministro col baffo è stato bocciato per pochi voti. Forse dovrei cominciare una carriera di consulente per politici: tu politico vuoi fare carriera? Non devi piacermi. Devi starmi antipatico. Ti dico io come fare, devi sforzarti di non piacermi. Si potrebbero fare dei bei soldi, con questa carriera di consulente per politici, no?

Narra la leggenda che il ministro col baffo bazzicasse in gioventù dalle mie parti, e che talvolta si trovasse con mio zio a passeggio. Narra la leggenda che il ministro col baffo da giovane giocasse appassionatamente col flipper di mio zio, questo flipper anni 70 che in seguito mi ha accompagnato in tutta l’era pre-videogiochi della mia infanzia terronica.

Ricordo che da bambino mi dicevano: vedi quel flipper? Ebbene, devi sapere che quel flipper bla bla bla. Di tutte queste storie sul flipper anni 70, di tutti questi bla bla bla ricordo gli aneddoti sul ministro col baffo che da giovane si accaniva sui tasti per far sbalzare la pallina di acciaio del flipper. Molti anni dopo il ministro col baffo, sullo stesso flipper mi ci sono accanito io. Ho cominciato che ero piccolissimo e non arrivavo a vedere la pallina, epperciò dovevo salire su di una cassetta di plastica di quelle che si usano per vendere la frutta al mercato. Ho tante foto di me in bilico su varie cassette della frutta, o su sedie di plastica, che  a cinque anni abbraccio il flipper enorme per arrivare con le mani da un tasto all’altro. La passione per la pallina di acciaio era travolgente, e se un mio fratello si avvicinava per giocare, dovevo scegliere fra un pugno in piena faccia e la magnanima concessione di uno dei due tasti del flipper. Il più delle volte erano pugni in piena faccia. Del resto in tutte le aggregazioni umane, la democrazia è solo un passo successivo. All’epoca vigeva incontrastata la dittatura.

La passione per il flipper era davvero travolgente, al punto che un giorno mi pisciai addosso mentre picchiavo sui tasti in bilico sulla cassetta della frutta. Avevo avvertito lo stimolo, ma non potevo assolutamente abbandonare la postazione perché ero in lotta per un nuovo record di punteggio. Eppoi, abbandonare la postazione voleva dire offrirla ad un fratello che aspettava come un avvoltoio nei paraggi, e di conseguenza voleva dire inaugurare una nuova guerra di tirate per i capelli e pizzicotti sulle braccia abbronzate di cinquenni. Così mi pisciai addosso, fra le gran risate degli adulti presenti. Ovviamente mi feci fotografare anche così, coi pantaloncini abbassati e le mutande inzuppate di urina da cinquenne invasato del flipper. In quella foto, se si toglie la mutanda pisciata, sono davvero bellissimo, sono uno splendido bambino abbronzato degli anni 80.  Quella foto so benissimo dov’è nascosta, e la lascio nascosta che è mooolto meglio così.

Come si può notare sono bravissimo a cambiare discorso, e oggi c’è proprio bisogno di cambiare discorso, visto il senso di schifo e di vergogna e di sconforto che mi prende ad ascoltare le notizie di queste ore alla tivvù.

Sob.

ho capito di essere giunto in patria

Ho capito di essere giunto in patria al lavandino di una toilette di un autogrill vicino Trento, mentre mi sciacquavo le mani ed osservavo nello specchio i tre personaggi alle mie spalle. Un tizio è uscito dal cesso abbottonandosi i jeans in quel modo molto patriottico di abbottonamento dei jeans che consiste nell’inarcare il culo all’indietro per farsi spazio davanti. Un suo amico ha dimostrato la propria contentezza per il fatto che il compagno avesse portato a termine con successo il suo urinamento con quel modo molto patriottico di dimostrare la felicità, ovvero sferrando una serie di pugni sulla spalla del compagno che intanto se la rideva e continuava – lentissimo – ad abbottonarsi i pantaloni. Quindi si è passati ad una ulteriore manifestazione patriottica di amicizia che consiste nel cercare di acchiappare – mediante un movimento lesto e improvviso della mano – l’organo sessuale dell’amico che ti sta vicino. Molto spesso questo gesto è soltanto un bluff che serve a spaventare l’amico di turno, mentre l’organo (salvo rarissimi casi) resta tranquillo al suo posto. Questa simpatica riunione di vecchi amici in una toilette di autogrill vicino Trento ha avuto il suo apice patriottico quando l’amico abbottonato ha tirato fuori il suo modernissimo telefono cellulare e ha filmato gli altri due amici che si abbracciavano e urlavano, appoggiati al ventilatore di aria calda: Italiaaa U-no!  Ho cominciato ad avvertire una sensazione di patriottismo molto forte, quasi insopportabile, come se un enorme Elmo di Scipio avesse improvvisamente cinto la mia testa.

scavarsi la fossa da soli

Dice: hai mai visto uno che si scava la fossa da solo?
Dico: mi pare di No.
Dice: sei sicuro che non lo hai mai visto?
Dico: ma intendi proprio uno che…
Dice: uno che si scava la fossa da solo.
Dico: no, non credo.

(…)

Dice: allora non lo hai mai visto.
Dico: te l’ho già detto. Non l’ho visto.
Dice: maaa, dimmi un po’.
Dico: che c’è.
Dice: cosa stai facendo adesso?
Dico: sto scrivendo la Tesi.
Dice: ah, bravo, e perché?
Dico: eh, cosí poi mi laureo.
Dice: ah, bravo.
Dico: eh, grazie.
Dice: e quindi ti laurei.
Dico: e quindi Sí, mi laureo.

(…)

Dice: eeeh… dimmi una cosa.
Dico: sentiamo.
Dice: ti vuoi davvero laureare, tu?
Dico: laureare nel senso laureare?
Dice: in quel senso.
Dico: ah, beh, io voglio passeggiare a piedi nudi su di un prato verdissimo…
Dice: ah, che bello. E laurearsi?
Dico: … e mettere i piedi nudi nell pozze d´acqua dove gracchiano le rane grassoccie…
Dice: …
Dico: …e farmi mordere il pollicione del piede dalle formiche piú grosse e incazzate…
Dice: stupendo.
Dico: … e addormentarmi col naso incastrato nell´incavo di un libro aperto…
Dice: poetico.
Dico: …un libro con le pagine ruvide e spesse, mentre le formiche mi passeggiano educatamente in fila indiana sulla panza…
Dice: bellissimo.
Dico: …
Dice: …
Dico: …
Dice: vabbé, ma quanto a laurearsi?
Dico: non mi va, non ne ho voglia.
Dice: non ne hai voglia.
Dico: ma proprio zero.
Dice: zero voglia.
Dice: …
Dico: anzi sai cosa?
Dice: cosa.
Dico: mi viene proprio la nausea, a pensare che mi devo laureare.
Dice: ma bene.
Dico: proprio così, la nausea.
Dice: ho capito.
Dico: te l’ho detto.
Dice: me l’hai detto.
Dico: cazzo se te l’ho detto.
Dice: senti io devo andare, ti saluto.
Dico: va bene vai, che io continuo a fare sta cosa della Tesi.
Dice: occhei, ti lascio a scav…ehm, a scrivere.
Dico: …
Dice: …
Dico: vafancùlo.
Dice: …

del mistero del fusillo e di altre sciocchezze

Caro coinquilino BravaPersona che mi chiedi se gentilmente posso dare una “pulita generale” alla casa prima di andare via per sempre, io la pulita generale te la do pure – ché mi sembra una cosa civile e ragionevole –  però se fai la cacca nel nostro microcesso verde da shuttle spaziale poi dopo devi sforzarti di pulire tutto e non mi devi lasciare la tua firma nel cesso, ché l’istinto di nascondere le tracce della propria cacca è innato negli esseri viventi, ce l’hanno pure i gatti – i gatti santoiddio, i gatti – che sotterrano i propri stronzetti con diligenza, e i cani siamo d’accordo che non ce l’hanno però se becchi un cane che fa la cacca quello si intimidisce tutto perché anche lui nella sua testa di cane ha un microembrione di idea di pudore circa l’argomento cacca. Non lo sapevi?

Ora lo sai.

E poi se ti chiedo con cosa devo pulire la cucina che non ci sono panni e spugnette apposite, tu non mi puoi dire di usare la spugnetta che ho usato per pulire il bagno firmato, che a sto punto tanto vale ti piscio nel lavandino che l’ammoniaca contenuta nell’urina se vogliamo ha il suo perché – nell’ottica di una disinfezione sommaria – in mancanza di altro prodotto detergente.

E poi non mi guardare così il disordine della mia stanza, ché questo è disordine mica sporcizia – questo è disordine – ovvero è il sintomo di una mente creativa e disinteressata ai vincoli materiali terreni come quelli del mangiare bere dormire e mettere in ordine.

Però è anche vero che dovrei cambiare le lenzuola che fra poco diventano come il sudario di GiesuCristu e cominciano a raccontare parabole per conto loro.

Da due giorni in cucina dorme il mio successore, ovvero colui che prenderà il mio posto appena sarò andato via da qui. Il Successore è un tedesco basso e occhialuto coi pantaloni acetati della tuta in perenne accostamento con maglioncini da bravo ragazzo. Il Successore sedeva ieri sera da solo in cucina quando gli ho detto: dai, Successore, ti cucino un po’ di pasta, ti va? Ha accettato subito, si è avvicinato ai fornelli e mi ha chiesto nell’ordine: 1) cosa studi? 2) fai sport?  3) hai la ragazza? 4) vabbè ma in Italia però ce l’hai la ragazza? E questo ordine di domande mi ha già leggermente indisposto. A tavola mi ha mostrato sul cellulare la foto della sua automobile modificata coi cerchioni lucidati e mi ha spiegato che quello è il suo gioiello che c’ha paura di portarlo a Colonia, e che il suo gioiello è dotato di ToTcentinaia centimetri cubici di cilindrata. Io per farlo contento ho esclamato qualcosa che stava a significare più o meno “Mei Coioni!” anche se poi di auto ne capisco così poco che per me una vale l’altra. Davanti alla tristezza infinita della situazione ho deciso di aprire quella bottiglia di Bardolino che conservavo in un angolo da tempo. Mi ha spiegato che il suo lavoro consiste nel guidare il camioncino Spalaneve sulle strade. A quel punto mi sono insospettito e gli ho chiesto Ma Spiegami Un Po’, Successore, in che senso spali la neve? Voglio dire, qui ha nevicato solo due giorni e tra un mese arriva la Primavera, tu che caspita fai tutto il giorno? Allora – mentre io continuavo a ingurgitare sorsi rossi e bardolini – mi ha spiegato che negli altri giorni “aggiusta le cose della strada”. Il mio linguaggio tedesco non mi permetteva di capirne di più e allora lui mi ha fatto un disegnino sulla carta con dei segnali stradali, ne ha disegnati tanti diversi e tutti pendenti da un lato. Poi con le freccette mi ha fatto capire che grazie a lui i segnali da storti ritornavano dritti. In pratica il mio successore fa il raddrizzatore di segnali stradali storti.

Quando più tardi – con quasi una bottiglia di bardolino nel sangue – su msn ho provato a spiegare a Jun la storia del raddrizzamento dei segnali, sono stato colto da una crisi di risate che a momenti soffocavo ingoiando il microfono.

Ma comunque.

Qualche giorno fa – in questo post – ho sghignazzato per il fatto che il fusillo in Crucconia non si chiama fusillo ma si chiama invece Spiralen. Poi dopo ho finito di sghignazzare pensando che forse chiamandolo Spiralen i crucchi hanno voluto assegnare al fusillo un nome dalle sonorità più tedesche, qualcosa che finisse in “–en” come molte delle loro parole. E’ comprensibile, mi sono detto. É giustificabile. É accettabile.

E invece No!

Ecco qua cosa ho trovato. A questo punto il mistero del fusillo si infittisce. A questo punto é lecito pensare che la parola fusillo in tedesco abbia un significato scandaloso, impronunciabile, satanico. Perché Spirilli e non Fusilli? Cosa vuol dire Fusillo in veritá? Cosa potrá mai significare di tanto grave? Vorrà dire: Grandissimo figlio di p***ana? Cog**one? Maurizio Costa*zo? Cosa vorrà dire? Potrei provare a urlare “fusillo fusillo fusillooo!!!” nel corridoio e poi a chiudere in fretta la porta per vedere di nascosto l’effetto che fa, ma la porta della stanza non ha la chiave e quindi è meglio se sto buono e quieto e sto dilemma del fusillo me lo tengo per me.

e poi ci sono queste tamarrate fenomenali

come le confezioni di mutande nei centri commerciali crucchi, che adesso te le vendono in pacchi da sette e su ogni mutanda trovi ricamato il nome di un giorno della settimana: lunedì, martedì, mercoledì… per non destare sospetti sulla tua igiene intima che non si sa mai cosa potrebbero andare a pensare le persone per bene. Magari potrebbero arrivare a pensare che non ti lavi, sti maligni dispettosi che non sono altro.

e invece No, tu ci mostri la tua mutanda che sopra c’è scritto Venerdì e poi prendi il calendario e fai notare che è proprio Venerdì e allora c’hai la coscienza apposto.

poi magari dopo un quattro cinque ore di sesso selvaggio con una addestratrice di leoni del circo Medrano senti il bisogno di cambiarti la mutanda che gocciola strani liquidi che forse ti appartengono e forse No, e ti infili la mutanda del giorno dopo, così poi ti si sfalza tutto l’ordine dell’universo mutandesco, deragli dai tuoi propositi di precisione di igiene del pube, cominci a credere che la Domenica sia il Mercoledì e che il Martedì non esista più, cominci a tremare di paura come Micheal J.Fox in Ritorno al Futuro quando non capisce dove cazzo si trova, poi ti metti a piangere e infine ti fasci il bacino con un lenzuolo bianco come Gandhi.

va bene ho esagerato.
era per dire.

la musica certe volte

La musica certe volte è una cosa intima, come fosse un oggetto misterioso che porti nascosto nelle mutande e che nessuno lo vede nessuno lo intuisce ma tu lo sai che ce l’hai.

Che a camminare camminare con le cuffie che ti mandano sempre nelle orecchie le stesse canzoni perché sono le canzoni a cui vuoi bene poi alla fine succede che a quelle canzoni ti ci affezioni per davvero, come fossero tue amiche per davvero, e invece sono solo canzoni. Come fossero tue amiche allora ti incazzi per un tradimento o se non si fanno più vedere per tanto tempo, e invece magari è solo colpa della funzione random con cui hai impostato il tuo lettore. Ti accorgi che una canzone a cui volevi bene è diventata la colonna sonora della pubblicità del frollino alla tivvù e ci resti male. Ma come? Io da te una cosa così non me la sarei mai aspettata! Ma insomma!

Che a camminare camminare con le cuffie che ti mandano nelle orecchie sempre le stesse canzoni poi succede che alla fine ti convinci che quelle canzoni le conosci soltanto tu e nessun altro. Io poi riesco ad arrivare alla certezza assoluta che quei pezzi siano stati scritti appositamente per me. E’ chiaro che se ascolti gli stessi pezzi alla radio tutta sta convinzione crolla in un attimo. Per questo motivo ti affezioni di più ai pezzi che nessuno conosce. O meglio, ti affezioni ai pezzi che tu credi che nessuno conosca.

Poi vai al concerto del tipo che ha scritto cantato e inciso le canzoni che tu credevi nessuno conoscesse, e resti scimunito a guardare quante persone attorno a te cantano e conoscono le parole a memoria – anche meglio di te – di quei pezzi che credevi nessuno conoscesse.

E’ chiaro che scrivendo mi rivolgo ad un Tu ipotetico che poi in sostanza sarei io. Questi deliri andrebbero riportati solo in prima persona singolare e non condivisi con altri ipotetici Tu che non c’entrano nulla.

Ma vabbè.

E così tre anni fa andai al suo concerto e ovviamente restai scimunito a vedere tutto sto pubblico che cantava le sue canzoni. E io a dirmi Ma come! Ma non è possibile! Tutto il tempo passato assieme  io e te (mi rivolgevo alle canzoni) e adesso tu te ne vai col primo che passa! Volevo dire alle tipe di fianco a me: ma come vi permettete di fare il coretto! Uscite fuori, su, fuori dalle palle! Qua è roba mia.

Ah, la gelosia.

Poi a fine concerto ho mandato la mia amica dentro al camerino: le ho detto Va’ Tu, che sei femmina e dotata di lunga chioma bionda, fatti fare un autografo per me. La leggenda narra che quella sera la mia amica sia entrata nel camerino dicendo qualcosa del tipo: Complimenti per il concerto! Me lo fai un autografo per Raffaele? E il risultato di questa domanda (tra l’altro pronunciata in inglese da una che ha fatto le elementari a Londra e che quindi si saprebbe far capire, in quella lingua) abbia prodotto un autografo che ancora oggi è appeso come reliquia nella mia stanza di Bologna dove c’è scritto:

Complimenti Raphael!
Sondre Lerche.


Cioè, i complimenti a me, capito? In effetti è una reliquia stramba, ma sempre di reliquia si tratta. La lascio appesa nella mia stanza a Bologna e mi permette ogni volta di inventare una cazzata diversa da raccontare agli ospiti di passaggio. Ah, sì, lui è un musicista famoso che mi ha fatto i complimenti perché bla bla bla, non lo sento da tempo perché sta sempre in tour bla bla bla, sai come sono gli artisti bla bla bla.

Oggi qui la prima nevicata dell’inverno. Finalmente. I fiocconi bianchi che scendono giù cambiano l’aria, le prospettive e le coordinate spazio-temporali.

Di conseguenza, buon natale a tutti.

quegli occhi allegri da italiano in gita

Poi ci sono queste giornate che i germanesi mi sembrano non possedere una faccia vera e propria. Come se avessero soltanto un naso, una bocca e due occhi, ma non una vera faccia, di quelle che si usano per fare le smorfie, per manifestare il dolore o il piacere.

Ci sono queste giornate che i germanesi mi sembrano un popolo ermafrodito, o sulla via dell’ermafroditismo. Dove le donne sembrano uomini, e gli uomini da giovani sono tutti così eterei e biondicci e privi di barba con le guance lisce come il culo dell’arcangelo Gabriele.

Mah.

Mi appaiono – maschi e femmine – sulla via dell’unificazione verso il sesso unico. Prevedo che fra un centinaio di anni non esisteranno più il sesso maschile e quello femminile ma solo un unico sesso, che probabilmente sarà definito il sesso Jürgen Klinsmann. Dove gli uomini saranno uguali sputati a Jürgen Klinsmann e le donne uguali sputate a Jürgen Klinsmann ma con l’aggiunta di un paio di tette posticcie sul petto. Un paio di tette che, passata l’età riproduttiva, verranno smontate e riposte in un teca di vetro in casa in ricordo dei bei tempi andati.

Certe mattine mi prende sta voglia di facce espressive, di facce che sorridono con le fossette sulle guance e di denti che mordono le labbra per il nervoso. Certe mattine mi prende la voglia di facce che si mangiano le unghie al semaforo e che sussultano divertiti per un pensiero piacevole di passaggio. Che poi lo so bene che non tutti i germanesi c’hanno la paresi facciale. E’ che oggi mi sono svegliato così.

Bugia, non è vero. E’ solo che avevo visto sta cosa qua.

Un sorriso che non si riesce a reprimere con lo sforzo, una mano davanti alla bocca per l´imbarazzo. Gli occhi luccicosi. Queste – non so come dire – son cose.

scimmia permettendo

Questa mia permanenza germanese sta per volgere al termine e io mi guardo intorno con aria insoddisfatta, BravaPersona ha già trovato un sostituto da infilare in questa stanza, e mi dispiace devo andare il mio posto è là.

Sta canzone maledetta mi fa venire ogni volta un magone tremendo, anche solo a citarla, ma il punto non è questo, il punto in verità sarebbe un altro.

Il punto è che adesso devo andare (il mio posto è là) ma io di tornare direttamente là (a Bologna) non c’ho tanta voglia, e allora da qualche giorno mi ronza nella testa l’idea di andarmene in giro nella nostra bella Europa, ché io adesso mi ritrovo praticamente nell’ombelico della nostra bella Europa, e sono ad uno sputo da tutti i paesi della nostra bella Europa. La nostra Europa che è così bella che se per caso ti scappa di scriverla senza l’iniziale maiuscola e scrivi europa, ecco che subito word ti fa notare che hai sbagliato e te lo sottolinea con la riga rossa, e questo significa che c’è grosso rispetto verso la nostra bella Europa, che se per caso scrivi dio in minuscolo non è che word te lo sottolinea: questo word è un software agnostico però per l’europa c’ha grosso rispetto.
Ooops, volevo dire Europa.

Ma dicevo.

Attualmente posso contare sull’ipotetica ospitalità in una serie di città in Olanda, Francia, Germania e Svizzera. L’idea sarebbe di partire da qui con un pacco di caffè italiano salentino e di farmi un simbolico caffè italiano salentino in ciascuna di queste città. Queste città che sono però, ahimè, molto distanti tra loro e quindi, fra una e l’altra, c’avrei da guidare per sette-ottocento chilometri lungo strade sconosciute e probabilmente infestate da briganti e spiriti maligni. E tanta tanta neve.

Allora pensavo.

Allora pensavo che il mio ipotetico viaggio si potrebbe svolgere secondo due percorsi ipotetici, che si potrebbero definire sinteticamente come ipotetico viaggio a est e ipotetico viaggio a ovest. Dove per “est” intendo verso la Germania, e “ovest” verso la Francia-Belgio. Siccome tutto ciò potrebbe risultare incomprensibile, ho cercato di schematizzare con l’abilità grafica che mi contraddistingue, gli ipotetici percorsi di questo ipotetico viaggio, e questo è lo schema. (che bravo, eh?)

E dunque.

E dunque mi chiedevo: c’è qualche lurker domiciliato in un punto qualsiasi delle nazioni appena sopra elencate che passando fra le pagine di sto blogghe senta la necessità di adottare un Rafaeli per – diciamo così – un dodici/ventiquattro ore? Definizione di lurker applicato ai blogghe: visitatore silenzioso che legge con costanza ma non commenta mai o quasi mai oppure commenta in via anonima. E allora: ci sono lurker francesi tedeschi belgi austriaci svizzeri o pure italiani ma moolto a nord che vogliono adottarmi? Io arrivo parcheggio dormo faccio caffè saluto e vado via. Eventualmente su richiesta racconto cazzate per un paio d’ore prima di andare a letto. Questo è il pacchetto Rafaeli all-inclusive. L’indirizzo mail è  a lato: sono incoraggiati i perditempo ma niente promesse da marinaio, ché dormire sotto i ponti a febbraio non fa molto chic.

Invece quanto è chic la mappa in portoghese che la svizzera si chiama Suíça?

Comunque è chiaro che tutte ste pippe mentali e tutti sti progetti di giramondo alla fine se ne andranno dritti dritti nel cesso se poi mi faccio prendere dalla scimmia che non mi va di fare niente, ché se mi prende la scimmia me ne torno mogio mogio a Bologna senza passare dal Via e non se ne parla più.

figure epocali

Sulla strada dritta stacco le mani dal volante e comincio a contorcermi creando qualcosa che in teoria sarebbe un ballo – in teoria – ma che in pratica é piú simile ad un attacco di convulsioni di un Gemello Kessler epilettico. E quando sono fermo al semaforo rosso riesco a collezionare certe figure di merda epocali, certe coreografie da automobile infestata da uno sciame di mosche che non vi dico. Anche perché, se pure lo dico, non rende l´idea. La colpa di questa mia doppia personalitá – che potremmo definire “sindrome da Dottor Jeykill e Gemello Kessler” – é soltanto loro, che hanno cacato un cazzo di disco bellissimo.

Ma la domanda che stamattina mi grattuggia le meningi è: la Flavia Vento che ultimamente si aggira fra i commenti è quella vera originale oppure è un carmelo gargiulo qualsiasi?

il cataclisma

dopo sta vicenda spassosissima della signora berluscona incarognita contro il nano berluscono, credo che si verificherà un momentaneo eclissi di interesse sui blogghe – almeno per un altra giornata – perché, diciamoci la veritá, é impossibile competere con una storia di siffatta bellezza, con tutto sto bordello dei giornali che dedicano le prime pagine, e dei ministri (i ministri!) che intervengono sul caso, e gli psichiatri (gli psichiatri!) che ne danno una interpretazione scientifica, la suocera (la suocera!) che dice mia figlia ha fatto bene, e il nano disperato che commissiona subito un sondaggio (un sondaggio! tutto ciò è esilarante, mi sento svenire), la soubrette tettona che non rilascia dichiarazioni in merito (ma figurati, cosa vuoi rilasciare tu?) e il nano che per scrivere la lettera di scuse si fa aiutare dall´avvocato (dall´avvocato!) e poi la lettera la mandano prima alla moglie via fax per chiederle se va bene cosí o se devono cambiare qualcosa e lei che li manda tutti affanculo.

Non so voi ma io alzo bandiera bianca.

I don't believe that anybody feels the way I do (about you now)

Pare che i crucchi siano ariani e che gli ariani siano bianchi, e che di conseguenze i crucchi siano da definirsi di razza bianca.

Spetta spetta, cerchiamo di non essere precipitosi.

Diciamo le cose come stanno, i crucchi in verità sono rosei. Sono rosa, rosacei, rosati, sono del colore dei maialini. Sono del colore del neonato che ha caldo. Sono un popolo rosa maialino col ciuffo biondo come paglia bagnata. Sono maialini che hanno infilato la testa nella paglia bagnata. Poi ci sono pure quelli che sono bianchi per davvero, ma dopo mezza birra diventano subito rosacei – pure loro – e così si uniformano al gruppo. Poi ci sono anche quelli neri, ma i maialini possono anche essere neri, e quindi niente, la teoria traballa un po’, ma regge.

La quotidianità mi porge certe pillole di amarezza che uno pensa Chi L’Avrebbe Mai Detto, che avrei dovuto ingollare siffatte pillole di amarezza. Per esempio, l’autoradio.

Cosa gli ho fatto non lo so spiegare – al mio autoradio – ma adesso lui si sintonizza automaticamente su qualsiasi stazione radio dove si trasmettono informazioni sulla viabilità. Se ascolto un cd o altre stazioni, all’improvviso lo stereo si blocca  e viene posseduto dal Demone Della Viabilità che  comincia a borbottare in crucco frasi sulle strade, sulle code, sugli incidenti. Uno potrebbe pensare: bene, è una cosa utile. Il fatto è che di tutto sto borbottare ci capisco solo la metà della metà di tutto quello che viene detto. Ad esempio, capisco: strada, coda, pioggia, tre, domani, probabilmente, buona serata. Oppure le stesse parole, ma in ordine diverso. Loro – i crucchi rosa – hanno queste strade bellissime, larghissime, dove non succede mai nulla di grave. Però loro son precisi, e se pure una mosca si è storta la zampina fra la A3 e la A42, loro su sta cosa ci fanno un notiziario e lo mandano in onda, con tanto di intervista all’insetto infortunato. Il notiziario normalmente interrompe le mie performance vocali di misero cantante di automobile. E l’interruzione arriva così, all’improvviso.

Dopo dieci ore di culo seduto a scribacchiare la mia tesi, entro in macchina e comincia lo show. E dopo dieci ore di culo seduto – per diamine – la possibilità di poter sbraitare today is gonna be the day trallallero trallalà to you assieme con Liam, è una grandissima e solenne goduria, che non va interrotta per nessun motivo. Se poi arrivo al punto di and after aaaalll, you’re my wonderwaaall e proprio in quel preciso momento lo stereo si azzittisce per far posto al radiocronista crucco che inizia a dire “coda, due, domani, temperatura, coda, buonasera” allora io, che in quel momento ero galvanizzato sulla aaaaa di  wonderwaaaaalll non è che mi fermo. Nossignore, non mi fermo, continuo. Però ad urlare la aaaaaa da solo, senza Liam a farmi da supporto, il risultato non è lo stesso. Sembro un capretto inculato da un pastore sardo nelle campagne rocciose di Oristano. E non è bello per niente.

Per lo meno, con la metrica ci sono dentro.

Today, is gonna be the day
trallallero trallallà to you.
By now you should’ve somehow
trallellero trallalà to do.

(per chi ha l’invito, oggi ho scritto un qualcosa anche qua.)

molto oltre "the pen is on the table"

La Crucchina, mia allieva di italiano, chiude una mail con queste parole:

Vabbé, proveró di mandarti un messaggio.
A presto, ciao!


Ricordo di aver speso venti minuti, facendo il vagabondo per strada con lei, per spiegarle i molteplici significati della locuzione “Vabbé” e lei – santo iddio – ha capito. Queste sono soddisfazioni, altro che.

Qual´era quel famoso filosofo che teneva le sue lezioni passeggiando per strada con gli studenti? Platone? Aristotele? Non me lo ricordo, cazzeruola, non me lo ricordo.. Facciamo che era Plastotele, cosí non sbaglio. E se poi era Socrate che figura di merda é? Allora vada per Soplastotele, e non se ne parla piú. Di sicuro non era Epicuro, che quello giustamente aveva inventato la filosofia epicurea e se andava per strada era per andare a puttane. Poi c´era Eraclito, quello che “non ci si puó bagnare due volte nello stesso fiume” ma questa la sa pure un Genoveffo qualsiasi del Grande Fratello e a citarla non ci fai bella figura.. E poi c´era Battiato, quello che continuava “né prevedere i cambiamenti di costume”. Ma siccome sono ampiamente uscito fuori tema, é molto meglio se metto la retromarcia e torno indietro.

Dicevo, Soplastotele.

Da bravo Soplastotele dei giorni nostri le ho spiegato per bene tutti modi possibile con cui può essere usato il “Vabbè”, Vabbè per dire che “va bene”. Vabbè per dire “allora”. Vabbè-Vabbè per dire “fai come credi”. Vabbè per dire che “va male” (accezione femminile). Vabbè per dire qualcosa quando non sai che cavolo dire. E lei ha capito. Siccome ha funzionato, le prossime lezioni saranno dedicate ai seguenti argomenti:

– Il  Mannaggia
– Il  Cheppalle
– Il Vaffanculo con la variante Fanculo
– Il  Mava’
– Il  Mannò
– Il  Massì
– Il  Maddai

Qua fuori c’è un vento assurdo che fa volare via le biciclette. Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato ad aver paura del vento. Da dietro alla finestra continuo a bestemmiare con frasi inefficaci del tipo “vento del cazzo” o “vento porco” oppure “vento bastardo” o “vento vento delle mie brame” ma niente, non funziona, il vento continua a soffiare. Sto cazzo di vento di merda, non mi ascolta. Poi ho capito. Eccerto che non mi ascolta. Non lo sto chiamando per nome. Si chiama Kyrill, si chiama. Allora ascolta Kyrill, fammi il piacere, smettila.

(questa foto dice tutto)