ma quanto fa

ma quanto fa Bronx cercare di notte un parcheggio per la tua macchina, e il parcheggio non trovarlo per mezzora, e poi finalmente trovarlo in un luogo buio e tetro, aprire la portiera sui cocci rotti di una bottiglia di birra e due metri più in là scovare una prostituta nigeriana – di quelle coi capelli come fili di rame – che seduta sul marciapiede si prende una pausa dal lavoro sfumacchiando una sigaretta?

mh?

come

Come si aprono le noci quando sei sprovvisto di uno schiaccianoci? Le noci non si aprono e basta, ho concluso. Ho provato a schiacciarle con la caffettiera sul tavolo, ma ho rischiato di spaccare il tavolo. Ho provato a schiacciarle a due a due con le mani, ma ho rischiato di spaccarmi le mani. Ho cercato consigli sul webbe, e il webbe non mi ha convinto per nulla. Poi ho provato ad aprirle con un enorme pinza metallica – e qui credevo davvero di aver partorito l’idea geniale – ma ho scoperto che le noci pressate dalla pinza semplicemente esplodono. Puf! e vai a raccogliere i cocci della noce sulle mattonelle del balcone. Anzi, meglio: Scrunc! (e vai a raccogliere i cocci eccetera eccetera).

indossare i pantaloni al giorno d'oggi

I giovani sbarbati di tendenza indossano i pantaloni calandoli giù fino a lasciare scoperte buona parte delle natiche. Il bordo dei jeans taglia per metà le mutande, e le chiappe restano di fuori nella loro porzione superiore. Ormai è così, portiamo pazienza. Le chiappe dei giovani sbarbati di tendenza –  restando scoperte  – vengono generalmente rivestite da mutande linde, di tessuto pregiato e magari anche firmate. Non me ne sono accorto solo io, giusto? Questa è la tendenza, prendiamone atto. Qui non si tratta di fare lo scoop, di dire se è bello o non è bello. Qui si tratta solo di una presa d’atto. Di una notifica. Di una certificazione. Come si portano i pantaloni nel 2007? Scesi a metà mutanda.

Benissimo.

Ora, la questione è:  posso io prescindere da questa tendenza generale? Posso io remare contro questa predisposizione dell’intera collettività giovincella? Posso io, di fronte a tutto ciò, fare finta di nulla? Posso io ignorare il popolo dei giovani d’oggi e restare impassibile davanti a questa armata di giovinetti col culo di fuori?

Eh, posso?

La risposta è: non lo so. Voglio dire, la tendenza generale sarebbe quella di ignorare il popolo sbarbatello in ogni sua manifestazione. Del resto, incontrare un giovinetto con le mutande all’aria mi provoca un senso di fastidio istantaneo, oltre al pensiero incombente “se fossi tuo padre, col cacchio che ti farei scendere per strada coi pantaloni calati!”. Il punto però è: non sono affatto suo padre. Il punto è anche un altro: non sono neanche un pischello sbarbato. Io sono da qualche parte nel mezzo, sperduto in un punto indefinito fra il pischello e suo padre. Sono lì, da qualche parte.

Da ciò consegue che.

Da ciò consegue che io con le natiche scoperte non uscirei mai di casa. Questo è certo. D’altra parte, se provo a tirarmi su i pantaloni a coprire tutte le mutande fino quasi ad altezza ombelico, sento che ciò non va bene, che qualcosa non va, che sono troppo fuori dal mio tempo, con derive alla Steve Urkel. Diventa una questione sociologica, non so se mi spiego. Non voglio essere troppo fuori dal mio tempo. Allora va a finire che i jeans vengono tirati un po’ in giù. Leggermente. Senza dare nell’occhio. Per stare un po’ qua e un po’ di là. Un po’ pischello e un po’ No.

Disclaimer: questa politica del compromesso col mondo pischello giovanile non è da attuarsi – come già dichiarato in passato – al fenomeno del telefono cellulare appeso al collo.

festivalbrrr

Il presentatore Silvestrin – quello tempo fa che conduceva Brand New su Mtv chiacchierando di musica rock alternativa sprofondato in un divano sdrucito – è comparso poco fa sul palco indossando una maglietta della Corona’s. Il sottoscritto, che nel ‘92 registrò alcune puntate del Festivalbar e rivide la cassetta tante e tante volte, nei tempi che a casa non avevo neanche un disco, adesso si sente come uno che ha fatto una cosa di cui vergognarsi ma lo ha scoperto solo adesso dopo tanto tempo, come essere stato scoperto coi pantaloni calati al centro di una festa di compleanno e averlo capito solo ora – per fare un esempio – o come essersi fatto la cacca addosso il giorno della prima comunione e averlo saputo solo oggi – per fare un altro esempio – e non so se si capisce la sensazione.

Sono a Bologna, valigie ancora da aprire.

appena prima di partire

I dialoghi delle signorotte anzianotte che si lamentano dei malanni fisici seguono sempre gli stessi schemi, si lamentano con la mano posata sui lombi e dicono sempre le stesse cose, e di certo non mi metto io a scriverci su, delle signorotte che si rimbalzano verbalmente i malanni, di questo argomento che più volte ha salvato cabarettisti con improvvisi vuoti di fantasia. Anche le signorotte locali si rifugiano in questi argomenti con sommo godimento – riflettevo stamattina all’uscita da un ufficio postale – con la differenza che il più famoso SignoraMia – che pure qui viene usato qualche volta – viene sostituito dal tipico CummareMia o dal più semplice Signò; il verbo Essere invece viene spesso ignorato a favore del più comune Stare. Per cui ne deriva: 

– CummareMia come sto gonfia.

Oppure:

– CummareMia come sto allergica.

Quello che mi sfugge è il momento esatto, l’istante in cui da persona lucida e razionale ci si trasforma improvvisamente (o gradualmente? bah!) in esseri cerebralmente svaniti che parlano confusamente e a ruota libera. Quello che mi sfugge è se ste signore che vedo con la busta di plastica ripiena di cicorie sono sempre state così o se un bel giorno le loro sinapsi si sono attorcigliate autonomamente fra di loro lasciandole inebetite da questa lobotomia repentina. Uno ste cose se le chiede, perché a 60 anni la demenza senile dovrebbe essere ancora solo un’ipotesi. E però, poi, sulla porta dell’ufficio postale:

Signò come sto gonfia. Che il dottore mi dice, mi dice che sto allergica, che sto allergica a tutto, a tutto Cummare mia, a tutto, che il dottore mi dice che sto allergica ai medicinali, al cibo, alla verdura, al cibo, agli antibiotici, alla verdura, alla salame, ai medicinali, al cibo. Che sto allergica, sto allergica.

(teste che annuiscono con smorfie di dolore e frasi ripetute allo spasimo, mentre i concetti di insieme e sottoinsieme imparati alle elementari si sbriciolano lentamente) 

Che uno arriva a pensare che la causa di tutto ciò sia l’aria che si respira, che forse una causa potrebbe essere l’atmosfera pesante, l’atmosfera carica di troppa umidità a determinare sti effetti. Che poi uno per strada rivede all’improvviso un compagno di scuola delle elementari, e lo sbircia per un secondo al ciglio della strada praticamente trasformato in un vecchio ingobbito e spelacchiato – eppure c’ha la tua stessa età, rifletti  – e davvero cominci a pensare che sia tutta una questione di umidità e pressione atmosferica, tutta una questione di parametri idrometrici e percentuali di gas nell’aria, per cui ti affretti a tirare su il vetro della macchina e ad accendere l’aria confezionata. 

E poi correre a casa a fare la valigia che domani si torna a Bologna.

tipo aprire un negozio di fiorellini in olanda

col passare del tempo le mie idee sul prossimo futuro lavorativoformativo si fanno sempre più intricate e confuse. Le persone che incontri – quegli adulti che decenni fa vinsero concorsi pubblici – arrivano addirittura a chiederti Ma a Te Cosa Piacerebbe Fare? Ma Tipo Cos’è che Avresti Voglia di Fare? e tu il cosa Ti Piacerebbe fino a questo momento non lo avevi considerato minimamente, al limite avevi considerato il Cosa Posso Fare, il Cosa Potrei, per non parlare del più scarno Faccio Quello Che Trovo, con la variante Quello Che Trovo Mi Prendo. Tra tutte le opzioni possibili, quella di scegliere qualcosa che magari ti piace, non l’avevi per nulla presa in considerazione.

Ma proprio per nulla.

Poi, mentre stai pensando a tutte ste menate del Prendere e Fare, ti arriva una telefonata dell’amico neoccupato precario Bollo, che da Bologna sta partendo in autostrada alla volta della Slovenia, e ti informa che il piano A di questa sua trasferta – per quanto lo riguarda – sarebbe di tirare dritto dritto fino a Budapest, qui vendere la Punto dei suoi genitori al primo che capita, e coi soldi ricavati cercare di sopravvivere nell’Est europeo per qualche mese, in attesa di ispirazioni per il futuro a venire. Solo che – mi spiega – crede di non avere le palle per mettere in atto tutto ciò, e quindi probabilmente dopo qualche giorno a Lubiana tornerà in Italia a lavorare in quel suo lavoro che come privilegio gli pagano i pranzi in giro per la provincia Bolognese – se lui ricorda di conservare lo scontrino – e che una volta per questo privilegio mi feci offrire un panino da quattro euro in un baretto sotto i portici.

che a questo punto – mi viene da pensare – allora io me ne scappo in Olanda e apro un negozio di fiorellini per le signore grasse che vanno a fare la spesa. Un negozietto di fiori particolari con la bicicletta parcheggiata appena fuori, un negozietto con le pareti colorate di tinte accese, tipo arancione scuro e verde pisello tendente al cetriolo. Ecco, questo forse potrebbe rientrare nel Cosa Mi Piacerebbe Fare, per dire un cosa. Una bottega di fiori con lavanderia a gettoni annessa, per fare un esempio. Anzi No, una bella bottega di tulipani con pizzeria al taglio annessa. Anzi No, l’amico neoccupato precario Bollo mi dice che pizzeria al taglio forse è meglio di No, che le pizzerie alla fine sono sempre in mano alla mafia, pure in Olanda. Allora un negozietto di fiori e caramelle con lavanderia a gettoni annessa. Col pesce rosso sul bancone. La bicicletta parcheggiata fuori al negozietto, una bicicletta col campanello che fa drin drin e che non hai bisogno di catena e lucchetto per lasciarla appoggiata al muro. Facciamo che per adesso questo lo battezziamo piano A, poi dopo si vedrà.

acqua e sapone e louis vuitton

Il titolo di un articolo di Velvet recita così: Top Model – Donne Fatali in sfilata, acqua e sapone nella vita. Il nocciolo dell’articolo sarebbe in pratica una galleria di fotografie dove vengono messe a confronto l’aspetto elaborato e artificiale della modella nel contesto della sfilata con l’aspetto più semplice della stessa modella fotografata nella vita di tutti i giorni. La galleria è tutto un confronto tra top model sulla passerella – top model sotto la passerella. La modella sotto la passerella viene quindi definita la versione “acqua e sapone” della ragazza in questione. L’articolo scrive – testuali parole – : In sfilata, donne fatali con chili di makeup e tacchi vertiginosi. Nella vita di tutti i giorni, ragazze acqua e sapone.

Ora, qua ci sarebbe da aprire tutto un dibattito sul concetto di acqua e sapone. Ci sarebbe proprio da farne una discussione lunga e articolata, secondo me. Perché ste ragazze alte e con gli stivali, col pellicciotto smanicato e la borsa firmata, col cihuahua in braccio e la sigaretta fra le dita col polso molle di sbieco (vedi una certa Anja Rubik) ste ragazze conciate così non ce la faccio a definirle acqua e sapone. Ma proprio No. Ci porterei piuttosto l’esempio di certe signorine che ho incontrato in pigiama in tante case di studenti negli ultimi anni, certe signorine sbadiglianti che ho visto passeggiare in corridoio col pigiama sdrucito e la caccole negli occhi, coi capelli tenuti su dalla molletta, con le pantofole spugnose di Minnie e certe occhiaie cinematografiche, franate col culo sulla sedia della cucina mentre sfogliano Cosmopolitan mangiandosi le unghie del pollice. Ci porterei piuttosto l’esempio di quelle signorine della casa di fronte. Ma queste stangone proprio non mi viene di chiamarle acqua e sapone.

Ho avuto seri problemi a scrivere cihuahua, porcaccia la miseria. Ho tirato a indovinare con le H. Speriamo bene. 

queste righe le scrivo

Queste righe le scrivo col portatile posato sulle gambe mentre oscillo piano in una sedia a dondolo di legno, col cane accovacciato più in là che scruta un orizzonte sempre uguale a se stesso, gli alberi di pino che coprono il cielo e frusciano al vento.  

Mi sento trasformato nel protagonista un ipotetico spot televisivo di uno Scotch, o di un Whisky prelibato, o di un Amaro Averna, una di quelle pubblicità che gli attori c’hanno sempre ste facce ariane bionde e mascellone, ste facce di americano del Kentucky con un filo di barba incolta, ste facce esotiche biondastre abbronzate e con gli occhi di ghiaccio dal taglio crucco che si capisce benissimo che non sono attori italiani, sebbene il prodotto che pubblicizzano – lo Scotch, il Whisky prelibato, l’Amaro Averna – sia destinato anche al pubblico italiano. Ste pubblicità che al bevitore di Scotch, di Whisky prelibato, di Amaro Averna gli stanno vendendo non solo il superalcolico ma anche quella faccia biondastra ariana ed elegante, gli stanno vendendo anche quel figurino di uomo affermato che col capello appena shampato prende in mano il bicchiere di vetro pesante contenente il superalcolico, il bicchiere che viene portato alla bocca delineata dalle mascellone da aspirante attore di Beautiful.

Ste pubblicità che i protagonisti sorseggiano l’Amaro o il Whisky mentre si raccontano virilmente il salvataggio del cavallo purosangue che stava per ruzzolare giù dal dirupo, o dell’atterraggio di emergenza di un aeroplano in avaria fra le piantagioni di banane in Ecuador. Ste pubblicità che poi mi viene da pensare al tipico bevitore di amari che incontro spesso al bar qui alla fine della strada, appoggiato al bancone con una gamba dritta e l’altra piegata e posata di punta, con la panza che stira la parte inferiore della maglietta, con le ciabatte di spugna, con le unghie delle dita dei piedi dai colori che si intonano al pavimento, con le collane e i braccialetti d’oro sfavillante e lo stecchino di legno in bocca. Ste pubblicità che segnano un distacco abissale fra l’immagine dell’utilizzatore del prodotto nello spot e l’utilizzatore reale, che un simile distacco riesce a segnarlo – per fare un esempio – solo Dolce & Gabbana, coi modelli anoressici e depilati nella pubblicità da una parte, e le strade straripanti di tamarri con la cintura dal fibbione D&G da tre chili e cinquanta dall’altra.

Io adesso non so dire bene dove volevo arrivare scrivendo ste cose sconclusionate sulle pubblicità degli amari, ste cose ovvie e superficiali che poi arriva il primo pubblicitario di passaggio a farmi la puntualizzazione, io che in realtà non volevo scrivere di pubblicità degli amari – cosa me ne frega delle pubblicità degli amari – ma bensì volevo scrivere della grande festa che si è tenuta qui l’altro ieri sera nella mia casa con centinaia di convenuti. Volevo scrivere della festa ma si è fatto tardi a scrivere di discrepanze fra spot e realtà. Alcuni punti salienti della serata vanno comunque riportati, e alcune considerazioni utili, velocemente e in ordine casuale. Dunque:

– mi è stato chiesto durante la festa di reinserire le vicende del Cuggino Rasta fra le pagine di questo blogghe, dopo un lungo e sofferto silenzio. Tenuto conto che il Cuggino Rasta non sembra più leggere questo blogghe, si può anche tentare una timida reintroduzione. 

– il cuggino Rasta durante la festa non ha trascinato nessuna donzella negli anfratti della pineta di casa mia, nonostante le molte donzelle a disposizione. Il Cuggino
– se gli viene fatto notare che durante questa estate salentina non ha collezionato nessuna vittima femminile, risponde dicendo che prima di arrivare qui è stato in Spagna, e lì in Spagna ha combinato tante cose che non descrive nei dettagli, ma indica il suo incisivo superiore scheggiato lasciando intendere con sguardo marpione che ciò ha una certa correlazione con una qualche guapa donnina di passaggio. Al momento non sono ancora riuscito a cogliere il nesso fra il dente scheggiato e le donnine (le cattura a morsi come il ghepardo con le gazzelle?) ma poi comunque il discorso si chiude lì col Cuggino che muove la mano come a dire Ah, se sapessi, se sapessi. 

– durante la festa sono entrate qui dentro circa duecento persone. Per fare bere duecento persone non bastano ottocento bicchieri. Da tenere a mente per la prossima volta. 

– Il mondo è pieno di strani individui – di solito femmine – che alle feste chiedono di bere bicchieri di vodka alla pesca mescolata con la lemon soda. La chiamano VodkaAllaPescaLemon. Una cosa che serve tanta fantasia per pensarla e tanto coraggio per chiederla. 

– Se metti in conto di fare del casino con la musica nel giardino di casa tua, ti sarai certamente premunito di avvertire i vicini di casa. Bravo. Ma questo non basterà. Ci sarà certamente un vicino di un vicino di un vicino di casa che chiamerà la polizia per protestare per la musica troppo alta.
 
– Se la polizia arriverà a casa tua per intimarti di spegnere tutto sto casino che hai montato, a contrattare coi poliziotti ci sarà tuo fratello il Piccolo che – brillo e sudato – si appoggerà con il gomito al finestrino della auto dei poliziotti, con i capelli sparati all’aria, una cannottierina da spogliarellista e un papillon enorme da clown.  

– I poliziotti che girano di notte a dare ascolto alle signore inviperite in vestaglia sono una ulteriore categoria di persone che mi fanno molta pena e tenerezza. Il poliziotto che discute in dialetto con la faccia assonnata, che minaccia denunce e multe con una grammatica poverissima e perentoria di chi ha l’abitudine di eseguire e impartire ordini molto semplici privi di qualsiasi sovrastruttura. Il poliziotto che di notte si ritrova di fronte il sottoscritto col rum e cola nel bicchiere, il sottoscritto che a causa dei tanti rum e cola perde qualsiasi timore nei confronti della divisa e si azzarda a prendere il poliziotto zelante sotto braccio per trascinarlo non ricordo bene dove. 

– Il sottoscritto che a causa dei rum e cola decide di non fermarsi più, e per evitare il sopravvento del sonno comincia a girare senza sosta attorno alla casa. Il sottoscritto che alla fine si stende in un angolo e vede arrivare l’alba col naso all’insù, nel contrasto degli alberi che restano neri su di uno sfondo di cielo sempre più chiaro (una buona idea per uno spot di uno Scotch, due mascelloni biondi che all’alba si raccontano il rocambolesco salvataggio di una giraffa orfana sprofondata nelle sabbie mobili) 

– Bottiglie di acqua tonica che alle sei di mattina acquistano vita propria e rotolano autonomamente nel salone di casa. 

– tante tante altre cose che mi verranno in mente poi.

io difendo sempre a costantino

Copio e Incollo

io adoro Costantino Vitagliano, perchè ha un carattere stupendo. Mi piace tantissimo , come si veste, come si comporta,è intelligente,il fisico,è generoso,è buono, è umile è disponibile con tutti, gentile. Io difendo sempre a Costantino quando una persona parla male, perchè io sto male quando parlano male. Li voglio bene a Costantino.Se vi permettete di parlare male vi giuro che vi blocco.

Parole di un folle? No, è solo l’introduzione al blog di una fan di Costantino Vitagliano. Perchè leggo il blog di una fan di Costantino Vitagliano? L’ho letto solo per trovare conferma di una notizia che ho sentito circolare ieri, e che poi ho scoperto essere vera, e che mi fa sentire orgoglioso del mio essere salentino.

la permanenza prolungata

La permanenza prolungata in questo luogo desolato, umido e assolato, in questo luogo che è tutto sommato è la mia casa, finisce ogni volta per appiattire ogni mio pensiero. Per anestetizzare le considerazioni. Per annullare le mie intenzioni. Dopo venti giorni non sono più la persona di prima, mi sono ormai trasformato in una cosa più semplice, in una stecca di carne rivestita di maglietta e boxer da mare che segue soltanto lo schema mangiare bere dormire mangiare parlare poco dormire bere dormire parlare bere rum e cola dormire. Gli individui che incontro in giro utilizzano sintassi arbitrarie e consonanti sbiascicate credendo di parlare in italiano – e certe volte ci casco pure io –  gli individui qui attorno continuano a vendere angurie ad ogni angolo di strada a prezzi irrisori che uno si chiede se lo facciano per guadagnarci davvero qualcosa o solo per filantropia; una ragazzina che faceva il bagno vicino a me ieri mattina spiegava all’amica che il suo ragazzo di sette anni più grande di lei aveva appena acquistato una macchinona mercedes, una macchina da favola, questa ragazzina che aveva una strana peluria circolare su di una natica, ma solo su di una natica e non sull’altra; ci sono certe stradine strette in certi zone ex-abusive della città che ricordano le favelas brasiliane, e c’è questa consapevolezza delle persone che vivono lì che la strada asfaltata gli appartenga come una proprietà privata, per cui lasciano per strada sedie e quelle cose di metallo che si usano per asciugare la biancheria però li assicurano con catena e lucchetto al palo della segnaletica stradale, con le mutande bagnate ancora appese; queste strade che le nonne sono posate sulla sedia a guardare il muro di fronte mentre la nipote racconta cos’è la frequenza obbligatoria all’università, mentre il fratellino più piccolo vestito solo di un pannolone enorme dalla probabile capacità di venti litri di piscio continua a prendere a testate il muso del cane di casa che non protesta per niente.

bisbiglia il grillo parlante

bisbiglia il grillo parlante nell’orecchio: Non scrivere sul blogghe per una settimana? non ti è mai successo!  Cosa significa questo non scrivere sul blogghe per una settimana? 

Sono vivo e sto bene, come da bollettino medico. Ho le orecchie sporche di sale e le braccia nere. Ieri pomeriggio volevo scrivere qualcosa ma avevo le dita della mano dolenti a causa di uno scontro con la palla durante una partita di beach volley di fronte alle onde del mare Ionio. Queste partitelle che io prima di entrare in campo mi sento il campioncino che ti risolve il match, saltello e mi riscaldo con la faccia impegnata, ma poi finisce che cado e mi faccio male e mi entra la sabbia in bocca. E con la mano azzoppata non mi andava di fare ticchi ticchi utilizzando le sole dita indice sulla tastiera. Poi più tardi volevo di nuovo scrivere qualcosa, ma avevo ingurgitato un eccesso di pesce arrosto e calamari e cozze nere, per cui ho preferito andare a dormire. Poi stamattina volevo sedermi buono buono a scrivere qualcosa, ma ho dovuto correre al mare, e giocare come facevo da bambino a prendere i sassi dal fondo e farmi tirare giù dal peso, e restare in apnea seduto fra i pesci. Adesso vorrei scrivere qualcosa, ma devo andare a vedere cosa succede al mio pappagallo nell’altra stanza, visto che continua ad urlare senza sosta.

E poi questa casa che ad agosto diventa un circolo ricreativo, che diventa una casa vacanze per molteplici figuri di passaggio. A forza di aggiungere posti a tavola succede che la tavola in questione non ce la fa più ed è meglio sedersi per pranzare e cenare a turni casuali per evitare l’intasamento. E poi questa casa diventa un circolo ricreativo al punto che dieci minuti fa ho bussato alla porta del bagno con l’asciugamano in mano chiedendo: Chi c’è dentro? per sentirmi rispondere in un rumore di scroscìo di acqua: GIORGIO! e questa sarebbe anche una risposta normale – volendo – se non fosse che nessuno dei miei fratelli si chiama Giorgio, che nessuno degli ospiti dei miei fratelli si chiama Giorgio, per non parlare di mia madre che lei è proprio l’ultima persona che posso sospettare di chiamarsi segretamente Giorgio. Allora chiedo QuantoTempoAncora? per sentirmi rispondere FiniscoLaDocciaFraDueMinuti. 

E poi niente, il più grosso motivo per non scrivere sul blogghe ce l’ho proprio adesso alle mie spalle, è lì in piedi che si asciuga i capelli davanti allo specchio e che si chiede cosa mettersi stasera per andare in giro fra i paeselli bianchi di sto Salento di agosto. 

E poi niente, sti giorni io lo so che finiscono in fretta, e che è meglio succhiarli fino in fondo perchè poi dopo – come per un ghiacciolo – resta solo uno stecco di legno fra i denti. 

Corro a succhiare, stay tuned che qualcosa succede.

seduto con il culo sullo scoglio a picco sul mare

Seduto con il culo sullo scoglio a picco sul mare, osservo le persone che sguazzano nell’acqua verde e blu, con Billigiò seduto poco più avanti anche lui posato con il culo sullo scoglio del mare. Billigiò che si è comprato i sandali nuovi di gomma a due euro e novanta, di quelli di plastica trasparente a rete e con la cinghietta laterale che ti fasciano tutto il piede, che quando eri un  bambino pinolo la Madre comprava per te ogni estate per non farti andare a piedi scalzi nella campagna, adesso che li rivedi li vuoi comprare anche tu uguali uguali, ché dopo tanti anni non sono più inguardabili come ti parevano alla fine degli anni ottanta, o magari sono ancora inguardabili, però forse raggiungono un livello tale di semplicità che ti sembrano – con i loro due euro e novanta di prezzo – la risposta silente più efficace alle magliette di Fabrizio Corona. Che uno potrebbe dire Cosa Te Ne Frega di Fabrizio Corona, Vivi e Lascia Vivere, uno potrebbe dire così ed averci pure ragione, solo che gli effetti collaterali di un Fabrizio Corona certe volte neanche te li immagini.

Seduto sugli scogli con il culo a guardare le persone che nuotano nel mare verde e blu, ci mettiamo a discutere su quanto sembrano invecchiate le persone che vediamo nuotare nel mare, che queste sono persone conosciute da tanto tempo, e che da sempre si buttano nel mare dallo stesso scoglio, e che ogni giorno di ogni estate le trovi sempre qui sullo stesso scoglio. Ogni anno appena le incontri stringi la mano e chiedi Ciao Come Va e poi chiudi subito il discorso, tanto non ti ricordi nemmeno come si chiama, il proprietario della mano.  

Che poi, tornando al discorso di prima Billigiò non vuole che io mi compri i sandaletti di plastica uguali ai suoi, ché vuole averci l’esclusiva sul sandaletto di plastica trasparente, e in linea di massima sarei pure d’accordo con la sua presa di posizione individualista e orgogliosa, solo mi brucia un po’non averci pensato prima io, ai sandaletti di plastica come i suoi.

Le mie sorelline treenni saltano coi piedi sghembi e laterali sulla veranda, poi mi vengono vicino e si puliscono la bocca con il dorso della mano. Mi spiegano che così fa Pippi Calzelunghe. Sul divano trovo il Dvd di Pippi Calzelunghe e comprendo anche il perché delle treccine laterali sulla testolina delle mie sorelline. 

Che poi, tornando al discorso di prima, se un essere umano nasce e cresce e si accoppia e si riproduce sempre nello stesso luogo, è comprensibile che arrivi ad invecchiare prima. E’ inutile girarci attorno a sta cosa, è così e basta. Viaggiare significa aprire nuovi capitoli di vita, rimanere fermi significa vivere solo un capitolo, e un capitolo finisce prima di tanti capitoli, è inutile girarci attorno a sta cosa. E’ proprio una cosa matematica. Eppoi a vivere e crescere sempre nello stesso luogo significa che le persone che ti circondano e che vedi da sempre, alla fine non sono più persone, ma diventano solo la sommatoria di tutti i giudizi e i pregiudizi che ti sei fatto su di loro. Non sono più persone, ma solo un pacco enorme di pregiudizi attaccati al piede come la palla del carcerato.  

Io giuro che avevo intenzione di scrivere solo dei sandaletti di plastica, comunque.

fuori # 2

Fuori da questa stanza c’è un enorme cartellone che pubblicizza le magliette di Fabrizio Corona, con un Fabrizio Corona imbronciato e le braccia incrociate sul petto, un Fabrizio con la testa piegata da un lato che fa tanto AvanzoDiGalera, che fa tanto UomoCheNonDeveChiedereMai, che fa tanto HoUnPassatoCheE’MeglioSeNonTeLoRacconto, che fa tanto C’hoUnaPallottolaAncoraConficcataNellaSpalla. Per quanto mi riguarda, un paio di volte i vigili urbani mi hanno fermato perché andavo in giro col motorino senza casco. Voglio dire, anche io ho un passato burrascoso, eh. Già tutte subito innamorate di me?

fuori

Fuori da questa stanza un po’ di vento, un sole assassino nel cielo e nell’aria un pulviscolo bianco che svolazza – la terra e il tufo che si sbriciolano per la pioggia che manca da tanti giorni – e si posa sulle automobili creando un piccolo alone giustiziere, perchè accomuna la macchinina scassata del poveraccio con il Suv del commendatore dal mocassino bianco. Gruppi di turisti nordici si fermano ai bordi delle strade impolverate, parcheggiano e scendono dall’auto per contrattare il prezzo di un anguria coi venditori ambulanti, ma sarà l’accento padano che li fregherà, sarà la domanda formulata in perfetto italiano che farà lievitare il prezzo delle pesche e dei pomodori. Il sottoscritto forse tra un’ora va a  rosolarsi al largo, dove il mare diventa blu scuro, dove i gabbiani volano bassi per la curiosità di vedere chi è che si stende sulla barca con la panza al cielo, e con la speranza di trovare qualcosa da mangiare.

Arrivato a casa, io.

io

io scendo giù in salento. Il mio viaggio comincia adesso, e finirà questa notte. Ho la macchina piena di roba inutile e di una bottiglia di Fanta congelata che se va bene, tornerà allo stato liquido solo verso Foggia. Saluti a tutti, le trasmissioni riprenderanno dal paesello. Le prossime righe – già lo so – saranno scritte dalla versione di me stesso con il naso ustionato dal sole.

Vado.

facciamo sesso che sei troppo simpatico

Io lo so che dovrei scrivere di altro, che sarebbe tanto tanto meglio se su ste pagine io sbrodolassi le mie sensazioni sull’estate che incombe, sull’ammore, sulle cicale che cantano sugli alberi anche in centro a Bologna, sulle persone che incontro per strada, sul gelato in offerta al supermercato che ne mangio troppo e mi fa male la panza, o sull’ultima ora che ho trascorso guardando il Padrino parte II in lingua originale, con Marlon Brando che in lingua originale non si capisce davvero una mazza, che Marlon Brando in lingua originale pare che c’ha un gatto intero in bocca, con Marlon Brando che pare che il gatto gli è morto in bocca e farfuglia cose che non possono essere inglese, perché se quelle sono l’inglese allora io non conosco l’inglese.

Io lo so che dovrei scrivere di altro, però leggo che gli psicologi del Texas un bel giorno si sono chiusi in una stanza a spremere le cervella per stilare la lista dei 237 buoni motivi per fare del sesso. Io lo so che dovrei scrivere di altro, però poi c’è il sito Corriere.it che di questi 237 motivi ne seleziona 50 e li fa votare ai lettori. Io lo so che dovrei scrivere di altro, ma tra i risultati del sondaggio non posso non citare qui alcuni dei motivi votati dai lettori. E allora, tra i buoni motivi per fare del sesso, con le relative percentuali di voto:

Perchè hai una tempesta ormonale in corso (3,2%)
Il partner ha un corpo irresistibile
(1,9%)
Perché è da tanto che non lo fai
(1,3%)
Perché lo hai appena fatto e ti va di rifarlo
(1,1%) (!!!)
Perché sei ubriaco/a (0,9%)
Per cambiare discorso
(0,5%)
Per far passare il mal di testa
(0,4%)
Per umiliarlo/a
(0,3%)
Per pena, per compassione
(0,3%)
Perché il partner è troppo simpatico/a (0,1%)
Perché il partner è intelligente
(0,1%)
Perché ti senti in colpa
(0,1%)
Perché dicendo no rovineresti la tua reputazione (0,1%)


Ossignoremio salvaci tu.

lungo un binario

Lungo un binario della stazione centrale di Bologna cammina una ragazzona con le cosce al vento, un paio di stivali di pelle sulle gambe nude, un tacco vertiginoso ed una maglietta attillata che riporta l’elegante scritta “Sex Trainer 69” sulle spalle. Un ragazzone sudato e pancione la segue poco dietro e scatta una foto col cellulare inquadrando – spudoratamente – il culone ondeggiante della signorina in questione.

Per il resto, le stazioni dei treni delle città sono piene delle tette sponsorizzanti di carta colorata di Elisabettacanalis.

nuovi modi per morire al passo coi tempi

Se dopo giorni e giorni di isolamento in una casa deserta non ho nemmeno la voglia di aprire tre minuti messenger per farmi fare un cucù dal primo che passa – e se di questo isolamento non ne soffro minimamente – è evidente che sono un asociale eremita senza speranza. Le poche persone che continuano a darmi retta – nonostante tutto – mi verrebbe da ispezionarle come faccio per i cani e i gatti che mi passano fra le mani in clinica. Prendendo il polso, palpando l’addome, controllando il colore della congiuntiva, infilando il termometro nel didietro.  

E insomma, un po’di argomenti random per sviare da questa tristessa.

Il problema delle scatole di ghiaccioli formato famiglia che vendono nei supermercati, è che se ti piace il ghiacciolo – che ne so – al gusto di limone, acquistando il pacco da dieci molto low cost sei costretto a portarti a casa pure i ghiaccioli all’amarena che ne faresti volentieri a meno.

Poi.

In clinica c’è un gattino nero di due mesi che cerca padrone, magrolino e giocherellone, sa già fare gli agguati alle gambe degli umani e produrre fusa in dolby surround. Ha subito l’asportazione di un occhio e per questo lo hanno chiamato – giustamente – Polifemo. Chi se lo vuole portare a casa può scrivermi in privato e io poserò il piccolo Polifemo direttamente sulle mani del buon samaritano. Altrimenti Studio Aperto è già pronto per costruirci sopra un servizio strappalacrime con il pianoforte struggente in sottofondo.  

Poi.

Una volta si moriva normalmente di incidenti d’auto, tumori o infarti. Una volta. Bei tempi. Adesso non più. Adesso si muore di morti originali. Tra le nuove possibilità che offre il mondo moderno, siete liberi di scegliere fra: 

Opzione A: Morire mezzi ignudi in automobile mentre vi siete appartati a fare le sconcerie col fidanzato/a con le relative famiglie che dopo si scannano all’obitorio (come hanno fatto questi due)   

Opzione B: Morire dissanguato facendo il playboy mbriaco che prende a testate le vetrate degli hotel (come ha fatto questo genio. Hey Bbella! Scrash! Morto.  Sono curioso di sentire cosa ha detto il prete al funerale) 

Opzione C: Morire con il preavviso di ventiquattro ore che vi è stato dato da un gatto che vi  zompa improvvisamente sul letto (come in questa clinica americana).
 
In questo post ci sono due gatti ben distinti: uno non corrisponde all’altro, sia chiaro.

fra il male e il bene, è tanto tanto più forte il bene

Questa dove viviamo è l’epoca – come ho già spiegato – delle “cose buone e giuste” contrapposte alle cose “caccabrutte”, dove la tendenza imperante è quella di prendere le cose caccabrutte e metterle in un angolo (che ne so, la droga, la mafia, lo smog, le tangenti, gli abbandonatori di cani in autostrada) per creare una differenza con chi invece sta dalla parte del bene, con chi sta dalla parte delle cose buone e giuste (che ne so, l’ammore, i fiorellini, gli ideali, i salvatori di bambini africani affamati, la pace nel mondo, maurizio costanzo). 

La distinzione fra cose buone e giuste e cose caccabrutte ovviamente non serve a costruire un mondo migliore ma al massimo a vendere qualche cianfrusaglia. Il venditore si pone dalla parte dei buoni e giusti, tira una riga per terra e dice: io sono buono e giusto, sono dalla parte giusta (io sono con la pace, io sono coi fiorellini, con gli ideali eccetera) e quello che ti dico e ti vendo è giusto e quindi compralo. E tu lo compri.  

Il meccanismo è semplice, ma la gente è povera di fantasia. Così succede che le icone buone e giuste si ripetono e sono sempre le stesse. Che le facce buone e giuste gira e rigira, sono sempre quelle.

Per esempio.

Per esempio vogliono venderti un video musicale per il Live Earth che ti parla dei problemi della terra, dell’inquinamento, dello sfruttamento delle risorse naturali, e per ricordarti che chi canta (Madonna – Hey you) è buono e giusto, ecco che ti infilano in sequenza John Lennon, Martin Luther King, Gandhi e Madre Teresa di Calcutta. Che tu mica puoi sentirti contrario a quello scricciolo di Madre Teresa di Calcutta, no? E Gandhi mica può risorgere e dire Per Favore No, non infilatemi nel video di Madonna vi prego. E se pure ti rimane qualche sospetto sulla giustezza di Madonna, ecco che ti infilano la foto del bambino africano che muore di fame così ti convinci definitivamente.



E poi, ti vogliono vendere una canzone di Sanremo (Fabrizio Moro – Pensa ) e sul palco, nello schermo dietro al nostro carciofo scorrono le immagini di (nell’ordine) Madre Teresa, John Lennon, Martin Luther King e Papa Giovanni Paolo II. In pratica la formazione vista prima con la sola sostituzione di Gandhi a favore del Papa Giovanni Paolo.



Infine, ti vogliono vendere una automobile (Fiat 500) e ti infilano invece – come facce buone e giuste – Falcone e Borsellino (!!!!) i presidenti Pertini, Ciampi e Napolitano (ne esistono tre versioni di questa pubblicità; in una c’è Pertini, in un’altra Ciampi e in un’altra Napolitano: è evidente che Cossiga e Scalfaro non vendono) per finire con i sempre utili Papa Giovanni Paolo II e la punta di diamante Madre Teresa di Calcutta. Ti vogliono vendere una Fiat 500 epperò senza vergogna arrivano a spiegarti che al mondo ci sono cose (fra cui la Fiat 500) che – testuali parole – ci insegnano la differenza fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, la differenza fra il bene e il male, cosa essere e cosa non essere (in altre parole caccabbrutti contro resto del mondo)

Quale insegnamento ci giunge da tutto ciò? La morale della favola è che – molto semplicemente – Madre Teresa va bene per tutte le stagioni mentre un Papa Giovanni Paolo possiamo utilizzarlo come anello di congiunzione fra Fabrizio Moro e la Fiat 500; senza dimenticare che se non vuoi utilizzare la Madre Teresa da sola puoi affiancarla facilmente al duo John Lennon – Martin Luther King per formare un trio già ben collaudato.

E così un giorno arriveranno a venderti una supposta con la faccia di John Lennon e tu buono buono la comprerai. Un giorno ti venderanno uno spazzolino da denti (o un ombrello, o un detersivo per piatti, o un assorbente interno) con la faccia di Madre Teresa e tu buono buono lo comprerai.

aperta parentesi

E poi uno potrebbe inventarsi tante grosse parole, per descrivere queste cose che gli succedono.  

E poi uno potrebbe inventarsi tante scuse, per spiegare come mai proprio io – che su queste pagine ci infilo tutto senza vergogna –  preferisco sotterrare le parole mielose per non scrivere qualcosa su di te.
 
Tu che affondi il dito nella mia guancia, come per verificare la mia concreta esistenza, il mio esserci per davvero lì ad un metro dal tuo viso. Oppure tu che affondi il dito nella mia guancia per misurare la consistenza della mia faccia. Oppure tu che affondi il dito per altri motivi che non so e in fondo non voglio nemmeno sapere, se solo mi prometti che continui a farlo ancora tante e tante volte, se mi prometti che continui ad avvicinarti ancora con le mani e con le labbra nei momenti che non me ne accorgo.

Tu che mi guardi con quegli occhi e con quegli occhi arrivi a chiedermi “perché proprio io?”. E io che –  non lo faccio certo per imitarti –  arrivo allo stesso modo a  domandarmi “ma perché proprio io?”. Con quegli occhi che quando mi chiedi ste cose mi verrebbe da afferrarti per la mano e trascinarti giù per la strada, e chiederti “dai, trovane un’altra, che abbia lo sguardo che c’hai tu adesso!”, e farlo così come fosse una sfida, per non sentirti più fare queste domande. Tanto sono sicuro che un’altra con i tuoi occhi non la trovi.  

E così posso tornare ad esercitare lo stupore, perché da quando ci sei la cosa che faccio ogni giorno è soprattutto questa. Stupirmi. Lo stupore che va avanti da mesi. Camminare sulle piume, con le piume che non svaniscono. Pensare che non sia vero, che non è possibile che sia davvero tutto così, quando invece è proprio così. E poi di nuovo tornare a meravigliarmi e a non crederci, anche se ci sono ancora le tue pinzette dei capelli abbandonate sul tavolino della mia stanza, le hai dimenticate l’ultima volta prima di andare via.     

Perché tu, anche se non lo vuoi – e anche se fai finta di niente e ti giri dall’altra parte – ti porti appiccicate addosso tutte le caratteristiche dell’incredulità.   

Tutte appiccicate addosso, e se qualche volta io non ci credo e chiedo conferma, sappi che è colpa tua.

(chiusa parentesi)