ai tempi della scuola elementare

ai tempi della scuola elementare, dopo averti costretto con inaudite violenze psicologiche a portare in classe per l’ottomarzo dei rametti di mimosa per le tue compagne donne – che tu le guardavi e pensavi, il concetto di donna è veramente ampio – e dopo averti costretto con la forza a consegnarlo a chi volevi tu fra le compagne donne, anche se poi non era vero che le consegnavi a chi volevi tu perché c’erano sempre due o tre fra le ciofeche più clamorose della classe che restavano senza mimose sul banco, e allora qualcuno doveva comunque consegnare un qualcosa alle somme ciofeche  della classe, ti veniva spiegato dalle maestre (introducendo così il concetto molto democristiano del politically correct all’interno della scuola elementare) dopo che tutto sto strazio era finito dicevo, ecco che dopo una decina di giorni le maestre ti annunciavano orgogliose – credendo così di pareggiare il conto – che era arrivata la festa del papà.

Il pinolo col grembiule rimuginava seduto dietro al banco di smalto verde acqua: la festa del papà, cosa c’entro io con la festa del papà? Me la vedo da solo con mio papà, gli farò gli auguri per i fatti miei, ma cosa volete voi da me, maestre perfide e democristiane?

Ennò, ti spiegavano le maestre perfide – che avevano nella testa il concetto di parità, di equilibrio e di occhio per occhio dente per dente – ti dicevano No!, questa festa è dedicata a tutti i maschietti, e indicavano col braccio i pinoli grembiulati presenti seduti fra i banchi. Uno poteva obiettare che non era la festa del pinolo grembiulato ma la festa del papà – ed io in effetti protestai – ma la maestra mi spiegò che bisognava celebrare i maschietti esattamente come si erano festeggiate le femminucce qualche giorno prima (maschietti, femminucce, diminutivi del cazzo) perché noialtri maschietti un giorno lontano saremmo diventati anche noi dei papà, e quindi meritavamo di essere celebrati adeguatamente e solennemente in vista del nostro futuro da genitori.

Voi provate a dire ad un bambino di sette anni che lui è potenzialmente un papà – un bambino come me per esempio – che a sette anni non è che avessi ben chiaro nella testa il concetto di spermatozoo, a quei tempi avevo solo un concetto molto vago di spermatozoo, ma a causa di questo concetto vago nella crapa mia di bambino, e a causa di questa improvvisa responsabilizzazione inculcataci dalla maestra, vi dico che un giorno lontano nella metà degli anni ottanta tutto grembiulato com’ero, durante la ricreazione ho cominciato a camminare impettito fra i banchi con un pesante senso di responsabilità addosso, e mi sentivo tutto pregnante di concetti vaghi di spermatozoi e di potenzialità procreative al punto che ero convintissimo che se mi avessero spremuto, se in qualche modo mi avessero munto – non so da dove, non so esattamente come – certamente avrei stillato neonati a profusione lì sul pavimento.

Ecco, volevo dire, non si fa così, non si dicono ste cose ai bambini.

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22 pensieri su “ai tempi della scuola elementare

  1. le maestre delle elementari traviano per definizione. e i bambini ne risentono nei rapporti tra loro: ho giusto un paio di aneddoti con cui divertirti..

  2. da noi in effetti non si inculcavano. si facevano invece i lavoretti da regalare al papà per la sua festa. tra l’altro mica si regalavano le mimose alle elementari, non a noi bambine perlomeno

  3. Ecco, poi si chiedono perchè i bimbetti a scuola picchiano le maestre…. secondo me anche in questi casi andrebbe chiamato telefono azzurro, oltre che per le microcefale che ti chiedono “cucci cucci a chi vuoi + bene, alla mamma o al papà?” .No, DICIAMOLO!
    Annika

  4. da noi solo due bambini portavano le mimose, perchè avevano l’albero. portavano un ramo e poi lo dividevano tra tutte. mi diceva di micragnoso perchè mi sarebbe piaciuto tutto l’albero, ma pare non si potesse.

  5. stamattina credo di aver visto tuo cugino ad ingegneria per una laurea …. dì la verità ha fatto le elementari in jamaica….

  6. E le maestre che dicono: “Tu sei un incapace!”? Ne vogliamo parlare??

    Eppure…

    Un’altra bella visione della cosa viene però dal grande mio maestro Giorgio Gaber, che come tutti sanno odiava la staticità dei ragionamenti e ribaltava sempre tutto, di continuo, per paradosso e anche per vedere cosa succedeva. Giorgio diceva, ne “L’elogio della schiavitù”, che a volte, per certe persone, avere qualcuno che ci denigra o scoraggia o addirittura mette in catene può essere un buono stimolo a tirara fuori da noi stessi il meglio, non solo in termini di creatività, ma anche di forza e carattere. Per certi aspetti sarei d’accordo, ma non sempre e bisogn vedere da caso a caso,

  7. Che orrore quelli che chiamano i bimbi maschietti e femminucce.

    Che orrore quel tipo di feste.

    Che orrore quei lavorini col das che ci faceva fare la maestra e che i miei conservano ancora.

  8. I miei lavorini con il das erano orribili, come tutti, ma ora che mia figlia me li porta dall’asilo, sono i regali più belli che posso ricevere, quindi immagino (e spero) che fosse così anche per i miei. Sgrammaticata, ma core de mamma!!!
    Stavi già troppo avanti a 7 anni, rafè, ti sei giocato la fanciullezza??? ( ma ti diverti tanto nella giovinezza?)

  9. Mi fai venire in mente certi pinoli grembiulati della mia infanzia e la vergogna e il senso di colpa e lo sconcerto di una “gara delle tabelline” che un certo maestro di una classe parallela ci faceva fare periodicamente. Una volta la gara l’ho vinta io … cavolo: una femminuccia! E il maestro ha tirato fuori una bacchetta lunga lunga e giù pesantemente sulle povere palme dei suoi scolari maschietti, colpevoli di avere perso una gara contro una femminuccia. Da allora ho odiato la matematica con tutta me stessa. Una cosa sola ho salvato: i teoremi per assurdo!

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