sono in quaresima

E il mio culo assume velocemente la forma di una sedia.

Premessa: io sono un secchione di merda.

Io sono uno che la cosa che ho fatto di più in questi anni a Bologna è stato studiare. Io sono uno che c’ho la media del ventinove virgola qualcosa periodico. Io sono uno che alle liste d’esame si iscrive per primo. Io sono uno che quando c’è da studiare si studia e basta, e non rompete i coglioni con la tivvù ad alto volume. Io sono uno che adesso rileggo quello che ho appena scritto e mi rendo conto che Si, senza dubbio, sono proprio un secchione di merda.

Anzi, di mmerda, con due emme.

Poi durante la vita universitaria del Secchione Medio di Mmerda, può capitare che ci siano quei due o tre esami che ti rendi conto che pure se ti impegni, non sai se ce la fai. O meglio, sai che se ti impegni ce la fai eccome, però devi sputare sangue e passare le notti coi libri uno sull’altro davanti alla faccia come sacchi di sabbia in una trincea di guerra. Di quelle notti che la scrivania non basta e i libri sono sparsi sul pavimento e  li vado a consultare camminando a quattro zampe. Di quelle notti che poi vado a dormire e c’ho ancora il pigiama addosso dalla mattina. Di quelle notti che quando spengo la luce penso: Non si Può Andare Avanti Così e poi quando mi sveglio la mattina invece vado Avanti  proprio Così, e pure peggio.

Tipo adesso, è uno di quegli esami.

Ho guardato la sedia, mi sono massaggiato il culo.

Ho fatto combaciare la sedia al culo ed ho visto che c’erano delle incongruenze – e dopo sei mesi di Erasmus lo posso pure capire – ma ho detto al mio culo: fai il buono e adattati, che per i prossimi tempi io e te si rimane qui insieme.

Se vi dovesse capitare di incontrare un pazzo che barcolla per strada con grossi libri in mano, che se per caso gli chiedete la via per arrivare in stazione vi risponde Linfoma Multicentrico e se gli chiedete di accendervi la sigaretta vi dice  Blocco Atrioventricolare e poi vi accende la sigaretta col fuoco che esce dalle narici, ecco, quello sono io. Di solito i miei occhi sono verdi, ma durante questi periodi di quaresima possono pure diventare rossi.

Il consiglio è : indietreggiate lentamente, moolto piano. Poi quando siete abbastanza lontani, voltatevi, e fuggite via veloci.

Veloci, mi raccomando.

femmine col telecomando in mano.

Poi dicono che gli uomini – i maschi – pensano sempre alla stessa cosa. Che pensano sempre a quella cosa lì, avete capito quale.

Quella lì.

Sono seduto a picchettare sui tasti del pc con la faccia rossa del poco sole che ho preso in riva al lago, e nella stanza assieme me ci sono cinque ragazze – cinque femmine- che guardano il concertone del primo maggio in Tivvù, e siedono sprofondate sul divano come sanno sedere le ragazze, con le gambe attorcigliate sotto al culo, quando hanno un telecomando in mano. Sul palco sale l’australopiteco Piero Pelù e cominciano i borbotii.

– Ma che culetto che ha , quest’uomo!-

– Cosa? Vuoi dire che ti piace?-

– E certo, ha un culetto!-

– Bello, peloso e puzzoso, bello com’è lo seguirei ovunque.-

– Ma cosa dici, si è pure tagliato i capelli.-
– E guarda che gambe che ha, e che culetto!-

Il tempo di cambiare posizione alle gambe attorcigliate sotto al culo, il tempo di qualche risatina femminea eccitata, e sul palco salgono i Negramaro.

– Questo si, che è bello! –

– Bello? Ma sei pazza? –

[zoom della regia sul capoccione del cantante]

– Be’ forse no, comunque è bello di profilo-

Io continuo a ticchettare sul Pc, e intanto dalla Tivvù si sente cantare Ligabue uno di quei suoi pezzi che ogni volta non si capisce bene se sono pezzi vecchi oppure nuovi.

– Ecco, per esempio Ligabue, lui mi è indifferente. –

[telecamera che indugia sul chitarrista, del Ligabue]

– Be’, il chitarrista però, non è da buttare via.- 

E poi dicono che i maschi – i ragazzi – pensano sempre a quella cosa lì. Che poi in realtà sarebbe pure vero, questa cosa della fissa su quella cosa lì. Posso dire che io di questi tempi non ci penso poi tanto, si potrebbe dire che non ci penso per niente. Si potrebbe dire che non so com’è ma a quella cosa lì ci penso poco o niente.

Si potrebbe dire che quest’anno la Primavera mi è scoppiata storta.

proprio come fa un piccione

Un piccione che di solito svolazza e scacazza nei cieli vicino la mia finestra, ha deciso che ormai di svolazzare e di scacazzare ne ha piene le palle, ed ora trova anche il coraggio di entrare in casa mia quando lascio la finestra della cucina aperta.

I piccioni – pensavo –  vanno di moda. La canzone di Sanremo e tutto il resto. Ne ha parlato pure la dietologa del webbe, qualche giorno fa.

Dicevo, il piccione in cucina.La prima reazione, quando mi imbatto nel piccione impertinente che zampetta sul pavimento, è di dire Sciò, piccione che non sei altro. Poi però ci ho pensato su, e adesso al piccione non dico più Sciò. Il piccione viene sul balcone per cibarsi delle molliche di pane che trova, perché io, una volta ogni tanto, sbatacchio la tovaglia sul balcone. E le molliche si accumulano. E il piccione ingrassa.

Pensavo che se smetto di dire Sciò per un tempo sufficientemente lungo, magari il piccione trova il coraggio di entrare in cucina e di salire anche sul tavolo, così che non ci sarà più bisogno di sbatacchiare la tovaglia, perché avrò il mio grasso piccione addomesticato che farà il lavoro sporco per me. Poi, continuando di questo passo, se riesco a trovare un elefante disposto ad aspirarmi la polvere dal corridoio con la proboscide, e una mucca dalla lingua ruvida che vuole leccarmi le piastrelle del bagno, sono a posto

situazzioni

Siamo andati alla festa di Teresa la portoghese, che io non è che lo sapevo chi era questa Teresa.

Mi hanno detto: Erasmus, portoghese, fa una festa.

Io ho detto: andiamo, che così mi reinserisco a gamba tesa nella nightlife bolognese.

Andiamo.

Con una bottiglia di vino da tre euri in mano abbiamo premuto il tasto del citofono, e dopo qualche secondo il citofono ha gracchiato:"Chi è?" e la risposta è stata: "Siamo Tizio, Caio e Sempronio, siamo venuti per la festa di Teresa, la portoghese". Il citofono ha gracchiato di nuovo: "Ah, ma certo! Salite, ma comunque Teresa non c’è".

Siamo saliti.

Ci hanno detto: "Teresa non c’è , ma forse arriva, è andata al mare." Poi un tizio si è rivolto a me e mi ha detto: "Lo sai com’è Teresa, che arriva sempre in ritardo!". Io avrei voluto dire: ma che cazzo ne so io, che l’ho saputo mezz’ora fa, che esiste sta Teresa. So che è portoghese, e basta. Ci hanno detto: bevete, bevete, nel frattempo. Qui c’è questo vino, qui c’è questo vino, qui c’è questo rum. Bevete.

Beviamo.

Poi vabbè, Teresa è arrivata e sono arrivati anche tutti gli altri. Tutti gli altri che erano Molti Altri, ma davvero Molti, che la casa scoppiava ed emanava fumo dalle finestre. In tutto sto casino c’era sto tizio appoggiato di schiena al muro, con la testa piegata a quarantacinque gradi, con una bottiglia quasi vuota di Sangiovese in mano, e la maglietta con la scritta: Pace in The Middle East. Ho pensato, Eh! poi dicono che i giovani non c’hanno gli Ideali, guardalo lì come si tormenta per la pace nel Middle East. Col Sangiovese.

E volevo andare a pisciare, ma sulla strada per il cesso sentivo sempre suonare il citofono, e allora rispondevo. Chi è? Sono Fernando l’amico di Luisa. Ah, ciao Fernando- dicevo- sali, sali! Poi di nuovo suonava e io rispondevo: Chi è? Sono Carmen, con Luca y Mario y Pilar! Ma certo, salite, salite!

Che se non ci avessi pensato io, al citofono.

Poi però andare a pisciare, non era facile per niente. La coda per il cesso è la stessa che trovo alla Conad reparto macelleria, solo che non ci sono i bigliettini col numero, e se non stai attento ti fottono, e ti passano avanti facendo finta di niente. Sorridono coi denti rosa per il vino appena bevuto e dicono: bella la festa, no? E poi passano avanti saltando la fila. Ma Dove Vai, dico io, torna indietro che c’ho la vescica che invoca pietà, torna indietro che altrimenti la faccio nel vaso dei fiori.

Si sente il rumore di qualcuno che sta bussando alla porta, e con violenza anche. Una tipa apre la porta ed entra un signore con gli occhi iniettati di sangue e il braccio roteante, che inizia a dire: " Ma ragazzi, eccheddiamine, fate piano che Non Si Riesce a Dormire, perbacco!" ed è in quell’ istante che dalla fila del bagno si stacca una processione di individui di cui quello in testa ha la chitarra in mano e suona e canta La Locomotiva di Guccini, mentre quelli dietro cantano pure loro, ma col tempo sfalsato di un mezzo secondo in avanti o indietro. Il signore che Eccheddiamine Non Riesce a Dormire capisce tutto, non dice niente e se ne va. La processione di cantanti sfalsati continua a cantare, e sono evidentemente degli integralisti gucciniani, perché finiscono una canzone di Guccini e quella che cantano dopo è ancora di Guccini, e poi ancora e poi ancora. E succede che quando torno a fare la fila per il cesso loro sono ancora lì che cantano Auschwitz ( son mortooo, con altri centooo) e cantano gonfiando il petto e dandosi pacche sulle spalle. Che uno li guarda e pensa: che bello che ci credono così tanto. Che uno pensa: Eh! hai visto i giovani che c’hanno gli Ideali e cantano Auschwitz e Dio è Morto? Davanti alla fila per il cesso?

In cucina cercavo una birra, e una birra non la trovavo. Trovo invece questa brasiliana, che aveva una lattina di birra da mezzo litro incastrata fra le tette e le chiedo dove l’ha trovata. E lei mi dice: non te lo posso dire, e comunque è l’ultima. Se vuoi te ne do un sorso. Dammene un sorso. Grazie, è pure bella fresca. Quindi rimette la birra tra le tette e se ne va. Io sorseggio e ripeto: Ah, bella fresca, bella fresca. Sulla porta, un tizio evidentemente autoctono che aveva seguito la scena, sghignazza e dice:

– Zèrto che è fresca, ma aspetta che pasciano zìncque minuti e vedi tè come sci fa calda!-

detersivi.

Volevo dare un senso al mio essere al mondo, in questa domenica col sole, e per andare sul sicuro ho dato una pulita al bagno di casa.

Metto la crocetta sul calendario.

Volevo dare un senso al mio essere al mondo, in questa domenica-che-non-mi-sembra-domenica, e il bagno l’ho pulito per bene, tanto che adesso aspetto che qualcuno venga a trovarmi. La prima cosa che chiederei al mio visitatore  sarebbe:  Non è che per caso Vuoi Farti una Bella Pisciata? E lo porterei nel bagno unto di Mastro Lindo d’annata.

Perché ho capito che la storia dell’ invecchiamento che conferisce qualità può essere valida per il vino, ma per il Mastro Lindo non vale per niente, che quel liquido blu perde una qualche sua caratteristica pulente, se lo lasci ad invecchiare nella sua confezione per anni e anni.

Ho capito pure che la storia del Leggere Bene Le Istruzioni per l’uso mica è una cazzata, bisogna farlo davvero, non bisogna fare come me che sono riuscito ad infrangere contemporaneamente quasi tutte le Avvertenze riportate sulla confezione del mio Mastro Lindo d’annata.

Istruzioni per l’uso:

Non usare su Marmo. (L’ho fatto, ho il pavimento di marmo: adesso cosa succede? Si buca il pavimento per la corrosione? Domani mattina vado al cesso e saluto la signora del piano di sotto attraverso il cratere?) Non usare su vasche smaltate più vecchie di dieci anni. (Dieci anni? Sul fondo della mia vasca, dopo trenta o più anni di onorata carriera, c’è disegnata la sagoma di un uomo, e ricorda vagamente il sudario di Gesù) Non lasciare mai il prodotto sulle superfici per più di dieci minuti. ( Ehm…. e cosa dovevo fare, non dovevo rispondere al telefono? Dovevo dire: devo chiudere, scusami, ho il Mastro Lindo che mi sta bucando il bagno?)

Adesso il signor Mastro Lindo mi guarda severo dalla confezione con le braccia incrociate, sa che ho cannato tutto in pieno. Con la sua crapa pelata e le braccia muscolose. Con il suo orecchino sul lobo sinistro. Pensavo: il signor Mastro Lindo sarà mica gay?

esami ad aprile – meglio dormire

Una di quelle mattine che il desiderio numero uno della lista era di andare a buttarmi a culo nudo su di un prato di margheritine e soffici steli d’erba.

Una di quelle mattine dove il desiderio numero due era di strofinare il mio culo in senso rotatorio (orario a antiorario) sul suddetto prato.

Una di quelle mattine che invece mi sveglio e mi ricordo che cazzo è vero, c’ho l’esame, e anzi devo sbrigarmi a bere sto caffè e a leggere i titoli principali del televideo di Mediaset ( che per la cronaca sono pagina centoenove : spettacoli, pagina centodieci: televisione, pagina centoundici: gossip.)

Già, l’esame. Clinica Chirurgica. Vado a togliermi sto pensiero dalle palle. ( Tradotto in termini chirurgici: eseguo una problemectomia del corpo estraneo dalla regione scrotale).

Il Prof è seduto sulla sua sediolina in una stanza tutta vetri che probabilmente funzionerebbe meglio come serra per cactus, e guarda gli studenti che si danno il cambio sulla sediolina di fronte, cagandosi nelle mutande anche di fronte a domande del tipo: com’è che hai detto che ti chiami?

Il Prof, con questo faccione che mi ricorda Pannella nelle pause tra uno sciopero della fame e l’altro, e molto più pacioccone di Pannella, ha una pazienza nell’accettare con serenità le stronzate pronunciate dagli studenti sulla sua materia, che avrei voglia di abbracciarlo e offrirgli un caffè, e chiedergli come si fa, come diavolo si fa, ad essere così ben disposti verso il mondo. ( E lì mi viene da pensare, basta non fare scioperi della fame, e mentre lo penso mi dico, maccheccazzo c’entra?)

Studentessa numero Uno.

Professore: Dimmi una possibile terapia nella frattura della mandibola. Studentessa: Cerchiaggio metallico? Professore: Bene, brava. Dove lo attacchi? Studentessa: ……..mmm….. Professore: allora? Studentessa: ….mmmm…… Professore: signorina, non vorrei essere scurrile, ma da qualche parte si dovrà pure attaccare, no? Lei dove pensa di attaccarsi? Signorina, dove si attacca?

Studente numero Due.

Professore: Mi parli dell’Atrofia Progressiva della Retina.  Studente: Onestamente, Prof, non la conosco. Professore: Ma come? Non l’ha fatta la parte di Oculistica? Studente: mmm…No. Professore: Ma non lo sa che l’occhio vuole la sua parte? 

Studente numero Tre:

Professore: Signorina, lo sa cos’è un Ifema, detto anche Ipoema? Studentessa: Si, lo so. Professore: benissimo, può andare. Arrivederci.

Studentessa numero Quattro ( dovrebbe rispondere alla domanda dicendo “Esplorazione Rettale”, ma non le viene in mente).

Professore: Ma allora Signorina, me lo dice o no? Guardi che è davvero facile. Guardi che se io adesso faccio finta di distrarmi, e lei si gira verso i suoi compagni, e i suoi compagni le mimano la risposta, lei davvero non può non capire!

Al termine di ognuno di questi sketch spiritosissimi, dalla regia veniva premuto il tasto per far partire le risate registrate rubate al telefilm Otto Sotto un Tetto.

 

….

Certe volte – come adesso – la voglia di non fare niente è tale che se pure la vescica ti dice di andare al cesso per svuotarla, non ci vai.

E non ci vado.

Il paesello lì fuori è sempre lo stesso, e descriverlo come faccio, non ne sono capace. Sono uno che ticchi ticchi sulla tastiera del pc lo fa con piacere, ma certe cose non le riesco a descrivere. Dovrei prendervi per mano e portarvi in giro a vedere. E forse non basterebbe neanche.

Noi abbiamo il mare, da queste parti.La gente si scioglie e dice: ma che fortunato che sei, che sei cresciuto vicino al mare. Io rivedo il me stesso bambino con il naso spellato dal sole d’agosto e con la pelle salata, che se c’avevo voglia di sale bastava tirare su la lingua e leccarmi da solo, mi rivedo a passare le giornate sul mare fino al tramonto e penso: certo, sono fortunato.

La gente però non pensa una cosa: dove c’è il mare finisce la terra. Dove c’è il mare poi dopo non c’è più nessuno. Non c’è comunicazione. Non c’è un posto "altro" dove andare e col quale dialogare. Non c’è. Solo acqua. Puoi andare verso la terra, se vuoi "altro". Ma dalle mie parti il mare è tutto attorno, siamo una penisola, e non si va da nessuna parte, che come ti muovi cadi in mare.

Plof.

Il mare è dove finisce qualcosa. Io non so cosa voglio dire con questo, ma chi vive qui crede davvero che il mondo finisca dove finisce il mare. Il mondo lo si vede dalla tivvù, perché è troppo lontano per andarlo a vedere di persona. Il mare sta tutto attorno e ti fotte.  

stranammore

Siamo un Paese mica facile da capire, pensavo l’altro giorno mentre passeggiavo in cucina con la tivvù accesa.

C’è questo programma alla tivvù nel quale, se il tuo Tipo / la tua Tipa ti ha mandato affanculo, se ad un certo punto il tuo amore ha deciso che non ti vuole più vedere, allora arrivano loro e sistemano tutto il casino.

La procedura è  più o meno questa:

posizionano una telecamera davanti allo straziato di turno, pallido e tremante per la fine della sua storia d’ammore ( quando si parla di amore in Tv per me non è più amore ma Ammore da pronunciarsi con la O aperta)  e lo straziato in questione, da’ sfogo al suo dolore pronunciando frasi sconnesse con le lacrime che scendono dagli occhi. Lo straziato inizia a dire: amorino, piccolino, torna da me ti prego, non posso stare senza di te, la mia vita senza di te – e tira su col naso- non ha più senso, ti amo,  anche tu mi ami, ricominciamo– e tira su col naso- vedrai che se torni potremo di nuovo essere felici insieme.

Poi succede che la troupe spegne le telecamere e probabilmente inizia a picchiare pesantemente con bastoni e catene il disgraziato, ridotto ormai ad una larva piangente, vagamente rassomigliante ad un essere umano.

Quindi prendono questo filmato e vanno a cercare l’Altro, quello che ha lasciato la Larva, quello che non ne vuole più sapere. Piombano in casa o all’ufficio dove l’Altro sta comodamente facendo i cazzi suoi, e lo prelevano di forza. Arrivano con i loro microfoni, le telecamere e le luci. Rapiscono l’individuo che fa finta di non capire cosa stia succedendo. Da questo momento in poi ha inizio l’umiliazione più grossa: la persona viene trascinata per strada dove intanto si è radunata una folla enorme che si accalca per vedere meglio, per capire cosa cavolo sta succedendo. Ragazzini eccitati ma anche signore di una certa età che scattano foto col cellulare e che urlano. Il deportato viene caricato di peso su di un camper decorato con dubbio gusto, e viene posizionato di fronte ad un monitor. Sul monitor vengono fatte andare le immagini della Larva che piagnucola e che tira su col naso. Amorino, piccolino, trottolino e bla bla bla. Il pubblico rivede la Larva per la seconda volta, perché evidentemente una volta non era sufficiente. Il deportato ha un microfono piazzato davanti alla bocca, così che se per caso gli viene da sussurrare, o da dire “ ma che figura di merda” non lo può dire, o se lo dice, tutto viene registrato. Poi gli viene chiesto: cosa ne pensi? Lo perdoni? Lo ami? Tornate insieme?

A questo punto una persona normale dovrebbe vomitare sul microfono e sul monitor. Una persona normale scapperebbe via bestemmiando e facendosi largo a pugni tra le signore che scattano foto col cellulare. Una persona normale andrebbe dalla Larva e gli direbbe: se pure prima c’era una piccola possibilità di sistemare le cose, anche piccolissima,  adesso puoi stare sicuro/a che non c’è più storia, che è tutto finito. La Larva si renderebbe conto- se fosse una persona normale- che magari un giorno la disperazione per la storia appena finita passerà, ma quello che non passerà sarà la figura di merda registrata e mandata in onda davanti a milioni di telespettatori.

Questo, se stessimo parlando di persone normali.

Ma non stiamo parlando di persone normali. Queste sono persone che se c’è di mezzo la tivvù, allora tutto va bene. Che se vedono una telecamera si sciolgono e dicono sempre di si, sempre di si. Che se il presentatore abbronzantissimo chiedesse: signora, vuole infilarsi questa bottiglia di Coca Cola su per il culo cantando Una Rotonda Sul Mare, quelle direbbero di si, basta che si vada in prima serata.

E allora la storia finisce con la Larva che viene portata nello studio televisivo, dove quello lì è capace di rimettersi a piangere, davanti al presentatore che si intenerisce e cambia registro di voce come un prete nel confessionale. Nello studio televisivo poi tutti si chiedono : ma quell’Altro arriva o non arriva? Segue momento di suspence in cui io penso: ma figurati se viene, quello sarà a casa a bruciare tutte le foto dell’ex, a fare psicoterapia per dimenticare ogni cosa della Larva. E invece poi arriva, si baciano, si abbracciano, piangono e piangono. La telecamera fa uno zoom sul trucco di lei che cala sul vestito stropicciato dall’abbraccio, il pubblico applaude e parte un pezzo dei Beatles che io per colpa di questo programma della tivvù, non posso più ascoltare. Che quando ero bambino credevo fosse stato composto apposta per il programma. Adesso, quando dalla raccolta dei Beatles che va a random nello stereo, parte questo pezzo dalle casse, io corro nel bagno perché avverto pericolosi conati di vomito.

Guardo il cesso e non vomito. Intanto lo stereo non ho fatto in tempo a spegnerlo, e continua ad urlare dalla mia stanza: Tutto Quello di cui ho bisogno è Ammore.

In quel momento, tutto quello di cui ho bisogno, è un Plasil.

Vita da Bloggherre

Quei bravi ragazzi di VitadaBlogger, col beneplacito del Dottor Splinder, hanno deciso finalmente di pubblicare il mio post.Glielo avevo spedito tanto e tanto tempo fa, quando ancora Berlusconi era al governo e Provenzano un latitante imprendibile.

Loro, quei bravi ragazzi, hanno prima pubblicato i posts delle blogstarsss. Poi dopo hanno pubblicato i posts delle mezze blogstarsss. Poi quelli delle blogstarss presunte tali.Rimasti senza molto altro da pubblicare, erano indecisi se trascrivere sul loro sito gli ingredienti dei Tarallucci del Mulino Bianco copiati pari pari dalla confezione, se chiudere baracca e andare a casa, o se pubblicare il post di Rafeli (spedito tanto e tanto tempo fa).

Il Dottor Splinder, ubriaco perso, ha iniziato inspiegabilmente ad urlare: Rafeli, Rafeliii!!! Gli assistenti dell’esimio Dottore si sono guardati tra loro preoccupati, e nonostante le perplessità, nonostante il pacco di Tarallucci già pronto davanti al monitor del Pc, hanno deciso che comunque è lui, il Dottore, che comanda l’azienda.

E dunque, pippatevi il post da VitadaBloggher

 

il rumore dei chicchi di mais e di tutto il resto

Ci sono cose che accadono come i pop corn.

Quando i chicchi di mais sono nella pentola sul fuoco, all’inizio non si sente niente. Poi mentre stai pensando : ma non succede niente? ecco che si sente Pam! e poi subito dopo ParaPam! e poi magari qualche secondo di silenzio Parpapapapaprpapam! Il primo che scoppia chiama tutti gli altri, e dopo il primo scoppiano a grappoli, scoppiano uno sull’altro e contemporaneamente, così che non si capisce più niente.

Prarpapapapapam!

E ci sono ,dicevo, delle cose che succedono allo stesso modo dei pop corn che scoppiano nella pentola. Che poi sarebbe come dire che succedono come i birilli che cadono al bowling, che se prendi quello davanti si urtano uno con l’altro e cadono tutti.

Tipo le feste di laurea.

Che alla prima che ti invitano dici: vabbè. Poi dopo ne esce un’altra. E poi un’altra ancora. E poi ti distrai un attimo e ti arrivano altri tre inviti. Poi si laureano tutti come fosse un’infezione altamente trasmissibile. Che se devi dare gli auguri al laureato barra laureata di turno, fai attenzione a non avvicinarti troppo per non rischiare di rimanere infetto pure tu, di questa malattia gravissima della laurea che ti trasforma da studente spensierato a disoccupato sfigato.

Tipo i capelli bianchi.

Uno si sveglia la mattina e si vede il capello bianco e si fa la risata. Ah ah ah, ma guarda che strano, che c’ho il capello bianco. Poi invece ne spuntano altri e poi altri. Non se ne accorgono nemmeno e dopo qualche mese si svegliano la mattina e sono diventati dei George Clooney con la panza. E magari sono pure laureati.

Tipo i matrimoni degli amici.

Ma di questo cosa dire? Per adesso non ci sono in mezzo, a questa storia degli amici che si sposano. Per adesso. Ma già li vedo i miei amici del paesello, fidanzati da dieci anni, che stanno a guardarsi e a vedere chi c’ha il coraggio di  sposarsi per primo. E il primo che lo fa tira tutti gli altri nella  mischia, e cadono tutti nell’imbuto, e non ci escono più.

Tipo quando ti innamori e non vorresti.

E allora ti dici: macchè, non mi sono innamorato. Figurati se mi sono innamorato IO che non mi innamoro mai. Non è possibile, non è vero. Fidati, io mi conosco, io queste cose non le faccio. E poi sei lì che li vedi belli chiari, i sintomi del tuo innamoramento che non vorresti. La prima ansia che ti fa preoccupare. La prima volta che guardi il telefono per vedere se per caso ha chiamato. Questo è il primo pop corn che fa PUM! e tu vorresti non avere sentito e allora fai finta di nulla.

Poi dopo ti arriva un messaggio sul telefono, e quando capisci che non è di lei, il messaggio neanche lo leggi, e butti il telefono su letto. E questo è il secondo PUM! che fa ancora più rumore.

A quel punto è meglio arrendersi e sedersi calmi ad ascoltare tutto il resto. Tutto il resto, ovviamente, suona più o meno così:

Paprapapapam! Pum!

Papaparam!

Pum! 

 

non va mica bene, no.

Vuoi uscire andiamo in quel posto lì? Non voglio uscire non voglio andare in quel posto lì.

Noi prendiamo la macchina si va in quel locale che fanno bella musica e c’è gente mica male, cheffai vieni pure te? Andate andate pure che io intanto mi scavo una bara tra i cuscini del letto. E cerco di morirci, tra i cuscini.

Che poi succede che non faccio un cazzo, ma a letto non ci vado, che il sonno non si presenta mai puntuale. E allora considero con perizia il diametro reale dei miei pollici, mi gratto il naso prima in un senso e poi nell’altro. Prima dal basso verso l’alto e poi dall’alto verso il basso. E nel mezzo tra i due sensi di marcia, faccio una lunga pausa camminando scalzo per le stanze di questa casa. Mi guardo nello specchio e provo ad aggrottare la fronte una due e tre volte, e poi resto immobile qualche secondo con la fronte aggrottata, con tutti i muscoli della faccia contratti per bene, e mi metto a contare le pieghe della mia epidermide sulla fronte. Probabilmente dalle pieghe della fronte aggrottata si può risalire con esattezza all’età di un essere umano. Proprio come le cerchiature concentriche che si trovano nei tronchi degli alberi. Probabilmente ci si riesce, a risalire all’età delle persone con questo metodo, ma adesso che ci penso probabilmente non ci si riesce affatto.

E allora di fronte allo specchio posso pure disaggrottare la mia fronte.

Perché ieri una bambina forse dodicenne, che camminava sul marciapiede nel senso opposto al mio, mi arriva davanti e battendo le mani ha urlato: Non ci posso credere, Mel Gibson!

Ora, essendo io molto ma molto lontano dall’assomigliare al tipo in questione, ed essendo io appena venticinquenne, ho pensato due cosette che nell’ordine si potrebbero sintetizzare in:

Cosetta numero Uno: Studiare così tante ore al giorno non mi fa mica bene, mi invecchia clamorosamente e mi rovina la salute. Si dice: finchè c’è la salute. Ma quando manca la salute e c’hai pure un esame tra le palle, non va per niente bene.

Cosetta numero Due: Le bambine ubriache alle tre del pomeriggio sono la nuova piaga della società di oggi. Ancora non ne parlano in tivvù, ma state sicuri che prima o poi la notizia arriva.

Cosetta numero Tre: Lo so avevo detto due cosette ma mi è venuta in mente pure quest’altra Cosetta. Osservando gli amichetti della dodicenne ubriaca, con i capelli tinti di un biondo eterogeneo, con le collane dorate col crocifisso appeso, coi pantaloni bracaloni con le catene al culo, e con gli orecchini sul sopracciglio che pure il sopracciglio era tinto di un biondo zebrato, ho capito che i Gemelli Diversi in Italia sono famosi da abbastanza tempo e mo basta, che gli effetti irreparabili sulle nuove generazioni si iniziano a vedere clamorosamente.

Cosetta numero Quattro: non è vero, è uno scherzo, non c’è nessuna Cosetta numero quattro

la puzza della libertà

Se metto su l’acqua per la pasta, e non ricordo se il sale nell’acqua c’è oppure no, posso chiedere tranquillamente a Berlusconi, che è sempre qui con me in cucina.

Berlusco’, l’ho messo il sale nella pasta oppure no?

Berlusconi non mi risponde ma dallo schermo della televisione continua a dire: cento miliardi, tre virgola otto per cento, le tasse, i ricchioni che si vogliono sposare, le infrastrutture, l’Europa ci rispetta, il lavoro Nero, il lavoro Precario, il lavoro cresce, non si può andare avanti così, è inaccettabile in un Paese Civile, le Tasse crescono, le Tasse le abbassiamo noi.

Berlusco’ , butto la pasta oppure no? Il sale l’ho messo? Tu eri qui prima, tu sei sempre qui. Ricordi se l’ho messo sto benedetto sale? Berlusco’, rispondi.

Qui a casa mia eravamo in tre. Io più altri due personaggi. Adesso uno dei due è andato via. Ci siamo fatti sette anni insieme nella stessa casa noi tre, ed ora il più grande di noi ha fatto le valigie e va a convivere con la donna.

Va a con–vi–ve–re. 

Quando ha chiuso la porta con la valigia in mano, gli abbiamo gridato dietro “ Dead Man Walkiiing”!!

Vai, vai, scappa nel tuo nido di amore, vai a ConViVeRe. Poi domani mattina ti sveglierai e nel buio della stanza ti chiederai: dove sono? Questa non è casa mia. Dove sono? E io in quel momento vorrei essere lì, e sbucare da sotto il letto e urlare: ma certo che è casa tua questa! Questo è il tuo letto e quello è il tuo bagno. E nel bagno ci trovi il Tuo Spazzolino da denti. Il tuo e quello della tua convivente. E il dentifricio, che lo userete in comune. E se lo userai male, ti cadrà nel lavandino e lo sporcherai. Così quando Lei ( quella che ti dorme di fianco) vedrà il lavandino sporco saprà di certo che sei stato Tu a lasciarlo sporco di dentifricio. Senza ombra di dubbio. Perché siete in due, e lei lo saprà subito. Mica potrai dire: non sono stato io. Almeno quando eravamo in tre, c’era sempre un margine di incertezza, non si sapeva bene chi è che le faceva le cazzate, chi è che lasciava la pentola sporca incrostata per tre giorni in cucina.

E noi a casa, saremo ancora liberi di lanciare scoregge in La minore saltellando nel corridoio.

Faremo fermentare le montagne di spazzatura sul balcone sotto al sole di luglio.

Accumuleremo rotoli di carta igienica esauriti uno su l’altro a formare castelli vicino al bidè.

Leggeremo il futuro nelle macchie incrostate di grasso sui fornelli della cucina.

Intavoleremo dibattiti sulle minime differenze di gusto esistenti tra una Moretti e una Peroni.

Riusciremo a bere Moretti e Peroni fino a riempire il tavolo di bottiglie, e celebreremo l’evento cantando l’Inno alla Gioia mediante la sola emissione di rutti.

Ne berremo così tante che ci chiederemo: cos’è questa puzza che viene dal balcone? Non ne ho idea, ci diremo.

Barcolleremo saturi di Peroni fino al bagno e per la mancanza di equilibrio tireremo una pedata al castello di rotoli di carta igienica che si sgretolerà sul pavimento del suddetto bagno.

Il pavimento del suddetto bagno, meglio non parlarne.

Il giorno dopo ci chiederemo: chi è stato a buttare giù il castello?

Ma la verità è che mi dispiace e basta. E che sono pure –sinceramente- felice per lui e per lei, che ci conosciamo tutti da così tanti anni. E se vedo lui che se ne va a fare una di quelle famose coppie di fatto di cui parlano alla tivvù, mi viene da pensare che se non sto attento, potrebbe accadere anche a me, tra qualche anno, tutto questo. E se ci penso troppo poi non ci dormo la notte. Succede allora che sogno Berlusconi ( e non so perché proprio lui) che mi urla dalla tromba delle scale “Dead Man Walkiiing!” mentre io trascino con me una valigia trolley con le rotelle rotte che strisciano e fanno un rumore atroce sul pavimento. Sento che se mi distraggo un attimo, tutto questo può succedere.

E allora corro sul balcone e guardo con affetto le mie buste di spazzatura che fermentano.

E inspiro la puzza di libertà, a pieni polmoni.

 

il tempo delle mele immature

Avevo tre anni virgola qualcosa, e chissà come uscì fuori la storia che avevo la fidanzatina.

All’asilo, si vociferava che avevo questa fidanzatina. Io dicevo: ma quale fidanzatina, ma fatemi il piacere. Le maestre si davano di gomito, e si dicevano: madonna quant’è carino, con la fidanzatina. Che dolce che è, il bimbo. Io alzavo la mano e la agitavo e affermavo serio: ma quale fidanzatina, ma fatemi il piacere , ma statevi zitte.

Ma cosa ne sapete voi, ci dicevo alle maestre.

Com’è nata questa storia, io non lo ricordo. Quello che so è che c’era sta bambina, con la quale io ci passavo più tempo che con gli altri. Come si chiamava non lo so, non lo ricordo. Io e la bambina dal nome che non mi ricordo, parlavamo poco. Non parlavamo per niente, anzi. Si stava tutto il tempo a guardare fuori dalla finestra. Io e lei, uno affianco all’altro, col naso attaccato al vetro. Eravamo così piccoli che a malapena ci arrivavamo col naso, alla finestra. Poteva succedere che col ditino indicassimo qualcosa al di la’ del vetro. Premevamo il ditino sul vetro, e sul vetro ci rimaneva lo sporco. E allora disegnavamo strane traiettorie, col ditino unto. Cerchi e crocette di unto sul vetro della finestra. Poi dopo un po’di crocette e e cerchietti, arrivava la maestra che un po’ si incazzava e un po’ si inteneriva e diceva: ma che carini, che siete. Io mi innervosivo e alzavo il ditino unto ( perché lo avevo sempre unto? Lo infilavo nelle orecchie, forse? Boh.) e sbuffavo alla maestra: ma carini cosa? Ma cosa dici? Ma cosa ne sai?

Ma cosa vai dicendo, ci dicevo alla maestra che si scioglieva di tenerezza.

Poi mi hanno convinto. Mi son detto, se c’ho la fidanzatina, mi toccherà farle un regalo. Sentivo che era una sorta di obbligo ( ah, la saggezza dei bambini!) e che dovevo farlo sennò chissà, magari le maestre avrebbero sussurrato: ma guardatelo quant’è egoista, che non fa il regalo alla sua fidanzatina. A quel punto non avrei potuto alzare il ditino unto per protestare, perché c’avrebbero avuto ragione e basta.

Le regalai la cosa più bella che avevo visto in vita mia, nella mia breve esistenza di tre anni virgola qualcosa: un pulcino caduto dal nido.

Morto, da almeno due giorni.

Può sembrare macabro come regalo, ma per me era una cosa dal valore inestimabile. Lo volevo per me, ma decisi che dovevo darlo a lei. Puzzava, e lo tenevo per la zampetta. Avevo un cadavere che mi penzolava dalle mani e lo portavo in giro per il giardino dell’asilo. Le bambine a forma di bomboniera stronza mi guardavano con disprezzo. Dovevo darlo a lei, ma poi arrivò mia madre. Dovevo andare a casa, era tardi. Dissi alla maestra: tienilo tu, e poi domani me lo dai. Si si certo, mi rispose lei.

Si si certo, e lo buttò nella spazzatura.

Il giorno dopo reclamai il mio cadavere fetente-anello di fidanzamento. La maestra mi mise il cow boy snodabile davanti e mi disse: hai visto che bello il cow boy che gli puoi fare muovere le braccia come vuoi? Quando seppi che lo aveva buttato, mi incazzai della mia prima incazzatura nera della mia vita. Ero nero. Bassissimo e nero. Dissi che non era giusto, che era un regalo, che mi avevano detto che l’avrebbero tenuto. Alzai il mio ditino, ma non mi diedero ascolto. Ero un nano alto cinque banane. Ed avevo la credibilità di una banana e mezza.

Ma quello che mi rimase fu una lezione di vita: le donne alle volte non hanno il minimo senso del romanticismo. Oppure se ce l’hanno, vale quanto una mezza banana.

Siccome sono un ruffiano del cazzo, aggiungo anche: non tutte.

In data di ieri è stato ritrovato, dietro il divano di casa mia a Bologna, tra il muro e il divano, un pacco di Ringo Boys scaduti nel 2004. Siccome non volevamo ammettere di non aver pulito negli ultimi due anni quel punto del pavimento tra il muro e il divano, ci siamo detti che si, senza ombra di dubbio, il pacco di Ringo è stato fagocitato dal vorace divano e tenuto con se’ per qualche anno, finchè poi lo stesso divano non avrebbe deciso di vomitarlo sul pavimento. Ci siamo detti Si Certo, è proprio così, non c’è altra soluzione. Anzi, vi dico pure: state attenti ai vostri divani, educateli col pugno di ferro, che non si sa mai, un giorno potrebbero fagocitare il vostro gatto, o voi stessi. State attenti.

Sono un detentore di blogghe attualmente privo di connessione internet. Sto facendo la spola tra gli internet point pakistani. In quello dove siedo questa mattina c’è un cartello: "Non vedere Cose Pornografiche".

cazzo vuoi, primavera.

Vattene via primavera, e torna da dove sei venuta.

Vattene via primavera, che altrimenti poi non mi va di fare un cazzo, e se poi mi va di fare qualcosa allora mi va di fare poco. Mi va di fare tra il poco e il niente. Tra poco e il cazzo.

Vattene via primavera che se no poi non so decidere se mettermi le scarpe o infilarmi gli infradito. Che poi di solito decido di mettermi gli infradito il primo giorno di primavera che piove e fa freddo, e torno a casa bestemmiando e starnutendo. Ma soprattutto bestemmiando.

Vattene via primavera che poi il giorno dopo che uso gli infradito, c’ho un dolore terribile tra il pollicione del piede e il dito che gli sta di fianco ( che a sarà il medione ? ) e poi bestemmio, zoppico e starnutisco. Ma soprattutto bestemmio.

Vattene via primavera, che mi fai scrivere stronzate del tipo “pollicione” e mi fai dimenticare che si chiama Alluce, quel dito lì.

Vattene via primavera, che poi arrivano i pollini dagli alberi e a me girano i coglioni. A me che non è mai venuta una allergia che sia una. Mai avuta un’allergia. Che quando arrivano i pollini devo sentirmi tutti i “mamma mia che allergia che ho” degli allergici che si lamentano. Che poi mi chiedono: e tu non c’hai allergia? No? Ma che fortunato chessei ( e tirano su col naso). Io ci mostro il piede infiammato e dico: si vabbè, però guarda qui che Allucione infiammato che ho.

Vattene via primavera che poi le signorine si scoprono. E poi loro mi scoprono. Che le guardo.

Vattene via primavera, che poi esce il sole e io devo cacare gli esami all’università e non posso andare a prendere il sole ai giardini, e neanche al mare. E giro pallido tra i pallidi delle biblioteche tutte di Bologna. Divento amico fidato dei bibliotecari, quelli che rimangono pallidi pure ad agosto.

Vattene via primavera, che ancora non ho capito di quale colore bisogna vestirsi per non far vedere che sei pallido. Per far risaltare l’abbronzatura, si sa,  devi vestirti di bianco, però se sei pallido e ti vesti di nero non funziona. Il risultato finale è che sembri un fan di Marilyn Manson. Che starnutisce.

Vattene via primavera che potevi aspettare qualche settimana prima di arrivare che c’avevo da studiare duro e tu mi piombi così all’improvviso. Che fretta c’era. Maledetta primavera. Vattene via.

un paese di poeti, santi e navigatori.

 E di truzzi.

Un paese di artisti, cantanti e stilisti.

E di truzzi.

Un paese con il mare, le colline, le cattedrali, e la Torre che pende da un lato.

E i tamarri.

Ci sono io che entro in un Autogrill dalle parti di Verona. La fame consumava dal di dentro sia me che le mie compagne di viaggio. Al bancone i soliti panini di quattro centimetri per quattro al simpatico prezzo di tre euro e dieci. Uno si consola e pensa: e vabbe’, è comunque meno di un euro al centimetro quadrato. Le bariste sghignazzano. Io scelgo il panino alla cotoletta, perché sono sicuro di non digerirlo, e fa sempre bene avere qualcosa che mi rimane sulla panza, in questi casi.

Poi entra Gallo Cedrone, quello del film di Carlo Verdone. Chiaro, non era proprio lui, ma era come se fosse lui. Indossava un vestito gessato sicuramente già utilizzato per un film sulla mafia in qualche produzione dal budget striminzito. La basetta aerodinamica. La pelle bruciata dalle lampade. La collana d’oro attorno al collo taurino. Era un luogo comune con due gambe e due braccia. Volevo avvicinarlo e chiedergli: ehi, ma lo sai che hanno fatto un film su di te? No, perché se lo sai, come fai ad andare in giro ancora conciato così?

Come si chiamano quei princìpi che sei costretto ad assumere come verità inconfutabili? Si chiamano assiomi, mi pare. Ecco, l’assioma del giovane maschio italiano è questo:

"Dato un maschio italiano sotto i trent’anni, qualora il suddetto giovane maschio sia in possesso di una testa, allora su questa testa sarà certamente presente qualcosa".

E nell’ordine, questo qualcosa può essere:

– Gel per capelli: ma solo in quantità industriale.

– Cappellino hip hop deviato di quarantacinque gradi rispetto all’asse del corpo.

– Occhiali da sole.

Gli occhiali da sole. Il giovane maschio italiano utilizza questo accessorio in tutti i modi possibili, ma non lo vedrete mai con un paio di occhiali sulla faccia in modo che le lenti si trovino realmente davanti agli occhi. Tutte le posizioni sono consentite, ma guai a mettere le lenti davanti agli occhi. Nell’ordine è possibile posizionare il paio di occhiali.

– Stile microfono: ovvero infilate con un’asticina nella camicia appena sotto il collo.

– Stile fermacapelli: poggiate sul cranio. Questa è tutt’ora la posizione più in voga.

– Stile acrobata: un asticina è dietro un padiglione auricolare, il resto pende sotto il mento. Gli occhiali sembrano stare per precipitare al suolo. Ma non cadono. Ci vuole esercizio.

– Stile inspiegabile: ovvero con le lenti sulla fronte.

Adesso mi si verrà a dire: vabbè Rafeli, non fare lo spiritoso. Io dico: ma quale spiritoso. Le strade pullulano di giovani maschi con le occhiali sulla crapa. E non quando c’è il sole su nel cielo. Alle dieci di sera. Di notte, li incontri. Sono preso da un impulso incontrollabile di inseguire tutti questi portatori di occhiali di sbieco, e riposizionare l’oggetto nel suo posto naturale, sopra il naso. Mi viene da piangere, a vederle poggiate sulla fronte. Hanno lo stesso significato estetico del cerotto sulla guancia del rapper Nelly. Nei prossimi anni, si prevede, si utilizzeranno le cravatte attorcigliate attorno ad un dito, o i calzini infilati nel naso. O in bocca. Ecco, si, i calzini Dolce e Gabbana appallottolati in bocca saranno il trend dell’estate 2013. Preparatevi.

Scrivo di questo perché oggi non mi è successo un cazzo.

Ho visto Bologna. Ci siamo detti: come stai. Ho fatto un esame.Ho visto un po’ di gente. Ci siamo detti : come stai. Sono andato alla Coop, e alla cassa ho incrociato Cristina D’Avena che comprava le mozzarelle.

Non era arrabbiata con me.

La Deutche Vita che poi mi finisce così.

La nostalgia delle cose mi fotte.

Sempre.

C’è poco da fare.

Io sono uno che è capace di provare nostalgia di tutto. Ma tutto tutto. Io sono uno che mentre siede sul cesso, se vede il rotolo di carta igienica che si assottiglia allora ci parla, col rotolo.

Ehi, rotolo, ci dobbiamo salutare. Da quel che vedo stai per morire. Già mi manchi, lo sai? Dopo di te ne arriverà un altro, ma non sarà più la stessa cosa.

E così adesso c’ho già nostalgia di sta città, e di questa casa. E vorrei abbracciare questi muri, ma i muri non si possono abbracciare. Abbraccio una sedia, come un gesto simbolico. Abbraccio la porta. Mi abbraccio da solo, per darmi forza.

Siccome sono un nostalgico, ho spulciato tra i vecchi file del Pc, e ci ho trovato delle righe che ho scritto nei primi giorni di soggiorno a Monaco. Adesso le infilo qui. Questo è puro Rafeli vintage, e per l’occasione cambio anche il font. Direi che un Times New Roman faccia abbastanza vintage. O no?

 No Title. 

“…ho guidato dall’Italia attraverso l’Austria fino a qui. Ho varcato il confine in Trentino e appena giunto in Austria sono stato colto da un mutismo inspiegabile. Tutto quel poco di tedesco che avevo studiato se ne è andato via dalla mia testa . Puuf! Sparito. 

La cassiera del casello mi dice 19 euri e io capisco 9. La cassiera mi dice Danke schon e io NON rispondo Bitte schon.

Mi limito a balbettare: grazie.

Ciao, mi risponde.

Più avanti parlo col benzinaio e riesco a comunicare solo in inglese. In effetti riuscirei anche a dire ciò che voglio in tedesco maccheneso, mi vergogno. Mah.

Quasi un muto idiota.

Senza il quasi.

Però poi varco il confine austriaco e sono in Deutschland. Mi fermo ad una stazione di servizio dove mi rendo conto che sta iniziando la mia trasformazione: dovrei dire Danke, mi viene da dire Thank you, e nel ribollire del cervello alla fine mi esce fuori un “dankiu” che neanche Aldo Biscardi avrebbe concepito.

Cioè , non so se mi spiego.

Per il resto la casa non si trova. Ne avrei trovata anche una, ma c’è una piccola postilla che mi inquieta. Per poterci entrare dovrei cambiare sesso, in quanto da ragazzo  non vado bene al padrone di casa. Femmine, le vuole.

Maschi nein.

Nein. 

Mah.

Tutto  sto casino della stanza che non si trova mi deprime. Ma giusto un attimo. Mentre sono seduto al McDonald con il mio McQualcosa in mano, circondato da biondi tedeschi sorridenti -che dopo andranno a casa loro in una stanza tutta loro- io con la fanta nel bicchiere di carta come sempre con un eccesso di cubetti di ghiaccio, io che si vede benissimo che questa mattina mi sono svegliato alle sei, in quel preciso istante mi sento un po’ un Toto Cutugno incompreso, ancora più sfigato perché non c’ho manco la chitarra in mano, ancora più cretino perché se pure mi mettessi a cantare, non potrei, che sono troppo stonato. Che almeno Toto Cutugno quando canta seppure che ha la faccia che ha, almeno è intonato. E se dice Buongiorno Dio Lo Sai Che Ci Sono Anch’Io almeno è credibile.

A me Dio direbbe:  Ma Vattene Va’, cretino.

Continuerei a scrivere, ma non posso mica fare tardi, sono le nove e diciassette. E’ tardissimo. Es ist zu spat. Spat andrebbe scritto con la dieresi, ma non so come cazzo si mette.

Ed è scattata pure l’ora legale.

Un ora in meno di Erasmus.

Sgrunt.

congedi di un certo tipo

– Che bel culo che c’hai-

– Be’, grazie. – mi dice, mentre si stropiccia gli occhi assonnati.

– Quanti anni c’hai, che adesso l’ho dimenticato? –

– Ventitre ne ho, quante volte te lo devo dire?-

– Ah, già –

– E con questo? –

– Niente, pensavo che il tuo culetto sembra avere circa diciassette anni, non di più –

Poi se ricordo bene, mi sono addormentato così, completamente nudo sul pavimento, con le mie membra offerte all’aria della mia stanza. E’ durato solo cinque minuti ma sono bastati per farmi svegliare la mattina dopo con la febbre, che mi accompagna ancora adesso. Lei non ha dormito qui, per fortuna. Ho anche bluffato, chiedendole:

– Vuoi rimanere a dormire qui? –

[Dio per favore, fa che dica di no, fa che dica di no]

– No non posso, mi dispiace. Domani devo lavorare tutto il giorno. Devo svegliarmi presto. –

Non ho insistito, forse c’è rimasta male.

Poi se ricordo bene, ho cercato di riaddormentarmi, ma non ci sono riuscito. Lei era lì che voleva parlare con me, perché sapeva che quella era l’ultima volta che mi vedeva, dato che tra qualche giorno torno in Italia.

Io, che se voglio so essere davvero romantico, non mi andava l’altro giorno di essere romantico per niente. E allora, in mancanza di argomenti immediati, ho ricominciato a parlarle del suo culo.

– Bello il culo che c’hai. Diciassette anni, non di più.-

– Mmppfff… – ovvero un sospiro di finta irritazione.

– E queste mutandine? Non le avevo notate, queste mutandine. Sono belle, me le regali?-

– Non posso. –

– Perché? –

– Me le hanno regalate.-

– E allora? Sarebbe un regalo speciale per una persona speciale, no? –

A questo punto credo di aver prodotto un sorriso, che se lo dovessi classificare in una categoria di sorrisi, lo infilerei senza dubbio nel settore “ Sorrisi del Cazzo”. Posso giustificarmi dicendo che avevo bevuto un po’. Circa tre Rum e Cola. Il Rum lo aveva portato Lei per ringraziarmi dell’ospitalità. Io continuavo a ripetere: Un Cuba Libre? E lei: no no, grazie. Io poi il Cuba Libre lo facevo lo stesso, per me e per lei,e finivo per berli tutti e due.

– Allora me le regali? –

– Ti ho detto che non posso.-

– Dai, sono così belle, sono così…come dire, sono così rosse.-

– Be’ se è per questo, poi ne ho un altro paio rosse, quelle te le posso dare.-

– E quando, scusa?-

– Te le spedisco per posta.-

Ecco, ho pensato, questa si chiama mancanza di poesia.

Cazzo significa che me le spedisci? Cazzo significa? Non siete capaci di carpire la magia del momento, voi germaniche pulzelle. Ma cosa ve lo spiego a fare. Perle ai porci, sarebbero. Le Perle ai crucchi porci, io non le butto.

Sta di fatto che parto e torno a Bologna, e questo succede domenica.

La Mamma Italia mi rivuole con sé. Io vorrei rimanere qui, dove la birra nei locali mi costa  al massimo due euri e novanta.

Ci sarebbero tante cose da dire, su questi sei mesi a Monaco. Quando pensavo: ma sei mesi non passano mica subito, ce n’è di tempo. E ora il tempo è finito e c’ho il groppo in gola, e di tutte le cose che potrei dire non dico niente. Non adesso.

Dico solo che c’ho il groppo in gola grosso come un pompelmo e credo con questo di dire abbastanza.

 

ma come fan presto, amore, ad appassire le rose

Io e Lei abbiamo mischiato il nostro sudore per tre anni.

Ci siamo attorcigliati e abbiamo detto alle nostre epidermidi: fate, fate pure.

Fate, per tre anni.

Poi un giorno è finita, e il cielo è diventato viola. C’è stato un momento che non si poteva più tornare indietro. Sono stato seduto lì al tavolo col mio dolore, io e lui seduti uno di fronte all’altro, e ci siamo conosciuti meglio. Io e il mio dolore. Fuori dalla finestra il cielo è rimasto viola per lunghi mesi. Certe volte capisci bene come un mese sia fatto soprattutto di lunghe notti.

Siamo stati insieme tre anni, mica tre giorni, io e Lei. Poi invece niente più. Dopo, quando si è consumato il dolore, si è formata una grossa cicatrice, e lo sai come sono di solito le cicatrici, sono una cosa che non fa più male, eppure non le puoi nascondere. La cicatrice rimane lì. Lo vedi benissimo che sta ancora lì.

Io e Lei adesso non siamo più niente. Anzi, siamo amici, che poi per queste cose è come dire che siamo niente. E va bene così.

Lei è stata qui da me, qualche giorno fa, perché aveva bisogno di un letto dove dormire in attesa di prendere un aereo. Le ho detto: si vieni, certo che te lo do un posto dove dormire, ci mancherebbe altro.

Le cose finiscono.

Questa cosa, poi, è finita da anni.

Io la osservo mentre mangiucchia nel piatto come ha sempre fatto, con la forchetta che disegna strani percorsi. Un po’ mangiucchia e un po’ disegna, seduta di sbieco con lo sguardo obliquo. La osservo e capisco davvero che non c’è più niente, che siamo niente. Mi passa accanto e mi sfiora nel corridoio e allora penso: ma è davvero lei quella con cui ho mischiato il mio sudore per tre anni? Cosa è rimasto? E’ rimasto niente.

E’ rimasto niente, ma io sono un anatroccolo.

Gli anatroccoli, quando escono dall’uovo, subiscono l’imprinting. E cioè nascono, e la prima cosa che vedono, quando hanno ancora le piume gialline bagnate, quella cosa che vedono iniziano a seguirla. Potrebbe essere anche un carro armato o una palla da basket, loro la seguono e quell’immagine resta registrata nella loro testolina bagnata e giallina di anatroccoli. Si forma, anche in quel caso, una cicatrice. Nella testolina.

Ed io che un po’ sono un anatroccolo ho le mie cicatrici che non fanno male ma che sono lì e non le posso nascondere. Così quando vedo Lei, succede che se mi distraggo, per qualche secondo il passato torna a bussare alla porta. Io dico : chi è? E dalla porta sento rispondere: il tuo passato, ecco chi sono, apri la porta. E allora mi incazzo con le sue labbra, perché sono ancora le stesse, e si muovono come si muovevano allora. Mi incazzo con la sua pelle, che non è cambiata neanche lei. E con il suo odore.

Il passato, quello si, fa un po’ più male. Ma solo un poco.

Ed ogni volta, quando vedo Lei, è come quando si accende un fiammifero, che per qualche secondo crea una fiamma intensa che fa ffffffffssssshhh, e fa molta luce e molto calore. Ma poi è solo un fiammifero e lo vedi che subito dopo è solo un pezzetto di legno bruciacchiato e nero. Niente di importante. Ogni volta vedo Lei e il mio fiammifero fa quella fiammella che poi si spegne. Meno male.

Il passato.

Mi vuoi bene? Certo che ti voglio bene, lo sai. Ma quanto me ne vuoi? Tanto così, ti voglio bene. Io invece di più. Ti voglio bene di più. No, non è vero. Sono io che ti voglio bene di più. E allora ogni volta, mentre si era ancora attorcigliati e il sudore si stava appena asciugando, ci si sussurrava nell’orecchio: di più. E non c’era bisogno di dire altro. Ehi  tu, dormi? No, non ancora. Ascolta: di più. Io anche, io anche: di più.

Qualche mese fa, ero ad una festa e una tipa era avvinghiata a me. Una di quelle situazioni che so come vanno a finire. E che di solito faccio finire sempre allo stesso modo. Quella sera, le dico, alla tipa: scusa, ascoltami, con te non posso fare niente. Mi guarda stranita: e perché? Allora le dico: il tuo profumo, il profumo che hai addosso. Non ti piace? No, no, mi piace, ma non posso. Era il profumo che metteva sempre Lei.

Perchè io, per quanto posso, i ricordi cerco di difenderli con i denti. E’ l’unica forma di fedeltà che mi riesce. All’anatroccolo come cazzo glielo spieghi che quella è solo una palla da basket che rotola. I ricordi, quelli si, io li difendo con le unghie.

Lo so, troppa melassa in queste righe. Per compensare scriverò per giorni solo di cazzi e fighe. Promesso.

Berlino. Cosa te ne parlo a fare.

Cosa te lo dico a fare, che sono stato a Berlino.

Cosa ti dico Cosa, com’è fatta Berlino. Questa è una città che arrivi lì, ti metti la mano sul mento, ti guardi in giro e dici: mah. Al massimo dopo ventiquattrore sei pure capace di partorire un : boh. Ma sempre con la mano sul mento.

Una città che stai sempre in giro a cercare il centro, e il centro non lo trovi mai. Poi magari ti trovi sperduto in uno stradone dove ci sei solo tu e un corvo appollaiato sul ramo, e allora cerchi di fermare il primo passante che ti capita a tiro, per chiedere: scusi ma dov’è il Zentrum? Il Centro, ti dicono, è questo dove sei adesso. Poi magari il passante ti chiede: hai mica qualche cent? Perché Berlino è una città povera, tra l’altro.

Ogni giorno dalla Porta di Brandeburgo parte un tour turistico cosiddetto Free, nel senso che se vuoi puoi dare qualche euro al povero cristo che si sgola per te, se invece non vuoi allora ti alzi il bavero e te ne vai poco prima che il tour finisca, con la tua coscienza che ti tira piccoli calci sugli stinchi.

La Guida Turistica ( userò l’iniziale maiuscola per nobilitarla, a causa dei piccoli calci sugli stinchi che continuo a ricevere) ci ha portato in giro. Poi si è fermata ed ha detto: Qui, dove vedete una linea per terra, una volta c’era il Muro. Ma Adesso Non C’è Più. Poi dice: adesso andiamo tutti insieme da quella parte che vi faccio vedere una cosa. Ecco, vedete questa strada? Qui una volta, dove vedete la linea per terra, ci passava il Muro, ma adesso non c’è più. Poi ci fa pascolare come un gregge ancora per un isolato, punta il dito verso un palazzo grigio, e declama: Vedete quel Palazzo? Ecco, lo vedete? Lì ci abitava il signor Tizio Von QualcheCosa, ovvero il vecchio progettista che ha progettato il Muro (progettato?) Ma adesso non ci abita più.

Ehi, Guida Turistica, mi stai a prendere per il culo?

Allora riprende: non abita più lì, il Signor Tizio Von QualcheCosa , ma adesso si è trasferito nel palazzo di fronte, che potete vedere lì. E la sapete una cosa? No, Cosa? Può capitare alle volte di vedere il Signor Vecchio Progettista uscire di casa e andare a fare la spesa nel Market qui vicino. ( La Guida Turistica inizia a mimare il Signor Tizio che avanza appesantito dalle buste piene della sua spesa) . Temo per un attimo che voglia farci rimanere appostati lì, ad aspettarlo. Non lo si aspetta, invece, e si va oltre.

Perché basta continuare a seguire la linea per terra, dove Prima C’era il Muro, Ma Adesso Non C’è Più, e finalmente un pezzetto di muro lo trovi. E allora via con le macchinette fotografiche digitali lo si tempesta di foto, per la paura che da un momento all’altro anche quel pezzetto di muro Non Ci Sia Più.

Poi cosa abbiamo fatto.

Come delle trottole, siamo stati in giro. Per capire la metafora non bisogna pensare ad una trottola che è stata appena lanciata, che ruota bella dritta e regolare, quanto piuttosto ad una trottola verso la fine della sua corsa, quando inizia a perdere potenza e sbanda di qua e di la’. Quando verso la fine della sua corsa si piega su di un lato e assume un moto disordinato e incontrollabile.

Ecco, in questo senso, siamo stati in giro.

In Italia andava in onda lo scontro Berlusconi Prodi e noi intanto si trotterellava per le stradine deserte del centro. Volevamo capire dove cazzarola erano tutti i berlinesi, in quali locali si erano rifugiati. Non c’era nessuno in giro. E non è che abbiamo chiesto informazioni al berlinese alternativo con la cresta e le catene al culo. Macchè. Non è che abbiamo chiesto info alla ragazza con i capelli fucsia e le occhiaie da eroinomane. No. Siamo andati a chiedere delucidazioni ad un pizzaiolo di Gallipoli. Per la cronaca Gallipoli è a 10 Km dal mio paese. Sono andato a Berlino per mangiare una pizza al salame e parlare dialetto. Il pizzaiolo ci ha detto: andate di là. Ci siamo andati. Poi volevamo sentire anche qualche altra opinione. E allora non è che abbiamo chiesto qualche dritta al Tipico Berlinese con le cuffie e la zazzera bionda. No. Non è che abbiamo fatto domande alla tipa figa che veniva fuori dalla metro. Macchè. Figurati. Abbiamo chiesto ad un tagliatore di pesce crudo cinquantenne che lavorava in un fast food giapponese.

Alla fine siamo andati a finire in un centro sociale berlinese seguendo un tipo rasta con le gambe amputate che correva veloce sulla sua sedia a rotelle. E , vi giuro, sulla porta di questo posto, il tipo rasta ha legato con una catena la sua sedia a rotelle ed è sceso. Si è messo a camminare su dei monconi di gambe lunghi forse dieci centimetri. Oooh di stupore.

Poi uno pensa: cosa so di Berlino?

So che c’era il muro, ma come diceva il Povero Cristo Guida Turistica For Free, il Muro non c’è più. A Berlino, mi pare, c’è lo Zoo. Ah, già è vero. E  allo Zoo ci dovrebbero essere, se non ricordo male, i Ragazzi dello Zoo di Berlino. Ho visto il film. Ho letto il libro. Pure io. Naaa, pure te? Allora dai, andiamo tutti assieme alla ricerca dei Drogati dello Zoo di Berlino. Dai, che bello. Ci facciamo la foto con il drogato più clamoroso di tutti. Dai, che questa è un’idea mica male. Dai. Magari riesco a portarmi a casa, come souvenir, un laccio emostatico d’epoca, un laccio emostatico dell’era della guerra fredda. Cosa ne sai. Ma come minimo mi faccio la foto col drogato dalle occhiaie più incavate. Dai andiamo.

Niente, non ci sono neanche i drogati.

Mi pare di sentire una voce nell’aria: Ecco, vedete questa linea di aghi arruginiti e siringhe usate? Bene, qui una volta c’erano i Drogati dello Zoo di Berlino. Ma Adesso Non Ci Sono Più.

E allora mancando i souvenirs d’epoca dei Drogati di Berlino, siamo andati per negozietti, come tutti i bravi turisti. Sulle porte dei negozi che esponevano stronzate e cartoline, Franz ha affermato: ma non entrate lì dentro, che queste sono solo Allodole Per Turisti. Più tardi questa frase ha subito una ulteriore modifica, per cui entrare o uscire da un negozietto di souvenirs è diventato “ entrare o uscire da un’ Allodola”.

Ho cacato un post troppo lungo, mi sa.

A proposito di cacare.

Nei bagni dei treni tedeschi, c’è un mensola che serve per cambiare il pannolino al bebè ( anche in quelli italiani). Questa mensola, ho visto, è concepita in modo tale che se ti distrai un attimo, o se il treno accelera improvvisamente, ti cade il bebè nel cesso.

Questo per chiudere degnamente.

Tiro lo sciacquone.