quel grandissimo geniaccio di fabrizio moro

io lo sapevo che il carciofo Fabrizio Moro, il nuovo genio della musica italiana, era un grandissimo artista, che mica si ferma alle canzoni impegnate. Il carciofo Fabrizio Moro è una star completa, altroché. Questa è una sua perla del Sanremo 2000 che va assolutamente ascoltata.  Mi chiedevo: esiste un fan club di Fabrizio Moro? Io mi ci voglio iscrivere, ma proprio subito.


E’ tutto copiato, tutto. 
Fabrizio è il prototipo dell’artista-compilation: capello alla jonny deep, canzone alla vasco rossi, atteggiamenti scocciati alla grignani e stonatura alla omar pedrini. E il giubottino legato in vita che fa molto “sono arrivato cinque minuti fa non sapevo dove metterlo e non mi fido di lasciarlo in camerino metti caso che pippo baudo me lo rubba”. E il profilo macaco che allunga le labbra verso il microfono. Tutto ciò è bellissimo, sono estasiato dal livello di trash raggiunto da questo video. Bisogna ascoltarlo tutto, verso il minuto e cinquanta tocca l’apice quando canta “E la sveglia che suona alle sei, i sogni poi non li finisci mai”: è il migliore imitatore di Vasco mai sentito fino ad ora.

E’ certamente nata una stella.

"…e qualche sera ci guardiamo un film
e poi facciamo l’amore
che i fatti della vita
per superarli bene
bisogna stare insieme."

io ero quello che l’allaccio internet in casa non ce l’avevo

io ero quello che l’allaccio internet in casa non ce l’avevo.
io adesso sono quello che l’allaccio internet in casa ce l’ho. 
io adesso guardo il computer collegato e proprio non ci credo.

io adesso mi capita di passare vicino al computer collegato che c’ho le mani sporche di olio, o di cipolla, perché sto cucinando.

io adesso mi capita di chiudere finestre aperte di messenger con il mignolo pulito delle mie mani sporche di olio, o di cipolla, o sporche di quello che è.

io adesso mi capita di pensare che con un collegamento internet in casa, sono giunto finalmente nel futuro.

io adesso mi capita di pensare che forse sono nel futuro, però poi magari arriverà un futuro ancora più futuro, andando avanti così.

io adesso penso che arriverà un futuro più futuro ancora di questo, dove le finestre di messenger si potranno chiudere con il battito delle ciglia, o muovendo la lingua, o con la telepatia, o che ne so.

io penso che in questo futuro più futuro, non sarà importante se hai le mani sporche di olio, o di cipolla, o di pomodoro.

io penso che un giorno diremo ai nostri nipoti: Quando ero giovane io, se avevi le mani sporche di pomodoro, non potevi neanche chiudere le finestre di messenger, sapete?

io penso che racconterò ste cose ai nipoti con lo stesso tono di voce che i nonni usano per dirti: Quando ero giovane io, per andare al cesso dovevo attraversare tutto il giardino e il pollaio con un malloppo di foglie in mano, foglie molto larghe, preferibilmente.

io penso che i miei nipoti mi chiederanno: Nonno, cazzo è messenger? Che magari quel giorno messenger si chiamerà – che ne so – Giacomo.

ho visto yogurt scaduti molto meno acidi di te

Ma insomma Rafaeli, sempre a parlare del tuo ombelico? Ma basta Rafaeli, sù. Guardati attorno: c’è tutto un mondo che si muove, tendenze, attualità, cronaca, piripicchi e piripacchi. Parla un po’ di piripicchi e piripacchi, no? Sempre a fare cerchietti col compasso puntato sul tuo ombelico! E basta.

Angolo attualità.

Si parlava di telefilm, nel post precedente. A me non piacciono i telefilm, soprattutto i telefilm che hanno successo. Non mi piace l’idea di trascorrere il tempo a guardare i telefilm. Non mi piace pensare il “devo sbrigarmi, altrimenti perdo l’inizio del telefilm”. Oppure il “spegni la luce, che sta iniziando il telefilm”. Non mi piace. Non mi piace. Siccome non mi piace, qui dico che non mi piace.

(Di nuovo il tuo ombelico! Ma cazzarola, Rafaeli!)

Volevo dire: non mi piacciono i telefilm (non so cosa sia Desperate Housewives, Lost e tutte quelle serie ospedaliere che passano in tivvù, ma proprio non lo so, giuro che non lo so, non ho neanche l’idea della faccia di uno qualsiasi dei protagonisti) ma mi piace tanto osservare come questi telefilm vengono pubblicizzati in Italia. Se ne parla tanto, se ne scrive tanto, se ne dice tanto. Copertine dei giornali e pubblicità sulle fiancate degli autobus. Con il risultato che – pure se non te ne frega nulla – sei a conoscenza del nuovo telefilm in arrivo.

L’ultimo telefilm in arrivo (cioè, volevo dire, l’ultima situation comedy) in arrivo è Ugly Betty, che parla di una ragazza (Betty) che è brutta (Ugly) ma che lo stesso riesce a fare tante cose belle, ad avere successo ed essere simpatica. Il successo è assicurato, visto che il mondo è pieno di brutte che vorrebbero fare tante cose belle, avere successo, essere simpatiche. Il meccanismo di successo è quello ben collaudato dell’immedesimazione: la brutta si immedesima e tifa per la brutta, e gode dei suoi successi nella fiction, nello stesso modo con cui il cafone sfigato esulta col vocione ingrossato se la sua squadra del cuore vince lo scudetto. Cose già viste, insomma.

Però, posso dire una cosa? 

(dilla, Rafaeli, dilla! Ma per diamine, arriva al punto!)

Hanno arruolato un’attrice per il ruolo della brutta (mica tanto brutta, in realtà) e le hanno incollato un apparecchio vistoso ai denti, un vestitino orribile e le hanno pettinato e cotonato le sopracciglia. Hanno creato cioè una bruttezza cinematografica. Cioè, non una vera bruttezza, ma la caricatura della bruttezza, la sua versione attenuata, simpatica, accettabile. Il substrato, quello che c’è sotto, è in realtà una bella ragazza. Io dico, se Ugly deve essere, che sia davvero Ugly, che sia Ugly fino in fondo, e non una cosa così per ridere. Se il messaggio è “pure la cozza ce la fa” allora che si prenda una vera cozza da competizione, una cozza di tutto rispetto, una come certi parafanghi di mia conoscenza, come certe Barbapapà di mia conoscenza, una di quelle che ce le vorrei tanto vedere a recitare in un telefilm dal titolo Ugly Cozza, e vedere se riescono a strappare gli stessi strepitosi ascolti di una che in fondo è brutta per finta, una che è brutta ma simpatica, che è brutta ma fino ad un certo punto, che è brutta si-vabbè-ma-non-da’-fastidio.

Siccome mi sono spinto troppo oltre, copio e incollo la frase che in questi casi mette tutti d’accordo, e che sicuramente mi preserverà da qualsiasi critica:

L’importante è essere belli dentro.

acidità varie

Entro in una botteguccia pakistana a comprare una birretta molto low cost – in assoluto la più low cost del creato birraiolo – e il pakistano cassiere assieme al suo compare pakistano in quel momento sono impegnati a guardare un film bolliwoodiano da un pc portatile. Nello schermo si può vedere il duo Boldi – De Sica bolliwoodiani che lanciano battute in indù facendo scompisciare il pakistano cassiere e il suo compare, che sbattono le mani sul tavolo ridendo a crepapelle, così che io pago la birra low cost posando la moneta sul tavolo e il cassiere manco mi guarda – non mi caca proprio – continua a scompisciarsi per battute in indù del tipo “nggh mbbini ndellemmmhh!!!”.

“nggh mbbini ndellemmmhh!!!”.

Fa ridere?

“nggh mbbini ndellemmmhh!!!”.

Vabbè, non fa ridere.

Comunicazione di servizio.

Anche questo blog si unisce alla dura battaglia contro gli orrendi Crocs, abominevoli scarpette che se non fosse stato per tutta quella serie di telefilm ospedalieri, mai sarebbero arrivate ad essere vendute nei negozi come oggettini fashion. 

(spettatori fedeli di ER, Dottor House e cazzamenità di questo tipo, sentitevi in colpa per questo obbrobbrio!)

(qui alcune istruzioni per la guerra)

caro cassiere

caro cassiere del supermercato in via Marconi a Bologna con i capelli brizzolati e il ciuffo rialzato sulla sommità della capoccia, se tu mi chiedi “Vuoi una borsina?” quando io mi accosto alla cassa con le mie quattro cose da pagare, tu non è che puoi afferrare la busta di plastica leccandoti clamorosamente indice e pollice come se stessi sfogliando un giornale nella tranquillità di casa tua, partendo dal presupposto che se anche fossi chiuso nella tranquillità di casa tua e qualcuno tipo tua moglie o tua figlia ti vedesse, sarebbe in obbligo di informarti che è uno schifo sta cosa del leccarsi le dita in modo così sfacciato, che pure io qualche volta mi infilo le dita nel naso – ma quando non mi vede nessuno – e se la prossima volta te le lecchi di nuovo davanti a me, giuro che mi infilo le mozzarelle in tasca, la coca cola sotto l’ascella e vado via così senza salutare.

c'ho proprio bisogno di un lavoro

C’ho proprio bisogno di un lavoro, mannaggia mannaggia.
C’ho proprio bisogno di trovare qualcosa da fare, qualsiasi cosa, e il prima possibile. Ho una laurea sulla testa da neanche una settimana, e già mi pare di essere disoccupato da dieci anni.  

Un lavoro manuale dove il risultato lo vedi subito, ecco cosa vorrei. Il lavoro manuale più ovvio che mi viene in mente è lo scaricatore di porto. A Bologna non abbiamo il porto. Benissimo. Lo scaricatore di qualcosa, allora. Il sistematore di qualcosa. Il lavatore di qualcosa. Non so bene cosa.

Qualcosa.

Vorrei che qualcuno mi dicesse: le vedi quelle scatole? Devi portarle giù dal camion. Così alla fine del lavoro, le scatole che prima erano su, dopo grazie alla mia opera si troveranno giù. E l’artefice di questo cambiamento tangibile sarei io. Prima SU, poi GIU’.  

Chi ha studiato tanto può capire cosa significa il bisogno di produrre qualcosa di tangibile, sto bisogno maledetto di lasciare il segno da qualche parte.

Sono arrivato a Bologna che Brizzi era ancora uno scrittore “giovane” e io col batticuore andai a vederlo per la prima volta alla Feltrinelli sotto le due torri per la presentazione di un suo libro. Il me stesso che andava alla Feltrinelli con il batticuore era il me stesso che poco tempo prima aveva conosciuto – grazie ai romanzi di Brizzi – i portici e le cose di Bologna, molto prima di arrivarci davvero a Bologna, quando i romanzini li leggevo al sicuro della mia stanza nel paesello mediterronico.       

Ieri ho visto Brizzi in tivvù, e meno male che è apparsa la didascalia in sovrimpressione con il nome, perché altrimenti non lo avrei mai e poi mai riconosciuto. Enrico Brizzi, quello del Jack Frusciante, si è tramutato in un vecchio coi denti opachi dal fumo di sigaretta senza filtro.

Domenica sera il sottoscritto e tutta la gioventù “di un certo livello” di Bologna, fra cui anche una buona percentuale di salentini e di bloggher, si muoverà verso il concerto di Sondre Lerche all’Estragon. L’evento è assolutamente imperdibile, con Sondre che ritorna in Italia dopo due album nuovi. Se pure Sondre è invecchiato, è finita.
Certamente non lo sarà, i norvegesi si conservano meglio, è tutto merito del freddo. Sono anni che predico la necessità di trasferirci tutti insieme a Stoccolma, e di fare saune bollenti ogni sera per poi uscire col culo nudo nella notte svedese a buttarci di panza nella neve fresca.   

Si accettano adesioni, sia per il concerto di Sondre, sia per i culi nudi nella notte svedese.  

Facetemi sapere.

le canzoni impegnate che ci fanno tanto tanto riflettere

La canzone vincitrice della sezione Sanremo Giovani di quest’anno è “Pensa” di un certo Fabrizio Moro, canzone che nel videoclip il certo Fabrizio Moro canta con uno sguardo annebbiato che ricorda quello dei miopi e dei presbiti il giorno che decidono di svestirsi dagli occhiali.

Ma il punto non è questo.

Questa canzone si inserisce in quel filone di canzoni sanremesi che parlano di probblemi. Le canzoni sanremesi, quando parlano di qualche probblema, automaticamente poi vincono Sanremo. Il probblema principale che vince a Sanremo – lo sanno tutti – è la cecità, e i ciechi che hanno vinto a Sanremo sono tanti: il cieco Aleandro Baldi (che uno dice: Aleandro chi?) ha vinto con Non Amarmi, dove si parlava di cecità, e con Passerà nel 1994 (dove evidentemente non si parlava più di cecità) e nello stesso anno ha vinto fra le nuove proposte Bocelli. Poi nel 1998 ha vinto Annalisa Minetti (che uno dice: Annalisa chi?) ma il punto non è neanche questo.

Il punto è: di cosa parla la canzone di Moro? Io non ho capito bene di cosa parla la canzone di Moro.

I critici parlano di testo impegnato. Io non so bene cosa sia un testo impegnato. Impegnato in che senso? Impegnato in quale direzione? Durante l’esibizione a Sanremo, sullo schermo alle spalle del certo Fabrizio Moro scorrevano le immagini stilizzate di  tanti personaggi diversi: c’era Falcone, c’era Papa Giovanni Paolo, c’era la Madre Teresa di Calcutta, John Lennon, Martin Luther King. Non ricordo se c’era anche il bambino africano che muore di fame, di solito in questi frullati di videoclip il bambino nero con la mosca sugli occhi ce lo infilano sempre. C’era? Non c’era? Non me lo ricordo. E comunque, non è questo il punto.
 
Il punto è: di cosa parla la canzone di sto Fabrizio Moro?

Uomini o angeli mandati sulla terra
per combattere una guerra  di faide e di famiglie
sparse come tante biglie 
su un isola di sangue che fra tante meraviglie 
fra limoni e fra conchiglie… massacra figli e figlie
.

che è un po’ come dire:

Apelle figlio di Apollo 
fece una palla di pelle e di pollo,
e tutti i pesci vennero a galla,
per vedere la palla di pelle e di pollo 
fatta da Apelle figlio di Apollo.

Io non ho capito di cosa parla la canzone di Fabrizio Moro. Dicono che si tratti di un testo “sociale”. Io mi chiedo: sociale in che senso? Sociale in che direzione? Qualcuno dice che parla della mafia, poi però dice anche: “uomini…che hanno denunciato/il più corrotto dei sistemi troppo spesso ignorato” (allora è una canzone contro la corruzione? mah…) “di una generazione costretta a non guardare /a parlare a bassa voce a spegnere la luce” (allora è una canzone contro l’omertà!) “La testa si gira e aggiusta la mira ragiona / A volte condanna a volte perdona” (è una canzone contro gli impulsivi? contro i cecchini?) “Pensa prima di sparare /Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare” (Mah, forse è una canzone contro i pregiudizi? boh) “Ci sono stati uomini che sono morti giovani / Ma consapevoli che le loro idee /Sarebbero rimaste nei secoli” (l’unico che conosco che morto giovane consapevole che le sue idee sarebbero rimaste per i secoli a venire era Gesù Cristo. Gli altri sono morti e basta. E’ una canzone cristiana, allora?) “Idee di uguaglianza idee di educazione /Contro ogni uomo che eserciti oppressione” (è chiaro che l’idea di educazione non esiste, e che qui sta bella parola serve solo a fare rima, tipo cuore-sole-amore) “Perché in fondo questa vita non ha significato /Se hai paura di una bomba o di un fucile puntato” (Quindi prendiamo appunti: un fucile puntato non deve far paura. Che sia chiaro questo, e neanche una bomba. Canzone antimilitarista? Celebrativa di piazza Tienammen?) 

Qua l’impressione è di un frullato di belle parole tutte accozzate assieme, nell’idea vaga che a questo mondo esista qualcosa che è "buono è giusto" e qualcosa che invece è "caccabrutto".  Il trucchetto (semplice semplice) sta nel mettere assieme un certo numero di cose buone e giuste (che ne so: gli ideali, i valori inestimabili, l’impegno, l’educazione…) e contrapporle vagamente alle cose caccabrutto (la mafia? la corruzione? la violenza? le armi? l’oppressione? la morte? quello che volete) così che poi la gente che ascolta non ci capisce un cazzo, però dopo che ha visto le immagini del Papa e della Madre Teresa sul maxischermo (che per inciso, in quel contesto sono assolutamente fuori luogo) deve applaudire commossa e convinta per non fare la figura di quelli che stanno coi caccabrutti. In Italia, di solito, in questo modo hai costruito una canzone col testo “impegnato”. E non mi dite che questa è una canzone contro la mafia, che questa non è una canzone contro la mafia. Una quindicina di anni fa, quando la retorica verbale non ci aveva paralizzato con le sue metastasi, Frankie Hi nrg fece (forse) qualcosa che già era più avanti di quello che va in giro adesso.  

Ma Fabrizio Moro dice che è una canzone che ha scritto “dopo aver visto un telefilm su Falcone”. Capito? Un telefilm. Non un libro, non gli articoli dei giornali, neanche i ricordi dei giorni tremendi che alla tivvù mandavano le immagini di un’autostrada sventrata. No. Un telefilm. E’ come se uno decidesse di darsi al rock’n’roll dopo due puntate di Happy Days.
 
Il problema di Fabrizio Moro è che si è trovato a fare i conti con Cristicchi, che pure lui (furbo) si è messo a fare la canzone sul probblema dei malati mentali. Ecco perché Moro nel videoclip canta con lo sguardo perso e annebbiato del miope che ha perso le occhiali ( o del caffeinomane che ha perso la caffettiera). Lo fa per apparire un po’ cieco, che la cecità a Sanremo serve sempre. La cecità a Sanremo è il probblema dei probblemi. E anche perché, siccome la matematica non è un’opinione, tiù probblemi sono meglio che uàn. 

siccome questi sono giorni di rivangamenti e trastullamenti nostalgici

Siccome questi sono giorni di rivangamenti e trastullamenti nostalgici, siccome questi sono giorni che devo mettere in ordine le cose, ecco che mi ritrovo a scavare fra i cassetti impolverati della mia stanza fra quaderni e fogli che credevo di aver perso ma che invece No.

Questa mattina ho riesumato un foglietto ingiallito, scritto dal me stesso di cinque anni fa in un giorno di settembre in un ostello di Londra, dopo un’estate trascorsa a fare la trottola in giro per la City. Ricordo che avevo talmente voglia di scrivere – quel giorno – che arrivai a strappare la prima pagina di un romanzo che stavo leggendo, una di quelle pagine bianche che si trovano sempre all’inizio e alla fine di un libro e che forse servono proprio a questo, a soddisfare l’eventuale impeto scribacchino dei lettori.

Se adesso qua fuori non ci fosse la pioggia, probabilmente non troverei il coraggio di riportarlo qui per intero. Ma la pioggia invece c’è, e allora oggi è permesso tutto.

Londra 13/09/02

HO VISTO UNA CITTA’ CON SETTE MILIONI DI PERSONE

HO VISTO STANZE CHE PUZZAVANO DI PISCIO

HO VISTO CAMERE D’HOTEL CON VASCHE DA BAGNO PER QUATTRO PERSONE

HO VISTO CANI PER CIECHI CAPACI DI PRENDERE LA GIUSTA METROPOLITANA

HO VISTO RISTORANTI ITALIANI DAI NOMI VERGOGNOSI E IMBARAZZANTI

HO VISTO PERSONE CHIEDERMI LA CARTA IGIENICA COME REGALO

HO VISTO AUTOMOBILISTI SCENDERE DALL’AUTO E PICCHIARSI PER STRADA

HO VISTO RAGAZZI DORMIRE IN BUCHI NEL MURO COME LOCULI DI CIMITERO

HO VISTO ORINATOI DI DISCOTECA CON LO SCHERMO INCORPORATO PER LA PUBBLICITA’

HO VISTO SCATOLE DI DVD PORNO ABBANDONATI NEI BAGNI DEL MC DONALD’S

HO VISTO LA MORTE IN FACCIA ATTRAVERSANDO LA STRADA SENZA PENSARCI TROPPO

HO VISTO RAGAZZI RACCONTARE DI ESSERE STATI DERUBATI DELLA DROGA DA UN PASSERO

HO VISTO MONTAGNE DI PATATINE FRITTE E QUINTALI DI KETCHUP

HO VISTO STRADE SOTTO I PONTI DI NOTTE DOVE C’ERO SOLO IO

HO VISTO VENDITORI AMBULANTI DI TORTE ALLA MARIJUANA

HO VISTO UN GIAMAICANO SCAVALCARE CON UN SALTO OTTO PERSONE IN FILA

HO VISTO UNA FESTA CON UN MILIONE DI PERSONE

HO VISTO I CESSI SPORCHI DI MERDA DI TUTTE LE NAZIONALITA’

HO VISTO ME STESSO NELLO SPECCHIO PULIRE I CESSI DI CUI SOPRA

HO VISTO SCOIATTOLI ATTRAVERSARE LA STRADA COME FOSSERO GATTI

HO VISTO CHE IL MONDO PUO’ ESSERE COSI’ GRANDE DA DISORIENTARTI

HO VISTO CHE IL MONDO PUOì ESSERE COSI’ PICCOLO DA STUPIRTI

HO VISTO IL THAMES DI NOTTE ILLUMINATO DAI PONTI E MI SONO SENTITO TURISTA

HO VISTO IL THAMES NEL FREDDO DELLE SETTE DI MATTINA E MI SONO SENTITO LONDINESE

HO VISTO COMITIVE DI ITALIANI CHIASSOSI CHE PIU’ ITALIANI DI COSI’ NON SI PUO’

HO VISTO GLI OCCHI DI CHI HA VISTO IN DIRETTA LO SCHIANTO DEGLI AEREI SULLE TWIN TOWERS

HO VISTO COSE CHE NON SAPREI DESCRIVERE A PAROLE

HO VISTO UNA CITTA’ CON SETTE MILIONI DI PERSONE, PIU’ IO.

 

ho sperato che tutta la facoltà crollasse al suolo in un istante

Ho sperato che tutta la facoltà crollasse al suolo in un istante, ma vedevo che i muri restavano dritti e non avevano alcuna intenzione di crollare.
Ho sperato che un terremoto spazzasse via tutta la facoltà, e mi sarei potuto accontentare anche di una tromba d’aria come quelle che si vedono nei telefilm, di quelle tempeste che scoperchiano i tetti delle case e fanno volare via le persone a centinaia e centinaia di chilometri di distanza. Una bella tempesta violenta che facesse volare via me, i professori, il preside e gli altri laureandi che erano lì ad aspettare il verdetto con il sottoscritto. Ho immaginato che una piovra dai mille tentacoli facesse il suo ingresso dalla finestra in Aula Magna, per staccare la testa al preside che stava per pronunciare alcune parole che non mi andava di ascoltare. Ho pensato che fosse tutto un sogno ma la puzza di sudore che avvertivo attorno a me era assolutamente concreta, reale. Ho sperato che uno di quei meteoriti che alla tivvù dicono sempre che stanno per caderci sulla testa, decidesse di cadere sulle nostre teste proprio in quel momento. Ho immaginato il giornalista in collegamento dal luogo dell’impatto del meteorite indicare il cratere e dire nel microfono “e pensare che qui, fino a ieri, c’era una facoltà!”. Ho sperato che la procedura prevedesse – come accade per i matrimoni – quel momento in cui si chiede “se qualcuno ha qualcosa in contrario parli ora o taccia per sempre” così da poter alzare il braccio e dire Io! Io ho qualcosa in contrario! Io! 

Ho aspettato e sperato, ma purtroppo niente crepe nei muri, niente terremoti, niente piovre dai mille tentacoli.

E quindi – in mancanza di impedimenti – due giorni fa qualcuno ha deciso di proclamare il sottoscritto – contro ogni logica terrena – dottore in medicina veterinaria col voto di centodieci e lode in una cornice di genitori lacrimanti e batti batti le manine. Tutti gli eventi conseguenti a questo fatto saranno (forse) narrati più avanti. L’unica cosa da dire adesso è un grazie bello grosso a chi c’era, ché sono stati loro a farmi sentire molto ma molto più importante di quello che sono.

E per il resto, qui si stanno ancora raccogliendo i cocci dal pavimento.

mi sono fatto un vestitino funebre

mi sono fatto un vestitino funebre che è davvero bello, il mio vestitino funebre per il giorno della mia laurea.

mi sono fatto un vestitino funebre che il primo che se ne accorge – che quello che è indosso non è un vestitino elegante ma bensì un vestitino funebre – il primo che se ne accorge vince una pacca sulla spalla dal sottoscritto assieme ad un grappolo di sguardi di complicità.

Con il mio vestitino funebre piegato nella borsa mi sono presentato in una sartoria – che i pantaloni funebri erano troppo lunghi – e ho chiesto di poterli accorciare. La signora sarta, molto giovane ma con due rigogliosissime ascelle pelose e nere, mi ha chiesto se sapevo dirle di quanto esattamente volevo accorciarli. Le ho detto, signora, cosa ne so io, ora li proviamo e poi mi dice lei. E la sarta: No No, non è possibile, qui non si prova niente, deve venire qui con gli aghi già infilzati per le misure. E cosa faccio signora? torno a casa solo per provarli? Faccia come crede, faccia come crede, faccia come crede.

Così ho fatto come credevo, ho aperto le portiere anteriore e posteriore della mia macchinina e poi – infilato fra le due portiere – mi sono denudato nel quasi centro di Bologna, col traffico del quasi centro di Bologna. Una vecchina tantissimo vecchia è passata di lì col rosario in mano che recitava una preghierina fra i denti, e mi ha beccato con le mutande al vento.

Tolta la vecchina, comunque, è andato tutto bene.

Per il resto, qui è tutto un percorrere una specie di miglio verde col sorriso ebete sulla faccia, è tutto un affilarsi la lama per la ghigliottina, è tutto un pungersi con lo spillo per tentare di rompersi le acque, in attesa di doglie che inevitabilmente arriveranno.

driin driin squilla il telefono

“pronto?”
“rafè ho un problema!”
“dimmi cara, che tipo di problema?”
“ il gatto ha perso un baffo”
“ha perso un baffo?”
“qualche giorno fa ne ha perso uno, e oggi ne ho trovato un altro!”
“…mmm..”
“è grave?”
“…corriamo il rischio che il gatto ti rimanga senza baffi?”
“dai non mi prendere per il culo”
“No, dico: te lo immagini un gatto senza baffi?”
“dai!”
“…”
“gli si è staccato il baffo, proprio dalla radice!!”
“dalla radice?”
“Sì, dalla radice.”

" mmm…"
"E’ grave?"

“Facciamo così, infila una mano nelle mutande del tuo uomo, ravana con la mano lì dentro per qualche minuto..”
“e poi?”
“ e poi vedi se ti sono rimasti peli pubici fra le mani. Se i peli che si sono staccati sono interi fino alla radice, allora non c’è nessun problema, il gatto ha preso dal padrone. Se invece si sono staccati dalla punta, possiamo cominciare a preoccuparci.”

Come vedi ho tentato – nel riportare la nostra conversazione telefonica di ieri – di non farti fare “troppo la figura della scema” come mi avevi chiesto tu. Questo episodio mi fa tornare in mente quel cliente pazzo della clinica di Monaco che urlava vendetta per il suo cane che – secondo lui –  aveva cambiato tonalità di voce dopo uno strizzamento di palle eccessivo da parte dei medici durante una visita clinica.

Stamattina ho due occhiaie sulla faccia che ci potrebbero fare un nido le cicogne.

milioni di miliardi di cattolici

la televisione mi informa che l’altro giorno in piazza per il Family Day c’erano milioni di miliardi di cattolici che manifestavano a favore della “famiglia”.

Benissimo, ora io voglio capire una cosa: vivo in un Paese cattolico? Mi sta bene, lo accetto. Vivo in un Paese non cattolico? Mi sta bene, accetto pure questo. Non ho problema ad accettare qualsiasi cosa. Mi dite che vivo in un paese di – che ne so – lillipuziani balbuzienti? Va bene, lo accetto. Mi dite che vivo in un paese di – che ne so – lumache infiammabili? Va bene, lo accetto.

Accetto quello che volete, basta che mi dite la verità.

Se mi dite che l’altro giorno in piazza c’erano milioni di miliardi di cattolici, allora io penso che vivo in un Paese di cattolici, e mi pare pure scontata sta conclusione, giusto? Giusto. Se mi dite così, io poi esco per strada e faccio roteare una bottiglia sull’asfalto, come fosse un gioco della bottiglia. Faccio roteare la bottiglia e poi aspetto che si fermi ad indicare qualcuno, una persona a caso. A questa persona rivolgo un paio di domande molto qualunquiste che comunque sono sempre delle domande. Chiedo:
1) Ma tu, dimmi un po’, conosci qualcuno che è arrivato vergine al matrimonio (tolti i genitori e i nonni che non valgono)?
2) E dimmi un po’, conosci qualcuno che voglia abolire il divorzio?  

Io personalmente non potrei mai rispondere Sì a queste domande, e così pure tutte le persone che conosco. Però la televisione mi dice che vivo in un Paese di milioni di miliardi di cattolici, e io che la televisione la conosco da quando sono nato credo a tutto quello che mi dice. Se domani mi dirà che vivo in un paese di lillipuziani balbuzienti dirò Va Bene. Se mi dirà che vivo in un paese di lumache infiammabili, dirò Va Bene.

Tutto questo mentre compro mozzarelle che hanno la data di scadenza posteriore alla mia data di laurea.  Sob.

io non voglio

Io non voglio vivere in un paese col caldo messicano già a metà maggio.
Io non voglio vivere in un paese che il sole brucia l’asfalto fresco e produce un odore convergente verso l’odore di merda.
Io non voglio vivere in un paese che non serve la sciarpa.
Io non voglio vivere in un paese che.

Cercavo un parcheggio qualche sera fa, e il parcheggio non lo trovavo. Dopo quaranta minuti di ricerca infruttuosa decido di lasciare la macchina accavallata su di un marciapiede “che poi tanto la vengo a spostare più tardi”. Entro a casa, scrivo, leggo e ceno. Parlo, leggo, dormo. Quindi mi posiziono orizzontale nel letto e mi addormento. Quindi mi risollevo dal letto, mi lavo, mi colaziono, mi siedo e scrivo. Poi mi pranzo e poi non ricordo cos’altro mi faccio. Quindi esco e mi porto verso la posta  e poi non so dove. Quindi torno a casa, mi risiedo, scrivo, studio, sbuffo. Quindi mi rimetto a tavola e mi comincio a cenare. E in quel momento – solo in quel momento – sento nascere dentro di me la consapevolezza di aver fatto una cazzata. La mia cazzata del maggio 2007. Quelle consapevolezze che nei primi momenti sono solo una sensazione vaga, imprecisa. Sai che c’è qualcosa che non va, ma non sai ancora esattamente cosa. Quindi mi risollevo dalla sedia e corro per strada, e nel tragitto verso quel marciapiede dove avevo lasciato la macchina “che poi tanto la venivo a spostare più tardi” c’è una nuvola che mi segue sulla testa, un po’ come una nuvola di Fantozzi, solo che questa non assomiglia affatto ad una nuvola ma assomiglia piuttosto ad una di quelle insegne luminose dei locali di Las Vegas con le lucine intermittenti, e su questa insegna si può leggere a chiare lettere: Caro Raffaele Sei un Grandissimo Coglione.

Con le lucine intermittenti fucsia e gialle, per intenderci.

Sono andato a riprendere la macchinina dal deposito delle auto rimosse con un caldo messicano e le cuffie nelle orecchie, solo che il lettore mp3 aveva le batterie scariche e non c’era musica da ascoltare, ma faceva troppo caldo per sfilare le cuffie e infilarle in tasca. Ritirare un’auto che è stata rimossa da un divieto di sosta, è un po’ come far visita ad un parente che è finito in galera, solo che sei tu il colpevole, e non il carcerato. 

E poi ci sono i giorni delle cazzate minori, come per esempio passare il mocio sul pavimento seguendo geometrie insensate, col risultato che poi ti ritrovi intrappolato in un punto fra il corridoio e il bagno e non puoi muoverti né di qua né di là, né avanti né dietro, che hai il pavimento bagnato tutto intorno, e c’hai solo da aspettare che si asciughi.

Che c’hai solo da aspettare che tutto passi.

mezzanotte e non ho ancora cenato

E’ mezzanotte e non ho ancora cenato, vorrei scrivere un po’ di cose ma non credo di esserne capace. Che se poi scrivo le cose e le scrivo brutte, poi succede che ci resto male. Amélie Nothomb – scrittrice belga di lingua francese – dice che a panza vuota si scrive meglio, che la soddisfazione della panza piena non fa produrre una bella scrittura. In linee generali sarei pure d’accordo, con la Amélie Nothomb, però stasera c’ho la insoddisfazione della panza vuota che cozza contro la soddisfazione dell’averci i pantaloni del pigiama addosso e i piedi scalzi sul pavimento fresco. 

E quindi non so.

Ma comunque volevo dire: tutti sti commenti inviperiti di questi giorni, che ridere. Insomma, se io mi leggessi, non mi commenterei. E invece No, guarda quanti commenti. Eppoi se io mi conoscessi, non mi telefonerei. Se mi ascoltassi parlare, non mi ascolterei. Se mi rivolgessi la parola, non mi risponderei. Se fossi foco, mi brucerei.  E invece guarda quanti commenti inviperiti.

(aperta parentesi)

Lo sciopero dei tabaccai: ho sbagliato a parlare dello sciopero dei tabaccai. Voglio dire, io credevo che fosse davvero uno sciopero delle ricariche telefoniche, e invece non è affatto così. Voglio dire, quando gli allevatori di mucche della Padania scioperarono per la questione delle quote latte, smisero di lavorare e scesero nelle piazze a versare il latte per strada ( e quindi a perderci soldi ). Quando scioperarono gli agricoltori delle Murge, gli agricoltori incrociarono le braccia (e quindi ci persero in soldi) e bloccarono le ferrovie le autostrade. I tabaccai invece hanno deciso che loro non venderanno più “per protesta” ricariche di valore inferiore a dieci euro. Quindi in realtà non è uno sciopero, è solo che si sono rotti le palle di guadagnare poco alla volta. Vogliono guadagnare le stesse cifre, ma facendo di meno. E’ come se i benzinai decidessero di vendere la benzina solo a quelli che fanno il pieno.

(chiusa parentesi)

il mio contributo all'editoria italiana

ci sono questi giovani intraprendenti che si appostano nelle vie più affollate delle grandi città e che ti abbordano dicendoti cose del tipo: “Ciao! Qual è l’ultimo libro che hai letto? oppure “Ciao! Ti piace leggere e ascoltare musica?”

Bene, parliamone.

Alla domanda “Qual è l’ultimo libro che hai letto?” io sottoscritto divoratore di libri da una vita, mi incarto e non so mai cosa rispondere. L’ultimo libro letto l’ho già dimenticato, ricordo solo il titolo di quello che sto leggendo in quel preciso momento. Di solito non rispondo alla domanda e faccio No No Scusami Vado di Fretta, e quindi passo avanti. Invece alla domanda “ti piace leggere e ascoltare musica?” mi fermo con loro e dichiaro: “Certo! Mi piace tantissimo leggere e ascoltare musica!” e loro increduli esclamano “Davvero? Ma è fantastico! Allora sarai certamente interessato all’offerta che ti propone la ditta Pinco Pallino per abbonarti bla bla bla al prezzo vantaggiosissimo bla bla bla!” A quel punto io dico, col sorriso a centoquaranta denti: NO! che non sono interessato. Sai, io non compro un libro da una vita! Li prendo tutti in prestito alla biblioteca che hai alle tue spalle (e col dito indico la biblioteca comunale Sala Borsa, perché di solito questi giovani intraprendenti mi fermano davanti a Piazza Maggiore) e dico loro: Io sono uno studente, non ho tanti soldi, e lì ci trovo migliaia di libri, anche quelli appena usciti! E’ meraviglioso! Anzi sai una cosa? Io sto andando lì proprio adesso: vuoi venire? Dai vieni con me che ci prendiamo due o tre romanzi, e poi se non ci piacciono li possiamo restituire e prenderne altri. Pensa: ci sono autori di cui ho letto tutto tutto tutto e non ho neanche un loro libro a casa. Ti va di venire con me? Andiamo? Vieni? Su dai vieni! Dai! Dai! Dai!

In questa mia petulanza di Dai! Dai! Dai! il giovane intraprendente perde il suo piglio da venditore e mi guarda male. Io ho esercitato la mia piccola dose di tortura – mica tanto crudele, in fondo – e quindi vengo lasciato libero di andare a rompere i coglioni da un’altra parte.

Ma poi pensavo: non compro libri. Allora qual è il mio contributo all’editoria italiana? E’ un contributo pari a zero?

Pensavo fosse così fino a due giorni fa, quando un messaggio di V41eri4 mi informa che un mio post sui tabaccai (che a quanto pare ha scatenato una guerra mica da poco) è stato pubblicato sull’ultimo numero del settimanale Panorama. Siccome non potevo far finta di nulla, mi sono teletrasportato verso l’edicola a comprare sto benedetto numero di Panorama. Posso quindi dichiarare che il mio contributo all’editoria italiana non è affatto zero, ma bensì equivale a 3 euro, ovvero il prezzo di copertina del settimanale Panorama, e che il contributo si arricchisce anche di un trafiletto a pagina 22 in fondo a sinistra attribuito ad un certo Rafaeli, che poi sarei io. 

Ora bisogna capire che sono abbastanza impaziente di pavoneggiarmi per sta cosa, ma non posso farlo perché non ho uno scanner con cui “acchiappare” quella pagina. Se qualcuno volesse farmi il favore di scannerizzare il trafiletto al posto mio, io dopo potrò riprodurlo in una gigantografia e quindi scendere per strada a firmare autografi sulle guance dei passanti.
Nell’attesa, direi che mi fabbrico un caffè.

i giovani indigeni bolognesi

A Bologna i giovani indigeni bolognesi indossano l’abbronzatura farlocca prodotta dalla lampada abbronzante come fosse un oggetto. Come fosse una maglietta che si indossa, una borsetta al braccio, un paio di occhiali. In ogni caso, come se fosse un oggetto indispensabile. I giovani indigeni bolognesi sono tutti abbronzati.

Poi bastano tre giorni di pioggia e nuvole – come gli ultimi tre giorni di pioggia e nuvole – per farti apparire quella abbronzatura farlocca ancora più assurda, ancora più un oggetto da indossare. Il colore marroncino tenue della faccia è già assurdo di per sé (e forse agli occhi del terrone che riconosce a occhio una vera abbronzatura da sole estivo è quasi grottesca) ma appare ancora più fuori luogo se ti capita di incontrarla – la colorazione marroncina, intendo – sotto ad un portico del centro di Bologna, mentre dal cielo scende il diluvio universale e a causa dei nuvoloni neri c’è buio già alle tre di pomeriggio. Ti sembra ancora più borsetta al braccio, ancora più paio di occhiali, ancora più maglietta che si indossa.

Gli studenti – che non sono indigeni, ma che di solito sono “importati” da terre lontane quali la Calabbria e la Pujia – sono invece pallidi e sporchi. Ma soprattutto pallidi. Con poche eccezioni (a Giurisprudenza, ad esempio, c’è un notevole presenza di colorazioni marroncine dell’epidermide facciale anche fra gli “importati”). Il marroncino non passa inosservato tra la folla: ha il colletto bianco della camicia che farà risaltare la sua marroncinità, anche fra cento visi pallidi. Una distinzione netta, una ghettizzazione, come fra indiani e visi pallidi, come fra guelfi e ghibellini. Come fra guelfi e marroncini.

il concertone del primo maggio for dummies

di tutti i concertoni del Primo Maggio a Roma che ho fatto nella mia vita – e me ne sono fatti quattro, di concertoni, nella mia vita – ricordo soprattutto quella volta che a notte fonda, dopo che il concerto era ormai terminato da tempo, decisi di nascondermi in un angolo vicino piazza San Giovanni per pisciare in tranquillità dentro ad una bottiglia di plastica, che non ce la facevo più, che non sopportavo più la stanchezza e la sete e la folla e le immense strade di Roma. Poi però dal balcone di fronte uscì una signora che mi urlò “Hey tu sporcaccione, cosa fai?!?” ed io a causa della signora urlante finii per perdere la concentrazione, sbagliare la mira e pisciarmi sui pantaloni.

Il concertone del Primo Maggio a Roma è una cosa strana che se non ci sei stato, non la puoi capire.

Il concertone del Primo Maggio a Roma è un fiume di gente che quando ti trovi concretamente in mezzo a questo fiume, senti che tutti parlano di cartine per fumare, di filtrini arrotolati per la canna fatti con i biglietti dei treni, di birre vendute a sovrapprezzo da furbi ambulanti che si portano dietro immensi secchi pieni di acqua e ghiaccio, di orde di napoletani arrapati che ridono e si spintonano, di spacciatori che ti vogliono vendere droghe dai nomi fantasiosi, di ragazze con le gonne gitane e la canottiera senza reggiseno che infilano la lingua in bocca a giovani rastoni con la fronte sudata. Trovi tutte queste cose – e anche tante altre – se ti trovi in mezzo alla gente del concertone. Chi c’è stato lo sa.

Se invece guardi la televisione, niente filtrini, niente canne, niente di niente.
Se guardi la televisione, senti che ti parlano delle problematiche del lavoro, ti dicono che ci sono un milione di ragazzi che sono venuti a festeggiare la festa del primo maggio, che l’hanno fatto per celebrare il ricordo di quelli che negli anni passati bla bla bla e sperare in un futuro dove bla bla bla la festa del primo maggio è una festa attuale che sentiamo nostra e d’altra parte bla bla bla e che bisogna portare avanti il messaggio bla bla bla. Se guardi la televisione ti sembra tutto diverso, ti sembra che tutto abbia un senso. Vedi le bandiere, le ragazze sorridenti che salgono sulle spalle degli amici, che battono le mani e cantano. Se segui il concerto in televisione, cominci a credere davvero che quelle ragazze che urlano sulle spalle degli amici siano lì per la celebrazione, per portare avanti il messaggio, per le problematiche del mondo del lavoro e bla bla bla. Se poi arriva il cronista del telegiornale armato di microfono e telecamera, e il cronista mette il microfono davanti alla bocca del giovane seduto per terra con gli occhi rossi e la faccia storta da cocktail di sostanze più o meno chimiche, il giovane seduto per terra è capacissimo di guardare dritto nella telecamera e affermare che Sì, certamente, lui è lì per la celebrazione, per portare avanti il messaggio, per le problematiche del mondo del lavoro e bla bla bla.

Se lo segui in televisione – il concerto del Primo Maggio – ti capita di pensare anche altre cose.

Ad esempio ti capita di pensare: Abbiamo Ancora Bisogno che i Modena City Ramblers salgano di nuovo sul palco – per la trecentesima volta – a cantare Bella Ciao con il vocione grosso in stile ultrà dello stadio? Ne abbiamo ancora bisogno? E Abbiamo Ancora Bisogno che sul palco salgano i Nomadi con il cantante fantoccio che assomiglia tremendamente a Smithers l’assistente di Montgomery Burns dei Simpson? Io mi chiedo, ne Abbiamo Ancora Bisogno? Abbiamo Ancora Bisogno che i Nomadi ci cantino IoVagabondoCheSonoIo e facciano pure finta di divertirsi mentre la cantano? Che il giorno dopo la devono ricantare – che ne so – alla sagra della polpetta di Rieti,  e poi a Napoli, e poi a Cosenza eccetera eccetera tutto l’anno fino alla morte? Ne Abbiamo Ancora Bisogno, in una festa che si dichiara fatta da gente “progressista”? Ne abbiamo bisogno? Abbiamo Ancora Bisogno di ripetere tutte le volte le stesse cose?

In Italia i ggiovani si lamentano che la politica e i posti di lavoro sono tutti in mano agli anziani. Che c’abbiamo la classe dirigente più vecchia della galassia eccetera eccetera. Poi però, quando sul palco del concertone del Primo Maggio sale Smithers l’assistente di Montgomery Burns dei Simpson a cantare IoUnGiornoCrescerò E NelCieloDellaVitaVolerò, col tastierista unico superstite della formazione originale dei Nomadi, che suona con la dentiera e la panza, dal pubblico che è tutto fatto di diciassettenni non si alza nessun moto di nausea, nessun Buuuu di disapprovazione, neanche un Basta! urlato tanto per scherzare. Sono tutti lì che buoni buoni si pippano per la millesima volta i finti Nomadi che cantano la tiritera del VagabondoCheNonSonoAltro.

E comunque, di tutti i concertoni del primo maggio che mi sono fatto nella mia vita – e me ne sono fatti quattro, di concertoni, nella mia vita – ricordo anche quella volta che, sfatto e stanco morto, mi stesi sul prato in un parco vicino Colosseo in compagnia dell’amico Giggi. Ricordo che una nonnina passò da lì vicino con la nipotina tenuta per mano, e mentre noi due diciassettenni si faceva finta di dormire, quella ci indicò con il dito e disse alla nipotina: Li vedi? Quelli sono i drogati. Ricorda: devi sempre tenerti alla larga, dai drogati.

mettiamo le cose in chiaro

fino quando qualche brufoletto deciderà di fiorirmi sulla faccia (e grazieaddio qualcuno ancora mi fiorisce, ogni tanto) fino a quando le mie gambe saranno interamente ricoperte di peletti biondastri fin giù alle caviglie e non saranno invece pelose fino ad un certo punto e poi all’improvviso glabre e levigate in zona calzino (e grazieaddio attualmente sono dotato di peletti anche in zona calzino) io voglio affermare con forza che fino a quel giorno potrò ancora considerarmi tranquillamente un giovanotto, un pischello cresciuto, e non un adulto maturo e pettinato che pianifica, organizza, che pondera e che fa la raccolta punti al distributore di benzina. Un giovanotto – sia chiaro – e non un adulto.

e non c’è laurea che tenga.

del mio culo e dei tabaccai

Questa mattina mi sono svegliato con un culo di marmo durissimo. Ieri pomeriggio ho scalato la collina del santuario di San Luca, la collina tutta intera senza sosta dalla porta di casa mia fin sul cocuzzolo della collina, ed oggi Oplà! ho il culo durissimo. Ieri la collina scalata, oggi il culo durissimo. Passeggio nel corridoio con le mani sul mio culo – durissimo! – riflettendo sulla correlazione causa-effetto fra scalata e culo. Una correlazione perfetta, immediata. E’ così facile: tu ti impegni, sudi un po’, bestemmi lungo la salita, sbuffi, torni a casa, doccia, cena, dormi, e la mattina c’hai un culo duro e dolorante. Anche fin troppo facile, mi viene da pensare.

Oggi i tabaccai fanno lo sciopero delle vendite delle ricariche telefoniche. I tabaccai si lamentano che su di una ricarica di 10 euri che vendono, loro poverini al netto delle tasse ci guadagnano solo 25 centesimi. Carissimi tabaccai in ascolto, lo vedete il labiale? Ecco allora seguite il mio scandito: vaf-fan-cu-lo.

I tabaccai, non so se mi spiego. I tabaccai sono quegli esserini con la faccia rilassata (a Bologna peraltro tutti abbronzatissimi) che si guadagnano da vivere vendendo sigarette. Tu entri nel tabacchino che vuoi le sigarette, loro ascoltano la tua richiesta (il tabaccaio non consiglia! Non è un commesso, non è un sommelier, è un tabaccaio) quindi  compie una rotazione col busto di 90 gradi, afferra le sigarette dallo scaffale dietro di lui, te le porge, prende i soldi, ti da il resto. Se invece vuoi un pacchetto di caramelle al mentolo, lui non deve neanche sforzarsi di prenderle – le caramelle – che te le prendi da solo. Prende soltanto i tuoi soldi. Non sorride quando esci, non dice buonasera.  

C’è bisogno di una particolare tecnica per fare il tabaccaio? No. Serve un titolo di studio? No. Cosa serve? La tabaccheria. Cazzo è stupendo, mi apro una tabaccheria, allora! Non puoi, stai fermo, è vietato. 

Ecco perché i tabaccai non devono preoccuparsi di nulla, ché la clientela non gliela porta via nessuno. Perché non è che si possono aprire nuove tabaccherie concorrenti. Non si può, fermi tutti, è vietato. Le tabaccherie quelle sono, e quelle rimangono. Come i notai, che si fanno i miliardi grazie al fatto che quelli sono – un certo numero – e quelli rimangono. Ogni anno vengono ammessi solo un certo numero di eletti all’olimpo di notai, non uno di più, non uno di meno. Come le farmacie. Non è che ti puoi aprire una farmacia, scordatelo, non si può. E nelle farmacie funziona più o meno come dal tabaccaio, solo che ti devi mettere il camice bianco. Leggi la ricetta, prendi i soldi, dai il resto. Se dopodomani facessero una legge a limitare il numero dei friggitori di patatine dal McDonald, ecco che i friggitori di patatine diventerebbero subito ricchi sfondati, e le patatine fritte un bene di lusso. 

Solo che fra il notaio e il tabaccaio, vuoi mettere? vince il tabaccaio, è ovvio. Un notaio, se vuole che il figlio diventi notaio a sua volta, deve farlo studiare. E potrà anche ungere la commissione dei notai all’esame di ammissione all’olimpo dei notai, ma il figlio almeno quattro leggi e un paio di codici deve pur mandarli a memoria, almeno una volta. E se al notaio capita la disgrazia della nascita di un figlio completamente caprone, quello – il notaio – non può farci nulla. Il tabaccaio invece No. Lui prende il figlio, lo mette sullo sgabello, prova la rotazione del busto a 90 gradi per vedere se riesce a prendere le sigarette alle sue spalle, e se la spina dorsale non si spezza, ecco che è nato un nuovo tabaccaio. Eppoi il tabaccaio, pure quando dorme, ha il suo distributore automatico di sigarette che lavora per lui. L’operaio a costo zero più efficace che esista.

Orsù dunque, Friggitori di patatine di tutto il mondo, coalizzatevi e ribellatevi a questa ingiustizia!

neanche un mezzo post celebrativo dell'inizio della primavera, quest'anno?

Me ne ero dimenticato, lo ammetto. Poi stamattina sono sceso dall’auto e due piumini sbulazzanti – di quel tipo di piumini sbulazzanti bianchi che volteggiano nell’aria con la bella stagione, per intenderci – mi si sono infilati nelle narici, uno in ciascuna narice. Una gioia, guarda, non ti dico. E poi in biblioteca ho trovato un paio di ascelle pezzate da venditore ambulante di cocco sulla spiaggia, solo che non c’era il cocco e non c’era la spiaggia, c’erano solo le ascelle pezzate. E questa signorina di fronte a me, con la camicia sbottonata e straripante che invece di studiare pare piuttosto stia allattando il libro che ha sul tavolo.

E quindi niente, è Primavera.

E poi cos’altro. Ah, sì, ecco. Volevo dire che io, in questo momento difficile dell’economia italiana, con la disoccupazione e la precarietà crescente che attanaglia i giovani che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro, in questo momento di crisi e di incertezza verso il futuro, avevo un progetto nella testa, avevo un’idea per sconfiggere tutta sta precarietà ed incertezza. Io ce l’avevo, un’idea.

Solo che un certo Giorgio me l’ha rubata.