Lungo un binario della stazione centrale di Bologna cammina una ragazzona con le cosce al vento, un paio di stivali di pelle sulle gambe nude, un tacco vertiginoso ed una maglietta attillata che riporta l’elegante scritta “Sex Trainer 69” sulle spalle. Un ragazzone sudato e pancione la segue poco dietro e scatta una foto col cellulare inquadrando – spudoratamente – il culone ondeggiante della signorina in questione.
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Per il resto, le stazioni dei treni delle città sono piene delle tette sponsorizzanti di carta colorata di Elisabettacanalis.
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nuovi modi per morire al passo coi tempi
Se dopo giorni e giorni di isolamento in una casa deserta non ho nemmeno la voglia di aprire tre minuti messenger per farmi fare un cucù dal primo che passa – e se di questo isolamento non ne soffro minimamente – è evidente che sono un asociale eremita senza speranza. Le poche persone che continuano a darmi retta – nonostante tutto – mi verrebbe da ispezionarle come faccio per i cani e i gatti che mi passano fra le mani in clinica. Prendendo il polso, palpando l’addome, controllando il colore della congiuntiva, infilando il termometro nel didietro.
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E insomma, un po’di argomenti random per sviare da questa tristessa.
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Il problema delle scatole di ghiaccioli formato famiglia che vendono nei supermercati, è che se ti piace il ghiacciolo – che ne so – al gusto di limone, acquistando il pacco da dieci molto low cost sei costretto a portarti a casa pure i ghiaccioli all’amarena che ne faresti volentieri a meno.
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Poi.
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In clinica c’è un gattino nero di due mesi che cerca padrone, magrolino e giocherellone, sa già fare gli agguati alle gambe degli umani e produrre fusa in dolby surround. Ha subito l’asportazione di un occhio e per questo lo hanno chiamato – giustamente – Polifemo. Chi se lo vuole portare a casa può scrivermi in privato e io poserò il piccolo Polifemo direttamente sulle mani del buon samaritano. Altrimenti Studio Aperto è già pronto per costruirci sopra un servizio strappalacrime con il pianoforte struggente in sottofondo.
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Poi.
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Una volta si moriva normalmente di incidenti d’auto, tumori o infarti. Una volta. Bei tempi. Adesso non più. Adesso si muore di morti originali. Tra le nuove possibilità che offre il mondo moderno, siete liberi di scegliere fra:
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Opzione A: Morire mezzi ignudi in automobile mentre vi siete appartati a fare le sconcerie col fidanzato/a con le relative famiglie che dopo si scannano all’obitorio (come hanno fatto questi due)
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Opzione B: Morire dissanguato facendo il playboy mbriaco che prende a testate le vetrate degli hotel (come ha fatto questo genio. Hey Bbella! Scrash! Morto. Sono curioso di sentire cosa ha detto il prete al funerale)
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Opzione C: Morire con il preavviso di ventiquattro ore che vi è stato dato da un gatto che vi zompa improvvisamente sul letto (come in questa clinica americana).
In questo post ci sono due gatti ben distinti: uno non corrisponde all’altro, sia chiaro.
fra il male e il bene, è tanto tanto più forte il bene
Questa dove viviamo è l’epoca – come ho già spiegato – delle “cose buone e giuste” contrapposte alle cose “caccabrutte”, dove la tendenza imperante è quella di prendere le cose caccabrutte e metterle in un angolo (che ne so, la droga, la mafia, lo smog, le tangenti, gli abbandonatori di cani in autostrada) per creare una differenza con chi invece sta dalla parte del bene, con chi sta dalla parte delle cose buone e giuste (che ne so, l’ammore, i fiorellini, gli ideali, i salvatori di bambini africani affamati, la pace nel mondo, maurizio costanzo).
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La distinzione fra cose buone e giuste e cose caccabrutte ovviamente non serve a costruire un mondo migliore ma al massimo a vendere qualche cianfrusaglia. Il venditore si pone dalla parte dei buoni e giusti, tira una riga per terra e dice: io sono buono e giusto, sono dalla parte giusta (io sono con la pace, io sono coi fiorellini, con gli ideali eccetera) e quello che ti dico e ti vendo è giusto e quindi compralo. E tu lo compri.
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Il meccanismo è semplice, ma la gente è povera di fantasia. Così succede che le icone buone e giuste si ripetono e sono sempre le stesse. Che le facce buone e giuste gira e rigira, sono sempre quelle.
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Per esempio.
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Per esempio vogliono venderti un video musicale per il Live Earth che ti parla dei problemi della terra, dell’inquinamento, dello sfruttamento delle risorse naturali, e per ricordarti che chi canta (Madonna – Hey you) è buono e giusto, ecco che ti infilano in sequenza John Lennon, Martin Luther King, Gandhi e Madre Teresa di Calcutta. Che tu mica puoi sentirti contrario a quello scricciolo di Madre Teresa di Calcutta, no? E Gandhi mica può risorgere e dire Per Favore No, non infilatemi nel video di Madonna vi prego. E se pure ti rimane qualche sospetto sulla giustezza di Madonna, ecco che ti infilano la foto del bambino africano che muore di fame così ti convinci definitivamente.
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E poi, ti vogliono vendere una canzone di Sanremo (Fabrizio Moro – Pensa ) e sul palco, nello schermo dietro al nostro carciofo scorrono le immagini di (nell’ordine) Madre Teresa, John Lennon, Martin Luther King e Papa Giovanni Paolo II. In pratica la formazione vista prima con la sola sostituzione di Gandhi a favore del Papa Giovanni Paolo.
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Infine, ti vogliono vendere una automobile (Fiat 500) e ti infilano invece – come facce buone e giuste – Falcone e Borsellino (!!!!) i presidenti Pertini, Ciampi e Napolitano (ne esistono tre versioni di questa pubblicità; in una c’è Pertini, in un’altra Ciampi e in un’altra Napolitano: è evidente che Cossiga e Scalfaro non vendono) per finire con i sempre utili Papa Giovanni Paolo II e la punta di diamante Madre Teresa di Calcutta. Ti vogliono vendere una Fiat 500 epperò senza vergogna arrivano a spiegarti che al mondo ci sono cose (fra cui la Fiat 500) che – testuali parole – ci insegnano la differenza fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, la differenza fra il bene e il male, cosa essere e cosa non essere (in altre parole caccabbrutti contro resto del mondo)
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Quale insegnamento ci giunge da tutto ciò? La morale della favola è che – molto semplicemente – Madre Teresa va bene per tutte le stagioni mentre un Papa Giovanni Paolo possiamo utilizzarlo come anello di congiunzione fra Fabrizio Moro e la Fiat 500; senza dimenticare che se non vuoi utilizzare la Madre Teresa da sola puoi affiancarla facilmente al duo John Lennon – Martin Luther King per formare un trio già ben collaudato.
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E così un giorno arriveranno a venderti una supposta con la faccia di John Lennon e tu buono buono la comprerai. Un giorno ti venderanno uno spazzolino da denti (o un ombrello, o un detersivo per piatti, o un assorbente interno) con la faccia di Madre Teresa e tu buono buono lo comprerai.
aperta parentesi
E poi uno potrebbe inventarsi tante grosse parole, per descrivere queste cose che gli succedono.
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E poi uno potrebbe inventarsi tante scuse, per spiegare come mai proprio io – che su queste pagine ci infilo tutto senza vergogna – preferisco sotterrare le parole mielose per non scrivere qualcosa su di te.
Tu che affondi il dito nella mia guancia, come per verificare la mia concreta esistenza, il mio esserci per davvero lì ad un metro dal tuo viso. Oppure tu che affondi il dito nella mia guancia per misurare la consistenza della mia faccia. Oppure tu che affondi il dito per altri motivi che non so e in fondo non voglio nemmeno sapere, se solo mi prometti che continui a farlo ancora tante e tante volte, se mi prometti che continui ad avvicinarti ancora con le mani e con le labbra nei momenti che non me ne accorgo.
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Tu che mi guardi con quegli occhi e con quegli occhi arrivi a chiedermi “perché proprio io?”. E io che – non lo faccio certo per imitarti – arrivo allo stesso modo a domandarmi “ma perché proprio io?”. Con quegli occhi che quando mi chiedi ste cose mi verrebbe da afferrarti per la mano e trascinarti giù per la strada, e chiederti “dai, trovane un’altra, che abbia lo sguardo che c’hai tu adesso!”, e farlo così come fosse una sfida, per non sentirti più fare queste domande. Tanto sono sicuro che un’altra con i tuoi occhi non la trovi.
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E così posso tornare ad esercitare lo stupore, perché da quando ci sei la cosa che faccio ogni giorno è soprattutto questa. Stupirmi. Lo stupore che va avanti da mesi. Camminare sulle piume, con le piume che non svaniscono. Pensare che non sia vero, che non è possibile che sia davvero tutto così, quando invece è proprio così. E poi di nuovo tornare a meravigliarmi e a non crederci, anche se ci sono ancora le tue pinzette dei capelli abbandonate sul tavolino della mia stanza, le hai dimenticate l’ultima volta prima di andare via.
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Perché tu, anche se non lo vuoi – e anche se fai finta di niente e ti giri dall’altra parte – ti porti appiccicate addosso tutte le caratteristiche dell’incredulità.
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Tutte appiccicate addosso, e se qualche volta io non ci credo e chiedo conferma, sappi che è colpa tua.
(chiusa parentesi)
adesso c'ho pure sto lavoro che devo andare in giro
Adesso c’ho pure sto lavoro che devo andare in giro per pub e ristoranti e circoli di palestrati ginnici per distribuire materiale pubblicitario. Adesso che c’ho sto lavoro che devo fare la trottola part time in giro per la città, mi succede di andare a finire in posti che non c’ero mai stato prima.
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Per esempio l’altro giorno sono andato a finire nel più famoso circolo ghei-lesbico di Bologna, che non c’ero mai stato prima. Mentre ero occupato a sistemare il materiale pubblicitario all’interno degli appositi contenitori, alle mie spalle c’erano due ghei che discutevano amabilmente fra di loro con pacche sulle spalle e sorrisini gaiosi. I due avevano scoperto che la procedura di “sbattezzo” – che sarebbe poi la procedura che dovrebbe annullare o revocare il battesimo – non è utile per fare arrivare meno soldi ai preti. Che non serve a niente. Che tu puoi pure sbattezzarti ma tanto ai preti del tuo quartiere i soldini dello stipendio non glieli diminuiscono. E quindi – constatavano i due ghei – alla fine non serve a nulla sta cosa dello sbattezzo, che tu ti puoi pure sbattezzare ma non è che risolvi qualcosa, quanto a monete che finiscono in tasca ai prelati maledetti.
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Io adesso sta cosa la riporto qui – che non volendo l’ho origliata mentre facevo il mio lavoro di pupazzo distributore – e il primo che mi dice che sono contro i ghei vengo a casa sua e lo mordo all’attaccatura dei capelli. Perché, insomma, sia chiaro una volta per tutte che a me di preti ghei e tutto il resto non me ne frega nulla; cioè, non me ne frega nulla di preti, ghei e di ogni categoria presa singolarmente.
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A me succede che danno l’orticaria le contrapposizioni, il non sapere CosaSei ma il sapere ControCosaSei. E quindi mi provoca l’orticaria il fascista che non ti sa dire per benino lui cos’è – non si sa definire per benino – ma ti sa dire con assoluta certezza che se incontra un comunista per strada lo prende volentieri a sprangate sui denti. E il comunista che non vuole i cortei fascisti per strada e fa le scenate isteriche urlando che c’è il regime. E così i ghei contro i preti. E il leghista contro il calabrese della situazione. E il calabrese contro il Mohammed della situazione che gli sbarca sulla spiaggia; e il leghista che per la proprietà transitiva è anche contro il Mohammed della situazione, e poi il
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Vabbè, basta, che sono uscito fuori traccia.
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E poi accendo la radio e c’è un programma su Radio Maria che telefonano i bambini e si mettono a recitare le preghiere. Ciao bella bambina come ti chiami? Mi chiamo Luisa. E cosa ci vuoi recitare? L’AveMaria. Fai pure, piccola Luisa. E poi telefona Lorenzo che recita pure lui l’AveMaria. Poi chiama Elena che tanto per cambiare recita l’AveMaria, con l’aspirazione fra le vocali tipica dei bambini di quattro anni, che te li immagini perfettamente col moccio al naso che scende dritto dritto in bocca. E poi telefona Francesco che recita il PadreNostro e sbaglia le parole. E poi di nuovo AveMarie.
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Sto post confuso l’ho scritto con la metà di me stesso che ancora non si è sciolta per il caldo, abbiate pietà di me.
ma se devo dirla tutta, qui non è il paradiso
Una ragazzina rom allatta il suo bamboccio accovacciata per terra, vicino all’entrata del supermercato; il bamboccio poppa la sua razione quotidiana di latte materno e fumo di scappamento di autobus, forse misto a qualche acaro di piccione. Un nordafricano magrissimo alla fermata ha la faccia secca e stanca, ampi spazi vuoti nell’arcata dentaria superiore e una schiena storta verso destra – o verso sinistra, non ricordo – e la sua pelle marroncina non suda sotto sto sole assassino. Indossa una felpa – con questo caldo – sgualcita e stinta, con la scritta “Siamo O Non Siamo un Bel Movimento? Jovanotti” che forse avrà ripescato fra le scorze di melone in qualche discarica. Mentre cammino in questo caldo assassino mi chiedo dove l’avrà trovata – sta felpa antichissima che mi ricorda le mie scuole elementari – e che faccia avrà adesso il primo proprietario della stessa.
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La ragazzina rom continua a porgere la mammella affumicata al bamboccio e gli autobus scappano sulle strade, non devono fermarsi che di gente da caricare ce n’è poca.
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Le commesse dei negozi del centro non hanno da badare ai clienti, ché i clienti sono tutti moribondi lungo le strade a causa del caldo, e allora possono sbucare sulla porta dei negozietti per cinguettare con i loro pretendenti. Il pretendente della commessa da negozio di abbigliamento del centro è tipicamente un uomo armato di scooter di grossa cilindrata con pantalone colore pastello e nei casi più gravi perfino bianco, anche se io preferisco quelli col pantalone color albicocca e il mocassino marroncino chiaro. Se il pretendente della commessa arriva a bordo di una grossa motocicletta – al posto dello scooter – allora probabilmente avrà anche uno di quei giubbottini da motociclista, di quelli duri e asfissianti e con le spalle rinforzate. Sono quei giubbottini che solo a guardarli ti prende un senso di Sahara nell’animo, ma che al pretendente-della-commessa invece non fanno alcun effetto, anche sotto sto sole assassino, e per questo motivo cominci a pensare che forse ste motociclette moderne c’avranno un sistema di raffreddamento del guidatore che tu ancora non conosci, tipo un tubo di aria condizionata che si infila su per il deretano e che ti raffredda dall’interno.
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Le vetrine sono piene di immagini di ragazze con i femori spropositati, ma per le strade invece passeggiano tutti femori nella norma. Se c’è qualche femore spropositato, allora è rinchiuso nei negozi di abbigliamento a fare la commessa, ma spesso anche lì ci sono molti femori nella norma. Ad un incrocio trovi un paio di veri femori spropositati femminili – cioè, ne trovi due paia, quindi quattro lunghissimi femori – che sono impegnati in una promozione di un profumo e distribuiscono campioncini alle passanti anche loro, quanto a femori, normodotate.
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Questo fatto dei femori spropositati che sono così rari – ma allo stesso tempo così pubblicizzati – questo squilibrio tra immagine e realtà, che quando ne trovi uno ti pare di aver incontrato una deformità anatomica, mi fa ricordare del me stesso bambino che al paesello guardava i telefilm americani con i protagonisti di colore. Che io lo sapevo, grazie ai telefilm, che esistevano i colorati, ma al paesello erano tutti bianchi, tutti nessuno escluso, ché al paesello non è come nella grande città che ci trovi il colorato già nella tua stessa classe come compagno di banco. Al paesello il primo colorato lo vedi la prima volta che sei già grande, e la prima volta riesci pure a spaventarti.
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Una cosa che non c’entra niente, volevo infilare un’immagine del Jovanotti dell’epoca della felpa di cui sopra, ma non l’ho trovata. Ho trovato invece questa, che non c’entra niente ma è così bella che dovevo infilarcela per forza.
in futuro mi piacerebbe duettare con bono vox
Eccolo che sorride mentre parla, il nostro carciofo. Forse già sa che sta per dirla grossa. Sorride e tergiversa, non sa bene come affrontare la telecamera, ma poi alla fine pronuncia le parole senza pudore.
beverly hills
Ti arriva una laurea dritta dritta nei denti, e all’improvviso ti senti un po’ meno pischello. Trovi in tivvù le repliche di Beverly Hills 90210, e allora ne riguardi qualcuna per far finta di essere ancora un pochino pischello. Ripassi tutte le vicende principali: non ti ricordavi le storie di droga di David, e ti eri perso un vecchio fidanzato di Brenda. Sapevi già che Kelly era stata più o meno con tutti, ma non ti capaciti di come i produttori siano riusciti a far passare Dylan per un diciassettenne, con tutta quella sfilza di rughe sulla fronte. Ti sembra di essere tornato indietro negli orridi anni novanta, però poi ti succede di leggere una notizia che ti riporta subito coi piedi per terra.
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p.s. E per chi vuole la mazzata finale, il video della reunion.
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p.s. # 2 Be’, mica tanto mazzata: dopo tanti anni i masculi se la passano molto meglio delle fìmmine, eccetto Luke Perry che nel tempo si è trasformato in Roberto Benigni.
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p.s. # 3 C’ho tutta una vita da masculo davanti a me.
il mio sfavillante ingresso # parte seconda
E in tutta questa vita assurda da pupazzo promozionale trascorsa in piedi da solo in un negozio deserto della provincia bolognese, l’evento che rende l’assurdità – se possibile – ancora più assurda, è una voce di donna che di tanto in tanto si spande fra gli scaffali, e che dice:
“girare a destra, quindi mantenere la destra, alla fine della strada girare a destra”
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Qualche secondo di silenzio, e poi di nuovo:
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“girare a destra, quindi mantenere la destra, alla fine della strada girare a destra”
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Al bancone espositivo dei navigatori satellitari ci sono tre o quattro navigatori che vengono lasciati sempre e comunque accesi, e fra questi ce ne sono un paio che continuano a litigare. Il più logorroico fra i due continua a dichiarare: “girare a destra, quindi mantenere la destra, alla fine della strada girare a destra” mentre un altro, più timido, rimane zitto quasi tutto il tempo; solo di tanto in tanto si azzarda a contraddire il suo compagno affermando “girare a sinistra fra ottocento metri”.
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E poi ci sono questi bambini trichechi pallidi, che entrano nel negozio trascinando certi nonni decrepiti e con la faccia abbronzata tagliata da rughe definitive (siamo in campagna, del resto). Questi bambini trichechi con la panza infantile e un pallore che tende al grigio, che si portano dietro il loro nonnetto verso il reparto videogiochi – reparto videogiochi molto più grande della zona aspirapolvere o degli impianti stereo, per intenderci – e qui rovistano fra le centinaia di confezioni di videogiochi, ne scelgono uno o due, e quindi trascinano il nonno alla cassa; e il nonno paga mogio queste cifre spropositate per i giochi del tricheco. Quindi vanno via, ed io da pupazzo mi immagino il bimbo tricheco che riposiziona il nonno nel luogo dove lo ha prelevato, lo ringrazia per la cifra spropositata appena sborsata, e quindi si rinchiude di fretta in casa per smanettare col nuovo gioco per i giorni seguenti, anche per rinvigorire il suo pallore intaccato da mezza mattinata trascorsa all’esterno. E poi mi immagino il nonnetto che ha solo la vaga idea di aver fatto qualcosa di gradito per il nipote pallido, ma non capisce esattamente cosa, non avendo bene chiara nella sua testa rugosa il concetto di videogioco.
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E poi un figlio alto quasi come me, che tenta di giocare con una Playstation da esposizione spenta incollata al muro. Il padre si avvicina alle spalle del ragazzone che preme pulsanti invano sull’aggeggio; il padre si toglie le occhiali che ha in faccia, osserva con occhio aggrottato il figlio che smanetta con un oggetto morto che non risponde. E i due restano così per due minuti buoni, il figlio a premere pulsanti che non danno risposta, e il padre alle sue spalle a spiare con l’occhio di chi è abituato ad averci gli occhiali in faccia, e le mani tenute dietro la schiena, l’aria condizionata che gli asciuga qualche goccia di sudore sulla fronte.
il mio sfavillante ingresso nel mondo del lavoro
Il mio sfavillante ingresso nel mondo del lavoro si è verificato l’altro ieri mattina presso un grosso negozio di elettronica ed informatica sperduto nella campagna bolognese. Qui sono stato ingaggiato come pupazzo promozionale di un software molto molto famoso che la mia natura omertosa mediterronica non mi permette di menzionare. Mi è stato richiesto di sfavillare per dieci ore in piedi – nel giorno del mio sfavillante ingresso nel mondo del lavoro – tentando di convincere i clienti provenienti dalle campagne a comperare questo software tanto costoso ma tanto efficiente. Bisogna immaginarselo, il pensionato di campagna con la faccia segnata dal sole, i pantaloncini corti inguinali e la camicia a quadretti celesti ad avvolgere panze di una certa importanza, che si compra il software tanto costoso ed efficiente. La mattina alle nove ero già lì che sfavillavo in silenzio nella desolazione del negozio vuoto, fra gli scaffali ordinati e zeppi di oggetti colorati e giochini per la Playstation.
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Il problema in questi casi di sfavillamenti solitari fra gli scaffali di un negozio non è il lavoro umiliante che ti fanno fare, il problema non è la paga misera che ti danno e non è neanche l’orario full time distruttivo da trascorrere in piedi. Il vero problema in questi casi sono le dodici televisioni e monitor che tappezzano le pareti del negozio a tre metri dal tuo scaffale, decine di monitor che tutti assieme, sintonizzati su Mtv ti vomitano addosso la musica dei giovani d’oggi. Decine di monitor enormi che ti riversano addosso l’intero repertorio della musica di tendenza dei ragazzi di oggigiorno. La musica di tendenza, dovete sapere, è davvero molto limitata, per cui dopo tre ore di cocktail di Christina Aguilera, Mondomarcio e San Giustino Timberlake, si ricomincia dall’inizio, e poi ancora, e poi ancora. Dopo una mattinata di Aguilera, MondoMarcio e Giustino Timberlake, ecco che poi arriva il notiziario. La cronista del notiziario giovanile parla del dilemma del momento: Ma insomma – ci si chiede in tutto il mondo – Christina Aguilera è incinta oppure No? (parte il video di Christina Aguilera, quello che ormai già conosci a memoria) Perchè se è incinta – e il marito assicura che è incinta – come mai non le è cresciuta affatto la panza? ( zoom sulla panza della Christina)
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Che un miscredente qualsiasi adesso potrebbe pensare che sto esagerando, che sto drammatizzando tanto solo per provocare la pietà del lettore innocente di passaggio. Potrebbe anche essere così. Però – per sapere davvero cosa si prova – potrei consigliare ( e già mi sento uno chef di un ristorante dell’inferno ) un bel trittico di video musicali; che ne so, proporrei un Mondomarcio–JAx–Giustino Timberlake da consumarsi per tre volte di fila col monitor a mezzo metro dal naso; per concludere consiglierei invece un bel dessert di Gemelli Diversi, che questa è stata un’ottima annata.
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Durante le mie due ore di pausa pranzo sono andato a gettare il mio corpo martoriato dalla musica di tendenza su una panchina di sto paesello della campagna bolognese. Sotto l’ombra degli alberi c’era un bel fresco, e mi sono stravaccato lasciando le scarpe lontano da me e gettando la testa all’indietro a osservare le foglie degli alberi. Una porzione di panchina era stata bombardata da tante piccole merdine di piccione; con un occhio aperto ed uno chiuso e le gambe divaricate verso la strada quasi deserta e battuta dal sole ho controllato – ma neanche attentamente – che una ulteriore merdina sganciata non facesse plof nelle mie narici rivolte verso l’alto.
La mia condizione di pupazzo promozionale in pausa pranzo afflosciato su di una panchina coi piedi scalzi – ho pensato – è giusto un gradino sopra a quello dei gruppi di rumeni che si nutrono di wurstel crudi apparecchiando le panchine di ferro dei giardini pubblici con i fogli di giornale. Giusto un gradino sopra – mi sono detto- ma neanche tato sopra. Quello che mi differenzia è una certa dose di cultura ed una buona padronanza della lingua italiana, anche se con una marcata inflessione mediterronica, oltre ad una elevata concentrazione di Christina aguilera nel sangue. Solo un spruzzatina di cultura a differenziarmi.
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E poi dicono che studiare non serve a niente.
attenzione, tutti dietro i sacchi di sabbia
Le carampane di Fabrizio Moro – c’era da aspettarselo – hanno sferrato un attacco verso questo blogghe: gli ultimi post sul grande carciofo sono stati bersagliati dai loro commenti aciduli e frenetici. Sono carampane agguerrite, che vogliono difendere il loro idolo con i denti e con i loro sbalzi ormonali incontenibili. Sono carampane per davvero – non sono mica finte – sono il prototipo della carampana classica, di quel genere che talvolta si esprime mediante un abuso di k, o che lancia frasi bomba a difesa dell’eroe che:
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…denuncia la società che ormai ci vuole tutti omologati, che ci chiede di scendere a compromessi e Fabrizio dice no a tutto questo, e incita se stesso ed ognuno di noi a FAR SENTIRE LA NOSTRA VOCE e a non PERDERE mai di vista LA LUCE davanti a noi
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Stringiamoci a korte, siam pronti alla morte.
andare a nuotare
Andare a nuotare in una piscina scoperta significa che oltre a nuotare puoi prendere il sole. Poter prendere il sole significa che in piscina ti ritrovi personaggi ad abbronzarsi che sarebbe molto meglio catturarli in una fotografia e metterli in mostra qui, piuttosto che tentare di descriverli a parole.
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La tettona con le mammelle di plastica che paiono avvitate sul petto come ruote di scorta per il Suv. Le mammelle di plastica che uno le osserva e non si sente contrario a priori, alla mammella artificiale, però se alla mammella ci aggiungi il set completo di labbra, naso e zigomo plastificati, ecco che ti sembra davvero un piccolo mostriciattolo di poliuretano espanso. Di quelli che costano poco.
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Che nei bei tempi andati, quando eravamo piccole anime candide e passeggiavamo per le spiagge col costumino da bagno sporco di ghiacciolo al limone, se pure una mammella di plastica avvitabile ti passava a fianco non te ne accorgevi neanche, anima candida e innocente com’eri, anima inesperta e pura che se ti mangiavi un panino non tornavi in acqua per due mesi, per non far preoccupare la mamma.
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Adesso invece basta scontrarsi con un naso artificiale di poliuretano espanso – chè quelli si riconoscono al volo – per essere certi che, abbassando lo sguardo, ci troverai sicuramente anche un paio di labbra di gomma sintetica, e poi scendendo ancora – è matematico – pure le mammelle avvitabili di cui sopra. Il kit completo, insomma.
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(anche se devo dire, qualche anno fa, mi successe che… ma questa non la racconto, è meglio)
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Poca voglia di scrivere, ultimamente.
Molta voglia di ghiacciolo al limone, invece.
Molta voglia di batti batti le manine.
facci sentire la voce
il fatto è che dobbiamo trovare l'idea geniale
Il fatto è che dobbiamo trovare l’idea geniale, l’Idea con la I maiuscola – stavo spiegando ieri sera con in mano il bicchiere di plastica bianco pieno di coca cola – l’Idea che una volta che ci è venuta in mente, diventiamo subito imprenditori di noi stessi, usciamo dal tunnel della disoccupazione e naturalmente facciamo soldi a palate. Poi, dopo un certo numero di palate di soldi, diventiamo pure famosi, e i giornali vorranno intervistarci per capire come cavolo abbiamo fatto, come cavolo ci è venuta questa fantastica Idea imprenditoriale, che fino ad ora non ci aveva pensato nessuno, e noi fantastici imprenditori di noi stessi risponderemo alle domande del giornalista con frasi brevi e svogliate, sprofondati in un divano di pelle, indossando un accappatoio bianco e coi piedi scalzi che più bohémien di così non si può.
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Solo, bisogna trovare l’idea.
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Cioè, volevo dire, l’Idea, con la I maiuscola.
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Fino ad ora mi sono venute solo un paio di idee con la i minuscola, e ieri sera le stavo illustrando agli amici, mentre ero col bicchiere di plastica in mano a bere sta coca cola tiepida che a voler essere precisi non era proprio coca cola ma bensì una “Cola Cola” comunque apprezzabile nel suo essere solo una pallida imitazione della bevanda più famosa.
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Le mie idee scaturiscono dal fatto che bisogna prima considerare quali sono le necessità reali della società moderna, e quindi offrire un servizio di conseguenza. E le necessità reali della società moderna sono, secondo me, numero Uno: il bisogno di illusioni, numero Due: combattere la solitudine. Io mi offrirei come venditore di illusioni per posta. Del tipo, troviamo un oggetto insignificante e pubblicizziamolo come fosse pieno zeppo di poteri benefici. La pubblicità è l’anima del commercio, nevvero? E allora animiamo. Soltanto, l’oggetto deve valere nulla, deve valere pochissimo, e noi dobbiamo rivenderlo a tantissimi euri. Tipo i tappi di sughero dello spumante che curano l’impotenza. O gli accendini scarichi che “accendono” l’ottimismo. Le candele profumate contro le emorroidi. I cocomeri Zen. I noccioli della pesca ripieni di spirito sovrannaturale. Questa dei noccioli di pesca spirituali, in verità, è un’idea scaturita da una mattinata trascorsa in barca con mio fratello l’estate scorsa, un giorno che forse ci siamo beccati l’insolazione tutti e due.
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Per quanto riguarda la solitudine, invece, avevo pensato di propormi come Ascoltatore di Problemi delle Vecchie Bacucche Ricchissime. Cioè, presentarmi a casa della Vecchia Bacucca Ricchissima che mi ha assoldato, e cominciare a parlare seguendo un canovaccio prestabilito di complimenti alla Vecchia Bacucca, ascoltare tutte le lamentele possibili e coccolare e vezzeggiare la Vecchia Bacucca per una serata intera. Qualcuno mi ha detto che in realtà voglio fare il gigolò, ma non è vero. Qui si tratterebbe di intrattenere, raccontare storie, fare due carezze, annuire senza sosta, mettere l’acqua ai gerani, fare i complimenti per le tende del salotto. Cose del genere, alle Vecchie Bacucche Ricchissime che se ne stanno in casa impellicciate e non sanno cosa fare e continuano a fare aereoplanini con i biglietti da cinquanta.
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Mbah, non lo so.
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Forse è migliore l’idea dei noccioli di pesca spirituali.
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Non lo so.
incontri ravvicinati di un certo tipo
Ho appena avvistato un essere umano di sesso femminile – giù in strada – di giovane età, e in buono stato di salute, vestita con una cannottierina dalle bretelline sottili e la gonnellina leggera a fiori; sorridente, con un paio di occhiali scuri e la borsetta ricamata tutta colorata.
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Lì dove il braccio si unisce al tronco, in quel luogo angusto e riparato denominato “ascella” ho visto sbucare – con mio enorme sgomento – due ciuffoni di pelo nero e folto, due cespugli per lato, due cespuglioni che non ti aspetti su di una ragazza giovane che incontri per strada, due batuffoloni comunque non ti aspetteresti, un ciuffone anteriore ed uno posteriore per ciascun lato, per un numero totale di quattro ciuffoni pelosi e neri.
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Sì, lo so, è la natura.
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Sì, lo so, è tutto facente parte del corpo umano, come può esserlo un naso, un dito mignolo, la pipì, la popò, oppure che ne so, lo “sporco in mezzo alle dita dei piedi” (citaz.).
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E’ la natura, mi sono detto.
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Però, la natura certe volte, ho pensato, che brividi che offre.
notizie che le leggo e poi mi prudono le dita #2
(post a contenuto socio politico che se proprio c’hai voglia lo leggi, sennò fai senza che è meglio)
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Facetemi capire, se i ghei organizzano il ghei pride e vogliono sfilare a Roma, e se nel ghei pride si radunano centinaia di trans con le tette al vento che si leccano in ogni dove, se poi fanno sfilare dei puttanoni di due metri travestiti da suore o che simulano l’amplesso sessuale, se tanti ghei (non uno o due, tanti) decidono di travestirsi da Papa, magari col culo di fuori e col frustino in mano, se i ghei in questa manifestazione che si chiama ghei pride, quindi orgoglio dei ghei (e non “tette-di-fuori pride” oppure “culi-al-vento pride” e neanche “drag queen pride” e neanche “affanculo-al-Papa pride”) se questi urlano cori blasfemi contro la Chiesa, e mimano volgarità e si strusciano contro i pali della luce, se i ghei fanno tutto questo nelle strade di Roma a ritmo di techno, tutto questo va bene? Tutto questo si può accettare?
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Io penso che si può benissimo accettare, anche se ciò è molto volgare e offensivo nei confronti dei credenti. Io dico che dobbiamo accettarlo perché vogliamo la libertà di espressione, e la libertà di espressione deve valere per tutti.
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Ora, se un gruppo di estrema destra decide di affiggere manifesti con la scritta “Basta Froci” in risposta al ghei pride, ecco che subito tutti quelli che prima erano liberali e progressisti, tutti quelli che erano d’accordo a fare sfilare i ghei con le mammelle di plastica al vento, dicono che così non si fa, che queste cose non si scrivono nei manifesti, che tutto ciò è offensivo, che andrebbe censurato.
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Il ghei travestito da prete che ciuccia un cetriolo infilato in un preservativo nel pieno centro di Roma sbraitando contro il Vaticano sta usando un linguaggio eccessivo e offensivo. Il fascista che scrive “Froci” sul manifesto sta usando un linguaggio altrettanto eccessivo e offensivo. Da parte mia, non andrei a bere un caffè né col ghei che si ciuccia il cetriolo, né col fascista che scrive “Froci”, perché con entrambi non avrei nulla in comune, che gli estremismi non mi piacciono. Però, mentre il ghei può continuare a lanciare offese contro il Papa, il fascista se dice “Froci” sta sbagliando, è solo uno sporco fascista, che deve essere azzittito e magari messo in galera (che dare del "frocio" è reato, pare). Il messaggio, in poche parole è “Censura”.
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E poi ancora, veniamo a Bologna.
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A Bologna vogliono aprire una moschea, i fascisti non vogliono e chiedono di fare una manifestazione di protesta contro la moschea. Il Sindaco dice Va Bene, fate la manifestazione, fate. Lo stesso giorno viene organizzata una grande manifestazione “di sinistra” contro quei fascisti razzisti che non vogliono la moschea, e pure contro quel Sindaco bastardo fascista che ha permesso ai fascisti di manifestare il loro dissenso. Il messaggio è, ancora una volta, “Censura”.
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E ancora, Bologna.
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In tutto sto urlare CensuraCensura alternativo e progressista, un gruppo di artisti bolognesi (si dice anch’essi ghei) decide di fare una mostra e di intitolarla con il titolo evitabilissimo di “La Madonna piange Sperma”. La Curia di indigna, il Sindaco si incazza, il Ministro toglie il patrocinio. Si chiede ovviamente di cambiare il titolo, eccessivamente offensivo nei confronti dei credenti. Segue un grande coro di protesta contro quella che viene definito “un atto di prevaricazione e di censura e di oscurantismo”. In tutto sto casino, il gruppo di artisti si difende affermando sul sito che loro “non avevano alcuna intenzione di offendere o turbare la sensibilità dei cattolici”. Sì certo, come No. Il logo di questo gruppo di artisti è un uomo col crocifisso in mano e un pene affettato col tagliere.
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Io, che non sono per niente cattolico, ma proprio per niente, e che mi sono sempre sentito in un certo senso “di sinistra” (in un modo tutto personale) non mai pensato che un giorno mi sarei trovato a difendere i preti e i fascisti e a non trovarmi d’accordo con la comunità omossessuale.
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Io che i preti non mi stanno simpatici per niente, e i fascisti non ne parliamo neanche.
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Io che davvero ci credo alla libertà di espressione, mi viene da pensare che c’è tanta gente che la libertà di espressione se la mette in bocca come fosse una gomma da masticare per poi sputarla via velocemente quando serve.
tutto intero dentro un frullato di banane
Come se avessi inzuppato il mio cervello tutto intero dentro un frullato di banane, ho una confusione nella capoccia che non va proprio bene, averci cotanta confusione nella capoccia.
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E un caldo,
e una confusione,
e un caldo,
e uno sconforto,
e una confusione,
e il dito indice che mi fa male,
e un caldo,
e uno sconforto,
che non va bene averci tutte queste cose,
non va proprio bene, no no no.
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Le strade sono piene di automobili con l’adesivo Sardinia Ferries incollato sul vetro. Va bene, l’adesivo te lo incollano quando ti imbarchi per la Sardegna, ma poi? Perché non lo staccano? Per essere bello non è bello. Per essere chic non è chic. Allora perché lo si lascia incollato, sto benedetto adesivo Sardinia Ferries? Fa fico averci l’adesivo Sardinia Ferries incollato sulla macchina? No, fate mi capire, fa fico? Troppo caldo per pensarci.
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Troppo caldo,
e troppa confusione,
e il dito indice che mi fa male,
e un caldo.
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La mattina mi sveglio presto e corro in clinica. Nessuno me lo chiede, di svegliarmi presto, eppure lo faccio. Poi magari studio, traduco, leggo, ripasso nozioni, faccio ricerche. Nessuno me lo chiede, eppure lo faccio. Poi la sera cerco di non fare tardi che la mattina ho da svegliarmi presto, nessuno me lo chiede eppure lo faccio. La mia condizione attuale si racchiude tutta in un nessuno me lo chiede eppure lo faccio. Tutte queste cose solo per non farmi crescere le ragnatele nei meandri del cervello, che già c’ho tutta sta confusione, e tutto sto caldo, ci mancano solo le ragnatele. No, no grazie, niente ragnatele, meglio dire, fare, baciare.
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Cose, fiori, frutta.
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Una settimana fa, il capo italiano di una grossa multinazionale mi scrive una mail per avvertirmi che, vabbè, non proprio adesso, magari più avanti, ma se tutto va bene – chi lo sa – magari, forse, una cosa da fare per me la si trova, chissà, forse, bla bla bla. Il punto non è questo, comunque (anche perché con i “magari” e i “probabilmente” non mi cucino neanche la pasta). Il punto è che il capo mi scrive sta mail cominciando con le eleganti parole, tanto belle e tanto pompose: “Egregio Dottore”.
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Faccio due passi coi piedi scalzi nel corridoio, con sto cazzo di caldo che mi fa sudare pure se mi metto a fare il morto steso sul pavimento di marmo, e penso all’EgregioDottore che poi in buona sostanza sarei io.
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Egregio.
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Sa molto di Collegio, di Formaggio, di Sfregio, di Sacrilegio.
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Egregio.
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Poi stamattina mi ero già dimenticato della storia dell’EgregioCollegioSacrilegioFormagio, e in clinica una cliente giovane bionda e panciuta mi vede – vestito col camice – mentre stavo camminando da un punto ad un altro della clinica per nascondere il fatto che non c’era niente da fare, e mi chiede, timorosa: Scusi Dottore dov’è il bagno?
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Scusi Dottore. Sarei io il Dottore? Sarei io. Le dico: Venga Venga, per di qua.
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Poi vabbè, egregio come sono ho pure sbagliato porta, ma il punto non è questo. Il punto è… qual’era il punto? Non me lo ricordo più. C’ho tanta confusione nella testa, tanto caldo, e il dito indice che mi fa male.
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Oggi in clinica un gatto che stava dormendo si è tirato in piedi, ha fatto Miao, poi ha tossito due volte e quindi è morto di colpo. La padrona piangeva e io non potevo grattarmi vicino all’inguine dove le mutande mi stavano procurando prurito, che non stava bene, poteva sembrare irrispettoso. Poi la dottoressa splatter ha aperto il gatto per la necroscopia; dalla sezione del cuore è schizzato un fiotto di sangue che le ha imbrattato tutto il braccio e mezzo tavolo.
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(quest’ultimo episodio è stato aggiunto solo per evitare che qualcuno scriva fra i commenti qualcosa del tipo “uuuuh, che bello che ripari le bue cattive ai miciomicio bau bau!”)
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Ecco, poi cos’altro?
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Niente, Miao.
oltre ogni limite
L’ho visto mezzora fa alla tivvù.
Credevo di aver sognato, e invece No.
Adesso è un bel casino: non so più chi sia davvero il mio mito, non so più chi scegliere fra il carciofo Fabrizio Moro e lo Spider Man di Studio Aperto.
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giornalista: SpiderMan, tutti ti cercano…
spider man: forse perché qualcuno, o tanti, lo devono cercare ancora dentro di loro.
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Sono parole che pesano, queste.
il problema di sti tempi è
il problema di sti tempi è che non ho veramente un problema.
il problema di sti tempi è che ho tutta una serie di problemi, mica uno solo.
il problema è che sono tutti problemi da poco, presi uno per uno, ma tutti insieme, finisce che si coalizzano e fanno gruppo contro di me.
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Allora, brevi aggiornamenti di cui ancora non ho parlato su ste pagine. (ma proprio brevi, che c’ho tutta una sterilità scrittoria che mi pervade, sti giorni, che non so)
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Dunque.
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Ho trascorso due settimane di disoccupazione full time, poi ho deciso di fare Basta. Il primo passo è stato quello di rispondere a offerte di lavoro per piccoli lavoretti da pupazzo, di quei lavori dove non importa che non sai fare proprio nulla, l’importante è che sei almeno in grado di esistere. Mi sono presentato ad un colloquio per una società che si occupa di pupazzi da infilare presso stand delle fiere, concerti e partite negli stadi. Grazie a questo colloquio ho scoperto due cose fondamentali.
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Cosa fondamentale numero uno:
nell’ambiente lavorativo colui che è il “capo” è una persona normale, come me e come te che stai leggendo ste righe, con due gambe e due braccia, una testa e un paio di narici. Solo che il “capo” viene caratterizzato dall’impellenza di esprimersi con parole bellissime del tipo “Fondamentalmente” “Prettamente” “Logistico” “Operativo” “Fatturato” “Cliente” fino al raggiungere il climax con "Soddisfazione del Cliente" . Parole che vengono sparate a vanvera, fuori contesto, in gruppi di tre. Il capo pronuncia queste parole con un tale compiacimento che è evidente che lui – il capo – crede che forse tu non sia in grado di pronunciarle come sa fare lui. Quindi un buon consiglio a tutti quelli che si presentano ad un colloquio di lavoro: non pronunciate mai l’avverbio “Prettamente”, il capo che vi interroga potrebbe rimanerci male, potrebbe imbestialirsi e rispedirvi subito a casa.
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Cosa fondamentale numero due:
esistono per davvero quarantenni con il capello brizzolato che aspirano a lavori da pupazzo dove ti pagano cinque euro all’ora.
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Poi.
Poi la mattina sono in clinica a convincermi che quel lavoro non è per me; il pomeriggio invece siedo dieci ore davanti al computer a mandare curriculum e compilare formulari e studiare cose che non-si-sa-mai-è-sempre-meglio-sapere. Delle mattinate in clinica e dei pomeriggi ne scriverò, se mi torna la voglia di farlo, adesso non ne ho voglia.
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Prettamente, sono stufo.
notizie che le leggo e poi mi prudono le dita
parlamentari leghisti a montecitorio occupano i banchi del governo (contro regolamento) e sventolano tante prime pagine del raffinatissimo quotidiano La Padania che titola con un regale e molto consono “Fuori Dalle Balle” a caratteri cubitali (foto)
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il capo della Protezione Civile Bertolaso viene aggredito in Campania, mentre si reca ad una riunione per decidere l’apertura di un sito di raccolta dei rifiuti. Durante l’aggressione animalesca n’goppa la macchina di Bertolaso (video) la polizia non interviene n’goppa la folla di pazzi, e neanche i carabinieri. La Campania è quella regione d’Italia dove gli piace avreci la mondezza n’goppa i bordi delle strade, e se uno poco poco prova a toglierla da lì e a metterla da qualche altra parte, esce sempre un pulcinella da qualche parte che ci resta male e si adopera per far sì che tutto resti com’è. Polizia e carabinieri compresi.
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al vecchissimo ex-ufficiale nazista Priebke (93 anni) viene concesso di uscire di prigione per “motivi di lavoro”. Tutti si incazzano e si indignano. Il “motivo di lavoro” starebbe a significare – è abbastanza evidente – “vai a prendere una boccata d’aria prima di morire, caro Priebke”. Non conosco la religione ebraica, non so se la vendetta sia un tipico principio ebraico, ma mi chiedo: e i cattolici? Il sentimento di carità cristiana? La pietà? Non ci sono più cattolici in giro per le strade? Cosa faccio, mi metto a sventolare un preservativo fuori dalla finestra e aspetto che qualcuno mi morda la mano, per fare la prova?
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Un bambino si incazza con la madre che lo vuole fare operare alle tonsille. Se mi fai operare – minaccia – non parlo più. Detto, fatto. Il bambino non parla per dieci anni. Poi cade dalla bicicletta e improvvisamente ritrova la parola. Quando da bambino mi volevano infilzare la siringa nelle natiche perché ero un pochetto malato, prima protestavo e mi sgolavo, poi mi ripromettevo di tenere il muso con i miei genitori per un mese. Dopo mezzora però, e magari con un po’ di Nutella, avevo già dimenticato tutto.