l'ultimo esame che resta

L’ultimo esame che resta per completare la mia fulgida carriera universitaria di fulgido studente universitario dallo splendente libretto di giada, è un misero Esame Pernacchia. I professori degli Esami Pernacchia sono generalmente dei bonaccioni – di solito anzianotti – che se pure ti presenti il giorno dell’esame vestito da Pulcinella, saltando e ballando e suonando le ascelle e recitando all’incontrario la Vispa Teresa con intenti satanici, quelli sono capacissimi di dirti che va bene così, che forse potevi fare di più ma che comunque può andare bene così.

E allora succede che le motivazioni devo sforzarmi di  trovarle fra le pieghe delle lenzuola sfatte della mattina. E allora succede che certe mattine mi sveglio e davvero mi chiedo perché devo tirarmi su dal letto, e chi me lo fa fare. Siccome poi non trovo neanche un motivo per rimanere disteso, alla fine succede che mi tiro su. Un anno fa ero così impegnato con lo studio che la mattina mi svegliavo già nervoso e bestemmiante, mi tiravo su di scatto e consumavo i cinque passi di pavimento che mi separavano dal tavolo col libro già aperto, e con gli occhi stropicciati e il pigiama ancora caldo cominciavo a rimuginare di emoglobina e ormoni tiroidei, senza neanche aver sollevato la tapparella, senza essermi lavato, senza avermi pisciato, senza avermi colazionato, senza avermi caffeinato. L’impellenza del bagno e la fame servivano a tenermi sveglio, almeno fino alle dieci di mattina, poi di solito mi sentivo svenire. Dopo una giornata trascorsa così arrivavo addirittura a considerarmi un eroe, e la mia lotta libresca contro i parametri biochimici dell’insufficienza cardiaca congestizia assumeva i contorni epici di una battaglia in cui io prendevo (idealmente)  a pugni il mio libro di clinica medica. Un pazzo furioso che la mattina si svegliava e ringhiava al suo libro: adesso ti faccio vedere io, adesso ti faccio.

adesso ti faccio vedere io, adesso ti faccio.

A proposito di ripetizioni nella prosa, l’altra sera sono andato a sentire parlare Paolo Nori, in un posto in piazza maggiore che faceva un caldo bestiale. Adesso c’ho pure sta sciarpettina sottile e bellissima che mi ci sono subito affezionato, e dimentico sempre di srotolarla dal collo e metterla in tasca, nei momenti in cui andrebbe srotolata, e me ne ricordo solo quando ormai sto schiattando dal caldo. Quando Paolo Nori ha finito di parlare ha chiesto ci sono domande?, e io la domanda ce l’avevo pure nella testa, ma era una domanda caustica e polemica circa una frase che lui aveva pronunciato poco prima. Poi sarà stato il caldo – che ne so – o chissà cosa, la domanda alla fine non l’ho fatta. E per fortuna che la domanda non l’ho fatta, ché dopo si è andati con Paolo Nori, Stefano e altri personaggi a bere una cosa tutti assieme, e non mi sarebbe piaciuto andare lì col fastidioso precedente di una domanda polemica e caustica sul groppone. Che in fondo basta un niente per farmi sentire a disagio, a me.

Ma dicevo, studiare.

L’Esame Pernacchia mi racconta dei metodi di macellazione degli animali, metodi di preparazione allo squartamento e delle opportune operazioni da effettuarsi nella fase post squartamento. Una cosa molto splatter, insomma. Una cosa che provoca subito lo sbadiglio e che mi viene da giocare agli equilibrismi delle penne tenute fra il naso e il labbro superiore contratto all’insù. Uno di quegli equilibrismi che poi la penna ti cade sul tavolo e ricominci daccapo, ci provi di nuovo, ti casca di nuovo, e ricominci daccapo. Poi la penna cade sotto al tavolo e ti incazzi.  

Ma ci devo trovare l’interessante, in tutto sto splatter, sennò diventa impossibile andare avanti.

Allora pare che gli ebrei e i musulmani non accettino lo stordimento pre-squartamento degli animali. Noi cattolici (Dico per dire) gli animali li stordiamo fracassandogli il cranio o gasandoli col monossido di carbonio, e poi dopo li dissanguiamo. Ebrei e musulmani No, loro li dissanguano quando sono ancora coscienti.  

(questo e molto altro, su Rieducational Splatter Channel)

E poi ebrei e musulmani c’hanno i loro animali impuri, noi (“noi” in senso lato) invece ci ingurgitiamo tutto l’ingurgitabile. Io adesso non posso dire che esiste un passo del Vecchio Testamento (questo qua) che in casa usavamo recitare per farci delle grasse risate alla sera discutendo di animali puri e impuri secondo la tradizione ebraica, dopo aver ingollato il tradizionale paio di litri di birra del dopo cena. Non lo posso dire ché potrebbe suonare blasfemo, e allora non lo dico. 

Anzi, non dico più niente che si è fatto tardi.

P.S. per eventuali anatemi e/o maledizioni, usare l’indirizzo di posta qui a lato.

vengo a sapere che

Vengo a sapere che nel mio letto – durante la mia assenza – si è consumato dell’amore saffico. Accolgo la notizia con indifferenza, anche perché in quel letto ci ha dormito mezzo mondo e figurati se adesso mi devo far impressionare da un po’ di lesbo. A quanto pare, anche per l’amore saffico è necessario avere a disposizione un pacchetto di fazzoletti vicino al letto. Non si smette mai di imparare. Uno vede ste cose e poi di conseguenza si fa delle domande. E le domande  – ahimè – restano domande. Tanto per restare in tema, vado dal coinquilino Billigiò che studia nella stanza a fianco e gli chiedo:

– Pensavo: dato che in Italia fra poco ci saranno i Dico, perché non ci sposiamo?
– Eh, lo pensavo anche io. Ma ci conviene davvero?

Epperò così mi passa tutto il romanticismo, e non mi va di preparare il corredo per un matrimonio di interesse. E comunque pare che il governo sia caduto, o forse è solo inciampato, e quindi per adesso niente Dico, niente di niente. Ieri mattina, immerso nella mia attuale nullafacenza, ho seguito alla tivvù il discorso del ministro col baffo che tentava di convincere la platea delle sue ragioni in politica estera. La platea alla fine non l’ha convinta, però a me, che sprofondavo nel divano coi pantaloni del pigiama, mi ha convinto eccome. Mi sono detto: ma guarda che personaggi lucidi ed equilibrati abbiamo al governo! Ma che bello averci un ministro che dice queste cose e che le dice in modo così convincente! Ovviamente quando una cosa – o una persona – è di mio gradimento, automaticamente quella cosa o quella persona non può essere gradita alla maggioranza. E infatti il ministro col baffo è stato bocciato per pochi voti. Forse dovrei cominciare una carriera di consulente per politici: tu politico vuoi fare carriera? Non devi piacermi. Devi starmi antipatico. Ti dico io come fare, devi sforzarti di non piacermi. Si potrebbero fare dei bei soldi, con questa carriera di consulente per politici, no?

Narra la leggenda che il ministro col baffo bazzicasse in gioventù dalle mie parti, e che talvolta si trovasse con mio zio a passeggio. Narra la leggenda che il ministro col baffo da giovane giocasse appassionatamente col flipper di mio zio, questo flipper anni 70 che in seguito mi ha accompagnato in tutta l’era pre-videogiochi della mia infanzia terronica.

Ricordo che da bambino mi dicevano: vedi quel flipper? Ebbene, devi sapere che quel flipper bla bla bla. Di tutte queste storie sul flipper anni 70, di tutti questi bla bla bla ricordo gli aneddoti sul ministro col baffo che da giovane si accaniva sui tasti per far sbalzare la pallina di acciaio del flipper. Molti anni dopo il ministro col baffo, sullo stesso flipper mi ci sono accanito io. Ho cominciato che ero piccolissimo e non arrivavo a vedere la pallina, epperciò dovevo salire su di una cassetta di plastica di quelle che si usano per vendere la frutta al mercato. Ho tante foto di me in bilico su varie cassette della frutta, o su sedie di plastica, che  a cinque anni abbraccio il flipper enorme per arrivare con le mani da un tasto all’altro. La passione per la pallina di acciaio era travolgente, e se un mio fratello si avvicinava per giocare, dovevo scegliere fra un pugno in piena faccia e la magnanima concessione di uno dei due tasti del flipper. Il più delle volte erano pugni in piena faccia. Del resto in tutte le aggregazioni umane, la democrazia è solo un passo successivo. All’epoca vigeva incontrastata la dittatura.

La passione per il flipper era davvero travolgente, al punto che un giorno mi pisciai addosso mentre picchiavo sui tasti in bilico sulla cassetta della frutta. Avevo avvertito lo stimolo, ma non potevo assolutamente abbandonare la postazione perché ero in lotta per un nuovo record di punteggio. Eppoi, abbandonare la postazione voleva dire offrirla ad un fratello che aspettava come un avvoltoio nei paraggi, e di conseguenza voleva dire inaugurare una nuova guerra di tirate per i capelli e pizzicotti sulle braccia abbronzate di cinquenni. Così mi pisciai addosso, fra le gran risate degli adulti presenti. Ovviamente mi feci fotografare anche così, coi pantaloncini abbassati e le mutande inzuppate di urina da cinquenne invasato del flipper. In quella foto, se si toglie la mutanda pisciata, sono davvero bellissimo, sono uno splendido bambino abbronzato degli anni 80.  Quella foto so benissimo dov’è nascosta, e la lascio nascosta che è mooolto meglio così.

Come si può notare sono bravissimo a cambiare discorso, e oggi c’è proprio bisogno di cambiare discorso, visto il senso di schifo e di vergogna e di sconforto che mi prende ad ascoltare le notizie di queste ore alla tivvù.

Sob.

ho capito di essere giunto in patria

Ho capito di essere giunto in patria al lavandino di una toilette di un autogrill vicino Trento, mentre mi sciacquavo le mani ed osservavo nello specchio i tre personaggi alle mie spalle. Un tizio è uscito dal cesso abbottonandosi i jeans in quel modo molto patriottico di abbottonamento dei jeans che consiste nell’inarcare il culo all’indietro per farsi spazio davanti. Un suo amico ha dimostrato la propria contentezza per il fatto che il compagno avesse portato a termine con successo il suo urinamento con quel modo molto patriottico di dimostrare la felicità, ovvero sferrando una serie di pugni sulla spalla del compagno che intanto se la rideva e continuava – lentissimo – ad abbottonarsi i pantaloni. Quindi si è passati ad una ulteriore manifestazione patriottica di amicizia che consiste nel cercare di acchiappare – mediante un movimento lesto e improvviso della mano – l’organo sessuale dell’amico che ti sta vicino. Molto spesso questo gesto è soltanto un bluff che serve a spaventare l’amico di turno, mentre l’organo (salvo rarissimi casi) resta tranquillo al suo posto. Questa simpatica riunione di vecchi amici in una toilette di autogrill vicino Trento ha avuto il suo apice patriottico quando l’amico abbottonato ha tirato fuori il suo modernissimo telefono cellulare e ha filmato gli altri due amici che si abbracciavano e urlavano, appoggiati al ventilatore di aria calda: Italiaaa U-no!  Ho cominciato ad avvertire una sensazione di patriottismo molto forte, quasi insopportabile, come se un enorme Elmo di Scipio avesse improvvisamente cinto la mia testa.

scavarsi la fossa da soli

Dice: hai mai visto uno che si scava la fossa da solo?
Dico: mi pare di No.
Dice: sei sicuro che non lo hai mai visto?
Dico: ma intendi proprio uno che…
Dice: uno che si scava la fossa da solo.
Dico: no, non credo.

(…)

Dice: allora non lo hai mai visto.
Dico: te l’ho già detto. Non l’ho visto.
Dice: maaa, dimmi un po’.
Dico: che c’è.
Dice: cosa stai facendo adesso?
Dico: sto scrivendo la Tesi.
Dice: ah, bravo, e perché?
Dico: eh, cosí poi mi laureo.
Dice: ah, bravo.
Dico: eh, grazie.
Dice: e quindi ti laurei.
Dico: e quindi Sí, mi laureo.

(…)

Dice: eeeh… dimmi una cosa.
Dico: sentiamo.
Dice: ti vuoi davvero laureare, tu?
Dico: laureare nel senso laureare?
Dice: in quel senso.
Dico: ah, beh, io voglio passeggiare a piedi nudi su di un prato verdissimo…
Dice: ah, che bello. E laurearsi?
Dico: … e mettere i piedi nudi nell pozze d´acqua dove gracchiano le rane grassoccie…
Dice: …
Dico: …e farmi mordere il pollicione del piede dalle formiche piú grosse e incazzate…
Dice: stupendo.
Dico: … e addormentarmi col naso incastrato nell´incavo di un libro aperto…
Dice: poetico.
Dico: …un libro con le pagine ruvide e spesse, mentre le formiche mi passeggiano educatamente in fila indiana sulla panza…
Dice: bellissimo.
Dico: …
Dice: …
Dico: …
Dice: vabbé, ma quanto a laurearsi?
Dico: non mi va, non ne ho voglia.
Dice: non ne hai voglia.
Dico: ma proprio zero.
Dice: zero voglia.
Dice: …
Dico: anzi sai cosa?
Dice: cosa.
Dico: mi viene proprio la nausea, a pensare che mi devo laureare.
Dice: ma bene.
Dico: proprio così, la nausea.
Dice: ho capito.
Dico: te l’ho detto.
Dice: me l’hai detto.
Dico: cazzo se te l’ho detto.
Dice: senti io devo andare, ti saluto.
Dico: va bene vai, che io continuo a fare sta cosa della Tesi.
Dice: occhei, ti lascio a scav…ehm, a scrivere.
Dico: …
Dice: …
Dico: vafancùlo.
Dice: …

del mistero del fusillo e di altre sciocchezze

Caro coinquilino BravaPersona che mi chiedi se gentilmente posso dare una “pulita generale” alla casa prima di andare via per sempre, io la pulita generale te la do pure – ché mi sembra una cosa civile e ragionevole –  però se fai la cacca nel nostro microcesso verde da shuttle spaziale poi dopo devi sforzarti di pulire tutto e non mi devi lasciare la tua firma nel cesso, ché l’istinto di nascondere le tracce della propria cacca è innato negli esseri viventi, ce l’hanno pure i gatti – i gatti santoiddio, i gatti – che sotterrano i propri stronzetti con diligenza, e i cani siamo d’accordo che non ce l’hanno però se becchi un cane che fa la cacca quello si intimidisce tutto perché anche lui nella sua testa di cane ha un microembrione di idea di pudore circa l’argomento cacca. Non lo sapevi?

Ora lo sai.

E poi se ti chiedo con cosa devo pulire la cucina che non ci sono panni e spugnette apposite, tu non mi puoi dire di usare la spugnetta che ho usato per pulire il bagno firmato, che a sto punto tanto vale ti piscio nel lavandino che l’ammoniaca contenuta nell’urina se vogliamo ha il suo perché – nell’ottica di una disinfezione sommaria – in mancanza di altro prodotto detergente.

E poi non mi guardare così il disordine della mia stanza, ché questo è disordine mica sporcizia – questo è disordine – ovvero è il sintomo di una mente creativa e disinteressata ai vincoli materiali terreni come quelli del mangiare bere dormire e mettere in ordine.

Però è anche vero che dovrei cambiare le lenzuola che fra poco diventano come il sudario di GiesuCristu e cominciano a raccontare parabole per conto loro.

Da due giorni in cucina dorme il mio successore, ovvero colui che prenderà il mio posto appena sarò andato via da qui. Il Successore è un tedesco basso e occhialuto coi pantaloni acetati della tuta in perenne accostamento con maglioncini da bravo ragazzo. Il Successore sedeva ieri sera da solo in cucina quando gli ho detto: dai, Successore, ti cucino un po’ di pasta, ti va? Ha accettato subito, si è avvicinato ai fornelli e mi ha chiesto nell’ordine: 1) cosa studi? 2) fai sport?  3) hai la ragazza? 4) vabbè ma in Italia però ce l’hai la ragazza? E questo ordine di domande mi ha già leggermente indisposto. A tavola mi ha mostrato sul cellulare la foto della sua automobile modificata coi cerchioni lucidati e mi ha spiegato che quello è il suo gioiello che c’ha paura di portarlo a Colonia, e che il suo gioiello è dotato di ToTcentinaia centimetri cubici di cilindrata. Io per farlo contento ho esclamato qualcosa che stava a significare più o meno “Mei Coioni!” anche se poi di auto ne capisco così poco che per me una vale l’altra. Davanti alla tristezza infinita della situazione ho deciso di aprire quella bottiglia di Bardolino che conservavo in un angolo da tempo. Mi ha spiegato che il suo lavoro consiste nel guidare il camioncino Spalaneve sulle strade. A quel punto mi sono insospettito e gli ho chiesto Ma Spiegami Un Po’, Successore, in che senso spali la neve? Voglio dire, qui ha nevicato solo due giorni e tra un mese arriva la Primavera, tu che caspita fai tutto il giorno? Allora – mentre io continuavo a ingurgitare sorsi rossi e bardolini – mi ha spiegato che negli altri giorni “aggiusta le cose della strada”. Il mio linguaggio tedesco non mi permetteva di capirne di più e allora lui mi ha fatto un disegnino sulla carta con dei segnali stradali, ne ha disegnati tanti diversi e tutti pendenti da un lato. Poi con le freccette mi ha fatto capire che grazie a lui i segnali da storti ritornavano dritti. In pratica il mio successore fa il raddrizzatore di segnali stradali storti.

Quando più tardi – con quasi una bottiglia di bardolino nel sangue – su msn ho provato a spiegare a Jun la storia del raddrizzamento dei segnali, sono stato colto da una crisi di risate che a momenti soffocavo ingoiando il microfono.

Ma comunque.

Qualche giorno fa – in questo post – ho sghignazzato per il fatto che il fusillo in Crucconia non si chiama fusillo ma si chiama invece Spiralen. Poi dopo ho finito di sghignazzare pensando che forse chiamandolo Spiralen i crucchi hanno voluto assegnare al fusillo un nome dalle sonorità più tedesche, qualcosa che finisse in “–en” come molte delle loro parole. E’ comprensibile, mi sono detto. É giustificabile. É accettabile.

E invece No!

Ecco qua cosa ho trovato. A questo punto il mistero del fusillo si infittisce. A questo punto é lecito pensare che la parola fusillo in tedesco abbia un significato scandaloso, impronunciabile, satanico. Perché Spirilli e non Fusilli? Cosa vuol dire Fusillo in veritá? Cosa potrá mai significare di tanto grave? Vorrà dire: Grandissimo figlio di p***ana? Cog**one? Maurizio Costa*zo? Cosa vorrà dire? Potrei provare a urlare “fusillo fusillo fusillooo!!!” nel corridoio e poi a chiudere in fretta la porta per vedere di nascosto l’effetto che fa, ma la porta della stanza non ha la chiave e quindi è meglio se sto buono e quieto e sto dilemma del fusillo me lo tengo per me.

e poi ci sono queste tamarrate fenomenali

come le confezioni di mutande nei centri commerciali crucchi, che adesso te le vendono in pacchi da sette e su ogni mutanda trovi ricamato il nome di un giorno della settimana: lunedì, martedì, mercoledì… per non destare sospetti sulla tua igiene intima che non si sa mai cosa potrebbero andare a pensare le persone per bene. Magari potrebbero arrivare a pensare che non ti lavi, sti maligni dispettosi che non sono altro.

e invece No, tu ci mostri la tua mutanda che sopra c’è scritto Venerdì e poi prendi il calendario e fai notare che è proprio Venerdì e allora c’hai la coscienza apposto.

poi magari dopo un quattro cinque ore di sesso selvaggio con una addestratrice di leoni del circo Medrano senti il bisogno di cambiarti la mutanda che gocciola strani liquidi che forse ti appartengono e forse No, e ti infili la mutanda del giorno dopo, così poi ti si sfalza tutto l’ordine dell’universo mutandesco, deragli dai tuoi propositi di precisione di igiene del pube, cominci a credere che la Domenica sia il Mercoledì e che il Martedì non esista più, cominci a tremare di paura come Micheal J.Fox in Ritorno al Futuro quando non capisce dove cazzo si trova, poi ti metti a piangere e infine ti fasci il bacino con un lenzuolo bianco come Gandhi.

va bene ho esagerato.
era per dire.

la musica certe volte

La musica certe volte è una cosa intima, come fosse un oggetto misterioso che porti nascosto nelle mutande e che nessuno lo vede nessuno lo intuisce ma tu lo sai che ce l’hai.

Che a camminare camminare con le cuffie che ti mandano sempre nelle orecchie le stesse canzoni perché sono le canzoni a cui vuoi bene poi alla fine succede che a quelle canzoni ti ci affezioni per davvero, come fossero tue amiche per davvero, e invece sono solo canzoni. Come fossero tue amiche allora ti incazzi per un tradimento o se non si fanno più vedere per tanto tempo, e invece magari è solo colpa della funzione random con cui hai impostato il tuo lettore. Ti accorgi che una canzone a cui volevi bene è diventata la colonna sonora della pubblicità del frollino alla tivvù e ci resti male. Ma come? Io da te una cosa così non me la sarei mai aspettata! Ma insomma!

Che a camminare camminare con le cuffie che ti mandano nelle orecchie sempre le stesse canzoni poi succede che alla fine ti convinci che quelle canzoni le conosci soltanto tu e nessun altro. Io poi riesco ad arrivare alla certezza assoluta che quei pezzi siano stati scritti appositamente per me. E’ chiaro che se ascolti gli stessi pezzi alla radio tutta sta convinzione crolla in un attimo. Per questo motivo ti affezioni di più ai pezzi che nessuno conosce. O meglio, ti affezioni ai pezzi che tu credi che nessuno conosca.

Poi vai al concerto del tipo che ha scritto cantato e inciso le canzoni che tu credevi nessuno conoscesse, e resti scimunito a guardare quante persone attorno a te cantano e conoscono le parole a memoria – anche meglio di te – di quei pezzi che credevi nessuno conoscesse.

E’ chiaro che scrivendo mi rivolgo ad un Tu ipotetico che poi in sostanza sarei io. Questi deliri andrebbero riportati solo in prima persona singolare e non condivisi con altri ipotetici Tu che non c’entrano nulla.

Ma vabbè.

E così tre anni fa andai al suo concerto e ovviamente restai scimunito a vedere tutto sto pubblico che cantava le sue canzoni. E io a dirmi Ma come! Ma non è possibile! Tutto il tempo passato assieme  io e te (mi rivolgevo alle canzoni) e adesso tu te ne vai col primo che passa! Volevo dire alle tipe di fianco a me: ma come vi permettete di fare il coretto! Uscite fuori, su, fuori dalle palle! Qua è roba mia.

Ah, la gelosia.

Poi a fine concerto ho mandato la mia amica dentro al camerino: le ho detto Va’ Tu, che sei femmina e dotata di lunga chioma bionda, fatti fare un autografo per me. La leggenda narra che quella sera la mia amica sia entrata nel camerino dicendo qualcosa del tipo: Complimenti per il concerto! Me lo fai un autografo per Raffaele? E il risultato di questa domanda (tra l’altro pronunciata in inglese da una che ha fatto le elementari a Londra e che quindi si saprebbe far capire, in quella lingua) abbia prodotto un autografo che ancora oggi è appeso come reliquia nella mia stanza di Bologna dove c’è scritto:

Complimenti Raphael!
Sondre Lerche.


Cioè, i complimenti a me, capito? In effetti è una reliquia stramba, ma sempre di reliquia si tratta. La lascio appesa nella mia stanza a Bologna e mi permette ogni volta di inventare una cazzata diversa da raccontare agli ospiti di passaggio. Ah, sì, lui è un musicista famoso che mi ha fatto i complimenti perché bla bla bla, non lo sento da tempo perché sta sempre in tour bla bla bla, sai come sono gli artisti bla bla bla.

Oggi qui la prima nevicata dell’inverno. Finalmente. I fiocconi bianchi che scendono giù cambiano l’aria, le prospettive e le coordinate spazio-temporali.

Di conseguenza, buon natale a tutti.

quegli occhi allegri da italiano in gita

Poi ci sono queste giornate che i germanesi mi sembrano non possedere una faccia vera e propria. Come se avessero soltanto un naso, una bocca e due occhi, ma non una vera faccia, di quelle che si usano per fare le smorfie, per manifestare il dolore o il piacere.

Ci sono queste giornate che i germanesi mi sembrano un popolo ermafrodito, o sulla via dell’ermafroditismo. Dove le donne sembrano uomini, e gli uomini da giovani sono tutti così eterei e biondicci e privi di barba con le guance lisce come il culo dell’arcangelo Gabriele.

Mah.

Mi appaiono – maschi e femmine – sulla via dell’unificazione verso il sesso unico. Prevedo che fra un centinaio di anni non esisteranno più il sesso maschile e quello femminile ma solo un unico sesso, che probabilmente sarà definito il sesso Jürgen Klinsmann. Dove gli uomini saranno uguali sputati a Jürgen Klinsmann e le donne uguali sputate a Jürgen Klinsmann ma con l’aggiunta di un paio di tette posticcie sul petto. Un paio di tette che, passata l’età riproduttiva, verranno smontate e riposte in un teca di vetro in casa in ricordo dei bei tempi andati.

Certe mattine mi prende sta voglia di facce espressive, di facce che sorridono con le fossette sulle guance e di denti che mordono le labbra per il nervoso. Certe mattine mi prende la voglia di facce che si mangiano le unghie al semaforo e che sussultano divertiti per un pensiero piacevole di passaggio. Che poi lo so bene che non tutti i germanesi c’hanno la paresi facciale. E’ che oggi mi sono svegliato così.

Bugia, non è vero. E’ solo che avevo visto sta cosa qua.

Un sorriso che non si riesce a reprimere con lo sforzo, una mano davanti alla bocca per l´imbarazzo. Gli occhi luccicosi. Queste – non so come dire – son cose.

scimmia permettendo

Questa mia permanenza germanese sta per volgere al termine e io mi guardo intorno con aria insoddisfatta, BravaPersona ha già trovato un sostituto da infilare in questa stanza, e mi dispiace devo andare il mio posto è là.

Sta canzone maledetta mi fa venire ogni volta un magone tremendo, anche solo a citarla, ma il punto non è questo, il punto in verità sarebbe un altro.

Il punto è che adesso devo andare (il mio posto è là) ma io di tornare direttamente là (a Bologna) non c’ho tanta voglia, e allora da qualche giorno mi ronza nella testa l’idea di andarmene in giro nella nostra bella Europa, ché io adesso mi ritrovo praticamente nell’ombelico della nostra bella Europa, e sono ad uno sputo da tutti i paesi della nostra bella Europa. La nostra Europa che è così bella che se per caso ti scappa di scriverla senza l’iniziale maiuscola e scrivi europa, ecco che subito word ti fa notare che hai sbagliato e te lo sottolinea con la riga rossa, e questo significa che c’è grosso rispetto verso la nostra bella Europa, che se per caso scrivi dio in minuscolo non è che word te lo sottolinea: questo word è un software agnostico però per l’europa c’ha grosso rispetto.
Ooops, volevo dire Europa.

Ma dicevo.

Attualmente posso contare sull’ipotetica ospitalità in una serie di città in Olanda, Francia, Germania e Svizzera. L’idea sarebbe di partire da qui con un pacco di caffè italiano salentino e di farmi un simbolico caffè italiano salentino in ciascuna di queste città. Queste città che sono però, ahimè, molto distanti tra loro e quindi, fra una e l’altra, c’avrei da guidare per sette-ottocento chilometri lungo strade sconosciute e probabilmente infestate da briganti e spiriti maligni. E tanta tanta neve.

Allora pensavo.

Allora pensavo che il mio ipotetico viaggio si potrebbe svolgere secondo due percorsi ipotetici, che si potrebbero definire sinteticamente come ipotetico viaggio a est e ipotetico viaggio a ovest. Dove per “est” intendo verso la Germania, e “ovest” verso la Francia-Belgio. Siccome tutto ciò potrebbe risultare incomprensibile, ho cercato di schematizzare con l’abilità grafica che mi contraddistingue, gli ipotetici percorsi di questo ipotetico viaggio, e questo è lo schema. (che bravo, eh?)

E dunque.

E dunque mi chiedevo: c’è qualche lurker domiciliato in un punto qualsiasi delle nazioni appena sopra elencate che passando fra le pagine di sto blogghe senta la necessità di adottare un Rafaeli per – diciamo così – un dodici/ventiquattro ore? Definizione di lurker applicato ai blogghe: visitatore silenzioso che legge con costanza ma non commenta mai o quasi mai oppure commenta in via anonima. E allora: ci sono lurker francesi tedeschi belgi austriaci svizzeri o pure italiani ma moolto a nord che vogliono adottarmi? Io arrivo parcheggio dormo faccio caffè saluto e vado via. Eventualmente su richiesta racconto cazzate per un paio d’ore prima di andare a letto. Questo è il pacchetto Rafaeli all-inclusive. L’indirizzo mail è  a lato: sono incoraggiati i perditempo ma niente promesse da marinaio, ché dormire sotto i ponti a febbraio non fa molto chic.

Invece quanto è chic la mappa in portoghese che la svizzera si chiama Suíça?

Comunque è chiaro che tutte ste pippe mentali e tutti sti progetti di giramondo alla fine se ne andranno dritti dritti nel cesso se poi mi faccio prendere dalla scimmia che non mi va di fare niente, ché se mi prende la scimmia me ne torno mogio mogio a Bologna senza passare dal Via e non se ne parla più.

figure epocali

Sulla strada dritta stacco le mani dal volante e comincio a contorcermi creando qualcosa che in teoria sarebbe un ballo – in teoria – ma che in pratica é piú simile ad un attacco di convulsioni di un Gemello Kessler epilettico. E quando sono fermo al semaforo rosso riesco a collezionare certe figure di merda epocali, certe coreografie da automobile infestata da uno sciame di mosche che non vi dico. Anche perché, se pure lo dico, non rende l´idea. La colpa di questa mia doppia personalitá – che potremmo definire “sindrome da Dottor Jeykill e Gemello Kessler” – é soltanto loro, che hanno cacato un cazzo di disco bellissimo.

Ma la domanda che stamattina mi grattuggia le meningi è: la Flavia Vento che ultimamente si aggira fra i commenti è quella vera originale oppure è un carmelo gargiulo qualsiasi?

il cataclisma

dopo sta vicenda spassosissima della signora berluscona incarognita contro il nano berluscono, credo che si verificherà un momentaneo eclissi di interesse sui blogghe – almeno per un altra giornata – perché, diciamoci la veritá, é impossibile competere con una storia di siffatta bellezza, con tutto sto bordello dei giornali che dedicano le prime pagine, e dei ministri (i ministri!) che intervengono sul caso, e gli psichiatri (gli psichiatri!) che ne danno una interpretazione scientifica, la suocera (la suocera!) che dice mia figlia ha fatto bene, e il nano disperato che commissiona subito un sondaggio (un sondaggio! tutto ciò è esilarante, mi sento svenire), la soubrette tettona che non rilascia dichiarazioni in merito (ma figurati, cosa vuoi rilasciare tu?) e il nano che per scrivere la lettera di scuse si fa aiutare dall´avvocato (dall´avvocato!) e poi la lettera la mandano prima alla moglie via fax per chiederle se va bene cosí o se devono cambiare qualcosa e lei che li manda tutti affanculo.

Non so voi ma io alzo bandiera bianca.

I don't believe that anybody feels the way I do (about you now)

Pare che i crucchi siano ariani e che gli ariani siano bianchi, e che di conseguenze i crucchi siano da definirsi di razza bianca.

Spetta spetta, cerchiamo di non essere precipitosi.

Diciamo le cose come stanno, i crucchi in verità sono rosei. Sono rosa, rosacei, rosati, sono del colore dei maialini. Sono del colore del neonato che ha caldo. Sono un popolo rosa maialino col ciuffo biondo come paglia bagnata. Sono maialini che hanno infilato la testa nella paglia bagnata. Poi ci sono pure quelli che sono bianchi per davvero, ma dopo mezza birra diventano subito rosacei – pure loro – e così si uniformano al gruppo. Poi ci sono anche quelli neri, ma i maialini possono anche essere neri, e quindi niente, la teoria traballa un po’, ma regge.

La quotidianità mi porge certe pillole di amarezza che uno pensa Chi L’Avrebbe Mai Detto, che avrei dovuto ingollare siffatte pillole di amarezza. Per esempio, l’autoradio.

Cosa gli ho fatto non lo so spiegare – al mio autoradio – ma adesso lui si sintonizza automaticamente su qualsiasi stazione radio dove si trasmettono informazioni sulla viabilità. Se ascolto un cd o altre stazioni, all’improvviso lo stereo si blocca  e viene posseduto dal Demone Della Viabilità che  comincia a borbottare in crucco frasi sulle strade, sulle code, sugli incidenti. Uno potrebbe pensare: bene, è una cosa utile. Il fatto è che di tutto sto borbottare ci capisco solo la metà della metà di tutto quello che viene detto. Ad esempio, capisco: strada, coda, pioggia, tre, domani, probabilmente, buona serata. Oppure le stesse parole, ma in ordine diverso. Loro – i crucchi rosa – hanno queste strade bellissime, larghissime, dove non succede mai nulla di grave. Però loro son precisi, e se pure una mosca si è storta la zampina fra la A3 e la A42, loro su sta cosa ci fanno un notiziario e lo mandano in onda, con tanto di intervista all’insetto infortunato. Il notiziario normalmente interrompe le mie performance vocali di misero cantante di automobile. E l’interruzione arriva così, all’improvviso.

Dopo dieci ore di culo seduto a scribacchiare la mia tesi, entro in macchina e comincia lo show. E dopo dieci ore di culo seduto – per diamine – la possibilità di poter sbraitare today is gonna be the day trallallero trallalà to you assieme con Liam, è una grandissima e solenne goduria, che non va interrotta per nessun motivo. Se poi arrivo al punto di and after aaaalll, you’re my wonderwaaall e proprio in quel preciso momento lo stereo si azzittisce per far posto al radiocronista crucco che inizia a dire “coda, due, domani, temperatura, coda, buonasera” allora io, che in quel momento ero galvanizzato sulla aaaaa di  wonderwaaaaalll non è che mi fermo. Nossignore, non mi fermo, continuo. Però ad urlare la aaaaaa da solo, senza Liam a farmi da supporto, il risultato non è lo stesso. Sembro un capretto inculato da un pastore sardo nelle campagne rocciose di Oristano. E non è bello per niente.

Per lo meno, con la metrica ci sono dentro.

Today, is gonna be the day
trallallero trallallà to you.
By now you should’ve somehow
trallellero trallalà to do.

(per chi ha l’invito, oggi ho scritto un qualcosa anche qua.)

molto oltre "the pen is on the table"

La Crucchina, mia allieva di italiano, chiude una mail con queste parole:

Vabbé, proveró di mandarti un messaggio.
A presto, ciao!


Ricordo di aver speso venti minuti, facendo il vagabondo per strada con lei, per spiegarle i molteplici significati della locuzione “Vabbé” e lei – santo iddio – ha capito. Queste sono soddisfazioni, altro che.

Qual´era quel famoso filosofo che teneva le sue lezioni passeggiando per strada con gli studenti? Platone? Aristotele? Non me lo ricordo, cazzeruola, non me lo ricordo.. Facciamo che era Plastotele, cosí non sbaglio. E se poi era Socrate che figura di merda é? Allora vada per Soplastotele, e non se ne parla piú. Di sicuro non era Epicuro, che quello giustamente aveva inventato la filosofia epicurea e se andava per strada era per andare a puttane. Poi c´era Eraclito, quello che “non ci si puó bagnare due volte nello stesso fiume” ma questa la sa pure un Genoveffo qualsiasi del Grande Fratello e a citarla non ci fai bella figura.. E poi c´era Battiato, quello che continuava “né prevedere i cambiamenti di costume”. Ma siccome sono ampiamente uscito fuori tema, é molto meglio se metto la retromarcia e torno indietro.

Dicevo, Soplastotele.

Da bravo Soplastotele dei giorni nostri le ho spiegato per bene tutti modi possibile con cui può essere usato il “Vabbè”, Vabbè per dire che “va bene”. Vabbè per dire “allora”. Vabbè-Vabbè per dire “fai come credi”. Vabbè per dire che “va male” (accezione femminile). Vabbè per dire qualcosa quando non sai che cavolo dire. E lei ha capito. Siccome ha funzionato, le prossime lezioni saranno dedicate ai seguenti argomenti:

– Il  Mannaggia
– Il  Cheppalle
– Il Vaffanculo con la variante Fanculo
– Il  Mava’
– Il  Mannò
– Il  Massì
– Il  Maddai

Qua fuori c’è un vento assurdo che fa volare via le biciclette. Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato ad aver paura del vento. Da dietro alla finestra continuo a bestemmiare con frasi inefficaci del tipo “vento del cazzo” o “vento porco” oppure “vento bastardo” o “vento vento delle mie brame” ma niente, non funziona, il vento continua a soffiare. Sto cazzo di vento di merda, non mi ascolta. Poi ho capito. Eccerto che non mi ascolta. Non lo sto chiamando per nome. Si chiama Kyrill, si chiama. Allora ascolta Kyrill, fammi il piacere, smettila.

(questa foto dice tutto)

guardo il mondo da un oblò pisciando un po'

Il soffitto obliquo di questo bagno è stato progettato per esseri umani inferiori al metro e settanta di altezza. Gli altri – come per esempio il sottoscritto – possono aprire il finestrone e pisciare con la testa direttamente fra le tegole del tetto. Posso anche evitare di aprire il finestrone, ma la mia faccia resta comunque ad un centimetro dal vetro, come se stessi spiando la signora di fronte, ma non sto affatto spiando affatto la signora di fronte, sto solo pisciando. Signora di fronte, stia tranquilla, non la sto spiando.

Poi per esempio potrei fare il simpatico, ma non ho voglia di fare il simpatico, ho solo voglia di parlare dei gatti.

I gatti sono tanto belli e fanno le fusa. E fin qui.
I gatti se acchiappano un topo non lo mangiano subito, lo tramortiscono con qualche zampata e poi dopo ci giocano. Se il topo non si muove più, se sembra morto, allora gli danno un colpettino con la zampa per farlo muovere. Appena il topo si muove – se non è morto – ecco che il gatto di nuovo ci salta sopra e lo ferma. Topo Topino! Dove credevi di andare? Se il topo non si muove più, il gatto di nuovo con la zampetta cerca di convincerlo a fare qualche movimento. Quando il topino fa un passetto, Zac! di nuovo il gatto con le unghie gli salta addosso. Prima o poi il topo muore, ma il tempo che passa è lunghissimo, soprattutto se stai dalla parte del topo.

Tu adesso lo sai che sto parlando con te. Non fare finta di niente, non ti girare dall’altra parte, che sto parlando con te. Sai pure che probablmente ti chiederò scusa per queste righe, ma dopo. Per adesso le lascio lì, che magari ci credo di più.

E poi potrei anche fare il simpatico, ma nelle ultime ventisei ore ho pronunciato soltanto un “Ciao” a voce roca e quindi che cazzo racconto. E mi fa male la testa. E poi ho fame. E piove. 

Forse potrei parlare dei Bonobo, che parlare dei Bonobo funziona sempre, se uno ancora non sa cosa sono i Bonobo. Cosa sono i Bonobo? La risposta la si trova in questo video qua (dopo il primo minuto, però). Il video è in spagnolo, ma si capisce tutto ugualmente. Mi raccomando,  che nessuno si senta chiamato in causa da questo video, perché com’è noto l’uomo non deriva dalla scimmia, il Sole gira attorno alla Terra e per fare un tavolo ci vuole un fiore.

P.S. certo che a leggere sto blogghe vi iniettate nel cervello una tale cultura che neanche dieci Cecchi Paoni messi in fila potrebbero fare di meglio.

Nevvero?  

sistemarsi agitarsi mettersi dritti sulla sedia

Sono seduto davanti ad un enorme fotografia di Bono degli U2, che giovanissimo e coi capelli orrendi punta il dito verso di me come per dire “Hey tu”.

Allora sollevo il bicchiere di Guinness nera con la schiuma spumosa e compatta e gli dico: “Alla tua, BBono”. Non mi risponde, è solo una fotografia. Faccio un sorso piccolo e lo faccio apposta ad alzare troppo il bicchiere così mi sporco il muso di schiuma spumosa e compatta, e così dopo posso tirare fuori la lingua e leccarlo, sto muso sporco di schiuma spumosa che c’ho.

Il tempo libero cosa faccio.

Con lo zainetto sulle spalle cammino per le strade di sta città con l’unico obiettivo di stancare le gambe, e di solito alla fine ci riesco. Voglio stancare le gambe per provare a stancare i pensieri, ma i pensieri non si stancano, si stancano solo le gambe, i pensieri al massimo si accartocciano.

Pazienza.

Poi quando le gambe sono stanche e i pensieri sono accartocciati a sufficienza (e si sono anche moltiplicati, perché nel frattempo si sono aggiunti i pensieri gambe stanche gambe stanche oppure fare pipì fare pipì) e quando le guance si sono indurite per il freddo che fa, allora entro dove capita, chiedo una birra e mi siedo dove c’è abbastanza luce per leggere. Oggi è stato il turno di un Irish pub, con le foto di Bono e tutto il resto, che fanno tanto Irish e tanto Pub. Apro il libro con la luce di una candela sul tavolo e a piccoli intervalli spio le facce dei presenti. Il libro di questi giorni è (prendere appunti)  L’Amante di Abraham Yehoshua, scrittore israeliano. Ho scoperto che tutti gli scrittori ebrei sono più o meno di mio gradimento. I miei amici ebrei, invece, sono molto meno simpatici. Funziona sempre così, la simpatia è una coincidenza, un incidente, un evento fortuito. Per quanto mi riguarda, poi, l’aggettivo simpatico ha pure un non so che di dispregiativo, ma se approfondisco sto tema poi non ne esco più e allora lasciamo perdere.   

Comunque.

A star seduto su alti sgabelli di pub, con la candela sul tavolo e un libro aperto davanti, e se poi quel libro è capace di farmi sorridere un po’, allora succede che quasi quasi mi innamoro di me stesso, ché davvero sono un amore con la luce della candela e l’aura misteriosa di quello che legge ma chissà cosa legge, seduto sullo sgabello col muso schiumato e spumoso.

Ma spostando l’attenzione dal mio ombelico a tutto il mondo circostante.

Oltre al vetro del pub vedo una macchina ferma al ciglio della strada, in un posto dove non si può parcheggiare. C’è una ragazza – dentro – che resta ferma al buio. Dopo qualche minuto dall’altro lato della strada arriva un’altra ragazza – bionda e saltellante – e si dirige verso la macchina. La tipa che sta dentro accende la luce e allora le si vede la faccia.

Ecco, c’è questo momento quando in macchina sta per entrare qualcuno che ti fa piacere, che in quel momento – poco prima che la persona che ti fa piacere sia entrata – che chi sta già dentro si sistema meglio sul sedile, si tira su’, si agita, si muove, ride, si sistema. Quel momento. Si capisce quale momento intendo? Il momento del poco prima. Quel momento. Si capisce? Insomma, quello.

Ecco, mi piace questa cosa, questo momento, questa metafora, questo passare del torpore che c’è prima al SistemarsiAgitarsi che c’è dopo. Mi piace pensare pure che a volte non si vede l’ora di SistemarsiAgitarsi per qualcuno che forse arriva e forse No. Il sentimento del SistemarsiAgitarsi, si capisce? Quel sentimento lì, ecco cosa voglio dire.

Mi sa che non si capisce.
Faccio basta che è tardi.

quando le scuse le avete proprio finite tutte tutte

(care signorine)

allora per giustificare un paio di corna potete tirare fuori questa, che come scusa é avvallata da scienziatoni con tanto di cervello, con trecento lauree appese ai muri di casa che i muri di casa non bastano piú, e che si sono spaccati per partorire sto studio scientifico e che adesso che l´hanno partorito siamo tutti piú contenti e soddisfatti.

Ovviamente non sono affatto sarcastico, ché io a ste cose ci credo, e non potrei fare altrimenti con tutto il mio bagaglio di cultura scientifca che mi sono autoinculcato dopo numerosi anni di Culo Seduto su Sedia Dura di Legno, metodo didattico che alla Montessori gli fa il baffo e la permanente. Tra l´altro sono appassionato di evoluzionismo e di etologia da quando avevo sei anni e passavo i pomeriggi fra le cacche di anatra, e quindi ste cose ci credo e vorrei proprio averle scritte io, peró mannaggia non le ho scritte io, visto che i muri di casa mia attualmente non c´hanno manco una laurea appesa, e pure quella che avró tra qualche mese credo che verrá utilizzata solo per farci un aereoplanino da lanciare giú dalla finestra.

Aperta Parentesi.

Dalle mie parti gli aeroplanini di carta venivano lanciati solo dopo aver alitato sulla punta. Perché? Non mi sono mai dato una spiegazione per questo alitare sulla punta. E soprattutto, lo facevano i bambini di tutta Italia o solo i terronici dello sperduto Sud Est?

Chiusa Parentesi.

Anzi facciamo cosí, chiuso tutto.

per esempio i gatti c'hanno qualcosa come sette vite

vita più, vita meno.

Io invece mi trovavo qualche mese fa in condizioni alcoliche indescrivibili, con la lingua patinata di rum e la traiettoria sbilenca che dicevo cazzate e facevo finta di divertirmi. E in tutto sto contesto di bicchieri vuoti e vesciche esasperate mi sono ritrovato alla corte di un essere femminile che più e più volte aveva fattomi capire che lei – questo essere femminile – era davvero ben disposta nei miei confronti. Queste dimostrazioni di affetto a quattro centimetri di distanza dal mio naso io le avevo subito capite, e avevo capito pure le intenzioni sottostanti, ma forse lei credeva che io non le capissi e allora insisteva e insisteva e insisteva.

Trovatomi in condizioni alcoliche indescrivibili (oggi mi piace scrivere così: trovatomi, fattomi, essendomi…) e avendo incontrato sulla mia strada l’essere femminile di cui sopra, mi sono limitato a tastare un paio di volte la disponibilità per poi sparire subito dopo, non ricordo se con la scusa dell’apribottiglie (probabile) o se con quella dell’alieno che mi parla da Marte con un microchip impiantato nell’orecchio, o con quella del pinguino schizofrenico che mangia noccioline lanciandole in aria con le ali che mi aspetta a casa con le ali rotte per farsi lanciare le noccioline da me. Boh. Non ricordo, comunque è certo che sono sparito, complice anche lo stato alcolico e non ultimo il famosissimo magone della Primavera storta che poi è diventata estate, poi autunno e poi inverno e che se aspetto ancora un po’ fa tutto il giro e ricomincia daccapo.

Ma il punto non è questo, il punto è un altro.

Il punto è che adesso vengo informato che l’essere femminile di cui sopra è irrevocabilmente incinta. La fonte della notizia – che vuole restare anonima – non sapendo che io non ho per niente, diciamo così, “approfittato” della disponibilità dell’essere femminile, per fare il simpatico mi chiede via mail: ti devo fare gli auguri? Che simpatia, certi amici che ho. Gli dico: No, non c’è bisogno di auguri, io non c’entro niente.

Ma il punto non è neanche questo, il punto sarebbe un altro.

Il punto è che non c’entro niente, ma in teoria potrei c’entrarci, se per caso qualche mese fa avessi avuto la lingua molto più patinata di rum e la Primavera molto meno storta. E un pizzico di sbadataggine in più. E qualche pensiero in meno. E qualche centimetro cubico di cervello in meno. E qualche casella in cui mettere una crocetta in più.

Credo che il percorso di un giovane uomo sia costellato da un certo numero di donne potenzialmente incinte, che per un momento sono fertilissime, e che potresti essere proprio tu quello che fa il pasticcio. C’hanno l’ovulo che canta come le sirene di Ulisse. Però poi succede che il pasticcio capita a qualcun altro. E’ un proiettile che ti passa vicinissimo alla testa e senti pure il sibilo, ma poi finisce per colpire quello dietro di te, che stramazza al suolo. Questa cosa si chiama – con buona approssimazione – la misericordia di Dio. Grazie alla misericordia di Dio ho visto amici e fratelli fare gli auguri a ex-ragazze col bambolotto nel passeggino, e poi passare oltre con la faccia di chi sta pensando: poteva succedere anche a me, non è successo, ma poteva succedere.

I gatti c’hanno sette vite, ma il giovane uomo quanti ovuli è in grado di scansare? Non si sa bene. Tre? Quattro? Dipende. E’ il destino? Non è il destino. E’ una roulette? Non è una roulette.  E’ la misericordia di Dio, ecco cos’è. Quindi tutti insieme alziamo i nostri occhi al Signore e diciamo: Sia Fatta la Tua Volontà.

Sia fatta, senza fretta.