la febbre del mercoledì sera

Mentre sono in letargo sotto le coperte, in posizione fetale di feto morto, mentre il termometro è buttato sul pavimento e porta ancora la testimonianza dei miei trentotto gradi corporei, ecco che sento il bip bip di un messaggio sul telefonino. Il mio braccio non vorrebbe muoversi da dove sta, ma lo costringo a prendere il telefono, anche lui gettato sul pavimento. 

Sms  Mittente: La Tipa della Crucconia del Sud. Oggetto: Allora hai tempo stasera? Avevi detto che saresti venuto, stasera. A che ora vieni?  Ciao.    Merda, è vero, avevo detto che ci sarei andato. Ma sto morendo. Come faccio. Non posso, ho solo bisogno di un notaio che venga qui sul mio letto di morte a  prendere nota delle mie ultime volontà. 

Sms. Mittente: Rafeli il moribondo. Oggetto: Sono a letto con la febbre. Sono inabile al movimento. Scusami, avrei dovuto chiamarti prima. Ci sentiamo la settimana prossima. Ciao.

Bene, che bravo. Mi sono pure scusato. Posso tornare ad agonizzare. Ecco che sto già immaginando tutti i miei amici e parenti riuniti attorno al mio letto. C’ è chi piange, c’è chi parla col dottore “ ma si salverà , dottore? Oh mio Dio, dottore, la prego, ci dica che si salverà!” Il dottore ( nella mia agonia c’è  Terence Hill nel ruolo del medico) : “ Non mi posso sbilanciare, signora. Certo, con 38 gradi di febbre, solo poche persone al mondo sono sopravvissute. Confidiamo nell’ intervento divino”. Interruzione del delirio.  Bip, bip. 

Sms   Mittente: La Tipa del Sud.  Oggetto: Oh, mi dispiace. Sei così malato che pensi che io non possa venire lì a trovarti? Eh? 

Sms Mittente: il Rafeli piùcchemalato. Oggetto: Boh, non lo so. Non credo sia qualcosa di infettivo. Ma sono interessante anche se sto crepando nel letto? Lo sai che se vieni non riuscirò a pronunciare più di dieci parole? 

Sms  Mittente: La Tipa del Sud  Oggetto: Va bene, allora meglio se non vengo. Però se vuoi vengo, cioè vengo solo se tu lo vuoi. Ciao.

Faccio uno squillo che sta a significare: buona la prima che hai detto. Torno ad agonizzare. Il dottor Terence Hill è inquieto. Io guardo tutti i presenti e tutti i presenti mi guardano. Io sorrido. Dico loro: non preoccupatevi per me. E sorrido. E sorrido. E sorrido. Qualcuno si accorge della mia paresi facciale, si danno gomitate e si sussurrano all’orecchio: poverino, crede di essere già in paradiso. Squilla il telefono: è La Tipa del Sud.

TdS: Ciao, come va?  R: Eh, sai,  si sta come d’ autunno sull’alberi le foglie. In un autunno molto ventoso. Non so se mi capisci. TdS: Mi hai chiamata?  R: No, era uno squillo. TdS: Hai visto, hai detto già più di dieci parole! Che faccio, vengo lì? Ma vengo solo se tu lo vuoi. 

Aspetta che mi guardo allo specchio, aspetta. Sono sporco. Probabilmente puzzo. Ho bisogno di una lavata. Ma prima ancora, ho bisogno di giocare al gioco della mummia nel sarcofago nel mio letto. No, meglio che non viene. Al telefono: no dai, meglio di No. (e siccome una giustificazione devo darla) :se vieni rischi che ti attacco questo morbo ( mortale NdA). Lei: ma mi avevi detto che non era qualcosa di infettivo. R: Eh, ma pensarci bene mi sa che invece è infettivo. Infettivissimo, guarda. C’ho la Sars. Lei: ah, vabbè , ciao allora, riprenditi.  Comunque se vuoi vengo. Cioè vengo solo se tu lo vuoi.

Poi la mattina dopo sono ancora vivo. E sono in pigiama che provo a cucinare qualcosa, visto che il mio debole corpo ha ancora voglia di rimanere al mondo. Ballo Kissing the Lipless dei The Shins col mestolo di legno in mano. Bip Bip del telefonino.

Sms Mittente: La tipa della Crucconia del Nord .  Oggetto: Ciao! Stasera c’è una festa in un posto, non quello che ti avevo detto ma in un altro in via Tal dei Tali. Che fai, vieni? Se vuoi puoi portare anche tutta l’ orda dei tuoi amici Ersamus. Vedi tu.

Sms Mittente: Rafeli lo scampato alla morte. Oggetto: Grazie dell’ invito ma ho avuto la febbre ieri e credo che per oggi non uscirò. Facciamo un’ altra volta? Ciao.  

Sms  Mittente: La Tipa del Nord.  Oggetto: Oh, mi dispiace, spero che ti possa riprendere presto. Ci vediamo , ciao. 

Punto.

Uno a zero per la Tipa del Nord. Palla al centro.

Torno a girare la pasta.

l' amore non è mica per sempre

Andavo alle elementari e mi innamorai della piu´ piccola delle sorelle di Occhi di Gatto.

Il cartone animato, quello lì.

Andavo alle elementari con un atroce grembiulino blu e il colletto bianco. Il colletto bianco era cosi´ ridicolo che avrei voluto dire: va bene, e perche´ non mi mettete anche un cappellino da Grande Puffo e il naso da pagliaccio? Dai, cosi´scendo per strada e mi faccio linciare.

Ma questo e´ un altro discorso.

Dicevo.

La piu´piccola delle sorelle di Occhi di Gatto. Mi innamorai di lei mentre ero con il naso a venti centimetri dallo schermo della televisione. Lei era quella che non sapeva fare un cazzo. Le altre tre rubavano. Lei era bella e basta. Rubava anche lei, ma solo per mandare avanti l´azienda di famiglia.  Per un senso di dovere.   Rubava con le altre due sorelle, ma svogliata.  Aveva altri progetti, evidentemente. Io la capivo benissimo. Io che stavo col mio naso a farmi l´aereosol con le radiazioni della tv a venti centimetri dallo schermo.

Poi un giorno, mentre mandavo giu´a cucchiaiate un brodino invernale, ho capito che l´amore non dura per sempre.  Quel giorno pioveva. Io e il mio cucchiaio guardavamo la tv, e dalla tv è venuta fuori Mila. La pallavolista. Quella di Mila e Shiro due cuori nella pallavolo. Quella che saltava per schiacciare la palla, e rimaneva sospesa nel vuoto per un quarto d’ora. Nel frattempo mandavano la pubblicità e poi quando la pubblicità finiva lei era ancora lì che volava.  E che pensava. Noi che eravamo gli ascoltatori potevamo sentire i suoi pensieri, e Mila durante il salto pensava ad argomenti che con la partita non c’ entravano un cazzo. Era tremenda. Dopo aver pensato- che ne so – ai cazzi suoi, si riprendeva, si ricordava che stava volando e allora schiacciava la palla in faccia a qualche avversaria, che di solito faceva un volo di cinque metri all’ indietro. 

Se non giocava bene, il suo allenatore, una specie di Adriano Pappalardo giapponese, la linciava. 

Io, bambino, ero sconcertato.

Perchè allora l’ amore non durava per sempre, evidentemente. Pensavo con senso di colpa alla piccola di Occhi di Gatto. Ma cosa ci potevo fare? Le cose a volte, vanno così. La vita, alle volte, è crudele. ( prendete nota che questa è una frase utilissima).

In seguito conobbi anche Licia di Kiss me Licia. 

E in quel momento stavo per consumare l’ennesimo adulterio. Stavo per, ma non l’ ho fatto. Perchè ad un certo punto Kiss me Licia da cartone animato è diventato telefilm. E nel ruolo di Licia ci hanno messo una ributtante Cristina d’ Avena. Che trauma.

Mi sono avvicinato alla tv e ho detto sprezzante: una che se la fa con quel ricchione di Mirko dei Bee Hive con me non può avere niente a che fare.

Un duro.

                                                      

come volete

C´era questa giapponese che mi grattava la panza su e giu´ su e giu´, e intanto mi stringeva a se´ con l´altro braccio.  Questa giapponese – che poi mi hanno detto non essere esattamente una giapponese- mi grattava la panza e io intanto vedevo la sua faccia che mi ripeteva: rafaélle, rafáelle. Ogni tanto quella lasciava la presa, ma era solo per pizzicarmi il culo. E nel frattempo continuava a ripetere  rafáelle rafáelle.

Adesso la prima cosa che faccio e´ prendere il mio taccuino personale, e sotto la voce “Cose Che Mi Inquietano Molto” ci scrivo bello chiaro: le giapponesi ingrifate. E poi tre punti esclamativi. Uno, due , tre.

Ma questo per dire cosa.

Volevo parlare del mio nome. Ecco, di cosa volevo parlare. Ché qui, maledetti, me lo storpiano in continuazione, il mio nome.

Il fatto e´che qui in Crucconia i dolci della Ferrero vanno molto forte. Qui tutti conoscono il Ferrero Rocher e ancora meglio conoscono la variante ariana del Ferrero Rocher, che sarebbe poi il Raffaello. Che se poi ancora non ci siete arrivati e´ quel dolce li´ uguale uguale al Ferrero Rocher ma di colore bianco e al sapore di cocco.  Ed e´ inutile spiegare che no, non mi chiamo Raffaello.  Ci rimangono male. Io ci provo, una due tre volte, a dire “ no Raffaello, aber Raffaele”.  Poi basta, ci rinuncio.  Affanculo se volete chiamatemi pure Duplo, che tanto vi rispondo uguale.

 

 

do not disturb

Quando ho capito che non ce l’avrei fatta più, ho detto a tutti civediamodopo e mi sono chiuso nel cesso del locale. La musica arrivava attutita, nel cesso, e a tratti aumentava di volume quando qualcuno apriva la porta.  La porta, avrei voluto dire, tenetela chiusa per favore, che c’ ho male alla testa. Per favore.

Ed ero lì , dunque,  appoggiato con la testa all’ immenso rotolone di carta igienica alla mia destra. Provvidenziale rotolone che stavi alla mia destra. Quanta carta a disposizione che c’ avevo, e non mi serviva.

C’avevo voglia, invece, di pensare. Pensavo:

– tra i vari motivi che mi impediscono di uscire da qui c’ è pure quella bottiglia di Martini che abbiamo confiscato alla festa spagnola qualche ora fa. Potevamo lasciarla lì, forse, invece di fare gli splendidi e dirci a vicenda: ma sì, portiamola via, che la si beve per strada. Potevamo lasciarla lì.

– non posso continuare a nutrirmi di pasta al pesto e weiss wurst. Va bene che c’è una magnifica assonanza di “s” e di “t” , però sento che dentro di me qualcosa sta cambiando. E non parlo di sentimenti.

– All Around the world degli Oasis è un pezzo che dura troppo. Quanto cazzo dura? Dieci minuti?

– L’altro giorno Elena mi racconta che mentre si spalmava la crema nuda nella sua stanza, ha visto un tizio dietro la finestra del palazzo di fronte che la spiava e che – cito paro paro- muoveva la mano destra velocemente. Verso il basso. Ma c’era il davanzale e allora non si vedeva bene, dov’ è che arrivava questa mano.

– Alla  festa spagnola di cui sopra, dopo aver bevuto parlato cantato schiamazzato fumato etc etc in tutte le stanze, dopo che la casa era diventata un lazzaretto di disperati in preda alla claustrofobia compulsiva, dopo tutto questo, sulla porta di una delle stanze una spagnola che assomigliava vagamente a quel pupazzo Alf del telefilm americano, però bionda, e simpatica molto meno di Alf, mi dice: no qui non si entra più. Questa è la mia stanza. Cazzo, e adesso te ne accorgi? C’hai un morto sul letto, lo hai visto?

– L’ altro giorno ad Elena gli ho detto: devi essere contenta, se mentre sei nuda nella stanza le persone del palazzo di fronte muovono la mano velocemente e verso il basso. Arriverà il giorno che ti urleranno  “ ma copritiii, diosanto! “

– la lingua spagnola. Che lingua è, lo spagnolo.  Tutti questi Speedy Gonzales ( ve lo ricordate?) che parlottano tra loro e fanno le battute e io intanto non ci capisco una cippa lippa di niente. Capisco solo parapara pa’ paraparapa’ bueno parapaprpapa’ bueno.

– come diceva quel tizio, il giudice Santi Licheri, in quella trasmissione in tv, dove facevano finta di fare un processo? Diceva "mi ritiro per deliberare". Che uno potrebbe dirlo prima di andare al cesso mi ritiro per deliberare.  No? Ci sta bene.

– ribadisco che quella bottiglia di Martini forse era meglio lasciarla lì dov’ era. 

sbronzo ergo sconcio

rafeli ha deciso che deve iniziare assolutamente ad  avere un aspetto più rispettabile, in clinica.  Basta con il camice sgualcito, con la faccia addormentata,  con i sospiri di insofferenza. Basta. Ci vuole un po’ di contegno eecheddiamine. Altrimenti questi crucchi nei giorni a venire si ricorderanno di rafeli come di un pupazzetto sempre stanco ed inefficiente. E col camice sporco. 

rafeli entra allora in clinica con passo sicuro. Si potrebbe dire anche, se non fosse una parola che suona davvero male, che è baldanzoso. Il baldanzoso rafeli apre la porta e saluta tutti . Si presenta con una virile stretta di mano ai clienti presenti. Ascolta con vero interesse le parole crucche che vengono spese a proposito del nuovo caso clinico del giorno. Non capisce un cazzo, il rafeli, ma è davvero un attore da soap opera, e nessuno se ne accorge. Ogni tanto aggiunge pure un “si, certo” oppure un “perché?” giusto per non sembrare assente. 

Dai che ce la faccio, a sembrare una persona seria, ho pensato quel giorno. Dai che ce la faccio. Che qui inizio a sembrare il Pulcinella della situazione. L’ italiano pizzaiolo. L’ italiano pizza e fichi. Ma con chi pensano di avere accheffare?

I clienti se ne vanno e rimango nell’ambulatorio con la studentessa mia collega che intanto compila al pc alcuni moduli. Io nel frattempo non so cosa fare ma cerco di non fare niente con la schiena dritta, le braccia incrociate sul petto, sguardo clinico e professionale. Lei , la studentessa, si volta verso di me e mi fa un sorriso. Anzi, un sorrisetto. Eh, eh. Ed io, gioviale ma pur sempre professionale, rispondo: Eh, eh.

Lei di nuovo: Eh, eh.

Io sento che due sorrisetti nel giro di trenta secondi sono poco professionali, ma rispondo lo stesso: Eh, eh.

“Saluti da Cristina” mi dice.

“ Come hai detto, scusa?  Cristina?”

“ Si, Cristina. L’ altra sera, alla festa…”

“Guarda – le dico – io con i nomi sono un po’ una frana…e poi l’altra sera ho parlato con tanta di quella gente che adesso davvero non ricordo…”

“ Eh, Eh”  terzo sorrisetto. Al terzo sorrisetto non si risponde. Ne va della reputazione.

“ Ma con lei  non c’ hai solo parlato, per quanto ne so”

 Merda.

Flashback.

Il  locale scuro e fumoso è strapieno. La musica è assordante. Questo posto è pieno di Britney Spears.  In questo momento il dj ha messo su un pezzo dei red hot. C’ è un ondeggiamento della folla. Alcuni sprazzi di pogo. In un angolo si può notare, ma bisogna avere lo sguardo fino, il rafeli che si muove. Zoommiamo. Alcune Britney Spears ci impallano il rafeli. Ad una prima analisi sembra ballare. Ad una seconda analisi il suo ballare è invece solo un tentativo di rimanere in piedi. La birra ha rotto gli argini. Rafeli è un pilota d’ aereo che sa bene  che sta per andare a schiantarsi e cerca di cadere in un luogo dove può fare meno vittime possibili. Rafeli si avvinghia a qualcosa di biondo e femmineo. Non ne siamo certi, la telecamera non arriva fin là. Il rafeli non è più sul radar. Lo abbiamo perso.

“ah, Cristina, certo. “

“Ti ricordi, allora?”

“ si , come no. Certo.”

“….”

“salutamela”

la condotta del conducente

Il conducente della metropolitana, che lavoro di merda.

Vi voglio bene a tutti, cari conducenti di metro. Sappiate che vi sono vicino. Io vi capisco. Non pensate di essere soli nella vostra disperazione , perché io vi comprendo. Davvero. Questo lavoro dove voi dovete soltanto azionare la leva di marcia, e poi la leva del freno. Poi di nuovo la marcia , poi di nuovo il freno. Poi di nuovo la marcia, poi di nuovo il freno.

Attenzione che se non lo ripeto non rendo bene l’idea.

Azionate la leva di marcia e poi ? E poi il freno. Marcia , freno, marcia, freno, marcia, freno.

Marcia, freno.

Ah, dimenticavo, fate anche:

Apertura porte. Chiusura porte. Apertura porte. Chiusura porte. Apertura chiusura apertura chiusura . E´ un bottone, quello delle porte. Lo so perche´ vi spio nella cabina, di tanto in tanto. Ma solo perche´ vi voglio bene.

Mica per altro.

Abbiate pazienza che se non lo ripeto non rendo bene l´idea:

apertura porte, chiusura porte, apertura porte, chiusura porte, apertura porte, chiusura porta.

Apertura e chiusura.

Io lo so che voi nutrite una invidia assoluta nei confronti dei tassisti.  Non fate di no con la testa che tanto non serve.  Non vi dovete vergognare di questo.  E´ assolutamente comprensibile.  Quei maledetti tassisti che di tanto in tanto devono pure sterzare.  Cioe´, ho detto sterzare.  Che voi sono anni che sognate un giorno di potere almeno per una volta, con la vostra metropolitana, sterzare.  E invece niente, che c´avete i binari, sotto. Maledetti fottuti paralleli binari. Dritti dovete andare. Dritti e basta. E se poi ci sara´ da cambiare direzione, saranno i binari a deciderlo, mica voi.   Voi dovete solo fare marcia freno, apertura porte , chiusura porte.  Apertura , chiusura.

Marcia, freno.

Togli la cera, metti la cera, togli la cera metti la cera.

nostra signora dei cheesburger

Preparatevi.

La confessione scabrosa della giornata di oggi è questa: io al McDonald ci vado. Ma non solo ci vado, ci mangio pure, al McDonald. Succede raramente, ma succede. A volte sono capace di ingurgitare tre o quattro hamburger uno dietro l’altro, e sapete cosa vi dico? Che me la godo.

Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore? Mi pento? Non mi pento per niente. Ma neanche un po’. Anzi, voglio inaugurare la stagione dell’ orgoglio cheesburger. Il Cheesburger pride, lo chiamerò.

Ma innanzitutto mettiamo le mani avanti: il McDonald ha i suoi difetti. Il McDonald ti fa ruttare orrende esalazioni di cipolla per ore e ore dopo l’avvenuto ingurgitamento. Il McDonald insozza la città di odore di olio fritto esausto. Uno schifo. Il McDonald è una multinazionale: ma su questo non aggiungo altro, che già esistono orde di no global con la kefiah al collo pronti ad incatenarsi alle porte del primo fast food invocando la lotta allo sporco capitalismo, pronti a lanciare uova marce o anche molotov contro le vetrine, inveendo contro i pupazzi gialli e rossi di Donald McDonald. Su questo argomento non aggiungo altro, lascio parlare i disobbedienti che fanno i cortei con le Adidas ai piedi.

Il qui presente pirla ingurgitatore di panini a sbafo dice: McDonald, ragioniamoci su. Analizziamo, ponderiamo. Ecco, questo è quello che ci vuole: un attimo di calma e lucidità. Dunque:

i cessi del Mc: la libertà fatta porcellana. I bagni del McDonald sono sempre lì per te quando tu li vuoi. Sono la libertà di utilizzare qualcosa senza limiti e senza paletti di sorta. Ma scendendo nel concreto: ti scappa da pisciare? Hai una diarrea dispettosa che si affaccia impertinente alle porte del tuo culo proprio mentre stai passeggiando per strada? Cosa fai? Dove vai? Eh? Vai nel baretto chic a chiedere del bagno? E vacci, vacci.  E vedrai che il bagno del baretto chic è guasto. Mi dispiace ma la toilette non è al momento disponibile. Il bagno in queste situazioni è sempre guasto. Sempre. Capisce, con tutta questa gente che ci chiede di andare al bagno, è facile che si inceppi lo sciaquone. Mi dispiace. E tu intanto sei lì che ascolti queste parole mentre il tuo colon ti dice: sono cazzi amari. Adesso mio caro sono cazzi amari.

Oppure il bagno non è rotto e lo puoi utilizzare.  Ma dopo devi comprare qualcosa, che sennò ti guardano male. Allora esci dal bagno e con scioltezza dici al barista: un caffè, grazie. E ovviamente sarà proprio quel caffè che provocherà cinque minuti dopo il triste revival della tua diarrea.

Il bagno del Mc è invece sempre lì per te, fedele. A tutte le ore del giorno. Tu entri, e non devi chiedere niente a nessuno. Vai in bagno e basta. Questa, cazzarola, si chiama libertà. Certo, per essere sporco è sporco. Ma non è che ti puoi mettere a fare lo schizzinoso in certe situazioni. Anche il tuo colon è lì che ti dice: fai il bravo, non fare il difficile. Entra e non rompere i coglioni. Alcuni giorni ci ho trovato i tossici con le siringhe ancora infilzate nel braccio, nei bagni del Mc. E nella desolazione di questa scena, ho pensato: almeno sti poveracci hanno un tetto, in questi momenti.

I bambini ci possono giocare, al Mc. Ci trovano le ceste con le palline colorate o i cubi per arrampicarsi. Non so se mi spiego. Quanto li invidio, maledetti bambini del duemila. Da bambino, quando andavo al ristorante, per giocare non c´era un cazzo. Un cazzo. Con i grissini sul tavolo, dovevo giocare. E poi arrivava la sberla. Stupido! Con tutti i bambini che muoiono di fame, che non hanno niente da mangiare, tu ti metti a giocare col cibo!  E dunque pure i sensi di colpa, mi facevano venire. Che poi, io mi chiedevo sempre: ma esattamente dove stanno questi bambini che muoiono di fame? Io sono il piu´ magro della mia classe, i miei compagni sono tutti piu´ o meno obesi. Ditemi dove sono sti bambini che io ci porto tutti i grissini che ho. Eccheddiamine.        Ma questa e´ un altra storia.

 Io ci mangio con un euro, al Mc. Del tipo che se c´ho fame, entro e ordino un Mc Qualcosa e me lo mangio. Semplice. Magari non sara´ buonissimo. Anzi, questo lo concedo, non e´ buonissimo. E´ mangiabile. Pero´ quantomeno non sono una ulteriore vittima del baretto chic ( quello dello sciaquone rotto, per intenderci) dove un paninetto molto chic delle dimensioni di due centimetri per due – e dunque quattro centimetri quadrati – me lo fanno pagare quattroeuro e dieci.   Adesso magari potrebbe intervenire il salutista vegetariano col balsamo di tigre sotto gli occhi a dirmi: e che schifo. Oppure potrebbe chiedere la parola il nutrizionista dottor Cippa Lippa e dirmi che no, non fa bene all´organismo. Fate , fate pure.

Una volta un tizio – un mio amico- mi disse: ma no, non puoi mangiare un hamburger al McDonald. Cosa ne sai che quella e´ davvero carne di manzo? Cosa ne sai? Potrebbe essere benissimo carne di gatto oppure – e qui l´associazione di idee mi lascio´ di stucco- potrebbe essere anche carne di topo. Ecco, pensai, siamo a posto. Questa e´ l´intellighenzia del nostro paese. Andiamo avanti. Carne di topo. Certo, io gia´ me li vedo i macellai stipendiati dal signor Mc Donald che strappano con perizia le sottili carni dei topolini da ingrasso. Pezzettino dopo pezzettino.  Con le pinze. Che se fosse cosi´ un panino di carne di topo mi costerebbe trentacinque euri solo di manodopera, al Mc Donald.

L´igiene. Io davvero non lo so che tipo di norme igieniche abbiano al Mc. Non lo so e non ne parlo. Quello che so e´che sono perfettamente standardizzati. Sono precisissimi. Del tipo che i loro panini arrivano congelati direttamente, che ne so, dall´Ohio. E le patatine fritte gia´ tagliate e pronte arrivano direttamente, che ne so, dal Nevada. Tutto e´ sotto controllo. Ognuno al suo posto e che nessuno sgarri o sono cazzi.  

Poi magari il saputello di turno si improvvisa igienista e ti dice: al Mc? Uno schifezza. Una schi – fez – za.  Io non lo so. Quello che so e´ che son precisi. Che se le patatine stanno troppo nell´ olio bollente, scatta l´ allarme. E se dopo un po´ non le vendono, allora le buttano. E cosi´ anche i panini, dopo un po´ li buttano. ( con tutti i bambini che muoiono di fame, certo.) Insomma sono controllatissimi. Se poi vai a comprare un paninozzo con la porchetta romana dal camioncino di Gigi il Troione, io davvero non so chi lo controlla al signor Gigi. Non lo so. Ma per informazioni, chiedere all´igienista Dottor Saputello di Turno.  Lui lo sa.

 

E poi piu´ di una volta ho visto dei ragazzi Down lavorare al Mc e a me sta cosa mi e´ piaciuta. Ho pensato, non sono mica costretti ad assumerli. Eppure, guarda un po´, li assumono. Mi hanno fatto simpatia. Ho pensato, magari lo fanno per un ritorno di immagine. Sara´ per quello, ma cosa importa?  Intanto lo fanno. Al baretto chic manco per idea. Sul camioncino di Gigi il Troione, c´e´ posto solo per il culo stratosferico di Gigi il Troione.

E comunque, chiudendo il discorso:  viva il Kebab, sempre. I pakistani di Bologna (ma anche quelli di Monaco fra un po´) dovrebbero innalzare un monumento in mio onore, in memoria di tutti gli euri che ho versato nelle loro tasche per mangiare un  Kebab. Tra poco andranno in giro in Mercedes, e sara´ per merito mio.

 

 

mi avvicino barcollando alla porta di casa

mi avvicino barcollando alla porta di casa. Sono le sei di mattina. Io letteralmente ondeggio sul marciapiede. Dovrebbe essere l’alba ma l’ alba ancora non è. Ancora per poco. Dovrebbe far freddo ma freddo non è, che ho tanta di quella birra in corpo che mi sento come una cisterna che deraglia in autostrada. Torno appena adesso dal party numero novecentocinquantasei – giusto per dire un numero- ed è questo uno di quei momenti che ho tante parole e frasi che mi passano per la capoccia, ma non riesco a formulare un pensiero organico. Provo a buttare giu’ qui qualcosa. Ordine sparso. 

 caduti in battaglia

Squagghia: oh, ma l’hai visto l’ irlandese?

Rafeli: no, quale irlandese?

Squagghia: l’irlandese. E’ andato in coma etilico. L’hanno portato via in barella. Con la maschera d’ossigeno.

poliglottismi

Elena dice che lei il tedesco non lo studia perchè non le serve. Perchè comunque, lei, il tedesco lo capisce benissimo. Capisce tutto.

In tedesco: come ti chiami?   Elena (in italiano): bene, grazie.

In tedesco: quando è successo questo?  Elena ( in italiano) : si. 

 

   figure di merda

Franz: Piacere, Francesco.

Polacca: Ma si, ci conosciamo già.

Franz: non è vero. Piacere, Francesco.

Rafeli: ma si che vi conoscete, come no. Quella sera all’Olimpiazentrum?

Polacca: Si, certo. E tu suonavi la chitarra.

Franz: Si, c’ero quella volta. Ma le ragazze che erano lì erano orrende. Mi ricordo bene.

Rafeli: Fra, zitto, era lei.

Franz: Ma no, erano bruttissime. Piacere Francesco.

Rafeli: Fra, erano loro.

Franz: Ma no, è impossibile. Poi una delle due aveva la faccia completamente rovinata. La pelle butterata. Era bruttissima.

Polacca: Si, era la mia amica.

Rafeli: ….

Franz: Ma no, non eravate voi.

Arrivo a casa, come dicevo, barcollando. Una di quelle nottate che mi trovo a parlare con i portoni. Che provo a mettere la chiave nella toppa ma la chiave non entra. E allora riprovo. E non entra. E non entra. E non entra. E allora inizio a pensare: ma guarda un po’ se devono cambiarmi la serratura di casa così senza dirmi niente. Ma va bene che non mi dicano niente, ma almeno non me la cambiate in piena notte, che poi non so come fare ad entrare in casa.

E poi il giorno dopo mi tiro su dal letto che il sole già se ne va, entro in cucina e il mio coinquilino mi chiede: still alive? Io che per rispondere mi prendo del tempo, apro il frigorifero e tiro fuori il succo di frutta multivitaminico- che mi fa bene e ne ho bisogno- ne bevo mezzo litro d’ un fiato. Poi vorrei dire qualcosa in risposta ma mi viene fuori solo un rutto privo d’ incertezze.

Oggi è così.