infatti da qualche tempo sono caduto nella dipendenza dei frollini al cioccolato copia-dei-pan-di-stelle. La copia migliore dei Pan di Stelle è quella che produce – secondo me – la Conad, ma anche quelli della Coop si difendono bene. Sono nel tunnel dei frollini al cioccolato, e quindi non è vero che non mi drogo: mi drogo pure io.
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E comunque.
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Mi piacciono i frollini copia-dei-pan-di-stelle soprattutto perché sono delle copie spudorate dei frollini originali. Rotondi, al cioccolato e con le stelline bianche di zucchero sulla superficie. Identici agli originali, sputati. Voglio dire, è ovvio che sono la copia dei frollini più famosi, eppure sono lì che li vendono, nessuna denuncia, nessuna protesta, niente di niente. La pirateria del frollino, quando ne sentirete parlare sui giornali e alla tivvù, ricordatevi dov’è che ne avete sentito parlare la prima volta.
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Per il resto, una breve comunicazione di servizio.
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Avevo detto che non si sarebbe parlato più del Cuggino Rasta: purtroppo mio trovo costretto – mio malgrado – a venire meno all’impegno preso per motivi che sono più grandi di me. A fine agosto ho scrissi un post (questo post) ispirato ad un fatto che mi fu raccontato dal Cuggino in persona, dopo una festa. Ne riporto uno stralcio:
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Il cuggino rasta che –ovvio – si infratta nella campagna. Poi ti viene a raccontare quali sono i segreti per ottenere –infallibilmente –del sesso orale. C’è una procedura , dice, che va seguita:
1 : massaggiare tra i capelli appena sopra la nuca. La tipa si distrae.
2 : esercitare una adeguata pressione con le dita sulla nuca. Va trovato il punto esatto di pressione.
3 : portarla fino all’ombelico. Se si riesce a portarla fino all’ombelico, il Maestro dice che “è fatta”, perché da lì in giù è questione di un attimo. Ci vuole solo il guizzo. (29/08/06)
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Ora, la ragazza a cui si riferiva il Cuggino quella sera, è stata ospite due giorni fa in questa casa assieme a mio fratello il Piccolo ed altri personaggi, per un breve soggiorno bolognese. Lei afferma (e mi ha lasciato per iscritto una dichiarazione spontanea, il foglio firmato è ancora sul tavolo della cucina) che le rivelazioni del Cuggino sono totalmente false. Che non è andata così, che tutta sta storia dell’ Esatto Punto Di Pressione è solo una balla. Mio fratello il Piccolo ha anche provato con la mano ad esercitare pressioni in diversi punti sulla testa della ragazza in questione, ma non è successo nulla. La ragazza, pur di smentire i racconti del Cuggino, ha accettato di subire la digitopressione del cranio in pubblico di fronte a diversi testimoni, e tutti hanno potuto osservare l’assoluta mancanza di reazione. Probabilmente i punti pigiati non sono stati quelli giusti (in effetti mio fratello ha premuto sulla sommità del cranio, mentre il Cuggino parla chiaramente di “nuca”), o forse non è stata esercitata l’adeguata pressione. In ogni caso, da questo momento sorgono forti dubbi sulla attendibilità degli aneddoti del Cuggino.
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E poi cos’altro.
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E poi il Papa ha deciso che il Limbo non esiste più. Il Limbo, quella specie di purgatorio infinito dove andavano a finire (almeno fino all’altro giorno) tutti i bambini morti senza battesimo. Adesso il Papa ha messo una firma, e Zac! il Limbo non c’è più. Tutti in Paradiso, anche senza battesimo. Fino a ieri il Limbo esisteva, oggi non c’è più: lo ha deciso il Papa.
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(da questo momento in poi – come per il Cuggino – sorgono forti dubbi sulla attendibilità degli aneddoti della Chiesa)
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e poi c’è tanta gente che si droga, io mica lo sapevo.
In giro la sera c’è una bassissima percentuale di lucidità, la droga sta dappertutto porca miseria. Tantissimi insospettabili che “pippano” nascosti nei bagni e baldi giovini con le pupille schizzate che mettono il braccio fuori dal finestrino delle loro Mini Bmw appena lucidate all’autolavaggio. E nordafricani che sotto i portici si fumano quello che non sono riusciti a vendere nella serata. E fricchettoni che senza volerlo fanno inalare il fumo delle loro ciminiere ai cani che hanno al guinzaglio. E alcolizzati che hanno solo la forza di tenere in mano il bicchierino col ghiaccio sciolto: al resto ci pensa il muro che hanno alle spalle, meno male che c’è un muro a cui appoggiarsi, certe volte. Tante facce sporche che basterebbe una sciacquata veloce, ma neanche quella. Chi non è per strada a partecipare a tutto sto bordello, resta a casa per farsi la dose giornaliera di playstation. C’è tutta una popolazione sconfinata di studenti che non ha un cazzo da fare tutto il giorno, ed evidentemente la lucidità è troppo asfissiante da affrontare. E allora, affanculo la lucidità. E così i motivi per fare tardi la notte non bastano mai. Bologna è tantissimo fumo e pochissimo arrosto, è un nano ubriaco che si guarda allo specchio e non riesce a distinguere la sua immagine, non riesce a vedere quanto piccolo è veramente, nano ubriaco com’è.
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Vivere la maggior parte del tempo da eremita, succede che poi certe cose le perdo di vista, me le dimentico, ed ogni volta devo misurare – ancora un’altra volta – la distanza che si è formata fra me e tutto il resto.
autoreferenzialità
questa signorina che si lamenta per il torcicollo è la nuova fidanzata di Leonardo di Caprio. E come si chiama la signorina? Si chiama Rafaeli, ecco come si chiama. Ora questa non sarebbe una grossa novità, in quanto la signorina è (giustamente) famosa da tempo. Piuttosto la vera notizia – che già vado in giro a sbandierare da mesi – è che, per quanto riguarda Google, ci sono prima io. A questo punto mi chiedevo: volete che mi pettini le sopracciglia da solo con mignolo e pollice, o qualcuno è disposto a venire qui travestito da paggetto medievale in ginocchio sui ceci – in segno di profonda sottomissione ed assoluta ammirazione – e pettinarle al posto mio?
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(tutto questo mentre continua da quasi un anno il mio dominio incontrastato con il trittico ragazza-cacca-cesso)
una serie di problemi
Il problema del Prosecco è che talvolta incontri qualcuno che lo chiama Prosecchino. Perché io non è che sarei contrario – in linee generali – al concetto di Prosecco. Però se incontro qualcuno che dice: “Cameriere, un Prosecchino” oppure “Ci facciamo un Prosecchino?” oppure “Dai che ci spariamo un Prosecchino” ecco, io poi non lo so cosa pensare.
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E questa del Prosecchino la annoveriamo fra le problematiche del lombardo-veneto.
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Perché stavo elencando mentalmente le varie problematiche del lombardo veneto – l’altra sera mentre ero a cena in questo ristorante sciccoso sul lago di Garda – e avevo fra le mani un bicchiere di un liquido rosso arancione che mi avevano assicurato essere alcolico. Non ne ero molto sicuro, di questa sua alcolicità, ed ho continuato a chiedere rassicurazioni in giro alla festeggiata, alla cameriera, all’amica Xxxna mia compagna di viaggio, agli altri invitati lombardi-veneti. Quando la cameriera si è distratta un momento, ho preso possesso del ciotolone con all’interno ettolitri di liquido rosso-arancione ed ho provato a versarlo da solo nel mio bicchiere. Mi sono sbrodolato tutto il liquido rosso arancione sulle mani e la cameriera è tornata di corsa a togliermi il mestolone (“io sono qua apposta, lo sa?”) e poi con la mano sbrodolata ho continuato a chiedere in giro ad altri invitati se sta cosa rosso arancione era davvero alcolica oppure No. Un invitato abbronzantissimo mi ha detto qualcosa del tipo: “Figa! Certo che è alcolico!” oppure “E’ alcolico, certo, Figa!” oppure “Stai tranquillo che è alcolico, Figa!”.
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Perché questa cosa del “Figa!” è un’altra problematica scottante del lombardo-veneto.
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Fra le altre problematiche scottanti del lombardo-veneto (a cui talvolta si associa pure l’Emilia) c’è il nomignolo “Vecchio” utilizzato per i maschietti (“Hey, Vecchio, ci facciamo un prosecchino?”) e il vezzeggiativo Stella per le femminucce, che poi si stira fino a diventare Stèla ( Uè, Stèla, ti va un prosecchino?”). Poi per fortuna c’è una problematica che accomuna tutta l’Italia, nord e sud est e ovest, che è quella problematica garibaldina del richiamo al cameriere (“Cameriere! Cameriere! Venga qui un attimino!”) (“Cameriere dov’è il bagno?”) che io non ce la farei mai, ché mi immedesimo troppo nel cameriere – pur non avendo mai lavorato come cameriere – e se possibile vorrei fare le cose al posto loro, se mi dicono dove andare a prendere i piatti in cucina ci vado io al posto loro, se vogliono i piatti sporchi li riporto indietro io, ché farmi servire da un cameriere mi mette ogni volta in un imbarazzo terribile, a vedere come sanno tenere in mano dieci piatti senza farli cadere, e come certe persone godono nel chiedere, nel pretendere le cose ai camerieri, nel lamentarsi, nell’interrogare i camerieri sui vini disponibili, nel considerarli persone invisibili – i camerieri – quando invece i camerieri c’hanno sempre ste facce particolari che ti chiedi chissà quale parabola della vita gli ha portati a fare i camerieri, e chissà cosa fanno quando non sono vestiti da pinguini, e chissà se ogni tanto ci vanno pure loro al ristorante.
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Ma dicevo, la festa, che perdo sempre il filo del discorso.
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Non mi va di parlare della festa, anche perché ad un certo punto mi sono reso conto che avevo mangiato troppo, e sulla sedia ho messo la panza ad angolo di quarantacinque gradi rispetto al pavimento, con le dita intrecciate sulla testa. I giovani invitati ballavano la musica dance, mentre io li osservavo con le dita intrecciate sulla testa, e mentre dai vetri delle finestre si potevano vedere le luci sul lago, e le luci sul lago a quell’ora della notte erano bellissime. Solo che avevo mangiato troppo. E i giovani invitati lombardo-veneti ballavano la musica dance.
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Avevo voglia di andare via per un paio d’ore, ma questo non si può fare alle feste, non sta bene. Certe volte penso che bisogna prendere le cose con più leggerezza. La gente ti consiglia di prendere le cose con più leggerezza. Ti dicono: ti stai laureando? Sei preoccupato? Non ti devi preoccupare, devi prendere le cose con più leggerezza. Non ho idea cosa voglia dire tutto questo, però vedendo i giovani invitati lombardo-veneti che ballavano una canzone che diceva “bomba! un movimento sensuale, bomba! una mano alla cabeza!” e che si portavano per davvero la mano alla cabeza, ho pensato che quello poteva essere un modo – fra i tanti – di prendere le cose con più leggerezza.
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Sono andato alla macchina, mi sono steso nel sedile posteriore, mi sono avvolto nella coperta che mi ero portato dietro per dormire nella casa sul lago della gentilissima festeggiata – nella stupenda campagna rigogliosa di verde e di api giganti della provincia bresciana che ho scoperto mi piace davvero tanto – e mi sono addormentato.
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Mi hanno svegliato verso le tre con un paio di manate ben assestate sulla portiera.
disfo le valigie
Disfo le valigie con gli occhi a coreano, tutto pregno come sono di una stanchezza universale, mentre rifletto che è inutile correre in autostrada per arrivare prima a Bologna se dopo il corri corri per trovare un cazzo di parcheggio a Bologna, poi devo stare in agguato per quaranta minuti con la mano sul volante e lo sguardo che è uno sguardo a metà fra lo sguardo di Clint Eastwood dei film western e lo sguardo dell’avvoltoio che di solito vola in tondo nel cielo nei film con Clint Eastwood quando c’è qualcuno che sta per morire.
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Alla radio – durante il mio agguato del parcheggio di quaranta minuti – ascolto lo scrittore Moccia che si dichiara onorato ed entusiasta che il libro suo bestseller tremetrisoprailcielo sia diventato non solo un film – che già lo sapevamo – ma pure un musical.
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Avevo voglia di calippo, oggi pomeriggio in autostrada mentre viaggiavo assieme a Daniele. Di un calippo frizzante alla coca cola. Ho imparato che ad aprile in autostrada non vendono calippi. Il calippo è un prodotto di stagione, a quanto pare si trova solo in estate. In autostrada un prodotto “continuativo”, ovvero che puoi trovare in tutte le stagioni – e in tutti gli autogrill – è la confezione di dieci ciucciotti colorati di plastica e caramella, con la parte che si ciuccia in caramella. Una delle caramelle più merdose di tutti i tempi, che pure vuoi osare ciucciarla rischi di sbrodolarti tutta il mento di saliva appiccicosa. E niente calippi.
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Mi si chiede di pubblicizzare sul blogghe sto sito qua (www.khalla.it) che parla di affitti, case e problematiche connesse. Quando ignoti ti chiedono visibilità sul blogghe, cominci a pensare che Insomma, Perbacco, non sei mica uno qualunque, sei uno a cui chiedono visibilità.
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Ma sono così stanco che oggi potrei lamentarmi e sparlare davvero di tutto, quindi meglio finirla qui. Tutti a vedere quel musical di cui sopra, mi raccomando. Io non posso, che domani road to riva del garda.
espiare inspirare espiare inspirare
mea culpa mea culpa mia grandissima culpa: ieri sera la radio in macchina trasmetteva Destinazione Paradiso di Grignani ed io ho sulla parte “un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo” cosa ho fatto? ho cantato battendo le mani sul volante. Io che non ritengo peccato il fornicare e tantomeno il mancato santificamento delle feste, io che neanche vado in chiesa, io che i miei peccati me li devo inventare da me, io che di conseguenza non pratico la confessione dei peccati, io ho comunque bisogno di espiare i miei peccati inventati, di espiarli in qualche modo, ché sappiamo bene che l’espiazione è pure sempre una tendenza innata dell’uomo, e pure della donna, anzi soprattutto della donna (vedi la stretta correlazione nutella-cyclette di certe signorine di ma conoscenza). Allora cosa posso fare, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore del mio cantare battendo le mani sul volante, e mi confesso qua sul blogghe che è sempre meglio di niente. Se qualcuno mi propone una penitenza che non provochi eccessivo dolore, sono ben lieto di accettarla.
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E per quanto riguarda il santificamento delle feste, ho messo a segno una doppietta di peccati, non avendo santificato né pasqua né pasquetta. La democristianità intrinseca di questo paese assume contorni paradossali: pare sia molto più grave non festeggiare la pasquetta che non santificare la pasqua. Se a pasqua non vai in chiesa, nessuno dice niente. Se però a pasquetta mandi tutti affanculo e vai a sciacquarti da solo la faccia nel mare, evitando concerti e agriturismi e sagre e cazzobubboli vari ed eventuali, ecco che subito ti guardano aggrottando la fronte.
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Stamattina sono stato svegliato da incubi che non ricordo. Eppoi, sveglio e tachicardico com’ero non sono riuscito a prendere sonno a causa di Silvano che urlava nell’altra stanza alle prime luci dell’alba. Silvano, il pennuto verde oliva che si arrampica sulle tende, che vola sulla mia mano mentre sto pranzando e si incazza con la forchetta, che caca sulla gonna di mia madre piccole merdine bianche e verdi mentre mia madre guarda la tivvù seduta in poltrona, che si ostina a bere coca cola anche se le bollicine gli danno fastidio e dopo te la sputacchia in faccia.
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Poi perdo il filo del discorso: dicevo, il santificamento delle feste.
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Farò appena in tempo a tornare a Bologna che subito ripartirò per Riva del Garda, destinazione santificamento della festa di laurea di amica filosofa. Sì certo, proprio io che le feste di laurea bla bla bla. Il fatto è che non mai visto Riva del Garda, ecco perché ci vado. Non ho mai visto neanche il lago di Garda. Non ho mai visto niente che abbia a che fare col Garda. Non è vero, sto dicendo una bugia, una volta sono stato a Gardaland, ma ero troppo piccolo e di quella volta ricordo solo il brucomela. Non so se mi spiego, il bruco mela.
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Come quella volta che mi portarono a Venezia, ma ero troppo piccolo e adesso di quel giorno ricordo solo i piccioni.
oltre un certo livello di sud
Quando sei a Sud, oltre un certo livello di Sud, ti accorgi che in realtà non sei più a Sud ma sei nel no-luogo dove il concetto di spazio tempo si squaglia al sole e non ha più significato. Diventa una poltiglia gelatinosa che si squaglia per terra che se ci metti il piede di sopra crederai di aver calpestato una merda e invece No, hai calpestato il concetto di spazio tempo che si è squagliato al sole.
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Oltre un certo livello di Sud, per esempio il mio Sud dove mi trovo in questo momento, se ti viene voglia di uscire dalla Puglia ti servono quattro ore di corsa veloce in auto, facendo poche soste e sperando che non ci sia traffico o maltempo. E dopo quattro ore di corsa veloce in auto, se pure non hai trovato traffico e non c’era maltempo, ecco che ti ritrovi in Molise, che appena ci arrivi ti dici “Ah, è vero, esiste pure il Molise” quella regione piccola piccola che confondi sempre con la Basilicata, pure lei piccola piccola ma che alla fine poco importa se Molise o Basilicata, perché sei sempre al Sud e sei ancora a mille chilometri da tutto.
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Poi invece dal tuo Sud Sudderrimo in cui ti trovi, puoi prendere l’aereo e ritrovarti a Londra in meno di due ore spendendo molto meno. E siccome non esiste un aereo che ti porti dal tuo Sud al Molise o fino in Basilicata, allora ti appare evidente come oltre un certo livello di Sud il concetto di spazio tempo si squaglia lo calpesti con le scarpe come fosse una cacca di cane.
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Non so se mi spiego.
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E siccome non mi spiego – perché la maggior parte delle volte non mi spiego – bisogna dire che i capovolgimenti di concetti sono tanti, mica si fermano a quello di spazio-tempo. Bisogna dire, per esempio, che in certe zone di semi periferia o quasi campagna, quando ai bordi delle strade non ci sono edifici ma solo terra incolta neanche recintata, in questi campi di terra incolta si troveranno simpaticissimi cartelli che ti avvertono “Attenzione! Divieto di Discarica!”, come se ci fosse bisogno di specificarlo, come se non fosse ovvio che non si possono scaricare lavatrici rotte e cessi frantumati nel primo campo incolto che incontri per strada. Evidentemente non è affatto ovvio, e infatti si trovano lavatrici rotte e cessi frantumati nei campi incolti ai bordi delle strade. Questi divieti ovvi, come li spieghi, bisogna vederli. E’ come se nei giardinetti pubblici di Como ci fossero cartelli che segnalano “Attenzione! Divieto di scuoiare i maiali!” oppure “Attenzione! Divieto di bruciare gli alberi!” oppure "Divieto di pettinare le babmbole!" oppure oppure oppure.
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Ma che ne so.
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Ricomincerò a vantarmi del mio essere salentino solo verso luglio-agosto.
Per adesso sono un lamento continuo che non vi dico.
tra un paio d'ore
mi metto al volante e vado giù giù fino al paesello. Nove ore di strada in questa simpatica giornata di tempesta. C’è gente in giro che si inzuppa di profumi dolciastri che puzzano come fossero creme abbronzanti. C’è gente in giro che puzza di crema abbronzante in giornate di tempesta come questa. Accumulo energie per il viaggio bevendo due tazze di latte invece di una sola, e addirittura mangiando una mela con la buccia. Tutte le altre mele le lascio fuori sul balcone, le mangeranno i piccioni. Tornando qui dopo pasqua troverò soltanto i torsoli, sul balcone. Ma i piccioni non mangiano mele. Pazienza. Vado. Carico le valigie sulla bruum brum.
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Stay tuned.
non è che non ho voglia di andare alle feste di laurea
è che proprio non ho voglia di feste in generale.
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è che non sento dentro di me il bisogno di sbracarmi, di rilassarmi – che c’è gente che dice vado alla festa e mi rilasso – e non ho neanche voglia di conoscere gente nuova, non ho voglia di far finta di essere interessato alle cose che mi dice la gente nuova che potrei conoscere, non ho voglia di dire andiamo a bere qualcosa alla gente nuova che potrei conoscere, non ho voglia di sentirmi fico e di farmi scrutare dalla gente nuova che ancora non mi conosce, che per lo meno una donna quando va ad una festa (achtung! quello che segue è un pregiudizio) – una donna, dicevo, proprio quando non trova altro motivo per andare ad una festa – si stira e si lucida e si barda e si riassetta l’impalcatura per cercare di destare l’ipotetico interesse di qualcuno presente (non di acchiappare, sia chiaro, solo di destare, per poi tornare a casa e pensare: stasera ho destato) e non ho voglia di attizzare o di farmi attizzare, non ho voglia di bere tanto, o di bere troppo, non ho voglia di perdere la lucidità, non ho voglia di tornare a casa con la testa che fischia per la musica troppo alta, e con le narici intasate dal fumo della sala, e non ho voglia di vedere persone sudate fare la fila davanti alla porta del bagno dove una luce al neon illumina le loro facce sudate e sfinite, non ho voglia di vedere orde di aspiranti alla fornicazione, non ho voglia di ascoltare di striscio le frasi di battaglia degli aspiranti alla fornicazione, non ho voglia di ascoltare musica che non mi piace, ma attualmente sono poco disposto anche alla musica che mi piace, non ho voglia di vedere deejay disperati perché la gente non balla, non ho voglia di sentire nominare la parola deejay, non mi piace la parola cocktail, non mi piace proprio il suono di queste parole, non mi piacciono i deejay che posano il cocktails dietro la consolle, non mi piace la parola consolle, non mi piacciono i parenti che festeggiano, non ho voglia di fare gli auguri, non ho voglia di fare tardi, mi piace tanto l’odore della mattina.
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Lo so che non ci crede nessuno, ma sono di ottimo umore.
facciamo tutti quanti ciao ciao con la manina
il Cuggino Rasta non vuole più essere citato in questo blogghe. Ha sbraitato al telefono motivazioni riguardanti la reputazione, le storie, gli intrecci, gli intrighi e cose di questo genere. La direzione artistica prontamente si adegua a questa richiesta, e quindi da oggi in poi (a meno di ripensamenti e deroghe) niente più aneddoti sul Cuggino Rasta. Anzi, ci tengo a precisare che il Cuggino Rasta è in realtà un bravo ragazzo con sani principi morali, rispettoso delle donne, riservato consulente spirituale e fervente cattolico praticante. Oltre a tutto questo, è anche il primo laureato in giurisprudenza con la specializzazione in ginecologia.
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Forse avrei dovuto comporre un giusto epitaffio per un personaggio che sparisce e se ne va, ma non volevo spendere parole inutili. Personalmente preferisco ricordarlo così. Oppure così. Ma anche così va bene.
Let's approfondiamo the concetto of parcheggio
Il concetto di parcheggio, mi sa che non mi sono spiegato bene.
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Facciamola breve.
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Il bisogno di un parcheggio è un bisogno elementare e aspecifico. Spieghiamo il concetto di bisogno elementare e aspecifico. Se c’hai bisogno di un parcheggio, c’hai bisogno di un posto dove infilare la macchina e basta. C’hai bisogno di un posto e basta, non è che c’hai bisogno di un parcheggio così o colà. C’hai bisogno di tre metri liberi di asfalto, punto e basta. Altri bisogni elementari e aspecifici sono – chennesò – il bisogno di respirare ( con aria al 20% di ossigeno lo risolvi), il bisogno di fare la cacca (fai la cacca e lo risolvi) il bisogno di insulina per un diabetico (ti fai l’iniezione di insulina e hai risolto). Già la fame e la sete sono bisogni più complicati, perché si può decidere infilarsi in bocca un cocomero piuttosto che un calippo, un pollo arrosto piuttosto che un uovo di struzzo. Chennesò. Una birra ghiacciata piuttosto che una tisana bollente.
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Perché esistono pure i bisogni complessi.
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Se uno necessita di pittura, per esempio, sceglierà un Renoir piuttosto che un Matisse, se vuole la musica sceglierà fra quello che li pare; se si droga di letteratura come me, sceglierà fra Pennac e la Tamaro (per dire) oppure fra Hesse e Bevilacqua (per dire) oppure oppure oppure.
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Poi c’è il bisogno dell’averci qualcuno a fianco, strettamente collegato ai bisogni del volere bene e dell’essere voluti bene. Questi bisogni – according to the sottoscritto – sono dei bisogni complessi, molto complessi. Però per qualcuno ( per molti qualcuno, in verità) paiono essere bisogni elementari e aspecifici. Come il parcheggio. Sta cosa del parcheggio non mi piace, ma cosa posso fare, ne prendo atto. E poi, dopo averne preso atto, produco sbrodeghezzi su sto blogghe. Ne produrrò ancora in futuro, su sto argomento, mica mi fermo qua. Eh, No.
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Ho finito.
Andate in pace.
un parcheggio vale l'altro
e poi ci sono questi ragazzi di oggi che si ritrovano compagni di corso all’università, e allora siccome sono compagni di corso all’università decidono di mettersi insieme, e magari vanno pure a vivere assieme, e in mensa li vedi pure pranzare assieme, lui e lei sempre assieme, che uno li guarda e pensa Sono una Coppia, sono proprio una Coppia questi qua che stanno sempre assieme.
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poi magari lei si laurea prima di lui – o lui prima di lei, poco importa, ma in questo caso si laurea prima lei – e chi fra i due si laurea per primo deve tornare al suo paesello e lasciare la città universitaria. E allora succede che i due si lasciano poco dopo della laurea – o poco prima, poco importa, ma in questo caso poco dopo – e così finisce tutto, tutto quell’essere Coppia di poco tempo prima, e ognuno se ne va per i fatti suoi, senza tragedie.
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Io che sono cresciuto con Marco Se Ne è Andato e Non Ritorna Più (Tuo padre e i suoi consigli che monotonia/ lui con il suo lavoro ti ha portato via) guardo ste cose e mica le capisco, tutte ste cose che vedo.
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Io guardo ste cose e non le capisco, ma non mi pare che si tratti di relazioni sentimentali – in questi casi – o di problemi nelle relazioni sentimentali, o di svolte nelle relazioni sentimentali o di qualsiasi cosa che abbia a che fare in qualche modo con le relazioni sentimentali.
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Cosa dire, questi mi paiono problemi – questi problemi qua – che andrebbero incasellati nella stessa casella del cervello dove si incasellano normalmente i problemi di parcheggio. Esempio di problema di parcheggio: ho trovato da parcheggiare vicino all’ipercoop, vuol dire che parcheggerò vicino all’ipercoop; ho trovato parcheggio di fronte alla lavanderia, vuol dire che parcheggerò di fronte alla lavanderia.
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E infatti.
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E infatti, se non trovi parcheggio vicino di fronte alla lavanderia, è possibilissimo che ti dici Vabbè, proviamo più avanti, e quindi parcheggi vicino all’ipercoop.
Tanto parcheggiare si deve, e un parcheggio vale l’altro.
incontenibili
a spiare sui monitor degli altri scopri un mondo che non ti aspetti, scopri che la gente davvero scrive mail e costruisce presentazioni in power point con il Comic Sans verde pisello su sfondo azzurro puffo, o col font giallo canarino su sfondo fucsia, o che compone messaggi costellati di smileys malati di parkinson che si muovono a scatti fra le righe farcite di punti esclamativi agglomerati in triplette.
quando mi passo la matita sotto gli occhi
Quando mi passo la matita sotto gli occhi – in occasione delle serate importanti – poi gli occhi mi piacciono di più la mattina seguente, quando la matita sotto gli occhi è sbavata e sfumata.
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Una PersonaCheNonDicoIlNome, che da tempo si dichiara sofferente per recenti pene d’amore, ieri sera gestiva un harem di quattro donnine perbene – durante la festa in onore di Billigiò – e tutto sofferente com’era si divideva tra una e l’altra donnina perbene.
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“Allora, qual è la prescelta?”
“Mah, diciamo che mi piacciono le due con le tette più grosse”
“Non farmi fare queste misurazioni corporali, adesso. Qual è che hai scelto?”
“Sai, una mi piace di più, però ho baciato quella di Santo Domingo.”
“Ah, ecco.”
“Sì, ho combinato un casino, ho combinato.”
“Tutto questo nell’ambito della tua sofferenza, giusto?”
“No, sai una cosa?”
“Cosa”
“Non soffro più”
“Ah, bene, sono contento.”
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Poi più tardi, fra il fumo e la musica assordante, ho visto una sua mano “non più sofferente” posata su di un culo rivestito di jeans nero, e dalla mia prospettiva non ho potuto valutare se si trattasse di un culo Santo Domingo oppure No – credo di No comunque – e in ogni caso da allora non ho più notizie di lui.
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Per il resto.
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Per il resto, quando sottolineo gli occhi con la matita – in occasione delle serate importanti – a volte mi succede di dimenticare di avere gli occhi truccati, e se mi stropiccio col pugno poi le palpebre si insozzano di grigio scuro. L’effetto è comunque gradevole, se non fosse per quei due o tre intellettuali e semiotici che per un po’ di trucco sulla faccia di un maschio sentenziano allegramente con la mano a paletta: “Quanto sei un ricchione”.
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E poi cos’altro.
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Uno si apre il blogghe con l’obiettivo di scriverci sopra tutto ma proprio tutto tutto, ed invece poi scopre che non è sempre praticabile, questa cosa di scriverci tutto ma proprio tutto tutto. Scopre che esistono dei paletti, che c’è troppa gente che ti conosce e che ti legge, molta più di quanto pensi, che ci sono troppi simpaticoni che quando ti incontrano ti fanno l’occhiolino e la battuta col sorrisetto.
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E quindi niente, cosa volevo dire ancora?
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Omissis.
i viaggiatori dei treni e altre cose
I viaggiatori dei treni usano il tempo del viaggio in treno per lunghe telefonate a voce alta. I viaggiatori dei treni pensano: tanto c’è tempo da spendere, spendiamolo a parlare al telefono, checcefrega. I passeggeri dei treni non pensano che parlare a voce alta abbia qualcosa a che fare con la maleducazione, perché la parlata al telefono a voce alta non rientra nel comune immaginario di maleducazione. Uno pensa: scaccolarsi col dito nel naso, è maleducazione, altroché. Io a volte mi scaccolo, solo quando non mi vede nessuno. Mai quando mi vedono tutti. E’ maleducazione – mi chiedevo – quando non ti vede nessuno? Boh, non lo so. Non è maleducazione – invece, si pensa, nell’immaginario – telefonare alla mamma dal sedile del treno per chiederle di scongelare la carne di vitello che così per stasera è pronta, e poi dopo cominciare una conversazione di quaranta minuti su quanto è stronza la Teresa, ma come Teresa chi, Teresa l’amica della Franci, una che si atteggia a donna di classe con gli amici della Teresa, ed in particolare col Pepi, il fratello della Cosa lì che non mi ricordo come si chiama, massì mamma hai capito, quello che entrato in Finanza, e che se non ci credi chiediglielo alla Franci stessa se è vero o non è vero che la sua amica Teresa è una grandissima stronza, eccetera eccetera per quaranta minuti.
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E poi vabbè, lasciamo perdere.
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E poi ci sei Tu – tra le altre cose – che quando mi guardi così mi sembra di essere molto migliore di quello che sono, mi sembra di essere uno che non sono io, certe volte quando mi guardi io quasi mi sento uno molto meglio di me. Poi invece mi guardo allo specchio e sono proprio io.
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E poi cos’altro.
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E poi vabbè, domani si laurea Billigiò.
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Oltre agli scannamenti ed alle processioni di rito che avranno luogo domani mattina per le vie di Bologna, pubblicizzo qui la serata della festa di dopodomani in onore dell’ingegnere Billigiò – visto che così mi viene chiesto dalla regia e visto che è aperta al pubblico tutto indistintamente – festa che si terrà sabato sera al Covo di Bologna, col concerto dei Thousands Millions, band di amici e compari salentini che paiono ammericani e che se li ascoltate un paio di minuti sul loro myspace, sono sicuro che vi convincete immediatamente e che poi accorrerete numerosi al Covo col vestiario adeguato e con l’animo da groupie.
—
Dai, su.
ai tempi della scuola elementare
ai tempi della scuola elementare, dopo averti costretto con inaudite violenze psicologiche a portare in classe per l’ottomarzo dei rametti di mimosa per le tue compagne donne – che tu le guardavi e pensavi, il concetto di donna è veramente ampio – e dopo averti costretto con la forza a consegnarlo a chi volevi tu fra le compagne donne, anche se poi non era vero che le consegnavi a chi volevi tu perché c’erano sempre due o tre fra le ciofeche più clamorose della classe che restavano senza mimose sul banco, e allora qualcuno doveva comunque consegnare un qualcosa alle somme ciofeche della classe, ti veniva spiegato dalle maestre (introducendo così il concetto molto democristiano del politically correct all’interno della scuola elementare) dopo che tutto sto strazio era finito dicevo, ecco che dopo una decina di giorni le maestre ti annunciavano orgogliose – credendo così di pareggiare il conto – che era arrivata la festa del papà.
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Il pinolo col grembiule rimuginava seduto dietro al banco di smalto verde acqua: la festa del papà, cosa c’entro io con la festa del papà? Me la vedo da solo con mio papà, gli farò gli auguri per i fatti miei, ma cosa volete voi da me, maestre perfide e democristiane?
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Ennò, ti spiegavano le maestre perfide – che avevano nella testa il concetto di parità, di equilibrio e di occhio per occhio dente per dente – ti dicevano No!, questa festa è dedicata a tutti i maschietti, e indicavano col braccio i pinoli grembiulati presenti seduti fra i banchi. Uno poteva obiettare che non era la festa del pinolo grembiulato ma la festa del papà – ed io in effetti protestai – ma la maestra mi spiegò che bisognava celebrare i maschietti esattamente come si erano festeggiate le femminucce qualche giorno prima (maschietti, femminucce, diminutivi del cazzo) perché noialtri maschietti un giorno lontano saremmo diventati anche noi dei papà, e quindi meritavamo di essere celebrati adeguatamente e solennemente in vista del nostro futuro da genitori.
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Voi provate a dire ad un bambino di sette anni che lui è potenzialmente un papà – un bambino come me per esempio – che a sette anni non è che avessi ben chiaro nella testa il concetto di spermatozoo, a quei tempi avevo solo un concetto molto vago di spermatozoo, ma a causa di questo concetto vago nella crapa mia di bambino, e a causa di questa improvvisa responsabilizzazione inculcataci dalla maestra, vi dico che un giorno lontano nella metà degli anni ottanta tutto grembiulato com’ero, durante la ricreazione ho cominciato a camminare impettito fra i banchi con un pesante senso di responsabilità addosso, e mi sentivo tutto pregnante di concetti vaghi di spermatozoi e di potenzialità procreative al punto che ero convintissimo che se mi avessero spremuto, se in qualche modo mi avessero munto – non so da dove, non so esattamente come – certamente avrei stillato neonati a profusione lì sul pavimento.
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Ecco, volevo dire, non si fa così, non si dicono ste cose ai bambini.
giovinetti di belle speranze
La giovinezza – in linea generale – non può mica essere una giovinezza di brutte speranze, deve essere necessariamente una giovinezza di belle speranze, e noi di conseguenza siamo giovinetti di belle speranze che vanno in giro in questo mondo dotati della adeguata speranza che si addice a dei giovanotti di belle speranze come noi siamo a tutti gli effetti.
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Detto questo.
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Detto questo, ieri sera ero seduto all’ingresso di un cinema del centro di Bologna, e avevo il mio amico Bollo con me, e tutti e due ci rigiravamo nelle mani i biglietti appena acquistati per l’ultimo spettacolo della serata a sette euri virgola cinquanta cadauno, in attesa di entrare in sala.
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– Noi si paga il biglietto tutto intero, in pratica.
– Il biglietto intero, certo.
– Eh, non siamo mica militari.
– Non siamo neanche anziani. E non siamo studenti.
– Cioè, io sarei studente ancora per poco, ma tanto qui non esiste nessuna riduzione studenti.
– E non siamo bambini.
– Non siamo bambini, certo.
– E neanche handicappati.
– Niente. Non siamo niente.
– Non siamo niente di niente.
– …
– …
– Si però io ho sete, cazzo.
– Eh, hai sete.
– Però non voglio versare ulteriori tre euri al barista. Non voglio.
– …
– Io vado a bere al cesso.
– Ma dai.
– Io vado a bere al cesso.
– …
– Così magari mi prendo una malattia, divento handicappato e la prossima volta entro con la riduzione.
– Ecco, bravo.
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Tralasciando il fatto che i lavandini dei cinema del ventunesimo secolo non sono fatti per bere, ché devi tenere conto dei sensori ad infrarossi che si azionano soltanto se infili tutta la testa sotto al rubinetto, per cui è molto più facile farsi uno shampoo in un lavandino del cinema del ventunesimo secolo piuttosto che bere un sorsetto di acqua, e tralasciando il fatto che per bere da questi rubinetti è necessario l’ausilio di un amico – in questo caso l’amico Bollo – che ti aziona col movimento della mano l’infrarosso mentre tu ti lanci con la bocca aperta sotto al getto d’acqua, tralasciando tutto questo dicevo, noi giovinetti di belle speranze troviamo posto in sala e ci sediamo nelle puzzose poltrone di cinema del centro di Bologna.
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Io e l’amico Bollo abbiamo il nostro canovaccio collaudato di argomenti di discussione, che sono più o meno sempre quelli da molto tempo. Lui mi parla del suo ultimo colloquio di lavoro dove non lo hanno preso, o dove ha scoperto che in realtà per “operatore culturale” intendevano la vendita porta a porta di lampade culturali e tappeti culturali o enciclopedie culturali, ed io invece parlo dell’inevitabilità della mia laurea; lui mi racconta le sue vicende di lavoratore non retribuito, ed io mi spanzo dalle risate secondo l’abituale protocollo. Quindi conveniamo entrambi sulla precarietà del mondo lavorativo odierno, su tutta una serie di disgrazie che ci capiteranno nel futuro prossimo, infine ci diciamo Vabbè e poi non ne parliamo più. In un certo senso, una catarsi.
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Ieri sera i discorsi sulla precarietà e sulle disgrazie sono stati messi da parte per bestemmiare contro le poltrone di cinema del ventunesimo secolo, così strette e incollate le une alle altre da farci stare – ambedue giovini di belle speranze notevolmente lunghi di femore – schiacciati nelle poltrone puzzose come due sardine.
– Ste poltrone di cinema sono troppo strette, porca puttana.
– C’ho le ginocchia sulla nuca di quello davanti, in pratica.
– Eh, ma le avranno costruite nel 1920, ste poltrone qua.
– Eh, nel 1920, quando l’altezza media della popolazione era di molto inferiore.
– Eh già, poi è arrivato il benessere e siamo cresciuti.
– Eh già, il benessere.
– Meno male che i nostri figli..
– I nostri figli cosa?
– No, dico, i nostri figli non avranno certamente di questi problemi.
– Ah, dici, che senza benessere torniamo a calare?
– Eh, direi.
– Eggià, meno male che i nostri figli non avranno di questi problemi.
– Meno male per i nostri figli.
– Meno male.
finisce l'era della mia vita in trentesimi
Ieri pomeriggio ho partorito mollemente il mio ultimo esame, seduto in un’aula calda col sole texano che filtrava dalle finestre a rammollire gli atteggiamenti dei presenti, col professore storto e mollo sulla sedia che mi faceva domande molle su argomenti molli e aspettava mollemente le mie risposte davvero tanto tanto molli.
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L’esame stava mollemente volgendo al termine fra molli sospiri dei presenti – tutti appollaiati dietro di me con una mollezza da messicani col sombrero della pubblicità dell’Estathé – quando in un guizzo di disperazione (l’ho già detto che non mi voglio laureare, no?) ho provato a cambiare il corso degli eventi improvvisando una dei numeri principali dello studente medio di tutti i tempi: la scena muta. Da bravo secchione, la scena muta non faceva parte del mio repertorio, però mi sono detto: ora o mai più. Ho provato a stare zitto, a fare la faccia da ebete che cerca la risposta fra i meandri del cervello, con l’espressione ingrugnita alla Scamarcio che ha dormito male, ma niente, non ha funzionato, l’esame l’ho comunque passato e adesso sono qua, con la mia vita che non si misura più in trentesimi, mentre mi chiedo seriamente se abbia senso – nel tempo che resta da qui alla laurea – iscrivermi ad un corso di tortellinaggio bolognese artigianale o, che ne so, meditazione tradizionale panamense o che ne so.
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Ma comunque.
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Il premio di scena muta più spudorata ieri pomeriggio l’ha vinto una studentessa interrogata prima di me che, paralizzata dalla paura (la paura esiste anche per gli esami pernacchia, pare) è riuscita a restare in silenzio così:
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– Signorina mi dica almeno un nome di una specie ittica velenosa.
– …ngghhh…
– Il nome di questa specie è facile, si ispira alla forma del pesce..
– …
– Alla forma, signorina!
– …
– Ad una forma che si può anche, diciamo, gonfiare.
– …
– Che si gonfia, cosa si gonfia? Eh, cos’è che si gonfia, signorina?
– …
– …
– …
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E poi finalmente:
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– Il pesce palla?
– Ecco, brava! Ha visto che lo sa? Il pesce palla!
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Mi chiedo quante probabilità ci fossero a quel punto che la signorina, invece di rispondere correttamente, avesse risposto con qualcosa tipo il Pesce Triangolo Isoscele.
ce lo sapevate?
Certi momenti di esagerata bellezza, di gioie indecenti, certi momenti di perfezione spudorata, che vanno oltre ogni limite di perfezionatezza spudorata e di gioia che fino a quel momento poche volte avevi provato, quando l’imbuto delle sensazioni si intasa per la troppa perfezione in arrivo, in quel momento, in quel preciso momento, il tuo cervello si arrende e alzando bandiera bianca ti dice Sai Cosa? Tutta Sta Bellezza e Perfezione, Io A Registrarla E Ricordarla Così Com’è, Proprio Non Ce la Faccio, Registratela da Solo, Tutta Sta Bellezza e Sta Perfezione, e così, di fronte all’esagerazione della bellezza delle cose, la porzioncina del cervello deputata alla registrazione degli eventi sotto forma di ricordi va in tilt, si ingarbuglia, si intortiglia, si ubriaca ed inciampa, con il risultato che alla fine tutto quello che doveva essere registrato viene impresso in modo vago nella tua capoccia, e i ricordi che avrai di tutta quella esagerata bellezza e spudorata perfezione saranno come quelli di un sogno, sfumati come quelli di un sogno, incerti come quelli di un sogno, perchè la porzioncina del cervello si è ubriacata e non ha registrato per benino come doveva fare, e come per un sogno non sarai sicuro se quello che ricordi è successo per davvero oppure No.
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Come quando – da pischello – si giocava a calcio in immensi campi di erbetta secca dove i limiti del campo non erano affatto segnalati con le linee bianche, ma solo dalle opinioni convergenti di noi calciatori pischelli dalle maglie di gioco tutte diverse. In questi immensi campi di erbetta secca, se il pallone si allontanava troppo dal gioco allora era fuori, e se il pallone era fuori allora doveva essere recuperato dal giocatore pischello più vicino al pallone.
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Poteva succedere – e ogni tanto succedeva – che un giocatore pischello che quella mattina si era svegliato un po’ più Mazinga degli altri, tirasse dei calcioni spropositati al pallone, che così veniva sparato via molto più lontano del solito, dall’altra parte della strada o nel campo di erba alta. In questi casi non veniva più raccattato dal giocatore più vicino al pallone, ma dal Mazinga pischello che aveva sferrato il calcio spropositato. Dopo il calcio spropositato, tutti i pischelli sudati e coi pantaloni segnati dalle strisce verdi dell’erba, si voltavano verso il giocatore Mazinga e dicevano severi: Adesso vai a prenderla tu, la palla, così impari!
cosa distingue l'ottomarzo da tutte le altre feste che non sono l'ottomarzo
La caratteristica fondamentale che distingue l’ottomarzo da tutte le altre feste che non sono l’ottomarzo è una caratteristica evidentissima che sta proprio sotto gli occhi di tutti, ed è così esageratamente evidente che davvero mi chiedo se sia necessario spiegarla oppure lasciare perdere questa spiegazione che mi pare davvero inutile e superflua.
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Ma la spiego lo stesso, la caratteristica fondamentale.
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La caratteristica fondamentale per capire la peculiarità dell’ottomarzo, per comprenderla appieno bisogna innanzitutto tener presente i lavavetri cingalesi sordociechi che trovi ai semafori delle grandi città come per esempio Bologna, quel tipo di lavavetri che a vederli così non sembrano affatto essere sordociechi, ma che quando si avvicinano alla tua auto con lo strumento gocciolante per lavarti il vetro, tu intanto sei dentro l’auto che ti sbracci per dire NO NO NO per carità NO PussaVia Lavavetri, NO, ma il lavavetri cingalese si avvicina ugualmente al tuo vetro e te lo insapona tutto nonostante tutti i tuoi sbracciamenti e minacce di morte e cazzotti sul cruscotto che ti fai male soltanto tu, mica il lavavetri cingalese.
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Quel tipo di lavavetri cingalese che ti insapona tutto il vetro e che ti fa sorgere dubbi sulle tue reali inclinazioni progressiste, sulla tua mente aperta e sulle tue reali convinzioni a favore della pace nel mondo e cose del genere, ti fa sorgere dubbi che sono dubbi belli grossi, se ti incazzi al punto tale che per un secondo ti senti un calderoli qualsiasi e vorresti scendere dalla macchina per prendere a craniate il lavavetri cingalese ma poi subito ci rifletti e ti calmi e pensi che evidentemente deve trattarsi di un lavavetri sordocieco se non si è accorto dei tuoi sbracciamenti e delle tue urla di rifiuto e ti sta insaponando il vetro sorridendo beato e tranquillo. Quello che non ti spieghi è come mai tutti i lavavetri dei semafori di Bologna siano altrettanto sordociechi, ma evidentemente dev’esserci un’apposita organizzazione umanitaria che convoglia tutti i sordomuti cingalesi specializzati in lavavetraggio dalla Cingalia fino qui a Bologna, così come – per esempio – quelli che non riescono ad avere un figlio vanno a Lourdes, loro cingalesi non credendo alla madonna non possono mica andare a Lourdes allora giustamente vengono qui a Bologna. E lo sai benissimo che è una spiegazione che potrebbe apparire assurda, ma ci devi credere fortemente altrimenti l’alternativa sarebbe quella di scendere e cominciare con le craniate ed è una cosa che non sta affatto bene, che fa molto poco pace nel mondo, che fa molto poco convinzioni progressiste.
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Non cominci con le craniate, allora.
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E invece cominci a crederci per davvero, alla tua spiegazione strampalata, soprattutto se dopo che il lavavetri cingalese numero uno ti ha appena lavato il vetro, trovi al semaforo seguente un lavavetri cingalese numero due che non si accorge del vetro umido appena lavato – eccerto che non se ne accorge: è sordocieco! – e te lo insapona di nuovo tutto sorridendo beato, e tu intanto sei nella macchina che non sferri alcun pugno sul cruscotto perché senti dentro di te che stai facendo una buona azione aiutando la comunità bolognese di sordociechi cingalesi che tra tutte le sfighe che li potevano capitare, oltre a nascere in Cingalia ed essere sordociechi sono nati pure con la religione sbagliata in dotazione e quindi non possono neanche rivolgersi al noto centro internazionale di miracoli situato in Lourdes, Francia.
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Quello stesso tipo di lavavetri cingalese che se per caso una mattina ti svegli ed è l’ottomarzo – la festa della donna – e se per caso ti svegli e dopo quando sei uscito di casa ti accorgi che il parabrezza della tua auto è sommerso sotto un immenso stronzo sganciato in volo da un esemplare di Aquila Mastodontica, un rarissimo uccello sconosciuto al grande pubblico ma caratterizzato da una bizzarra propensione alla stitichezza a causa della quale non defeca quasi mai – però quando defeca son cazzi amari perché si sfoga di tutto l’arretrato – se l’Aquila Mastodontica ha scelto proprio l’ottomarzo per svuotarsi le interiora sulla tua automobile, ecco che potrai girare e girare per i semafori di Bologna alla ricerca di un lavavetri cingalese – a quel punto poco importa se sordocieco oppure No – ma troverai soltanto gli stessi cingalesi degli altri giorni che per l’occasione si sono armati di dieci mazzetti di mimose per ogni mano e hanno lasciato lo strumento per il lavavetraggio a casa e non possono insaponarti il vetro.
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Quindi insomma, per ricapitolare, la festa dell’ottomarzo si distingue dalle altre feste che non sono l’ottomarzo per il fatto che se per caso ti cacano il vetro dell’auto in una grande città come Bologna, allora il vetro, a causa di questa festa, resterà tranquillamente cacato.
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Ora.
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Io personalmente altre differenze non ne vedo, ma siccome sono stato ripetutamente accusato di misoginia e maschilismo (accuse tra l’altro clamorosamente infondate) allora per evitare di essere nuovamente maleinterpretato, riporto qui di seguito una serie di parole che testimoniano la mia non-misoginia e al contrario la mia conoscenza e rispetto del mondo femminile tutto intiero.
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margherita hack, rita levi montalciuini, tube di falloppio, omaggio donna/riduzione uomo, gallette di riso, dismenorrea.