caro animalista

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
ti odio.

No, no, aspetta, posso fare di meglio.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
insieme con i tuoi amici sovversivi,
con i tuoi dread locks venuti male,
con la tua magliettina scolorita e sudata,
che urli Assassini nel megafono e mi torturi le orecchie,
che poi siccome non sei capace di parlare,
con la tua dialettica da analfabeta esagitato,
ti metti a dire Basta con questi Massacri,
ti metti a dire Basta con queste Carneficine,
poi siccome sei povero di argomenti,
cominci a prendertela col Consumismo,
e cominci a dire basta con il Capitalismo,
che se pure un bambino passa da lì vicino,

e non sa cosa minchia è il Capitalismo e il Consumismo,
comincia a pensare che saranno cose bellissime,
se uno come te si incazza così,
solo a nominarle,
comunque dovevo volevo arrivare,
volevo dirti cosa,
volevo dirti che ti odio.

No no, aspetta, non devo essere così precipitoso.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
ma possibile che non ti rendo conto?,
che il cucciolo che ti sei portato dietro,
e i cuccioli che si sono portati dietro i tuoi amici punkabbestia,
non possono stare vicino a uno che urla nel megafono,
che quelli sono cuccioli e andare in giro col guinzaglio non va bene,
che sfondare le orecchie ad un cucciolo di un mese è una coglionata,
va bene che sei un coglione,
però mi pare abbastanza evidente,
porta quel cucciolo a casa fammi il piacere.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
facciamo una bella cosa ti va?,
una bella cosa da animalisti veri,
e non da animalisti coglioni,
questa sera ci mettiamo a fare le ronde per Bologna,
in tutti i centri sociali,
e in tutti i posti all’aperto dove fanno concerti dal vivo,
ci piazziamo davanti alla porta,
io e te,
e anche i tuoi amici col cervello bruciato dalle droghe,
e sbarriamo l’ingresso a tutti quelli che vogliono entrare col cane al seguito,

che lo sai bene mio caro sessantottino fuori tempo massimo,
che sono tanti quelli che la fanno,
questa cosa di entrare col cane ai concerti e alle sagre,
o nei festini in casa col fumo che satura le stanze,
e il cane che non può decidere un cazzo,
può solo seguirti e basta.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
possiamo andare pure per cliniche veterinarie,
lo sai quante volte succede,
che portano il cane con la tachicardia,
che si è ingurgitato il pacchetto di mariuana del padrone,
mentre il padrone era collassato con la bocca verso il soffitto,
io che studio proprio veterinaria (guarda che caso),
qualche volta mi è successo di vederli,
di proprietari spaventati che portavano il cane alla visita,
ed altri casi me ne hanno raccontati,
e tutti più o meno assomigliano a te,
con i dred e la maglietta scolorita,
con la faccia sputata come la tua,
facciamo che andiamo in giro con i bastoni,
e li prendiamo a mazzate sulla nuca?,
che ne dici sarebbe fantastico,
quasi quasi comincio da te,
che da qualche parte devo pure iniziare,
dai per favore mettiti in posizione,
e non farmi perdere tempo.

                                         

rafeli ha bisogno di te (c'è la punta di un dito che ti indica, ma non la vedi)

Finalmente, dopo lunghissime doglie che non sto qui a descrivere, ho partorito il romanzino.
La notizia è: il romanzino è online, lo può leggere chiunque, si può scaricare, si può stampare e magari anche leggere mentre si è seduti al cesso.

(Oppure No)

Voglio dire, mi fa piacere se qualcuno lo fa, ma leggersi centosettantanovemilaottocento battute non è cosa da poco, lo capisco bene, soprattutto su di un monitor di computer. C’è il concreto rischio che vi caschino le pupille dai bulbi e che vi rotolino sotto l’armadio, in un punto imprecisato del pavimento dove col cazzo che le ritrovate. Per non parlare poi del gatto, ché quello – lo sapete bene – appena vede rotolare qualcosa ci si fionda sopra con le unghie appuntite. Insomma, mi fa piacere se lo leggete, ma non è che per forza.
E se lo fate, per lo meno chiudete prima il gatto nel ripostiglio, che non si sa mai.

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli allora che cazzo vuoi?

Ho bisogno che mi votiate, ecco cosa c’è.
Ci sarebbe un concorso di mezzo, e votare è abbastanza semplice. C’ho proprio bisogno dei voti, per questa cosa del concorso, e credo che continuerò a rompere i coglioni a lungo con questa storia dei voti. C’ho bisogno di voti, voti, voti, votiiiii…

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli ma se non ti ho letto, come faccio? Quella storia delle pupille rotolanti mi ha impressionato un po’.

Tu votami lo stesso.
Anche perché, se pure ti leggi il mio romanzino, poi non avrai tempo e pazienza di leggere tutte le altre “opere” in concorso. Fai finta che stai votando il mio blogghe, ecco. Se poi ti sto sul cazzo, e il mio blogghe ti da fastidio, votami lo stesso, che un giorno troveremo pure il modo di fare pace, io e te.

E poi, pensa questo: di solito il bloggher medio quando c’è una votazione di mezzo, pubblica la foto di Totò col megafono in mano affacciato alla finestra, e ci infila pure qualche citazione colta come ad esempio “Vota Antonio La Trippa”. Oppure copia e incolla qualche spiritosaggine di seconda mano sui manifesti elettorali di Berlusconi. Di solito va così, no? Ecco, io almeno ti ho evitato lo strazio. Votami per questo, almeno.

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli ma così poi vincerà quello che ha più amici che lo votano! Che cazzo di concorso di merda è questo?

Non è esattamente così.

Questo voto mi serve per poter essere giudicato – in seguito –  da una giuria di personaggioni competenti. Di quelli che ne sanno, insomma. Con la votazione, quelli fanno solo la scrematura, quindi prendono il grasso di superficie che si è formato, e poi decidono autonomamente chi ha vinto, coi loro capoccioni da esperti.

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli ma se non ti voto?

E’ semplice, mi incazzo.

Lettore pignolo: Vabbè, dai, non fare così.

No guarda, lasciami stare che mi sono offeso.

Lettore pignolo: Ma dai, scemo, vieni qua, non fare il bambino.

No guarda, con me non attacca, mantieni le distanze che mi sono offeso.

Lettore pignolo: Ma ti pare un motivo serio, questo qua, per offendersi? Cosa devo fare per farti calmare,  devo andare a votare immediatamente?

Eggià, ti sembra facile, adesso, uscirtene con sta cosa che mi vuoi votare. Prima tiri fuori i Perché e i Percome, i puppupù e i lallalà, e adesso dici che mi vuoi votare. E’ comodo, così.

Lettore pignolo: Ok ho capito, cosa devo fare?

Vuoi davvero…?

Lettore pignolo: Dai, spara, scemo. Sentiamo cosa vuoi.

Ecco, per esempio… ti potresti incollare il bannerino promozionale sulla fronte e andare per le piazze a sostenere la mia campagna elettorale. Magari con un tamburo che ti penzola dal culo stile Edoardo Bennato prima che andasse a fare il cretino con Britti…

Lettore pignolo : Mi hai preso per un deficiente?

Vabbè, ho capito lascia perdere. Come non detto.

Lettore Pignolo:  No no, come vuoi. Basta che la smetti con quel muso, che non ti si può vedere.

Amici come prima, allora.
                                            

                                             

Il romanzino
lo si legge Qui

siccome questi sono giorni di nervi a fior di pelle

Il telefono mi avverte che mia madre ha provato a a chiamare alle 10 e qualcosa, orario nel quale dormivo con una profondità molto prossima al sonno eterno. Vedo che mia madre ha provato a mettersi in contatto con me di mattina (presto), e questa è cosa davvero insolita, e allora comincio a produrre ipotesi catastrofiche: lo Tsunami nel Salento, la peste bubbonica, Bin Laden nella vasca da bagno, Silvano che è morto.

Poi me ne dimentico, affogando la preoccupazione nei frollini al cioccolato.

Qualche ora dopo squilla il telefono nella tasca e lo tiro fuori. E’ la madre. Bisogna rispondere.

– Ma’ ! 
– Oh, Raffae’, ho provato a chiamarti anche stamattina!

(Bin Laden, la peste bubbonica, alberi sradicati, fogne intasate, rapinatori rumeni col coltello fra i denti, pezzi di cacca verdi che cadono dal cielo, incidenti stradali, Maurizio Costanzo che si autoinvita a cena, triplette di Tsunami…)

– Che è successo?
– Ti cercavo e non rispondevi!
– Si ho capito, ma che cazzo è successo?
– Volevo farti gli auguri!

O Madonna, gli auguri? E perchè, cosa ho fatto? Ho messo incinta qualcuna e non me lo ricordo? Sono stato promesso in sposo contro la mia volontà come succede agli indiani? Cosa è successo?

– Ma’, cazzo dici gli auguri?
– Massì, il tuo onomastico! Tu sei uno degli arcangeli, non te lo ricordi? Gabriele, Raffaele, Michele… Gli arcangeli! 
– Oggi?
– Certo, il 29 settembre!
– E vabbè, grazie, allora.

Io che gli arcangeli li conosco come fossero miei cuggini, io che il catechismo, lo sapete, me lo sono tatuato tutto sulle natiche per non scordarlo mai, vi mando dall’alto della mia santità una benedizione, che tanto per rimanere in tema, fa più o meno così:

——Seduto in quel caffè
——io non pensavo a te.
——Guardavo il mondo che
——girava intorno a me.

Tutti in coro, adesso diciamo Amen.

su di un muro in via s.felice

su di un muro in via S.felice,
mentre cammino sotto un portico e il preambolo della Serata Etilica fa già capire come si metteranno le cose,
e la birra che c’ho in mano fa la schiuma nello stomaco mentre cammino,
mentre c’ho la testa invasa da li stracazzi miei,
sul muro di cui dicevo,
scritta a pennarello nero,
leggo la frase,
che calza davvero a pennello,
e che dice:

 —   NON RIDONO PIU’ NEANCHE I SOFFICINI

posso dirlo?

# 1

Giovani cozze che vi incipriate la faccia il giorno dell’esame per addolcire il prof.
Siete solo dei mitili incipriati.
Pensare che quello che si vede il giorno dell’esame, è il meglio che vi riesce, è avvilente.
Almeno se non ci provate, lasciate a noialtri il beneficio del dubbio.
Uno pensa: mah, chissà, forse, se si curasse.
E invece così spazzate via ogni incertezza.
Siete delle vongole col rossetto sbavato.
E nient’altro.


# 2

I film di Fuori Orario che prima c’è Enrico Ghezzi che parla al telefono.

Quei film dove prima c’è Enrico Ghezzi che pare un ubriacone con la maglia della salute.
Quei film che le inquadrature durano mezzora.
Che inquadrano una vecchia in un campo che sta zitta per due minuti e poi dice qualcosa in croato.
Quei film che non mandano neanche la pubblicità, che tanto chi cazzo li guarda.
Posso dirlo?
Posso?
Ecco, fanno cagare.
Vi prego non mi rompete i coglioni col concetto di avanguardia.
Che fanno cagare e basta.


# 3

Il prossimo 3 ottobre c’è una cena blogger qui a Bologna.
Chi c’ha voglia di venire, che venga pure.
Mandate l’adesione all’ indirizzo qui a lato.
Facciamo finta che esista un enorme compasso.
E che la punta di ferro di sto compasso sia infilzata sulla torre di Bologna.
Si apre il compasso immenso fino a un centinaio di chilometri.
Poi lo si fa girare a creare un cerchio del diametro di duecento chilometri e rotti.
Chi sta dentro il cerchio è invitato.
E chi invece sta fuori?
Può venire lo stesso.

genialate mica da poco

Mi strappo con le dita qualche pelo dagli stinchi, giusto per passare il tempo.

Alla tivvù mandano un reality sciò ma non capisco qual’è, che ormai non li distinguo più. Non è snobismo il mio, è che davvero non ne capisco più un cazzo. E almeno così c’ho più tempo per strapparmi i peletti biondastri delle gambe. Accendo la tivvù e ci sono le riprese notturne di personaggi sconosciuti che danno le spalle alla telecamera. In sovrimpressione compare la scritta: Giovanni litiga con Federica a causa di Lorenzo.

Chi è Giovanni, chi è Federica, chi è Lorenzo, mi chiedo.

Vabbè.

Passo le notti con il portatile sulle ginocchia a comporre qualcosa di decente per il romanzino, e certe volte mi pare davvero di non potercela fare. Ogni volta si fanno le tre, e finisco le birre che mi servono a picchettare sul computer con maggiore scioltezza. La birra che passa in questi giorni, ve la raccomando, trentuno centesimi a lattina, il nome riportato sulla lattina è semplicemente “Birra”. Potrebbe fare schifo, e invece fa quasi schifo. Voglio dire, sono ancora vivo, ci sarà un perché.

La birra chiamata “Birra” è comunque una genialata. Come quelli che chiamano il proprio cane “Cane” e lo chiamano davvero così, senza altri nomi.  Ehi, Cane, vieni qua. Ehi Cane, come stai? Vedi un po’ dove si è infilato Cane, che non lo vedo da un po’.

Una genialata.

Certe volte, dicevo, mi pare di non potercela fare. Poi oggi accendo la tivvù, e scopro che Alessia Fabiani sta pubblicando la sua autobiografia scritta a quattro mani con Alberto Bevilacqua. Alessia Fabiani che Word continua a cambiarmela in Alessia Fagiani, e allora Alessia Fagiani sia. Non so se mi spiego, un’autobiografia. Quel poveraccio di Bevilacqua di cui una volta ho letto pure un libro, perché lo avevo trovato dimenticato in casa da chissà chi. Pare che Alberto Bevilacqua si sia trombato tutta la provincia di Parma, stando a quanto scritto in questo libro, se ricordo bene.

Comunque sia, se la celeberrima sciògirl Alessia Fagiani può scrivere un libro, allora ce la possiamo fare tutti. E quindi:

Cane? Ehi, Cane, vieni qua, mettiti a cuccia, su. Facciamo una passeggiata al parco, oppure ci mettiamo a scrivere un libro? Eh, che ne dici? Un bel saggio sulle palline da tennis insalivate, ti va?

soprammobili

Billigiò sta lavando le tazzine di caffè.
Il sottoscritto entra in cucina, poggia il culo sul divano e dice:

– Ascolta…
– Dimmi.
– Mi chiedevo, quella composizione di oggetti che ho trovato nella tua camera da letto…
– Quale?
– Quella sul mobile verde.
– Ah, si.
– Non credo abbia bisogno di interpretazioni psicoanalitiche, giusto?
– No infatti. Mi è venuta naturale.
– In fondo abbiamo tutti bisogno di credere in qualcosa, su sto mondo, no?
– Già.

Volendo fare i curiosi, ci sarebbe da guardare qua.

l'accademia della crusca bagnata

A volte mi faccio così schifo che se qualcuno si comporta in modo gentile con me, penso sempre che mi abbia scambiato per qualcun altro.

In radio passa musica talmente merdosa che forse il singolo di Paris Hilton alza la media. E dico sul serio.

Non sono più abituato a stare tra la gente, quando di gente attorno ce n’è tanta. Mi vengono nella testa delle domande assurde, e chi sta con me non riesce a rispondermi:

– Fammi un esempio di un animale solitario. Dai.
– A me lo chiedi? Se non lo sai tu.
– Il procione?
– Ma che ne so.
– La stella marina?
– Ma cosa ne so.

E poi ancora, mentre la gente attorno si fa più fitta e chiassosa e sorridente:

– Posto che filantropo significa più o meno "amico/cultore dell’umanità", quale sarebbe l’opposto di filantropo?
– Ma che ne so.
– Dai, non ti viene?
– Ma cosa ne so.
– Sforzati.
– Mi sforzo.
– Allora?
– Niente.

Poi più tardi le persone diventano calca e sudore condiviso. Sghignazzate in stereofonia. Pizzette riscaldate addentate con gli incisivi offerti al mondo mentre con la mano sotto il mento si sta attenti che qualche cappero non vada a finire per terra.

– Filatelico?
– Ma vaffanculo.
– Misogino?
– Ma vaffanculo.

Succede che sei uscito di casa mentre annunciavi a Billigiò che questa sera avresti bevuto solo acqua, o al limite succo d’arancia non modificato, e poi invece un litro e mezzo di birra lo accetti volentieri ( a proposito, grazie di tutto Ka’, troppo gentile) e allora diventi un po’ più filantropo. Dopo il litro e mezzo non è ancora ubriacatura – ahimè – ma la filantropia ti esce fuori più facile. Alle volte dopo il litro e mezzo mi capita anche di parlare tedesco fluentemente.

Per dire.

A volte mi faccio così schifo che se qualcuno si comporta in modo gentile con me, penso sempre che mi abbia scambiato per qualcun altro. A volte mi hanno scambiato davvero, per qualcun altro.

Era misantropo, l’opposto, ora mi viene. Ma adesso è mattina e non vale più.
Meglio procione, che fa un po’ più ermetico.

( no, stasera non mi va di uscire, andate voi)
( ma dai, non essere il solito procione!)

tratto da un comizio del rafeli alla folla:

Prendi due pappagalli, maschio e femmina, e costringili nella stessa gabbia per un casino di tempo.

Quelli magari il primo giorno si prendono a beccate sulla testa. Magari questa cosa dura un mese. Magari un anno. Dopo due anni, o forse prima, stai sicuro che quelli fanno la pace, si accoppiano e depongono le uova.

Prendi due cani, maschio e femmina e chiudili insieme. La femmina forse il primo giorno ringhia verso il maschio. Magari per due mesi, magari quattro. Prima o poi però la femmina andrà in calore, e quando questo succederà, non sarà importante qual è il cane maschio che c’è lì con lei, se c’ha il pedigree o se c’ha le zecche attaccate a grappoli sotto ai coglioni. Quando la femmina avrà il suo calore, si concederà al maschio, anzi lo provocherà sbattendogli il culo in faccia. Matematico.

Prendi due conigli. Quelli trombano subito, dopo trenta secondi.

Prendi gli esseri umani.

Gli esseri umani si sono evoluti, non sono come gli animali, dicono in giro. Questo è quello che si dice. Poi succede che mi guardo in giro, e mi metto ad osservare gli agglomerati di esseri umani che mi vivono attorno. Che si sono evoluti. Che non sono come i conigli.

E vedo che nell’ospedale il medico si tromba l’infermiera. Che il preside della scuola c’ha la storia con la bidella, mentre la bidella fa l’occhiolino pure al professore di educazione fisica. Il notaio mette incinta la sua segretaria tra lo stupore del paese. Il prete c’ha un paio di figli illegittimi con due tra le parrocchiane più assidue, di quelle che passano col cestino delle offerte. Il dottorando dell’università si tromba solo le studentesse, e le studentesse fanno a gara per il dottorando, mentre fuori dalla facoltà, al dottorando, non lo caca nessuna. Il gestore del minimarket assume le cassiere, se le cassiere ci stanno con lui, sennò vaffanculo. E le cassiere ci stanno eccome, e se ne vantano anche, della tresca col gestore. Nelle comitive di ragazzi quando due restano spaiati, mentre gli altri sono in coppia, prima o poi quei due spaiati si accoppiano fra loro. Tutti rinchiusi in piccoli recinti come fossero bovini da riproduzione costretti all’accoppiamento, si accoppiano fra di loro e ne sono pure contenti. Fra di loro, e affanculo gli estranei.

Affanculo gli sconosciuti, quelli che non fanno parte della congrega, del club, del branco.

L’uomo primitivo viveva in piccoli gruppi, all’età della pietra. Durante l’età della pietra non si poteva sottilizzare troppo, su chi trombare e chi No. Quelli c’erano, quelli soltanto, e te li dovevi far piacere. Poi magari succedeva che a qualcuno nel gruppo girassero le palle e se ne volesse andare. Mandava tutti a quel paese, e andava a cercare fortuna al di la’ delle montagne. Con la clava in spalla, partiva verso nuovi posti e nuove possibilità. Poi magari moriva da solo, al di la’ delle montagne, oppure fondava una nuova comunità. E’ stato così che l’uomo si è diffuso su tutto il pianeta. Grazie a quelli che, ad un certo momento, gli giravano le palle.

E che allargavano i loro orizzonti.

(…ed ecco che due uomini in camice bianco salgono sul palco dove il Rafeli tiene il suo comizio, lo afferrano ai lati e lo portano via, in una ambulanza con le sirene spiegate. Proteste inutili del deportato, l’ambulanza si fa largo con forza tra la folla. Il Rafeli indossa già una camicia che gli costringe le braccia dietro la schiena…)

questa casa di bologna che mi conosce così bene: ore 21 e 43.

Questa casa di Bologna che mi conosce così bene, è come una vecchia zia dalle tette impolverate.

Che mi osserva compassionevole mentre trascino i troppi pacchi che mi sono trascinato dietro dal paesello. Che mi guarda male, mentre lascio tutti questi pacchi buttati sul pavimento, al centro della stanza. Addirittura i meloni, mi sono portato dietro. I meloni gialli. E due chili di caffè. Mi scruta, mentre mi affloscio sul divano che non ho neanche chiuso la porta di casa, così che i rumori dalla tromba delle scale arrivano fino a qui.

Vecchia Zia: " Cos’è questa malinconia che ti vedo negli occhi ?"

Rafeli: " Ma cosa ne so. Non è esattamente malinconia, comunque."

Vecchia Zia: " Annò? E cos’è, allora? Sentiamo."

Rafeli: " Tipo qualcosa che mi stringe qui sulla gola, che mi punge i fianchi, e mi fa respirare superficialmente…"

Vecchia Zia: " …"

Rafeli: " Che mi appanna gli occhi. E che me li fa muovere in un modo che non so descriverti."

Vecchia Zia: " Ma io li vedo, i tuoi occhi. Non hai bisogno di descriverli."

Rafeli: " E non è soltanto spiacevole, capisci? C’è una specie di calore, nel sottofondo. Questa cosa del disfare le valigie, è un rito che si ripete da anni. Tu lo sai. Questo momento di solitudine cristallina dove ci sono solo io e basta. E le magliette stropicciate da rimettere nei cassetti. E la solitudine perfetta, totale, senza compromessi."

Vecchia Zia: " E non la chiami malinconia, questa qui?"

Rafeli: " Un attimo. Aspetta. Mentre disfo le valigie ci sono solo io, e mastico la polvere che si è accumulata dappertutto in questo mese di assenza. Chi non ha una casa fissa lo sa cosa vuol dire, a ritrovarsi così. Questa cosa del disfare le valigie, e di ricominciare, quando hai già ricominciato tante di quelle volte…"

Vecchia Zia: " Capisco. Ma tu come la chiami, questa sensazione?"

Rafeli: " C’hai ragione, porco giuda. Malinconia."

Vecchia Zia: " E tu pensi che sia grave? Quanto pensi che possa durare, questa storia?"

Rafeli: "Ma che ne so. Direi poco, come ogni volta. Ora telefono alla pizzeria qui sotto, e mi faccio portare su una pizza alla salsiccia. Poi magari do’ pure una mancia al magrebino che me la consegna. Così lui pensa che sono gentile, e invece lo faccio per sentirmi meglio."

Vecchia Zia: " Piccolo bastardo fetente."

Poi l’ iTunes sul computer sembra voglia provocarmi: l’ho impostato sul random, e quello mi manda "It’s Over" del caro Sondre Lerche a tutto volume. Cazzo di random è questo qua, ho pensato. Questa si chiama precisione chirurgica. Questa si chiama colonna sonora azzeccata, altroché.

La pizza alla salsiccia funziona, così come funzionano quelle quattro persone amiche che per caso si trovavano a passare da qui, assieme al coinquilino Billigiò. E il vino rosato, funziona pure lui.

Rafeli: "Zia?"

Vecchia Zia: "Dimmi caro."

Rafeli: "Si dice malinconia o melanconia? O si dice forse in tutti e due i modi?"

Vecchia Zia: " Ma perché lo vuoi sapere? Cosa te ne frega? L’importante è la sostanza, il significato."

Rafeli: " E’ vero, il significato. Però adesso, con questa storia che sto scrivendo il romanzino… Vorrei scrivere le cose per bene."

Vecchia Zia: " Stai facendo Cosa?"

Rafeli: "…ehm…"

Vecchia Zia: "Stai facendo Cooosa?"

Rafeli: " Si, Zia. Faccio."

Vecchia Zia: " Ma fammi il piacere, va’."

Breaking News.

Questo blogghe è in nomination per il Macchianera Blog Awards 2006, premio di cui ignoravo l’esistenza fino a oggi, nella categoria "Miglior Blog Personale". Fa piacere saperlo. Se mi votate mi facete ulteriore piacere. Comunque non si vince nulla. Siccome sono in una delle poche categorie dove non ci sono le nomination di Selvaggia Lucarelli e Pulsatilla, forse per la medaglia di bronzo ce la posso fare.

MacchianerAward 2006: Nomination

pillole dal paesello

Che titolo che c’ho messo, a sto post.

Per continuare con le assonanze di pi e di elle, dovrei scrivere pure: pisello, papilla, pannello, postilla, padella, pennello, pistillo, patella, apelle figlio di apollo faceva una palla di pelle e di pollo.

Ma comunque.

Il paesello, dicevo.

Io spiegarlo, il paesello, non ci riesco. Posso solo riportare qui alcune cose. Alcune pillole.  Ordine sparso.

– Lo stadio del mio paesello – luogo dove nascono le più colorite imprecazioni e dove i santi vengono bestemmiati col calendario in mano – è stato intitolato a “Giovanni Paolo II”. E  questo significa che, mentre in piazza  S.Pietro migliaia di fedeli urlavano Santo Subito, qui al mio paesello hanno pensato: Santo Subitissimo. Anzi, facciamo così: Santo Prima Di Tutti, così non ci pensiamo più. E che non si dica in giro che non siamo stati i primi ( come fa Emilio Fede per le edizioni straordinarie del suo Tiggì in occasione delle stragi terroristiche).

– I bidoni della raccolta differenziata qui ci sono, ma capire qual’ è quello della plastica e quale quello del vetro, è impossibile. Ci sono manifesti enormi e sbiaditi dell’ultimo concerto dei Pooh che li avvolgono come fossero carta da regalo. E non si legge niente. Al massimo ti puoi fare una foto con un Robi Facchinetti di carta sullo sfondo, mentre continui a tenere in mano le tue bottiglie vuote.

– C’era un tipo che passeggiava tronfio e panciuto sul lungomare, mano nella mano con una tipa, un po’ meno tronfia di lui ma altrettanto panciuta. Sulla maglietta del tronfio c’era scritto, a caratteri cubitali: Happy because Unmarried.  L’ho pedinato per una decina di metri. Aveva la  fede al dito, e pure la signora sua tronfia.

– Il paesello è stato tappezzato per giorni con dei manifestini che invitavano la popolazione ad accorrere numerosa Non So Dove, perché bisognava assolutamente assistere alla presentazione della nuova squadra di calcio, in vista della nuova “Staggione Calcistica 2006/2007”. Manifesti che sono stati scritti da qualcuno, stampati da qualcun altro, e attaccati con lo scotch da altri ancora. Tutti personaggi staggionati nel cervello al punto da non accorgersi di nulla.

– Alla Asl dove lavora la mia genitrice, una signora porta i suoi bambini con il cranio pieno di pidocchi alla visita dal dermatologo. Mentre i bambini inselvatichiti devastano la sala d’aspetto, la signora parlotta con una conoscente. Dice: Signò,glielo dico: Io da quando mi ho sposata, mi ho fatto tutto da sola.


– Un sacerdote del paesello sta preparando la festa della Santa, la stessa a cui è intitolata la sua chiesetta in riva al mare. Per questo motivo sta raccogliendo gli oboli "volontari" dei parrocchiani. Durante l’omelia si interrompe e dice: "E adesso non voglio fare nomi, ma è inutile che vi nascondete dentro casa e fate finta che non ci siete, quando veniamo a suonare alle vostre porte per chiedervi le offerte per la Santa!"

Tante padelle e postille a tutti, apelli dei miei stivali (stivalli). Io torno a Bologna.

agli sgoccioli

Aprendo la valigia di scatto ci trovo dentro un geco extra large che ha deciso che quella è la sua nuova casa. In un attacco improvviso di misticismo ho pensato che forse questo è un segnale divino, e che questo segnale divino sta a significare più o meno: Tu non devi partire, non devi partireee…
Proprio così, ripetuto due volte, che suona più mistico.

Solo che qua s’è fatto tardi, e devo partire, e non c’è altra scelta.

(non c’è altra scelta, non c’è altra sceltaaa…)

Wake me up when september ends.
O al limite anche più tardi, se possibile.

Cosa diamine combinerà Rafeli in queste giornate qua? Nell’ordine:

– Studia.  ( risate registrate in sottofondo)  

– Va al mare: guida la barca fino al largo tenendo il timone con i piedi. Poi spegne il motore e si addormenta sotto il sole. I gabbiani galleggiano curiosi attorno a questo scemo che sonnecchia, e che non cala mai l’ancora. La  barca non ancorata segue il vento e si trascina sempre più lontano. Fino ad oggi il motore è sempre ripartito. Il giorno che non riparte, Rafeli scriverà il suo ultimo post da un internet point di Tunisi. Pubblicherà la foto di un qualche pallone Wilson marocchino incontrato durante il tragitto.

– Scrive. Si è impelagato nella prima cosa “lunga” di scrittura della sua vita. Doveva essere un racconto e invece sta venendo fuori un romanzino. Ho detto bene, un romanzino (risate registrate in sottofondo). Rafeli stampa il malloppo di carte e se lo rilegge. Alle volte è soddisfatto. Alle volte vorrebbe bruciare tutto. Nell’indecisione prende il largo e va a fare  compagnia ai gabbiani.

– Gioca con Silvano. C’era chi chiedeva chi è Silvano, qualche post addietro. Eccolo qua, Silvano, mentre si fa la doccia, oppure eccolo anche qua, in tutta la sua piumosa bellezza. Dallo stereo arriva la voce di Ella Fitzgerald e lui ci gorgheggia sopra con virtuosismi che pare un trombettista jazz.

Certe volte mi viene fuori la terza persona, così, immotivata.

(immotivata, immotivataaaaa…)

anno 4006 : il Privè della discoteca spiegato ai marziani.

Cari marziani che siete arrivati su questo Pianeta Terra ormai disabitato da centinaia di anni.

Sarete certamente impegnati ad interpretare le rovine della nostra civiltà. Sarete impegnati in una sorta di archeologia marziana e con i vostri pennelli marziani starete spazzando via la polvere dai reperti ritrovati sotto terra. I vostri cervelli marziani staranno lavorando per decifrare il significato di questi oggetti, e di queste abitazioni. Forse riuscirete ad interpretare tutto. Forse No. Ci sono cose che non capirete, se non ve le spiego. Ve le spiego io, allora.

Il Privè della Discoteca, ad esempio.

Il Privè della Discoteca è un sottoinsieme della Discoteca, che di per se’ è già un concetto astruso. Bisogna innanzitutto partire dal concetto di Discoteca. E allora: la Discoteca è un luogo dove, a parte la musica ( che ai nostri tempi si poteva trovare anche in altri luoghi) , grazie ad una attenta selezione all’ingresso, il genere umano poteva esercitare la nobile arte della discriminazione. La gioiosa, allegra e imperitura arte della discriminazione. In base a criteri di selezione che poi si è scoperto, erano stati tramandati direttamente da Mosè come appendice delle tavole dei comandamenti, l’uomo aveva potere decisionale e decidere, per esempio, chi far entrare in Discoteca e chi No.

Si è introdotto in questo modo, per la prima volta, il concetto di “Più Meglio”.

E cioè: colui che entra, perché il suo nome è in lista o perché indossa la magliettina col fiorellino sulla spalla, è automaticamente Più Meglio di quello che invece, poraccio, non entra.

Perché non entra? Perché No, è la spiegazione. ( e quindi si rientra nel filone della dogmatica, che voi marziani forse non potrete comprendere mai.)

Quindi: io sono Più Meglio di te, oppure quello è Più Meglio di me. E così via.

Però dovete sapere, cari marziani che vi interrogate sui vezzi dell’ormai estinto genere umano, che l’uomo non è mai sazio di creare distinzioni. Ne ha sempre voglia, e non gli basta mai. Pensate per esempio all’interno di una Discoteca, dove tutti quelli che erano entrati già sapevano di essere Più Meglio di qualcun altro. Erano una massa di Più Meglio che però, tra di loro, non potevano distinguersi. Questo provocava scontento e malumore tra la folla, e le consumazioni al bancone del bar calavano paurosamente.

Ecco che allora è stato introdotto – sempre riferendosi ai dettami delle tavole di Mosè – il quanto mai provvidenziale Privè della Discoteca.

Il Privè della Discoteca, sempre sia lodato, saecula saeculorum.

Al Privè della Discoteca potevano avere accesso solo alcuni tra i Più Meglio, e non altri. Il Privè era delimitato da una recinzione, da una corda o altro, e all’ingresso del Privè un gorilla vigilava affinché non ci fossero infiltrati che decidessero di entrare quando a loro, invece, la possibilità di entrare era stata preclusa.

Si è introdotto così il concetto di Più Meglio Assai.

E cioè : Io sono Più Meglio di te. Ah davvero? Be’ invece io sono Più Meglio Assai di te, e ti fotto. Io che posso farlo, pascolo nel recinto del Privè, e tu No.

Quindi, ricapitolando, nella scala gerarchica c’è: l’essere umano, il Più Meglio, il Più Meglio Assai.

Purtroppo, cari marziani, il genere umano si è estinto a forza di guerre per decidere chi inserire nella casta dei Più Meglio Assai, a causa delle risse generate dagli ingressi in coppia ; le donne hanno perso la loro capacità di procreare a causa delle scarpe a punta e dei tacchi a spillo e degli ombelichi di fuori. 

Se così non fosse stato, ora avremmo certamente anche le classi dei Più Meglissimo Assai, quella dei Più Più Più , e forse anche quella  insuperabile dei Più di Così Non Si Può.

quando organizzi una festa che va bene, poi il giorno dopo ti salutano tutti.

Fuori dal cancello di casa, l’altra sera durane La Festa, c’erano chilometri di macchine parcheggiate sul ciglio della strada. E quando dico chilometri intendo davvero quella parola che per abbreviarla si usa scrivere, per comodità, “Km”.
Chilometri.

La festa, il casino, la folla, la vasca da bagno di casa zeppa di ghiaccio e bottiglie di rum e gin. Trenta litri di sangria che veloci hanno preso le vie degli esofagi degli invitati. Il deejay che tra i Prodigy, gli Smiths, i Massive Attack e i Phoenix, ha avuto il buon senso di evitare Seven Nation Army dei White Stripes. Un santo. Mio fratello il Medio che si faceva scattare foto con a fianco il bagno chimico che abbiamo noleggiato per l’occasione. Io che apro la finestra della mia stanza e ci trovo il bagno chimico, sotto, addobbato con le luci di Natale. Il mio fucile caricato a rum e cola si è svuotato spruzzando sulle tonsille dei presenti.

Il cuggino rasta che –ovvio – si infratta nella campagna. Poi ti viene a raccontare quali sono i segreti per ottenere –infallibilmente –del sesso orale. C’è una procedura , dice, che va seguita:

1 : massaggiare tra i capelli appena sopra la nuca. La tipa si distrae.
2 : esercitare una adeguata pressione con le dita sulla nuca. Va trovato il punto esatto di pressione.
3 : portarla fino all’ombelico. Se si riesce a portarla fino all’ombelico, il Maestro dice che “è fatta”, perché da lì in giù è questione di un attimo. Ci vuole solo il guizzo.

Poi il giorno dopo ti salutano tutti.  

Poi il giorno dopo, in un bar sulla costa, si avvicina una bambola gonfiabile dotata di parola, e mi dice: “Io ieri ero alla tua festa, e adesso ti ritrovo qui. Non è un segno del destino, questo? No?” e poi mi massaggia la nuca. Sono perplesso. Devo chiedere delucidazioni al maestro. Cosa si fa in questi casi? Finisce che andiamo tutti di nuovo a casa mia, la Bambola e le sue amiche, gli amici presenti, la chitarra. La bambola usa la parola “Formentera” come fosse un avverbio. Del tipo: “Raffi (Raffi?) mi dici dov’è il bagno che ci devo Formentera andare assolutamente?”.

Mentre una tipa piscia, l’altra aspetta fuori. Guarda nella stanza di mio fratello il Piccolo e ci trova mio fratello in mutande sul letto. Mio fratello il Piccolo si mette in posa e dice, con la bocca impastata dal sonno: “Eh? Che bronzo di Riace che sono, no?” C’ha ancora sul comodino gli orecchini della sua tipa che ieri, alle sei della mattina, è dovuta andare via da casa facendo la nana come Benigni ne “il Mostro” per non farsi sgamare da mia madre, che era già sveglia.

Se finisce agosto, sono salvo.

lettera ad un arcodamore troppo corto

Ricordo che uscivamo la sera e tu c’avevi ancora i capelli sporchi di acqua di mare.

Non avevi il trucco sul viso e indossavi spesso una tuta nera. Dicevi: non mi va di cambiarmi. Io pensavo: Madonna quanto sei bella così, senza preparativi, senza rossetto, senza niente. Tutti mi dicevano: Quant’è bella lei.
Io pensavo a quant’eri bella e non pensavo mai al fatto che con te non c’entravo niente.

Perché io e te non c’entravamo un cazzo.

Una sera ti dissi: “Dai, andiamo in libreria.”Volevo regalarti qualche libro, perché poi sarei dovuto partire e non ci saremmo visti per un po’. Mi dicesti : “Dai, andiamo.” Però già c’avevi negli occhi un filo di noia che non colsi. Arrivammo in libreria e tu ti dirigesti verso lo scaffale dei libri di cucina. Con tutti i libri che c’erano. Sei rimasta lì tutto il tempo. Io non sapevo cosa fare. Ti regalai un romanzo semplice semplice con una dedica sulla prima pagina che per scriverla ci ho messo due ore. Tu lo leggesti e dicesti: bello. E poi lo hai prestato in giro. Il libro con la dedica. Ho visto un mio amico uscire dal cesso dopo una cacata che c’aveva in mano il libro che ti avevo regalato. Con la mia dedica. Quel giorno in libreria ti regalai anche il Piccolo Principe, che lo so che è un regalo scontato, ma mi pareva assurdo che non lo avessi mai letto. Non lo leggesti mai, comunque. Mi hai detto: non avevo il tempo, per leggerlo. Il Piccolo Principe, trenta pagine. Non avevi il tempo.

Però eri bella. E venivi con me la sera senza trucco e con i capelli sporchi di mare.
Io vedevo solo questo, ma dovevo vedere pure tutte le altre cose. Non le ho viste.

Ci siamo lasciati come era giusto che fosse. Certe volte penso che è stato due anni fa e mi sembra invece che sia stato due vite fa. Sei uscita di scena senza lasciare traccia né rimpianti.

Adesso ti vedo per strada e sembri di plastica. Sei come un telefonino a cui non è ancora stata tolta quella pellicola di plastica che copre il display. Con un fondotinta esagerato che ti nasconde la bella pelle che c’hai. Gli occhi truccati. I capelli con i boccoli biondi, curatissimi, lucidissimi. I tuoi vestiti da bomboniera. Le borsette. Le amiche tue simili, conciate come te.  Sei un’altra persona. Per questo non mi manchi affatto. Eppure sei lì. Forse adesso, almeno, sei più sincera.
Sei quello che volevi essere.     

“…quando magari ha solo un particolare che ti piace, anche solo dei capelli o degli occhi che ti piacciono, o la voce o il modo di muovere le mani, e parti da lì per farti piacere tutto il resto. Anestetizzi il tuo senso critico. (…) E meno conosci uno, più ti sembra che possa nascondere cose interessanti. C’è questo fascino dell’ombra, no? “

Andrea De Carlo      Arcodamore.

allora

Questa mattina  Silvano ha cominciato presto a rompere le palle con i suoi versi da foresta tropicale urlati per la casa, fino a quando non mi sono arreso e l’ho portato in bagno a farsi la doccia.
Si è rotolato sotto il getto lieve dell’acqua come più o meno fanno i passerotti nelle pozzanghere, se li avete mai visti. Con la differenza che i passerotti hanno il senso della misura e Silvano no, così finisce che poi si bagna troppo e non riesce più a volare. E allora ti fa la faccia triste che è come se dicesse: ti prego vienimi a prendere, che sono nei casini.

Il Cuggino rasta torna da un vicolo dove si era nascosto con una tipa conosciuta tre minuti prima, ed ha la maglietta sporca di sperma in più punti. Borbotta contrariato che al giorno d’oggi le tipe non praticano più il sesso orale come una volta.

Nei prossimi giorni sono attesi gli arrivi di nuove Special Guest, ospiti in questa casa di malati. Si vocifera del ritorno di un cubano, che già era stato da queste parti tempo fa, e di una brasiliana, assolutamente una new entry.

Domenica prossima qui nella casa dei malati, con tutte le Special Guest possibili, avrà luogo un festone (festazzone, festolone, festocchione, festaccione..) con musica, alcool, bruschette al pomodoro e rucola, e tante altre cose buone e giuste che organizzeremo più in la’.
Chi si trova al tacco per quella data è invitato, l’importante è farsi vivi prima, con la mail a lato.

passo e chiudo

tre millimetri sopra il nulla

Su di un muro scrostato alla periferia del paesello, trovo scritto: Sabrina ti amo, io e te Tre metri sopra il cielo. Un gatto pezzato, forse con la rogna, si gratta con insistenza. Il parcheggio antistante è bruciato dal sole. Le automobili sono parcheggiate alla rinfusa, che tanto di spazio ce n’è a sufficienza e non c’è bisogno di fare economia.
Su di una parete di cinta, che delimita il passaggio della ferrovia, dove di treni ne passano forse due o forse nessuno, trovo scritto con uno spray blu : Giovanni e Luisa forever : Tre metri sopra il cielo.  

Il campetto da calcio in una zona del paesello che è ancora campagna, ma solo per poco, ha un muro privo di intonaco che lo accerchia. Pensionati cavalcano motorini anni ottanta, di quelli che i piedi li poggi sui pedali e nelle salite, se giri i pedali, ti puoi aiutare quando il motorino non ce la fa più. Trovo scritto, tra i vari Pamela perdonami a caratteri cubitali e rossi, e le varie combinazioni di Forever ( Luigi e Marina Forever, Claudia Forever, Luca e Piccolina Forever etc..) trovo scritto pure, con malcelata ambizione graffitara, un inflazionatissimo Per sempre io e te Tre metri sopra il cielo.

Tenuto conto che un ragazzetto, quando si innamora, in teoria dovrebbe avere il massimo dell’originalità che gli sgorga dal cuore ansioso e pompante. In teoria, un ragazzetto innamorato, dovrebbe averci per la capa dozzine di pensieri melensi che girano e girano senza farlo respirare.

In teoria.

Tenuto conto che una citazione ci sta benissimo, se il ragazzetto a causa dell’innamoramento o a causa delle scuole diroccate  che c’abbiamo qui, risulta inabile alla sintassi. Ci sta benissimo, la citazione.
Ma cazzo, così No.

In tivvù mandano certe televendite delle scarpiere, che mi chiedo preoccupato come ho fatto a vivere fino ad oggi senza una scarpiera da infilare dietro la porta. Provo un fortissimo desiderio di scarpiera verticale per nove paia di scarpe, io che di scarpe ne ho due paia in tutto, e comunque da metà luglio giro imperterrito in infradito.

Al mio paesello si è verificata una valanga di matrimoni. Si sposano coppie di giovanissimi dove nessuno dei due lavora, o magari lavorano malino e i soldi non ci sono, e dove non c’è nessun bebè in vista. Però costruiscono case con l’aiuto dei papà, e poi con le loro fedi d’oro all’anulare, spazzano orgogliosi i pavimenti di proprietà.

Il fatto è che qui, estremo baluardo dell’Africa Settentrionale, la parola convivenza fa ancora zompare le commari sulla sedia.
Il fatto è che qui si diventa commari molto ma molto presto.

Torno or ora da un tramonto condito con birra, in un posto sulla scogliera a due passi da casa. Avevo di fianco Giuliano dei Negramaro che il Cuggino rasta si ostinava a chiamare chissà perché Graziano dei Negramaro. Poi ha fatto la sua entrata l’ormai leggendario Silvio Muccino – paglietta in testa e sorriso pubblicitario – che a quanto pare è alla ricerca di spose da traviare qui nel Salento costa occidentale.

Ho scritto qualcosa come “estremo baluardo” e quindi è meglio che per oggi ne faccio Basta, di scrivere

francesca

Mentre mi passo lo spazzolino sui denti, in bagno, vedo camminare Francesca – placida – in corridoio.
Francesca è il mio pitbull. E’ un cane buono e dolce, ma ha alcuni problemi comportamentali. Soffre di carenza d’affetto. E crede di essere un uomo.
Cioè, una donna.

Siccome crede di essere una donna, vuole vivere in casa, e non nell’immenso giardino che ha a disposizione. In casa – abbiamo deciso – non deve starci. E’ questa la tradizione che si tramanda per i cani di questa famigghia. La casa comunque No. L’ultimo cane che ha avuto il permesso di vivere in casa è stato un grosso pastore belga nero che ( narra la leggenda ) usava dormire sotto la mia culla, ormai un quarto di secolo fa. Un quarto di secolo ed un anno fa, ad essere precisi (sob).

Francesca però qualche volta se ne fotte delle regole di questa casa, quanto a cani, e in casa ci entra lo stesso. Quando viene sgamata, sfodera una faccia strappalacrime che a confronto Lassie recitava come Alessia Merz in Jolly Blu. Quando viene sgamata, Francesca, tira fuori una faccia da cane bastonato con la differenza che nessuno l’ha bastonata, a lei , e pure volendo servirebbe del coraggio, perché grossa com’è incute timore a tutti.

Francesca, quando dorme, molla degli scorreggioni paurosi.

Francesca si ricorda di essere un cane quando vede un gatto. Se vede un gatto, non abbaia. Se vede un gatto, Francesca, praticamente ruggisce. Se riesce a prenderlo, il gatto è fregato, è già sottoterra. E con questo intendo che “il fu gatto” viene davvero interrato, piantato nel terreno come fosse una pianta. Anche questo cozza contro la tradizione di questa casa, dove per anni cani e gatti hanno dormito gli uni sugli altri, durante gli inverni,  per darsi calore a vicenda.

Il gatto viene tumulato nella terra rossa salentina, ad eccezione della coda. C’ha sto difetto, Francesca, che lascia fuori le code dal terreno. Soffre di una rara patologia, definita T.I.G. ( Tumulazione Imperfetta di Gatto) per la quale non esistono cure.
Così poi succede che mia madre va a stendere i panni da asciugare, e trova queste code di gatto che spuntano fuori dal terreno. Allora si corre da Francesca a urlare, e lei che già sa di cosa si tratta, diventa la Mario Merola dei cani, e ti fa la faccia di quella che si dispiace, che davvero non voleva, che solo questa volta e poi non lo fa più.

Avendo scritto sto post mi devo scusare con, nell’ordine:

il mio vicino di casa, quello che aveva il persiano bianco giocherellone con gli occhi azzurri. Sono cose che succedono, scusa.
Alessia Merz  : vabbè che recita male, ma almeno ha dei begli occhi, come quelli del persiano bianco.
il mio vicino di casa quello che aveva il gatto tigrato arancione (lo stesso di cui sopra)
Dario Cassini: anche lui attore in Jolly Blu, un giorno siamo andati a pranzo assieme. Il film era una merda, ma tu recitavi bene. E poi non posso dire altrimenti, dopo che ci hai offerto tutto il limoncello che c’era disponibile in quel ristorante sul mare. Anche tu c’hai gli occhi azzurri, che combinazione. Ma un po’meno di Alessia Mertz e un po’ più del persiano bianco.
Francesca che se gli togli sta mania gatticida e le scorreggie, è un bravo cane. Se poi anche lei prendesse coscienza che è un cane, allora, sarebbe perfetta.

certe notti, quando si fa molto tardi, tramonta pure la luna.

Cerco l’ottimismo tra i corridoi e gli spigoli della mia coscienza, come fosse un gatto che si è perso. Non lo trovo e non lo trovo, ma faccio finta che Si.

Certe notti mi rendo conto, quando ormai è troppo tardi, che forse era meglio restare a casa. Magari con un vecchio film di Nino D’Angelo su di una rete locale, per sbadigliare in poltrona con un bicchiere mezzo vuoto di aranciata in mano.  Me ne accorgo quando ormai i chilometri che separano la poltrona dalla macchina che mi porta via diventano troppi, per voler tornare a casa a piedi.
Mezzo vuoto, ho detto?
Appunto.

Mi hanno chiesto Allora Che Fai, Vieni? Ed io, serio, ho risposto: Datemi prima un termometro, che secondo me c’ho la febbre. Di febbre non ne avevo, e l’ho riferito in tedesco alla ragazza di mio fratello Il Medio, perché lei in questi giorni, mezza tedesca e mezza costaricana com’è, mi funge da maestra di lingua germanica, nei momenti morti delle giornate.
Mi sono depositato in auto e ho pensato, ma non l’ho detto: Fate, Fate, andate, portatemi, fate. Andate.

Sulla strada mi sento un pacco postale per lunghi tratti. Quando mi risveglio dal mio paccopostalismo, guardo fuori nel cielo grigio, che sarebbe notte fonda ma il cielo è grigio, perché ci sta una luna che pare un sole, nel cielo, e illumina i bordi delle nuvole spezzettate. Poi se sono davvero sveglio, ascolto Chris Martin che mugola dall’autoradio e allora cerco di inseguirlo con vocalizzi arabi assieme alla Maestra, solo che lei è intonata ed io No.
Poi sbuffo e torno pacco postale.

Certe notti la strada non conta, quello che conta è sentire che va .

Certe notti mi girano le palle, perché più che altro la strada va e ancora va, e non si arriva mai al dunque, e il dunque in queste certe notti pare essere solo un dettaglio, trascurabilissimo.

Certe notti – come ieri – facciamo una sosta in questo paesello piccolissimo che però c’ha un baretto che ti fa i cocktail a prezzi cinesi, e non si può non approfittarne. Io per far notare la mia estraneità al mood della serata, non approfitto dei prezzi cinesi e mi attacco ad una MorettiPiccola, e mi siedo con posa da pensionato su  di una sedia di plastica, appena fuori dal baretto.
Billigiò invece non può farsi sfuggire l’occasione, e ordina in blocco tre campari gin. La barista si rivolge a Billigiò chiedendo: Volete pure il limone nei campari gin? Billigiò mi racconta di questo involontario Plurale Maiestatis , ridacchiando, coi tre bicchieri in mano e le tre cannucce in bocca.
Io nel frattempo controllo il traffico che non c’è, dalla mia sedia di plastica.
La Maestra mi si avvicina e mi dice, pizzicandomi la guancia: Il Mio Cognato!  
Penso che è la prima volta che mi chiamano Cognato. Penso che la prima volta, guarda un po’, mi doveva capitare con accento latinoamericano.

Arriviamo al dunque, ma del dunque non mi va di parlare. Che questi raduni di musica reggae in spiaggia mi provocano un eritema sul cervello, per il fastidio e per la noia, definito da me appunto Eritema da Reggae. Il più contento era ovviamente il Cuggino Rasta, che quando è arrivato ha cercato di esprimere la sua volontà di trascorrere un periodo di purezza e castità, affermando: Quest’estate è all’insegna dell’Anno Sabbatico. Poi però, un litro di vino rosso più tardi, è sparito tra le dune di sabbia con una milanese amica sua, che secondo me è arrivata da Milano giusto per quello. Probabilmente mentre scrivo è ancora lì, tra le dune, che dorme con la faccia nella sabbia.

Certe notti guardi la luna a più riprese, e vedi che si muove.

Ho guardato la luna nel cielo e poi ho abbassato lo sguardo alla spiaggia. Attorno a me avevo una costellazione di individui col palmo aperto ad altezza bacino, rivolto all’insù. Accendino che lavora furtivo per squagliare il tocchetto di fumo. Odore inconfondibile nell’aria. E’ stato in quel momento, percependo la prevedibilità, l’ineluttabilità e l’ovvietà della situazione, che ho pensato a Nino D’Angelo, ai libri che c’avevo sul comodino, al bicchiere d’aranciata.

Certe volte mi sento come ET, solo che non so dove puntare il dito per dire Casa.

In queste notti, quando la luna tramonta, allora esce il sole.
Torno a casa che è luce, barcollo.
Mia madre già lava i piatti della sera prima.

sonnecchianti parole tanto per dire qualcosa

Lo casse dello stereo della macchina mandano fuori un ritmo in levare.
La macchina procede lenta sulla stradina che costeggia la costa.
La stradina che costeggia la costa è incorniciata da schizzi verdi di fichi d’india.
I nostri piedi, nella macchina che procede lenta, sono incrostati di quella sabbia testarda che pure se insisti, quella rimane lì.
Le guance sono bruciate dal sole.
La macchina la guida il Cuggino, è la macchina del babbo, e lui ci tiene a mantenerla pulita. Dietro siedono l’amico Frollo e la consorte sua straniera, che sta iniziando a masticare l’italiano.

– Chi è questo che canta nello stereo? –
– Giuliano Palma.-
– Ah…-
– … –
– Ed è italiano? –
– No, è giapponese. –
– Giapponese? –
– … –
– Ah, be’ –
– …-
– Sicuramente, per il nome che c’ha, deve avere origini italiane.-
– Ma infatti.-
– Sicuro.-

Guardo fuori dal finestrino, guardo la mia faccia col naso rosso nello specchietto retrovisore. Certe volte ho come l’impressione, quando percorro queste strade bruciate dal sole, di essere stato catapultato in Messico. Questo lo scrive uno che in Messico non c’è mai stato, e pure volendo immaginarlo, il Messico, non saprei come immaginarlo. L’unica cosa che mi viene in mente, se penso al Messico, sono quei due tipi col cappello largo largo della pubblicità del The, quando uno dice all’altro: Mira il ditooo!

L’altra sera il pappagallo di mio Zio, poco prima che ci sedessimo a tavola per la cena, ci ha detto: Buon Appetito.

In giro mi dicono: sembri davvero un tedesco.
Io dico: cazzo, con questa pelle magrebina? Ma come tedesco?
Mi dicono: massì, sei così alto. Gli occhi chiari. Sembri proprio un tedesco.
Vorrei dire: Ecco perché mi sembra di stare in Messico. Tutti così bassi. Così scuri.

Mio fratello il Piccolo ( D.Pennac All rights reserved) si ostina a lasciare le sue mutande sul pavimento del bagno. Io faccio finta di non incazzarmi ma poi mi incazzo lo stesso. Ogni giorno trovo le sue mutande. Ogni giorno. Per terra.
Ci mettiamo a discutere della differenza tra territorio privato ( la propria stanza) e territorio comune (il bagno) e di come uno può fare tutto quello che vuole, nel territorio privato, pure tenerci un pinguino gay che fa da appendiabiti col becco, ma che nel territorio comune ci sono delle regole da rispettare, e lui che studia da giurisprudente dovrebbe saperlo, e che se queste regole non le rispetti, poi succede che il fratello grande si incazza.
Ho appeso le sue mutande a tre metri d’altezza,nel salone, come protesta simbolica. I soffitti delle case antiche da queste parti sono costruiti a volte molto alte. Lui non capisce questa protesta simbolica e minaccia di incendiarmi il letto. Io un po’ ci credo, che con i baffi che si è scolpito sulla faccia due giorni fa, c’ha davvero l’aspetto di un narcotrafficante sudamericano.

Mentre dallo stereo della macchina esce il ritmo in levare di Giuliano Palma, dico alla combriccola:

– Questo qui suona da queste parti, tra un paio di giorni.-
– Questo qui Chi?- mi chiede il Frollo, come al solito fuori dal mondo.
– Quello che senti cantare in questo momento.-
– Il giapponese?-
– Lui.-
– Giancarlo Paletta? –
– Quello.-
– Andiamo a sentirlo?-
– Andiamo.-

Quindi stasera siamo lì, al concerto in levare dei BlueBeaters e di Giuliano Palma. Sullo stesso palco ieri c’era il Cuggino Bassista, con un pubblico enorme che pareva di stare a Woodstock. A fine concerto il signore Iddio ha mandato dal cielo un acquazzone che ha inzuppato tutti, ed ha smorzato le sbronze estive dei ragazzetti zompanti.
Io, col mio solito Culo d’Agosto, ho trovato parcheggio di fianco al palco, e sono tornato a casa asciutto.