senza parole

                         

Oggi ci metto la faccia,

che non mi va di aggiungerci le parole,
che mi viene solo da dire,
mannaggia alle parole,
mannaggia a loro.


(è come se ci fossi stata soltanto tu)

le scarpe col tacco.

Giungo alla conclusione – dopo anni di riflessioni – che l’individuo femminile non indossa le scarpe con i tacchi per il solo scopo di sembrare più alto. In una ipotetica classificazione dei motivi che fanno tramutare una donna “normale” in una donna “taccuta” , ovvero volendo elencare le motivazioni del cosiddetto processo di “Taccamento” della donna di oggi, allora si può dire che la donna sceglie di diventare Taccuta perché:

Motivi Estetici:

– Il Tacco rende la donna Taccuta più alta.
– Il Tacco rende il culo della Taccuta più alto. 

E fin qui.

A questi però vanno aggiunti i cosiddetti Motivi Belligeranti, ovvero tutti quei motivi che trovano la loro giustificazione nella volontà della donna Taccuta di sottolineare la propria superiorità nei confronti delle altre donne, che siano esse Taccute oppure No. E quindi:

Motivi Belligeranti:

– Le mie scarpe col Tacco costano uno sfracco di soldi che tu, povera stronza, non hai.
– Le mie scarpe col Tacco quando cammino producono un rumore Taccoso (Tlok, Tlok) che invece le tue, povera stronza, non fanno.

In particolare il rumore di Tacchi sul pavimento – il rumore Taccoso, appunto – può essere osservato nelle più svariate situazioni, e rappresenta davvero una delle cause più ignorate del processo di Taccamento. In altre parole: se al Tacco ci togli il rumore Taccoso, un Tacco non è più nulla. E’ solo un bastoncino di legno interposto fra il pavimento e il tallone. Il Tacco deve far rumore, sennò che gusto c’è. Negli ambienti lavorativi si può anche osservare come la Taccuta che occupa un posto più elevato avrà la libertà di produrre un rumore Taccoso più forte di quello che invece può produrre la sua subalterna. Anzi, per dirla tutta, la subalterna è meglio se viene a lavorare scalza, quella zoccola.

Quindi si aggiungono i Motivi Ufficiali, cioè quelli che non si ha vergogna a dichiarare, pur sapendo benissimo che sono in realtà totalmente fasulli:

– Ho comprato queste scarpe perché erano bellissime.
– Ho comprato queste scarpe perché erano in saldo.
– Ho comprato queste scarpe perché ho già nella testa tutti i modi in cui potrò abbinarle.
– Ho comprato queste scarpe? Mannò, le ho solo solo prese in prestito, poi le riporto indietro.

caccole fresche

Un mio amico radiologo – mentre col mestolo di legno sta girando nel pentolino il condimento per il cous cous – mi racconta che nell’ospedale dove lavora talvolta si presentano dei signori con i vibratori infilati su per il culo, e che però questi signori dichiarano ai medici di avere soltanto “mal di pancia” ma non dicono nulla del vibratore che gli è sfuggito su per il buchetto del sedere. Quando poi vengono portati a fare le radiografie, e già sanno che il profilo del vibratore non potrà sfuggire ai raggi X, quelli non dicono niente, dicono solo che hanno mal di pancia: Signor dottore, ho un dolorino proprio qui, non sa che fastidio. Allora il dottore, con lo sguardo accigliato, scruta la pellicola radiografica in controluce dove si può osservare la sagoma inconfutabile, a forma di missile spaziale, dell’oggettino del desiderio. Il dottore affermerà serio e professionale: Vede, dal profilo di questa marcata radiopacità, che anche lei potrà notare verso la zona pelvica, mi sento di poter affermare – senza ombra di dubbio – che ci troviamo davanti ad un classico caso di VibratoreInfilatoSuPerIlCulo.

(Oh, Dottore, davvero? Ma non mi dica!)

Così pure io, in questi momenti che mi sorprendo a parlare con i libri invece di leggerli, o che mi scopro a sbuffare insoddisfazioni alle pareti della mia stanza, so benissimo qual è il nome delle caccole cerebrali che ne sono la causa, ma faccio finta di non saperlo affatto. Tanto nessun dottore può farmi la radiografia alla capoccia.

Una mia amica volata in Africa a raccogliere gli stronzi delle zebre per motivi scientifici, mi scrive che ha incontrato – durante uno dei suoi giri da scienziata – un leone tramortito da un avvelenamento, e che ha potuto così esaudire il suo sogno, che era quello di fare micio micio ad un leone vero.

Io che sbuffo alle pareti della mia stanza e che mi impiastriccio i pensieri con supposizioni e ipotesi da scemo quale sono, vorrei tanto fare micio micio alle mie caccole cerebrali, e qualche volta lo faccio pure, intrepido, ma è chiaro che non serve a nulla. Allora continuo a sbuffare roteando su me stesso come se stessi irrigando un prato inglese dove l’erba cresce a forza di pensieri scocciati.

(Oh, Rafeli, davvero? Ma non mi dica!)

mettiamo qualche puntino sulle i

premesso che:

Al sottoscritto non stanno sul cazzo i punkabbestia in quanto tali.
Al sottoscritto è anche successo di incontrare punkabbestia simpatici.
Il sottoscritto aveva pure un amico che si è fatto punkabbestia (come dire che si è fatto prete) e quando lo incontravo per strada glieli davo, gli spiccioli, e ci scambiavo qualche battuta.
Il sottoscritto non è uno che i centri sociali li snobba, anzi ne fondò anche uno al suo paesello.

si avvisa che:

Al sottoscritto danno al cazzo le categorie e il conformismo sfrenato.

Il CONFORMISMO – avete capito cosa voglio dire? – il  conformismo, per diamine.

Significa che un giorno un essere umano si sveglia  e decide: oggi divento punkabbestia ( oppure divento fighetto, oppure divento ultrà, oppure divento maniaco di motociclette, oppure divento dark, oppure divento indie, oppure un attivista politico, oppure fondo una Cumpa di cannabis addicted,  oppure divento quel cazzo che vi pare) e da quel giorno, l’adepto della nuova religione comincia a seguire scrupolosamente i dettami della sua dottrina.

Essere CONFORMISTI è un modo di vivere più comodo.

Perché ad essere CONFORMISTI non ti devi porre il problema di come vestire ( ti devi vestire come gli altri) non ti devi porre il problema di capire chi sono i tuoi amici ( perché i tuoi amici saranno quelli vestiti come te) non ti devi porre il problema di quali posti frequentare ( vai dove vanno quelli come te) non ti devi porre il problema di cosa dire ( meglio se non dici niente, guarda, che è già stato detto tutto).

Per esempio, sono molto più conformisti i punkabbestia fra di loro, rispetto a – per dire – una caserma di carabinieri.

Il CONFORMISMO, in fondo, non va biasimato troppo, perché è uno stile di vita più comodo, ma è anche un sintomo di debolezza. E se uno è debole non è che gli puoi dire: “Tu sei debole, per favore datti fuoco, che non ti vogliamo su questo pianeta”.

E’ un retaggio dell’età della pietra.
L’uomo primitivo poteva crescere in una tribù dove tutti dicevano – che ne so – “Uga Buga” e si dipingevano la faccia con cacca di Stronzosauro, e l’uomo primitivo vedendosi circondato da gente così, non poteva far altro che dire pure lui “Uga Buga” e dipingersi la faccia con la cacca dello Stronzosauro. Anche perché se non lo faceva, veniva abbandonato da solo nella foresta e diventava la merenda dello Stronzosauro. Perché l’uomo primitivo era saggio, e l’ha capito subito che l’anticonformista è solo una fonte di problemi.

Io per esempio, con questo anticonformismo cronico che mi attanaglia, di solito sono solo una fonte di problemi per le tribù che mi circondano.

Il fatto poi che i punkabbestia, o i fricchettoni loro cugini, siano mediamente delle persone approssimative, portatrici di ideali approssimativi, e che esprimano con linguaggi approssimativi i loro dogmi politici approssimativi, e che di solito si incontrino in manifestazioni approssimative, è un altro discorso. Questo vale per tutti gli integralisti. Ciò non vuol dire che tra di loro non ve ne sia qualcuno diverso, in fondo ho conosciuto anche turchi biondi e con gli occhi azzurri, ma se proprio devo immaginare un turco, allora me lo immagino scuro, e se mi devo immaginare un punkabbestia, me lo immagino (censura).

Quello che voglio dire – porcaccia la miseria – è tutt’altro.

Queste mie righe sono in verità un affettuoso abbraccio a tutti quelli che stanno Nel Mezzo, dove le categorie si mescolano e non esistono più, a tutti quelli che vivono nelle sfumature intermedie dei colori, dove i punti di riferimento sono scivolati giù per lo scarico del cesso, e non ci sono miti da inseguire,  e mancano le etichette e le divise e i luoghi comuni, e magari incontri pure uno Stronzosauro che ti azzanna il culo.

Queste righe vogliono essere un abbraccio sincero a quei pochissimi che l’individualismo se lo portano tatuato addosso loro malgrado, che vivono la solitudine delle volpi, perché non sono capaci di vivere in branco come fanno i lupi. Sono i pochissimi che non riescono a trovare conforto a lasciarsi cullare in una ideologia, da una religione, in una tendenza o da una moda passeggera, ma al limite riescono a fidarsi delle proprie gambe e della suola delle proprie scarpe.

A tutti quelli che camminano con i pugni in tasca – nel Mezzo di tutto – dove il vento soffia più forte.

caro animalista

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
ti odio.

No, no, aspetta, posso fare di meglio.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
insieme con i tuoi amici sovversivi,
con i tuoi dread locks venuti male,
con la tua magliettina scolorita e sudata,
che urli Assassini nel megafono e mi torturi le orecchie,
che poi siccome non sei capace di parlare,
con la tua dialettica da analfabeta esagitato,
ti metti a dire Basta con questi Massacri,
ti metti a dire Basta con queste Carneficine,
poi siccome sei povero di argomenti,
cominci a prendertela col Consumismo,
e cominci a dire basta con il Capitalismo,
che se pure un bambino passa da lì vicino,

e non sa cosa minchia è il Capitalismo e il Consumismo,
comincia a pensare che saranno cose bellissime,
se uno come te si incazza così,
solo a nominarle,
comunque dovevo volevo arrivare,
volevo dirti cosa,
volevo dirti che ti odio.

No no, aspetta, non devo essere così precipitoso.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
ma possibile che non ti rendo conto?,
che il cucciolo che ti sei portato dietro,
e i cuccioli che si sono portati dietro i tuoi amici punkabbestia,
non possono stare vicino a uno che urla nel megafono,
che quelli sono cuccioli e andare in giro col guinzaglio non va bene,
che sfondare le orecchie ad un cucciolo di un mese è una coglionata,
va bene che sei un coglione,
però mi pare abbastanza evidente,
porta quel cucciolo a casa fammi il piacere.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
facciamo una bella cosa ti va?,
una bella cosa da animalisti veri,
e non da animalisti coglioni,
questa sera ci mettiamo a fare le ronde per Bologna,
in tutti i centri sociali,
e in tutti i posti all’aperto dove fanno concerti dal vivo,
ci piazziamo davanti alla porta,
io e te,
e anche i tuoi amici col cervello bruciato dalle droghe,
e sbarriamo l’ingresso a tutti quelli che vogliono entrare col cane al seguito,

che lo sai bene mio caro sessantottino fuori tempo massimo,
che sono tanti quelli che la fanno,
questa cosa di entrare col cane ai concerti e alle sagre,
o nei festini in casa col fumo che satura le stanze,
e il cane che non può decidere un cazzo,
può solo seguirti e basta.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
possiamo andare pure per cliniche veterinarie,
lo sai quante volte succede,
che portano il cane con la tachicardia,
che si è ingurgitato il pacchetto di mariuana del padrone,
mentre il padrone era collassato con la bocca verso il soffitto,
io che studio proprio veterinaria (guarda che caso),
qualche volta mi è successo di vederli,
di proprietari spaventati che portavano il cane alla visita,
ed altri casi me ne hanno raccontati,
e tutti più o meno assomigliano a te,
con i dred e la maglietta scolorita,
con la faccia sputata come la tua,
facciamo che andiamo in giro con i bastoni,
e li prendiamo a mazzate sulla nuca?,
che ne dici sarebbe fantastico,
quasi quasi comincio da te,
che da qualche parte devo pure iniziare,
dai per favore mettiti in posizione,
e non farmi perdere tempo.

                                         

rafeli ha bisogno di te (c'è la punta di un dito che ti indica, ma non la vedi)

Finalmente, dopo lunghissime doglie che non sto qui a descrivere, ho partorito il romanzino.
La notizia è: il romanzino è online, lo può leggere chiunque, si può scaricare, si può stampare e magari anche leggere mentre si è seduti al cesso.

(Oppure No)

Voglio dire, mi fa piacere se qualcuno lo fa, ma leggersi centosettantanovemilaottocento battute non è cosa da poco, lo capisco bene, soprattutto su di un monitor di computer. C’è il concreto rischio che vi caschino le pupille dai bulbi e che vi rotolino sotto l’armadio, in un punto imprecisato del pavimento dove col cazzo che le ritrovate. Per non parlare poi del gatto, ché quello – lo sapete bene – appena vede rotolare qualcosa ci si fionda sopra con le unghie appuntite. Insomma, mi fa piacere se lo leggete, ma non è che per forza.
E se lo fate, per lo meno chiudete prima il gatto nel ripostiglio, che non si sa mai.

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli allora che cazzo vuoi?

Ho bisogno che mi votiate, ecco cosa c’è.
Ci sarebbe un concorso di mezzo, e votare è abbastanza semplice. C’ho proprio bisogno dei voti, per questa cosa del concorso, e credo che continuerò a rompere i coglioni a lungo con questa storia dei voti. C’ho bisogno di voti, voti, voti, votiiiii…

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli ma se non ti ho letto, come faccio? Quella storia delle pupille rotolanti mi ha impressionato un po’.

Tu votami lo stesso.
Anche perché, se pure ti leggi il mio romanzino, poi non avrai tempo e pazienza di leggere tutte le altre “opere” in concorso. Fai finta che stai votando il mio blogghe, ecco. Se poi ti sto sul cazzo, e il mio blogghe ti da fastidio, votami lo stesso, che un giorno troveremo pure il modo di fare pace, io e te.

E poi, pensa questo: di solito il bloggher medio quando c’è una votazione di mezzo, pubblica la foto di Totò col megafono in mano affacciato alla finestra, e ci infila pure qualche citazione colta come ad esempio “Vota Antonio La Trippa”. Oppure copia e incolla qualche spiritosaggine di seconda mano sui manifesti elettorali di Berlusconi. Di solito va così, no? Ecco, io almeno ti ho evitato lo strazio. Votami per questo, almeno.

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli ma così poi vincerà quello che ha più amici che lo votano! Che cazzo di concorso di merda è questo?

Non è esattamente così.

Questo voto mi serve per poter essere giudicato – in seguito –  da una giuria di personaggioni competenti. Di quelli che ne sanno, insomma. Con la votazione, quelli fanno solo la scrematura, quindi prendono il grasso di superficie che si è formato, e poi decidono autonomamente chi ha vinto, coi loro capoccioni da esperti.

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli ma se non ti voto?

E’ semplice, mi incazzo.

Lettore pignolo: Vabbè, dai, non fare così.

No guarda, lasciami stare che mi sono offeso.

Lettore pignolo: Ma dai, scemo, vieni qua, non fare il bambino.

No guarda, con me non attacca, mantieni le distanze che mi sono offeso.

Lettore pignolo: Ma ti pare un motivo serio, questo qua, per offendersi? Cosa devo fare per farti calmare,  devo andare a votare immediatamente?

Eggià, ti sembra facile, adesso, uscirtene con sta cosa che mi vuoi votare. Prima tiri fuori i Perché e i Percome, i puppupù e i lallalà, e adesso dici che mi vuoi votare. E’ comodo, così.

Lettore pignolo: Ok ho capito, cosa devo fare?

Vuoi davvero…?

Lettore pignolo: Dai, spara, scemo. Sentiamo cosa vuoi.

Ecco, per esempio… ti potresti incollare il bannerino promozionale sulla fronte e andare per le piazze a sostenere la mia campagna elettorale. Magari con un tamburo che ti penzola dal culo stile Edoardo Bennato prima che andasse a fare il cretino con Britti…

Lettore pignolo : Mi hai preso per un deficiente?

Vabbè, ho capito lascia perdere. Come non detto.

Lettore Pignolo:  No no, come vuoi. Basta che la smetti con quel muso, che non ti si può vedere.

Amici come prima, allora.
                                            

                                             

Il romanzino
lo si legge Qui

siccome questi sono giorni di nervi a fior di pelle

Il telefono mi avverte che mia madre ha provato a a chiamare alle 10 e qualcosa, orario nel quale dormivo con una profondità molto prossima al sonno eterno. Vedo che mia madre ha provato a mettersi in contatto con me di mattina (presto), e questa è cosa davvero insolita, e allora comincio a produrre ipotesi catastrofiche: lo Tsunami nel Salento, la peste bubbonica, Bin Laden nella vasca da bagno, Silvano che è morto.

Poi me ne dimentico, affogando la preoccupazione nei frollini al cioccolato.

Qualche ora dopo squilla il telefono nella tasca e lo tiro fuori. E’ la madre. Bisogna rispondere.

– Ma’ ! 
– Oh, Raffae’, ho provato a chiamarti anche stamattina!

(Bin Laden, la peste bubbonica, alberi sradicati, fogne intasate, rapinatori rumeni col coltello fra i denti, pezzi di cacca verdi che cadono dal cielo, incidenti stradali, Maurizio Costanzo che si autoinvita a cena, triplette di Tsunami…)

– Che è successo?
– Ti cercavo e non rispondevi!
– Si ho capito, ma che cazzo è successo?
– Volevo farti gli auguri!

O Madonna, gli auguri? E perchè, cosa ho fatto? Ho messo incinta qualcuna e non me lo ricordo? Sono stato promesso in sposo contro la mia volontà come succede agli indiani? Cosa è successo?

– Ma’, cazzo dici gli auguri?
– Massì, il tuo onomastico! Tu sei uno degli arcangeli, non te lo ricordi? Gabriele, Raffaele, Michele… Gli arcangeli! 
– Oggi?
– Certo, il 29 settembre!
– E vabbè, grazie, allora.

Io che gli arcangeli li conosco come fossero miei cuggini, io che il catechismo, lo sapete, me lo sono tatuato tutto sulle natiche per non scordarlo mai, vi mando dall’alto della mia santità una benedizione, che tanto per rimanere in tema, fa più o meno così:

——Seduto in quel caffè
——io non pensavo a te.
——Guardavo il mondo che
——girava intorno a me.

Tutti in coro, adesso diciamo Amen.

su di un muro in via s.felice

su di un muro in via S.felice,
mentre cammino sotto un portico e il preambolo della Serata Etilica fa già capire come si metteranno le cose,
e la birra che c’ho in mano fa la schiuma nello stomaco mentre cammino,
mentre c’ho la testa invasa da li stracazzi miei,
sul muro di cui dicevo,
scritta a pennarello nero,
leggo la frase,
che calza davvero a pennello,
e che dice:

 —   NON RIDONO PIU’ NEANCHE I SOFFICINI

posso dirlo?

# 1

Giovani cozze che vi incipriate la faccia il giorno dell’esame per addolcire il prof.
Siete solo dei mitili incipriati.
Pensare che quello che si vede il giorno dell’esame, è il meglio che vi riesce, è avvilente.
Almeno se non ci provate, lasciate a noialtri il beneficio del dubbio.
Uno pensa: mah, chissà, forse, se si curasse.
E invece così spazzate via ogni incertezza.
Siete delle vongole col rossetto sbavato.
E nient’altro.


# 2

I film di Fuori Orario che prima c’è Enrico Ghezzi che parla al telefono.

Quei film dove prima c’è Enrico Ghezzi che pare un ubriacone con la maglia della salute.
Quei film che le inquadrature durano mezzora.
Che inquadrano una vecchia in un campo che sta zitta per due minuti e poi dice qualcosa in croato.
Quei film che non mandano neanche la pubblicità, che tanto chi cazzo li guarda.
Posso dirlo?
Posso?
Ecco, fanno cagare.
Vi prego non mi rompete i coglioni col concetto di avanguardia.
Che fanno cagare e basta.


# 3

Il prossimo 3 ottobre c’è una cena blogger qui a Bologna.
Chi c’ha voglia di venire, che venga pure.
Mandate l’adesione all’ indirizzo qui a lato.
Facciamo finta che esista un enorme compasso.
E che la punta di ferro di sto compasso sia infilzata sulla torre di Bologna.
Si apre il compasso immenso fino a un centinaio di chilometri.
Poi lo si fa girare a creare un cerchio del diametro di duecento chilometri e rotti.
Chi sta dentro il cerchio è invitato.
E chi invece sta fuori?
Può venire lo stesso.

genialate mica da poco

Mi strappo con le dita qualche pelo dagli stinchi, giusto per passare il tempo.

Alla tivvù mandano un reality sciò ma non capisco qual’è, che ormai non li distinguo più. Non è snobismo il mio, è che davvero non ne capisco più un cazzo. E almeno così c’ho più tempo per strapparmi i peletti biondastri delle gambe. Accendo la tivvù e ci sono le riprese notturne di personaggi sconosciuti che danno le spalle alla telecamera. In sovrimpressione compare la scritta: Giovanni litiga con Federica a causa di Lorenzo.

Chi è Giovanni, chi è Federica, chi è Lorenzo, mi chiedo.

Vabbè.

Passo le notti con il portatile sulle ginocchia a comporre qualcosa di decente per il romanzino, e certe volte mi pare davvero di non potercela fare. Ogni volta si fanno le tre, e finisco le birre che mi servono a picchettare sul computer con maggiore scioltezza. La birra che passa in questi giorni, ve la raccomando, trentuno centesimi a lattina, il nome riportato sulla lattina è semplicemente “Birra”. Potrebbe fare schifo, e invece fa quasi schifo. Voglio dire, sono ancora vivo, ci sarà un perché.

La birra chiamata “Birra” è comunque una genialata. Come quelli che chiamano il proprio cane “Cane” e lo chiamano davvero così, senza altri nomi.  Ehi, Cane, vieni qua. Ehi Cane, come stai? Vedi un po’ dove si è infilato Cane, che non lo vedo da un po’.

Una genialata.

Certe volte, dicevo, mi pare di non potercela fare. Poi oggi accendo la tivvù, e scopro che Alessia Fabiani sta pubblicando la sua autobiografia scritta a quattro mani con Alberto Bevilacqua. Alessia Fabiani che Word continua a cambiarmela in Alessia Fagiani, e allora Alessia Fagiani sia. Non so se mi spiego, un’autobiografia. Quel poveraccio di Bevilacqua di cui una volta ho letto pure un libro, perché lo avevo trovato dimenticato in casa da chissà chi. Pare che Alberto Bevilacqua si sia trombato tutta la provincia di Parma, stando a quanto scritto in questo libro, se ricordo bene.

Comunque sia, se la celeberrima sciògirl Alessia Fagiani può scrivere un libro, allora ce la possiamo fare tutti. E quindi:

Cane? Ehi, Cane, vieni qua, mettiti a cuccia, su. Facciamo una passeggiata al parco, oppure ci mettiamo a scrivere un libro? Eh, che ne dici? Un bel saggio sulle palline da tennis insalivate, ti va?

soprammobili

Billigiò sta lavando le tazzine di caffè.
Il sottoscritto entra in cucina, poggia il culo sul divano e dice:

– Ascolta…
– Dimmi.
– Mi chiedevo, quella composizione di oggetti che ho trovato nella tua camera da letto…
– Quale?
– Quella sul mobile verde.
– Ah, si.
– Non credo abbia bisogno di interpretazioni psicoanalitiche, giusto?
– No infatti. Mi è venuta naturale.
– In fondo abbiamo tutti bisogno di credere in qualcosa, su sto mondo, no?
– Già.

Volendo fare i curiosi, ci sarebbe da guardare qua.

l'accademia della crusca bagnata

A volte mi faccio così schifo che se qualcuno si comporta in modo gentile con me, penso sempre che mi abbia scambiato per qualcun altro.

In radio passa musica talmente merdosa che forse il singolo di Paris Hilton alza la media. E dico sul serio.

Non sono più abituato a stare tra la gente, quando di gente attorno ce n’è tanta. Mi vengono nella testa delle domande assurde, e chi sta con me non riesce a rispondermi:

– Fammi un esempio di un animale solitario. Dai.
– A me lo chiedi? Se non lo sai tu.
– Il procione?
– Ma che ne so.
– La stella marina?
– Ma cosa ne so.

E poi ancora, mentre la gente attorno si fa più fitta e chiassosa e sorridente:

– Posto che filantropo significa più o meno "amico/cultore dell’umanità", quale sarebbe l’opposto di filantropo?
– Ma che ne so.
– Dai, non ti viene?
– Ma cosa ne so.
– Sforzati.
– Mi sforzo.
– Allora?
– Niente.

Poi più tardi le persone diventano calca e sudore condiviso. Sghignazzate in stereofonia. Pizzette riscaldate addentate con gli incisivi offerti al mondo mentre con la mano sotto il mento si sta attenti che qualche cappero non vada a finire per terra.

– Filatelico?
– Ma vaffanculo.
– Misogino?
– Ma vaffanculo.

Succede che sei uscito di casa mentre annunciavi a Billigiò che questa sera avresti bevuto solo acqua, o al limite succo d’arancia non modificato, e poi invece un litro e mezzo di birra lo accetti volentieri ( a proposito, grazie di tutto Ka’, troppo gentile) e allora diventi un po’ più filantropo. Dopo il litro e mezzo non è ancora ubriacatura – ahimè – ma la filantropia ti esce fuori più facile. Alle volte dopo il litro e mezzo mi capita anche di parlare tedesco fluentemente.

Per dire.

A volte mi faccio così schifo che se qualcuno si comporta in modo gentile con me, penso sempre che mi abbia scambiato per qualcun altro. A volte mi hanno scambiato davvero, per qualcun altro.

Era misantropo, l’opposto, ora mi viene. Ma adesso è mattina e non vale più.
Meglio procione, che fa un po’ più ermetico.

( no, stasera non mi va di uscire, andate voi)
( ma dai, non essere il solito procione!)

tratto da un comizio del rafeli alla folla:

Prendi due pappagalli, maschio e femmina, e costringili nella stessa gabbia per un casino di tempo.

Quelli magari il primo giorno si prendono a beccate sulla testa. Magari questa cosa dura un mese. Magari un anno. Dopo due anni, o forse prima, stai sicuro che quelli fanno la pace, si accoppiano e depongono le uova.

Prendi due cani, maschio e femmina e chiudili insieme. La femmina forse il primo giorno ringhia verso il maschio. Magari per due mesi, magari quattro. Prima o poi però la femmina andrà in calore, e quando questo succederà, non sarà importante qual è il cane maschio che c’è lì con lei, se c’ha il pedigree o se c’ha le zecche attaccate a grappoli sotto ai coglioni. Quando la femmina avrà il suo calore, si concederà al maschio, anzi lo provocherà sbattendogli il culo in faccia. Matematico.

Prendi due conigli. Quelli trombano subito, dopo trenta secondi.

Prendi gli esseri umani.

Gli esseri umani si sono evoluti, non sono come gli animali, dicono in giro. Questo è quello che si dice. Poi succede che mi guardo in giro, e mi metto ad osservare gli agglomerati di esseri umani che mi vivono attorno. Che si sono evoluti. Che non sono come i conigli.

E vedo che nell’ospedale il medico si tromba l’infermiera. Che il preside della scuola c’ha la storia con la bidella, mentre la bidella fa l’occhiolino pure al professore di educazione fisica. Il notaio mette incinta la sua segretaria tra lo stupore del paese. Il prete c’ha un paio di figli illegittimi con due tra le parrocchiane più assidue, di quelle che passano col cestino delle offerte. Il dottorando dell’università si tromba solo le studentesse, e le studentesse fanno a gara per il dottorando, mentre fuori dalla facoltà, al dottorando, non lo caca nessuna. Il gestore del minimarket assume le cassiere, se le cassiere ci stanno con lui, sennò vaffanculo. E le cassiere ci stanno eccome, e se ne vantano anche, della tresca col gestore. Nelle comitive di ragazzi quando due restano spaiati, mentre gli altri sono in coppia, prima o poi quei due spaiati si accoppiano fra loro. Tutti rinchiusi in piccoli recinti come fossero bovini da riproduzione costretti all’accoppiamento, si accoppiano fra di loro e ne sono pure contenti. Fra di loro, e affanculo gli estranei.

Affanculo gli sconosciuti, quelli che non fanno parte della congrega, del club, del branco.

L’uomo primitivo viveva in piccoli gruppi, all’età della pietra. Durante l’età della pietra non si poteva sottilizzare troppo, su chi trombare e chi No. Quelli c’erano, quelli soltanto, e te li dovevi far piacere. Poi magari succedeva che a qualcuno nel gruppo girassero le palle e se ne volesse andare. Mandava tutti a quel paese, e andava a cercare fortuna al di la’ delle montagne. Con la clava in spalla, partiva verso nuovi posti e nuove possibilità. Poi magari moriva da solo, al di la’ delle montagne, oppure fondava una nuova comunità. E’ stato così che l’uomo si è diffuso su tutto il pianeta. Grazie a quelli che, ad un certo momento, gli giravano le palle.

E che allargavano i loro orizzonti.

(…ed ecco che due uomini in camice bianco salgono sul palco dove il Rafeli tiene il suo comizio, lo afferrano ai lati e lo portano via, in una ambulanza con le sirene spiegate. Proteste inutili del deportato, l’ambulanza si fa largo con forza tra la folla. Il Rafeli indossa già una camicia che gli costringe le braccia dietro la schiena…)

questa casa di bologna che mi conosce così bene: ore 21 e 43.

Questa casa di Bologna che mi conosce così bene, è come una vecchia zia dalle tette impolverate.

Che mi osserva compassionevole mentre trascino i troppi pacchi che mi sono trascinato dietro dal paesello. Che mi guarda male, mentre lascio tutti questi pacchi buttati sul pavimento, al centro della stanza. Addirittura i meloni, mi sono portato dietro. I meloni gialli. E due chili di caffè. Mi scruta, mentre mi affloscio sul divano che non ho neanche chiuso la porta di casa, così che i rumori dalla tromba delle scale arrivano fino a qui.

Vecchia Zia: " Cos’è questa malinconia che ti vedo negli occhi ?"

Rafeli: " Ma cosa ne so. Non è esattamente malinconia, comunque."

Vecchia Zia: " Annò? E cos’è, allora? Sentiamo."

Rafeli: " Tipo qualcosa che mi stringe qui sulla gola, che mi punge i fianchi, e mi fa respirare superficialmente…"

Vecchia Zia: " …"

Rafeli: " Che mi appanna gli occhi. E che me li fa muovere in un modo che non so descriverti."

Vecchia Zia: " Ma io li vedo, i tuoi occhi. Non hai bisogno di descriverli."

Rafeli: " E non è soltanto spiacevole, capisci? C’è una specie di calore, nel sottofondo. Questa cosa del disfare le valigie, è un rito che si ripete da anni. Tu lo sai. Questo momento di solitudine cristallina dove ci sono solo io e basta. E le magliette stropicciate da rimettere nei cassetti. E la solitudine perfetta, totale, senza compromessi."

Vecchia Zia: " E non la chiami malinconia, questa qui?"

Rafeli: " Un attimo. Aspetta. Mentre disfo le valigie ci sono solo io, e mastico la polvere che si è accumulata dappertutto in questo mese di assenza. Chi non ha una casa fissa lo sa cosa vuol dire, a ritrovarsi così. Questa cosa del disfare le valigie, e di ricominciare, quando hai già ricominciato tante di quelle volte…"

Vecchia Zia: " Capisco. Ma tu come la chiami, questa sensazione?"

Rafeli: " C’hai ragione, porco giuda. Malinconia."

Vecchia Zia: " E tu pensi che sia grave? Quanto pensi che possa durare, questa storia?"

Rafeli: "Ma che ne so. Direi poco, come ogni volta. Ora telefono alla pizzeria qui sotto, e mi faccio portare su una pizza alla salsiccia. Poi magari do’ pure una mancia al magrebino che me la consegna. Così lui pensa che sono gentile, e invece lo faccio per sentirmi meglio."

Vecchia Zia: " Piccolo bastardo fetente."

Poi l’ iTunes sul computer sembra voglia provocarmi: l’ho impostato sul random, e quello mi manda "It’s Over" del caro Sondre Lerche a tutto volume. Cazzo di random è questo qua, ho pensato. Questa si chiama precisione chirurgica. Questa si chiama colonna sonora azzeccata, altroché.

La pizza alla salsiccia funziona, così come funzionano quelle quattro persone amiche che per caso si trovavano a passare da qui, assieme al coinquilino Billigiò. E il vino rosato, funziona pure lui.

Rafeli: "Zia?"

Vecchia Zia: "Dimmi caro."

Rafeli: "Si dice malinconia o melanconia? O si dice forse in tutti e due i modi?"

Vecchia Zia: " Ma perché lo vuoi sapere? Cosa te ne frega? L’importante è la sostanza, il significato."

Rafeli: " E’ vero, il significato. Però adesso, con questa storia che sto scrivendo il romanzino… Vorrei scrivere le cose per bene."

Vecchia Zia: " Stai facendo Cosa?"

Rafeli: "…ehm…"

Vecchia Zia: "Stai facendo Cooosa?"

Rafeli: " Si, Zia. Faccio."

Vecchia Zia: " Ma fammi il piacere, va’."

Breaking News.

Questo blogghe è in nomination per il Macchianera Blog Awards 2006, premio di cui ignoravo l’esistenza fino a oggi, nella categoria "Miglior Blog Personale". Fa piacere saperlo. Se mi votate mi facete ulteriore piacere. Comunque non si vince nulla. Siccome sono in una delle poche categorie dove non ci sono le nomination di Selvaggia Lucarelli e Pulsatilla, forse per la medaglia di bronzo ce la posso fare.

MacchianerAward 2006: Nomination

pillole dal paesello

Che titolo che c’ho messo, a sto post.

Per continuare con le assonanze di pi e di elle, dovrei scrivere pure: pisello, papilla, pannello, postilla, padella, pennello, pistillo, patella, apelle figlio di apollo faceva una palla di pelle e di pollo.

Ma comunque.

Il paesello, dicevo.

Io spiegarlo, il paesello, non ci riesco. Posso solo riportare qui alcune cose. Alcune pillole.  Ordine sparso.

– Lo stadio del mio paesello – luogo dove nascono le più colorite imprecazioni e dove i santi vengono bestemmiati col calendario in mano – è stato intitolato a “Giovanni Paolo II”. E  questo significa che, mentre in piazza  S.Pietro migliaia di fedeli urlavano Santo Subito, qui al mio paesello hanno pensato: Santo Subitissimo. Anzi, facciamo così: Santo Prima Di Tutti, così non ci pensiamo più. E che non si dica in giro che non siamo stati i primi ( come fa Emilio Fede per le edizioni straordinarie del suo Tiggì in occasione delle stragi terroristiche).

– I bidoni della raccolta differenziata qui ci sono, ma capire qual’ è quello della plastica e quale quello del vetro, è impossibile. Ci sono manifesti enormi e sbiaditi dell’ultimo concerto dei Pooh che li avvolgono come fossero carta da regalo. E non si legge niente. Al massimo ti puoi fare una foto con un Robi Facchinetti di carta sullo sfondo, mentre continui a tenere in mano le tue bottiglie vuote.

– C’era un tipo che passeggiava tronfio e panciuto sul lungomare, mano nella mano con una tipa, un po’ meno tronfia di lui ma altrettanto panciuta. Sulla maglietta del tronfio c’era scritto, a caratteri cubitali: Happy because Unmarried.  L’ho pedinato per una decina di metri. Aveva la  fede al dito, e pure la signora sua tronfia.

– Il paesello è stato tappezzato per giorni con dei manifestini che invitavano la popolazione ad accorrere numerosa Non So Dove, perché bisognava assolutamente assistere alla presentazione della nuova squadra di calcio, in vista della nuova “Staggione Calcistica 2006/2007”. Manifesti che sono stati scritti da qualcuno, stampati da qualcun altro, e attaccati con lo scotch da altri ancora. Tutti personaggi staggionati nel cervello al punto da non accorgersi di nulla.

– Alla Asl dove lavora la mia genitrice, una signora porta i suoi bambini con il cranio pieno di pidocchi alla visita dal dermatologo. Mentre i bambini inselvatichiti devastano la sala d’aspetto, la signora parlotta con una conoscente. Dice: Signò,glielo dico: Io da quando mi ho sposata, mi ho fatto tutto da sola.


– Un sacerdote del paesello sta preparando la festa della Santa, la stessa a cui è intitolata la sua chiesetta in riva al mare. Per questo motivo sta raccogliendo gli oboli "volontari" dei parrocchiani. Durante l’omelia si interrompe e dice: "E adesso non voglio fare nomi, ma è inutile che vi nascondete dentro casa e fate finta che non ci siete, quando veniamo a suonare alle vostre porte per chiedervi le offerte per la Santa!"

Tante padelle e postille a tutti, apelli dei miei stivali (stivalli). Io torno a Bologna.

agli sgoccioli

Aprendo la valigia di scatto ci trovo dentro un geco extra large che ha deciso che quella è la sua nuova casa. In un attacco improvviso di misticismo ho pensato che forse questo è un segnale divino, e che questo segnale divino sta a significare più o meno: Tu non devi partire, non devi partireee…
Proprio così, ripetuto due volte, che suona più mistico.

Solo che qua s’è fatto tardi, e devo partire, e non c’è altra scelta.

(non c’è altra scelta, non c’è altra sceltaaa…)

Wake me up when september ends.
O al limite anche più tardi, se possibile.

Cosa diamine combinerà Rafeli in queste giornate qua? Nell’ordine:

– Studia.  ( risate registrate in sottofondo)  

– Va al mare: guida la barca fino al largo tenendo il timone con i piedi. Poi spegne il motore e si addormenta sotto il sole. I gabbiani galleggiano curiosi attorno a questo scemo che sonnecchia, e che non cala mai l’ancora. La  barca non ancorata segue il vento e si trascina sempre più lontano. Fino ad oggi il motore è sempre ripartito. Il giorno che non riparte, Rafeli scriverà il suo ultimo post da un internet point di Tunisi. Pubblicherà la foto di un qualche pallone Wilson marocchino incontrato durante il tragitto.

– Scrive. Si è impelagato nella prima cosa “lunga” di scrittura della sua vita. Doveva essere un racconto e invece sta venendo fuori un romanzino. Ho detto bene, un romanzino (risate registrate in sottofondo). Rafeli stampa il malloppo di carte e se lo rilegge. Alle volte è soddisfatto. Alle volte vorrebbe bruciare tutto. Nell’indecisione prende il largo e va a fare  compagnia ai gabbiani.

– Gioca con Silvano. C’era chi chiedeva chi è Silvano, qualche post addietro. Eccolo qua, Silvano, mentre si fa la doccia, oppure eccolo anche qua, in tutta la sua piumosa bellezza. Dallo stereo arriva la voce di Ella Fitzgerald e lui ci gorgheggia sopra con virtuosismi che pare un trombettista jazz.

Certe volte mi viene fuori la terza persona, così, immotivata.

(immotivata, immotivataaaaa…)

anno 4006 : il Privè della discoteca spiegato ai marziani.

Cari marziani che siete arrivati su questo Pianeta Terra ormai disabitato da centinaia di anni.

Sarete certamente impegnati ad interpretare le rovine della nostra civiltà. Sarete impegnati in una sorta di archeologia marziana e con i vostri pennelli marziani starete spazzando via la polvere dai reperti ritrovati sotto terra. I vostri cervelli marziani staranno lavorando per decifrare il significato di questi oggetti, e di queste abitazioni. Forse riuscirete ad interpretare tutto. Forse No. Ci sono cose che non capirete, se non ve le spiego. Ve le spiego io, allora.

Il Privè della Discoteca, ad esempio.

Il Privè della Discoteca è un sottoinsieme della Discoteca, che di per se’ è già un concetto astruso. Bisogna innanzitutto partire dal concetto di Discoteca. E allora: la Discoteca è un luogo dove, a parte la musica ( che ai nostri tempi si poteva trovare anche in altri luoghi) , grazie ad una attenta selezione all’ingresso, il genere umano poteva esercitare la nobile arte della discriminazione. La gioiosa, allegra e imperitura arte della discriminazione. In base a criteri di selezione che poi si è scoperto, erano stati tramandati direttamente da Mosè come appendice delle tavole dei comandamenti, l’uomo aveva potere decisionale e decidere, per esempio, chi far entrare in Discoteca e chi No.

Si è introdotto in questo modo, per la prima volta, il concetto di “Più Meglio”.

E cioè: colui che entra, perché il suo nome è in lista o perché indossa la magliettina col fiorellino sulla spalla, è automaticamente Più Meglio di quello che invece, poraccio, non entra.

Perché non entra? Perché No, è la spiegazione. ( e quindi si rientra nel filone della dogmatica, che voi marziani forse non potrete comprendere mai.)

Quindi: io sono Più Meglio di te, oppure quello è Più Meglio di me. E così via.

Però dovete sapere, cari marziani che vi interrogate sui vezzi dell’ormai estinto genere umano, che l’uomo non è mai sazio di creare distinzioni. Ne ha sempre voglia, e non gli basta mai. Pensate per esempio all’interno di una Discoteca, dove tutti quelli che erano entrati già sapevano di essere Più Meglio di qualcun altro. Erano una massa di Più Meglio che però, tra di loro, non potevano distinguersi. Questo provocava scontento e malumore tra la folla, e le consumazioni al bancone del bar calavano paurosamente.

Ecco che allora è stato introdotto – sempre riferendosi ai dettami delle tavole di Mosè – il quanto mai provvidenziale Privè della Discoteca.

Il Privè della Discoteca, sempre sia lodato, saecula saeculorum.

Al Privè della Discoteca potevano avere accesso solo alcuni tra i Più Meglio, e non altri. Il Privè era delimitato da una recinzione, da una corda o altro, e all’ingresso del Privè un gorilla vigilava affinché non ci fossero infiltrati che decidessero di entrare quando a loro, invece, la possibilità di entrare era stata preclusa.

Si è introdotto così il concetto di Più Meglio Assai.

E cioè : Io sono Più Meglio di te. Ah davvero? Be’ invece io sono Più Meglio Assai di te, e ti fotto. Io che posso farlo, pascolo nel recinto del Privè, e tu No.

Quindi, ricapitolando, nella scala gerarchica c’è: l’essere umano, il Più Meglio, il Più Meglio Assai.

Purtroppo, cari marziani, il genere umano si è estinto a forza di guerre per decidere chi inserire nella casta dei Più Meglio Assai, a causa delle risse generate dagli ingressi in coppia ; le donne hanno perso la loro capacità di procreare a causa delle scarpe a punta e dei tacchi a spillo e degli ombelichi di fuori. 

Se così non fosse stato, ora avremmo certamente anche le classi dei Più Meglissimo Assai, quella dei Più Più Più , e forse anche quella  insuperabile dei Più di Così Non Si Può.

quando organizzi una festa che va bene, poi il giorno dopo ti salutano tutti.

Fuori dal cancello di casa, l’altra sera durane La Festa, c’erano chilometri di macchine parcheggiate sul ciglio della strada. E quando dico chilometri intendo davvero quella parola che per abbreviarla si usa scrivere, per comodità, “Km”.
Chilometri.

La festa, il casino, la folla, la vasca da bagno di casa zeppa di ghiaccio e bottiglie di rum e gin. Trenta litri di sangria che veloci hanno preso le vie degli esofagi degli invitati. Il deejay che tra i Prodigy, gli Smiths, i Massive Attack e i Phoenix, ha avuto il buon senso di evitare Seven Nation Army dei White Stripes. Un santo. Mio fratello il Medio che si faceva scattare foto con a fianco il bagno chimico che abbiamo noleggiato per l’occasione. Io che apro la finestra della mia stanza e ci trovo il bagno chimico, sotto, addobbato con le luci di Natale. Il mio fucile caricato a rum e cola si è svuotato spruzzando sulle tonsille dei presenti.

Il cuggino rasta che –ovvio – si infratta nella campagna. Poi ti viene a raccontare quali sono i segreti per ottenere –infallibilmente –del sesso orale. C’è una procedura , dice, che va seguita:

1 : massaggiare tra i capelli appena sopra la nuca. La tipa si distrae.
2 : esercitare una adeguata pressione con le dita sulla nuca. Va trovato il punto esatto di pressione.
3 : portarla fino all’ombelico. Se si riesce a portarla fino all’ombelico, il Maestro dice che “è fatta”, perché da lì in giù è questione di un attimo. Ci vuole solo il guizzo.

Poi il giorno dopo ti salutano tutti.  

Poi il giorno dopo, in un bar sulla costa, si avvicina una bambola gonfiabile dotata di parola, e mi dice: “Io ieri ero alla tua festa, e adesso ti ritrovo qui. Non è un segno del destino, questo? No?” e poi mi massaggia la nuca. Sono perplesso. Devo chiedere delucidazioni al maestro. Cosa si fa in questi casi? Finisce che andiamo tutti di nuovo a casa mia, la Bambola e le sue amiche, gli amici presenti, la chitarra. La bambola usa la parola “Formentera” come fosse un avverbio. Del tipo: “Raffi (Raffi?) mi dici dov’è il bagno che ci devo Formentera andare assolutamente?”.

Mentre una tipa piscia, l’altra aspetta fuori. Guarda nella stanza di mio fratello il Piccolo e ci trova mio fratello in mutande sul letto. Mio fratello il Piccolo si mette in posa e dice, con la bocca impastata dal sonno: “Eh? Che bronzo di Riace che sono, no?” C’ha ancora sul comodino gli orecchini della sua tipa che ieri, alle sei della mattina, è dovuta andare via da casa facendo la nana come Benigni ne “il Mostro” per non farsi sgamare da mia madre, che era già sveglia.

Se finisce agosto, sono salvo.

lettera ad un arcodamore troppo corto

Ricordo che uscivamo la sera e tu c’avevi ancora i capelli sporchi di acqua di mare.

Non avevi il trucco sul viso e indossavi spesso una tuta nera. Dicevi: non mi va di cambiarmi. Io pensavo: Madonna quanto sei bella così, senza preparativi, senza rossetto, senza niente. Tutti mi dicevano: Quant’è bella lei.
Io pensavo a quant’eri bella e non pensavo mai al fatto che con te non c’entravo niente.

Perché io e te non c’entravamo un cazzo.

Una sera ti dissi: “Dai, andiamo in libreria.”Volevo regalarti qualche libro, perché poi sarei dovuto partire e non ci saremmo visti per un po’. Mi dicesti : “Dai, andiamo.” Però già c’avevi negli occhi un filo di noia che non colsi. Arrivammo in libreria e tu ti dirigesti verso lo scaffale dei libri di cucina. Con tutti i libri che c’erano. Sei rimasta lì tutto il tempo. Io non sapevo cosa fare. Ti regalai un romanzo semplice semplice con una dedica sulla prima pagina che per scriverla ci ho messo due ore. Tu lo leggesti e dicesti: bello. E poi lo hai prestato in giro. Il libro con la dedica. Ho visto un mio amico uscire dal cesso dopo una cacata che c’aveva in mano il libro che ti avevo regalato. Con la mia dedica. Quel giorno in libreria ti regalai anche il Piccolo Principe, che lo so che è un regalo scontato, ma mi pareva assurdo che non lo avessi mai letto. Non lo leggesti mai, comunque. Mi hai detto: non avevo il tempo, per leggerlo. Il Piccolo Principe, trenta pagine. Non avevi il tempo.

Però eri bella. E venivi con me la sera senza trucco e con i capelli sporchi di mare.
Io vedevo solo questo, ma dovevo vedere pure tutte le altre cose. Non le ho viste.

Ci siamo lasciati come era giusto che fosse. Certe volte penso che è stato due anni fa e mi sembra invece che sia stato due vite fa. Sei uscita di scena senza lasciare traccia né rimpianti.

Adesso ti vedo per strada e sembri di plastica. Sei come un telefonino a cui non è ancora stata tolta quella pellicola di plastica che copre il display. Con un fondotinta esagerato che ti nasconde la bella pelle che c’hai. Gli occhi truccati. I capelli con i boccoli biondi, curatissimi, lucidissimi. I tuoi vestiti da bomboniera. Le borsette. Le amiche tue simili, conciate come te.  Sei un’altra persona. Per questo non mi manchi affatto. Eppure sei lì. Forse adesso, almeno, sei più sincera.
Sei quello che volevi essere.     

“…quando magari ha solo un particolare che ti piace, anche solo dei capelli o degli occhi che ti piacciono, o la voce o il modo di muovere le mani, e parti da lì per farti piacere tutto il resto. Anestetizzi il tuo senso critico. (…) E meno conosci uno, più ti sembra che possa nascondere cose interessanti. C’è questo fascino dell’ombra, no? “

Andrea De Carlo      Arcodamore.

allora

Questa mattina  Silvano ha cominciato presto a rompere le palle con i suoi versi da foresta tropicale urlati per la casa, fino a quando non mi sono arreso e l’ho portato in bagno a farsi la doccia.
Si è rotolato sotto il getto lieve dell’acqua come più o meno fanno i passerotti nelle pozzanghere, se li avete mai visti. Con la differenza che i passerotti hanno il senso della misura e Silvano no, così finisce che poi si bagna troppo e non riesce più a volare. E allora ti fa la faccia triste che è come se dicesse: ti prego vienimi a prendere, che sono nei casini.

Il Cuggino rasta torna da un vicolo dove si era nascosto con una tipa conosciuta tre minuti prima, ed ha la maglietta sporca di sperma in più punti. Borbotta contrariato che al giorno d’oggi le tipe non praticano più il sesso orale come una volta.

Nei prossimi giorni sono attesi gli arrivi di nuove Special Guest, ospiti in questa casa di malati. Si vocifera del ritorno di un cubano, che già era stato da queste parti tempo fa, e di una brasiliana, assolutamente una new entry.

Domenica prossima qui nella casa dei malati, con tutte le Special Guest possibili, avrà luogo un festone (festazzone, festolone, festocchione, festaccione..) con musica, alcool, bruschette al pomodoro e rucola, e tante altre cose buone e giuste che organizzeremo più in la’.
Chi si trova al tacco per quella data è invitato, l’importante è farsi vivi prima, con la mail a lato.

passo e chiudo