non mi pare.

ma vi pare che posso scrivere un post con questo font? non credo. Berlino e’ fredda e grande, io ho addosso tutti gli indumenti che avevo nello zaino, e ora mi sento agile come un astronauta con la tuta da astronauta.
Come un Tele Tubbies con la tuta da Tele Tubbies.

Ho a disposizione questo computerino con la tastierina che ricorda vagamente quella di un Commodore 64.
Mi manca pure l’accento, per la miseria.
C’ho a disposizione un abbondanza di dieresi, in compenso.

üöÄöäöüöäöü, per fare un esempio

Dalla regia mi dicono che bisogna andare.
Dove, non si sa.

felicità potenziali

Le strade sono piene zeppe di donne molto incinte. Quelle che non sono incinte hanno invece dei bambini che saltellano attorno a loro. Nevica e poi esce il sole.

E poi di nuovo nevica.

E poi di nuovo.

E poi di nuovo.

C’è anche una piccola percentuale di donne incinte e contemporaneamente dotate di bambino saltellante e schiamazzante. I bambini sono molto eccitati, per strada c’è la banda che suona. Palloncini arancioni verdi e bianchi. E’ il St. Patrick’s Day. C’è una donna incintissima che cerca di fermare il suo bambino saltellante che vuole scoppiare con i piedini i palloni arancioni verdi e bianchi. Siccome non ci riesce, che è troppo piccolo, allora urla Pum Pum! mentre saltella.

Penso che mi piacerebbe rimanere qui per molto, molto tempo. E invece.

Mi vedo che spingo un passeggino con dentro un bambino. Con me cammina una donna discretamente incinta. Spingiamo il passeggino fino all’incrocio della strada, e lì le chiedo, indicando il suo pancione: sono stato io a fare questo?

Poi con me e la donna nettamente incinta cammina anche un cane molto educato, che porta da solo il suo guinzaglio con la bocca. In questa mia visione ho un bambino nel passeggino, una donna ed un cane. Anzi, ho un bambino e mezzo, una donna ed un cane molto educato.

Questa, con molte approssimazioni, potrebbe essere una vaga immagine di una felicità possibile. Di una felicità potenziale.

Ma siccome io sono quello che sono, devo raffazzonarmi con i miei casini.

Raffazzonarsi, segnatevi questo verbo riflessivo.

Tipo due giorni fa, che ero a cena con la Tipa del Nord. Mi dice che l’ha chiamata suo padre qualche minuto prima che io arrivassi, e le ha chiesto: Cosa fai? E lei: niente, cucino. Lei è una che non cucina mai. Allora il padre le ha chiesto subito: ok, chi è questo qui?

Questo qui ero io, che ero seduto a sorseggiare un bicchiere di vino versato in un bicchiere di birra. Scherzavo con lei, facevo lo spiritoso dicendo cazzate sull’orrida musica tedesca. Lei rideva e io ridevo. Io ridevo e un po’ mi distraevo. Un po’ ridevo e un po’ sorseggiavo dal bicchiere.

Lei mi dice: – La conosci QuestaQui ?-

Il nome di QuestaQui è, guarda il caso, lo stesso nome della Tipa del Sud.

Io sono col bicchiere di birra in mano che mi si ferma il sangue nelle vene per un momento. Appena sento pronunciare il nome di QuestaQui  immagino che le due Tipe, quella del Nord e quella del Sud, siano venute a conoscenza l’una dell’altra. Chissà come, chissà quando. E che si siano raccontate tutto. Mordo il bicchiere. Sento i miei denti che fanno Crunk Crunk sul vetro. Penso che potrei alzarmi dal tavolo e iniziare a correre. L’uscita non è lontana.

– Allora la conosci?- Potrei rispondere Si, potrei rispondere No.

Tolgo il bicchiere dalla bocca e rispondo:

– Smgnh…-

Lei mi dice: – Ma come non la conosci, è quella famosa cantante tedesca!-

Il mio sangue torna a circolare e riprendo anche l’uso della parola. Mi sento come una gazzella acquattata nell’erba che ha visto passare vicino a lei il leone affamato, ed il leone non l’ha notata. Poi la sera continua, la notte continua.

La mattina dopo c’è la solita tormenta di neve.

Stanotte si prende il treno e si va a Berlino. Che ne so, magari mi diverto. Proverò a cacare un post dalla Capitale, se mi riesce. 

 

nausee che poi mi passano

I passerotti volano nel cielo e fanno cippi cippi. Il sole è alto, riscalda la Terra e i passerotti che nel cielo svolazzano facendo frrr frrr con le alette e cippi cippi con il beccuccio. Che carini che sono. Che teneri.

No, non ce la faccio.Volevo scrivere un post delicato e dalle tonalità pastello ma non ce la faccio.

Ho il voltastomaco, la nausea.

A Milano una strada è stata messa a fuoco da un gruppo di “autonomi” che protestavano contro una manifestazione organizzata da un partito di destra. Incendi, molotov e bombe con i bulloni. Persone finite  all’ospedale. Automobili e un edicola andate a fuoco. Un carabiniere si è preso un razzo in faccia. Perché dovevano protestare.

In tv , leggo da internet, Alessandra Mussolini con il fumo che le usciva dal naso ha urlato: meglio fascisti che froci. Bruno Vespa si è messo le mani in faccia.

Il Ministro della Sanità si è dimesso perché hanno scoperto che spiava i suoi avversari in campagna elettorale. Le intercettazioni telefoniche sono limpidissime, chiarissime, senza possibilità di altra interpretazione. L’ex Ministro continua a dire : tutte balle, tutte balle. Io leggo le intercettazioni. Sono chiarissime, limpidissime. Le altre persone coinvolte ammettono tutto alla magistratura. L’ex Ministro continua a dire: tutte balle, tutte balle.

I passerotti fanno cippi cippi e ogni tanto fanno cadere dall’alto qualche cacchetta. La neve si scioglie e la Primavera manda a dire: preparati rafeli, che sto arrivando. Io le rispondo: quando tu sarai qui io sarò già tornato in Italia.

Qualcuno mi chiede: ma non sei contento di tornare? Io cambio argomento e dico: ma sai come sono carini, i passerotti che vedo dalla finestra e che fanno cippi cippi?

Che teneri, che sono.

gli intensi langweil di noialtri

– Non avete vita interiore! – urlava il papà di Natalia Ginzburg ai figli ad alla moglie – ecco perché vi annoiate voialtri. Non avete vita interiore!-

C’è questo libro della Ginzburg, Lessico Famigliare è il titolo, in cui l’ autrice parla della sua famiglia, che non era la famiglia Ginzburg ma la famiglia Levi, perché Ginzburg era il cognome che lei aveva assunto da sposata. Ma questi sono dettagli da niente.

Dicevo, c’è questo libro che non è un romanzo perché narra di fatti e persone realmente esistite, e la Natalia Ginzburg non ha voluto neanche cambiare il nome ai personaggi, ed ha lasciato i nomi reali.

Ma cos’ è che volevo dire, che mi sta scappando il concetto?

Volevo dire che c’è questo libro che profuma di casa e di colazione tutti assieme attorno ad un tavolo, dipinge una realtà semplice semplice dove c’è un padre che brontola, una madre che si dispera ma mica tanto, fratelli e sorelle che litigano per chi deve andare prima al bagno. Un libro semplice come una marmellata, eppure efficace. Uno di quei libri che poi ti fanno pensare se è davvero necessario leggere cose del tipo la Tamaro o Oceano Mare di Baricco.

-Non avete vita interiore! – sbraitava il papà di Natalia Ginzburg sprofondato con la pipa in poltrona- E’ normale che vi annoiate! Non avete vita interiore voialtri! Guardate me, invece.-

Questo trucco stilistico del ripetere due volte la stessa cosa, mentre si scrive, è qualcosa che mi affascina. E mi diverte, anche. Questa cosa stilistica dello scrivere due volte la stessa cosa. 

Quanta vita interiore avete, voialtri? Io purtroppo ho la vita interiore che mi sbrodola dalle orecchie, mi cola a gocce dal naso, la sudo dai pori della pelle. Così succede che, a causa della mia vita interiore che mi sbrodola dalle orecchie, finisco per sembrare un sempio. Secondo il gergo del papà di Natalia Ginzburg “sempio” significa stupido e di conseguenza “sempiezzi” sono le stupidate, le boiate.

-Non dite sempiezzi, voialtri!- sbuffava il papà di Natalia Ginzburg da dietro le porte- non fate sbrodeghezzi! Non perdetevi in vaniloqui!

Si chiama Lessico Famigliare mica per niente, sto libro.

Il problema è che ha ragione, il signor Giuseppe Levi padre della Natalia, c’ha ragione a dire sta cosa della vita interiore. Quanta ne avete, voialtri? Non importa la qualità, ciò che importa qui è la quantità. Poco importa se vi perdete in sempiezzi e vaniloqui, ciò che conta è se la vostra vita interiore vi rende indipendenti da tutto il resto. E soprattutto se vi rende indipendenti da tutti gli altri. Vi rende indipendenti?

Mi spiego meglio.

Ho scoperto cosa mi divide dal popolo dei crucchi. Questo popolo che apprezzo e che inizio a stimare. C’è qualcosa che mi divide da loro. I biondi crucchi per dire “ noioso” dicono Langweil. La traduzione letterale di questa parola è momento ( Weil ), lungo ( Lang). Dunque nel cervello crucco un “lungo momento” è di per se’ noioso.

Vorrei poter dire al popolo crucco tutto intiero: ma non dite sempiezzi, voialtri.  Ce ne fossero, di momenti lunghi  da trascorrere, a guardare il soffitto e a riflettere. Ce ne fossero, ma sono sempre pochi. Potessi avere sempre il tempo di stare per i cazzi miei ad ascoltare il funzionamento dei miei organi interni. Non mi annoierei mai, a monitorare la mia vita interiore che trabocca.

Mai mai.

Ma adesso mi fermo qui, che volevo spiegarmi meglio e non ci sono riuscito, ogni volta inizio a scrivere che voglio dire qualcosa, e poi alla fine mi perdo in tanti piccoli e simpatici sbrodeghezzi.

centro, sud, nord e periferia di tutto.

Improvvisa come una scoreggia, un giorno è arrivata l’estate del ’92.

Alla radio, in quell’estate,  mandavano in continuazione All That She Wants degli Ace of Base.

Gli Ace of Base erano questo gruppo con due donne cantanti, di cui una soprattutto cantava, l’altra cantava meno ma era bella uguale. Tutte e due erano alte e  sicure di se’. Ma soprattutto, erano tutte e due svedesi. Svedesi significa che vengono dalla Svezia, ho saputo poco dopo. Dove’è la Svezia? chiedevo in giro.

Moolto sopra, mi rispondevano.

Un giorno è arrivata l’estate del ’92, dicevo. La mia pubertà era già lì da qualche tempo, mica da tanto, ed io e lei cercavamo di conoscerci meglio. Faceva caldo e la radiolina gracchiava All That She Wants. Oppure c’era Jovanotti che urlava E’ Andata Come E’ Andata La Fortuna di Incontrarti Ancoraaa. Tutte le mattine andavo a buttarmi nel mare. La mia pelle bruciava e il mio naso si spellava. Le zanzare la notte non mi cagavano, il mio sangue non era tanto buono, ma non si dormiva lo stesso per il caldo. Quell’anno è entrato nella mia testa il concetto di Nord.

Posso dire che gli Ace of Base, in tutto questo, hanno giocato un ruolo mica tanto marginale.

Il concetto del Nord.

Per il rafeli bambino andare al nord significava andare in Abruzzo. Ma anche Bari era andare al Nord, in un certo senso. Volendo, anche la Calabria era Nord, perché c’erano le montagne. Dato che più a sud del mio paese non si poteva andare, ogni luogo era nord. Noi eravamo a sud di tutto. Noi eravamo, di conseguenza, alla periferia di tutto.

Quell’estate, avendo preso atto che esisteva un paese chiamato Svezia dove le donne erano alte e in grossa percentuale anche carine, preso atto che nello spazio dal mio paesello fino alla Svezia erano compresi tanti ma tanti paeselli ma anche grosse città e intere nazioni, preso atto che già per arrivare a Bari dal mio paesello col treno ci impiegavi tre ore…preso atto che le mie compagne di scuola delle medie  con l’apparecchio ai denti assomigliavano molto poco alle cantanti degli Ace of Base… Quell’ estate, dicevo, è entrato nella mia testa il concetto di periferia.

La periferia.

Io vivevo in Italia, e questo lo sapevo perché se accendevi la tv trovavi Domenica In.  Io però vivevo esattamente in SUD Italia, che è la periferia dell’Italia. Nel contesto del sud Italia, non venivo mica dalla Campania, che è a due passi dalla capitale. No, io venivo dalla Puglia. E nel contesto della Puglia, io venivo esattamente dalla provincia più a sud della Puglia, la più a sud di tutte,quindi dalla periferia, da Lecce. Ma mica da Lecce, Lecce. Magari. Io venivo dalla provincia, dai bordi, dalla periferia. Dal paesello. Nel mio paesello ovviamente vivevo in periferia, in campagna. Anche in casa vivevo in periferia, la mia stanza era infatti quella più alla periferia di tutte.

Alle volte mi sentivo un po’ alla periferia anche rispetto a me stesso.

Di conseguenza, sono cresciuto con la smania del centro.

Di stare al centro.Il traffico, le strade, lo smog. La metropolitana. I tram. Le strade, che se esci per andare da qualche parte, ci trovi sempre qualcuno. Al mio paesello dopo le otto non c’era più nessuno per strada. Io a quattordici anni tornavo a casa alle nove. Se invece tornavo alle nove e mezza, mi dicevano che non si poteva andare avanti così, sempre a fare le ore piccole. C’erano troppi motivi per volere il Nord, o per volere il Centro. Sono ancora affetto, da questa smania del centro. Voglio andare a vivere in una stanzetta appena sotto la madunina del Duomo di Milano. Con i piccioni che mi cagano sul davanzale della finestra.Voglio tornare a casa e trovarci una delle cantanti degli Ace of Base- o una che ci assomigli- e poterle dire Sei Bella Come il Solee, Mi Piaci Da Impazziree. Voglio una stanza che sia anche la fermata di una linea di metro. Il conducente deve urlare nel microfono: prossima stazione La Casa di rafeli.

E basta.

quelle cose lì

Esiste da qualche parte un Dio delle Mestruazioni che mi insegue ovunque vado.

Come Fantozzi aveva la sua nuvola, io ho il mio Dio delle Mestruazioni.

Questo Dio mi sgama ogni volta che sono sotto un lenzuolo, quando sotto il lenzuolo non sono da solo. Mi scopre ad armeggiare sotto le coperte, mi indica col suo dito insanguinato ed urla: “ rafeliiii!!!! Cosa Cazzo stai facendoooo?!?!?”

E allora ecco che Zac! mi manda le Mestruazioni.

Qualche giorno fa questo Dio è stato più veloce di me. Quando sono arrivato io, lui aveva già mandato il suo flagello. Il flagello rosso. E vabbe’, succede.  Pazienza. 

Sabato invece le cose sono andate diversamente. Arrivo lì, e visto che bisogna fare, si fa.

Si fa, quella cosa che ogni tanto si fa.

E i flagelli? Niente flagelli questa volta? Niente flagelli.

Bene, ho pensato, meno male.

Che ero un po’ in ansia.

Mi tranquillizzo.

Mi rilasso.

Mi addormento.

Si dorme.Quante ore? Cinque? Sei?

La luce dell’alba dalla finestra.

Che bella dormita.

Rifacciamo?

Eh, che ne dici?

Rifacciamo?

Replichiamo?

Aspetta, no, mi sono venute le “ Women’s things”.

Oh  madonna, e quando è successo?

During the night.

Durante la notte?

Già, ho le mie “Women’s things”.

Oh madonna.

E dalla finestra insieme alla luce dell’alba posso vedere il Dio delle Mestruazioni che si spanza dalle risate e che mi urla “ pirla di un rafeeeliiii!!! Pensavi di averla scampataaaa!!!”.

La prima cosa che vorrei dirgli, al Dio delle Mestruazioni, è di smetterla di urlare con queste vocali allungate e strascicate, che inizio a notare un vaga somiglianza con Liam Gallagher degli Oasis. Stand by meeeeee, nobody knooooows.

Sono lì che penso alla definizione “ Women’s things”. Le Cose delle Donne. Quelle Cose di cui non si dice il nome. Per carità. Si trova sempre un nomignolo, un sinonimo. Ma il loro vero nome, non si dice. Guai.

Sono in dormiveglia, sprofondato tra i cuscini. Dalla finestra vedo scendere giù la più grande nevicata del secolo, ma io sono al caldo. Se sono al sicuro questo non lo so, per lo meno sono al caldo. Nel dormiveglia si sa, vengono in testa i pensieri più assurdi. Il mio cervello in quel momento sta pensando a qualcosa di rosso, e voi capite il perché. Il mio cervello sta pensando anche che , alle volte, ci sono Cose che le Donne non dicono. E anche di questo capite il perché.

Quindi il mio encefalo perso tra i fumi del dormiveglia  compie l’addizione: Rosso + Cose che le Donne non Dicono.Il risultato è che ho un’ allucinazione molto realistica, mi compare davanti al letto Fiorella Mannoia con i capelli che più rossi di così non si può, lei che di solito da’ sull’arancione. E’ seduta sulla scrivania di questa stanzetta di studentessa tedesca, con le gambe a penzoloni. Ha un microfono in mano –chissà perché – dentro al quale urla a squarciagola:  

“Siamo cosiiiiiiiii , dolcemente complicateeeeeee…sempre più emozionate, delicate, ma potrai trovarci ancora quiiii….”

Ommioddio Fiorella, anche tu a strascicare le vocali come quell’ alcolizzato di Liam? Potresti per favore cantare, se proprio devi, a bassa voce? C’è questa qui che dorme. Non vorrei che si svegliasse. No, no sta bene, non ti preoccupare. Ha solo le sue Women’s things fresche fresche, appena giunte. Niente di grave.

“ …portaci delle rose , nuove cose, e ti diremo ancora un altro siiiiiiiiiiii…”.

Le vocali, Fiorella, le vocali. Eddai.

Poi lei si sveglia, invece. Forse perché io continuo a rotolarmi da una parte all’altra. Capisco che di dormire di nuovo non se ne parla. Devo solo trovare il coraggio di abbandonare la stanzetta calda di studentessa crucca e gettarmi intrepido nella più grande nevicata del secolo. Il coraggio lo trovo. Lei mi dice: ma come te ne vai? Dico io: Si. E non so aggiungere un motivo. Forse vorrei dirle: “ è difficile spiegare, certe giornate amare, lascia stare”. Ma non lo dico. Penso a trovare le calze, che come al solito si perdono.

Mi perdo anche io nella neve.

Nelle cuffie, per dare un’idea, ho Marlene Dietrich.  

la megghiu gioventù

Per offenderci, da ragazzini, si tiravano in mezzo le mamme.

Nello slang del mio paesello le offese si evolvevano di anno in anno, dalle elementari alle medie, diventando sempre più fantasiose e assurde. Ci si poteva offendere con tutto, tirando in mezzo i santi, i parenti vari e i cari defunti. Ma le offese più originali rimanevano sempre quelle dove ci tiravi in mezzo la mamma. Tutto partiva dall’offesa più ovvia: figlio di puttana.

Questa era di per se’ un offesa fin troppo scontata, e chi la pronunciava veniva additato come banale. Era insomma come imprecare dicendo: Acciderbolina, Perdinci. Non si poteva pronunciare qualcosa di così ovvio, ne andava di mezzo la reputazione del bravo teppistello di strada. Serviva inventiva. Originalità. Bisognava spremersi le testoline di bambini, per dirne una più grossa degli altri. Ma rimane il fatto che “ figlio di puttana” fosse sempre il fulcro da cui poi si scatenava tutta la tradizione orale di oscenità di quei tempi.

Il punto di partenza era appunto : la mamma del prossimo mio è puttana.

Accertata questa verità, questo dogma, ci si poteva lavorare su.

– Sai, ho visto tua mamma sulla strada che porta da quella parte. Chi aspettava?-

Qui si intende una strada notoriamente frequentata da prostitute.

– Mah, non lo so. Forse doveva dire qualcosa a tua madre e siccome non l’ha trovata a casa, allora sapeva di poterla incontrare sicuramente su quel marciapiede.-

Ecco, per esempio.

Oppure, variante:

– Tua madre sta sul marciapiede.-

– E tua madre fa gli scontrini!-

Il significato di questa frase è che la mamma numero due vorrebbe lavorare come prostituta ma essendo orrenda, non se lo può permettere, e dunque viene assoldata dalla mamma numero uno per battere gli scontrini alla cassa, ovvero fa la cassiera della mamma numero uno. Il che la pone ovviamente su di un gradino più basso. Ma su questo punto ci sono alcune controversie. In alcune scuole, distanti dalla mia solo qualche centinaio di metri, la mamma che faceva scontrini era considerata al di sopra della mamma praticante la prostituzione.

Scuole di pensiero diverse.

Dunque poteva capitare di sentire ragazzini vantarsi che la propria mamma faceva gli scontrini, ed altri invece offendere additando i propri amici come “figlio di quella che fa gli scontrini”. Un casino, insomma. Soprattutto quando per la strada si scontravano bande di ragazzini che frequentavano scuole diverse.

L’ offesa del secolo fu pronunciata da un mio amico dopo una partita di calcetto. Bisogna premettere che dalle mie parti per dire “ tua madre” basta dire “ màmmata” in quanto la desinenza “TA” implica che si parla precisamente della tua, di madre. Questo personaggio alla fine della partita stava ascoltando la sfuriata di un suo avversario che lo accusava di falli, irregolarità, brogli e ovviamente anche di essere figlio di una che sta da qualche parte sul marciapiede a lavorare. Come al solito in questi casi furono spese tante e tante parole.

Ciò che pose fine al litigio fu la frase:

  Verba Volant, Mammata Manent”.

Le parole volano, ma tua madre rimane. ( implicito: sul marciapiede)

Scattò l’applauso.

Io ho riso per due ore tenendomi la panza.

'cause I got too much life/ running through my veins/ going to waste

C’è qualcosa di biondo che dorme nel mio letto.

Taratataaaaaa.

Suspence.

Mi sono tirato su alle 3 e lo specchio del bagno mi ha detto: torna da dove sei venuto. Avevo messo la matita sugli occhi ( e per la prima volta anche del mascara) e adesso la matita si è spalmata su tutta la palpebra inferiore, così che il risultato è che questa mattina ( questo pomeriggio) non sembro più Jessica Rabbit ma piuttosto Billi Joe dei Green Day.

Perché ieri sera, altro che boa di piume.

Ieri sera io ero Jessica Rabbit. Ieri pomeriggio ho comprato questo fantastico vestito lungo e rosso, con le maniche di zanzariera, con lo spacco sul davanti. Sotto, portavo comunque i jeans. Il vestito l’ho pagato cinque euri, e il mio budget per carnevale si fermava a sette euri. Dunque niente parrucca. E quindi potete immaginare.

Immaginato? Ecco, di più.

Poi vabbe’ la festa le birre gli amici le birre e bla bla bla. Tanto tanto bla bla bla e tanto tanto Tun Tunz Tunz. Fino a quando non so come mi trovo a parlare con questa tipa. Tedesca. Zebrata. Intendo il vestito, era zebrato. Dunque d’ora in poi per esigenze di narrazione sarà citata come La Zebrata. Io andavo via e la Zebrata era interposta tra me e la stazione della metro. Ehi, vai alla metro? Ehi, già, vado alla metro. Ma guarda, che combinazione, andiamo allora alla metro insieme. Andiamo. Che direzione prendi tu? Di qua? Io invece ho la casa di là, dall’ altra parte.

– E allora ciao Zebrata, buonanotte- e faccio uno sbadiglio. Ho sonno. Le orecchie fanno ancora Tunz Tunz. Da sole.

– Vengo a casa tua? – mi chiede ( sono le cinque del mattino Ndr)

– Vieni a casa mia? –

– Vengo? –

– Vieni.-  tanto ormai, abbiamo fatto settecento, facciamo settecentoventi.

Mi si avvicina, mi prende per le orecchie e mi guarda seria. Mi dice:

– Però, devi promettermi: niente sesso. Ok? –

– Ok.- dico io, subito- Niente sesso.-  Non sa quanto mi fa felice dicendo così. Voglio andare a casa, non me ne frega un cazzo. Se mi dicesse: andiamo a casa e facciamo gli Origami, direi di sì, se mi dicesse Andiamo a casa e facciamo una torta alla fragola, direi di sì, non me ne frega un cazzo, voglio andare a casa e basta.

E poi, scusate un attimo, apro la parentesi Love del post: a me piace dormire e basta. Con le ragazze, intendo. Mi piace. C’è qualcosa che non so spiegare, c’ è qualcosa di imprevedibile. Io lo apprezzo molto. Succede raramente. Ci sono meno aspettative. Non lo so, non lo spiego. Chiusa parentesi.

In metro sono incredulo e ridacchio davanti a lei: dunque tu vieni da me? Si vengo da te. Occheeei, come vuoi. Vieni pure. C’ho il letto stretto. Fa niente. Occheeei. Siamo sotto casa e sono le sei. Prendo le chiavi dalla tasca. Voglio dirle che dobbiamo fare piano per non svegliare il mio coinquilino ( che poi mi ha detto che invece si è svegliato) e mentre sto per rivolgerle la parola, mi accorgo che non conosco il suo nome. – Ah, senti un po’. Com’ è che ti chiami?-

– Charlotte. In italiano mi hanno detto che è Carlotta.-

Anfatti.- rispondo.

La posiziono sulla poltrona della mia camera e vado a fare altro in cucina. Bevo del latte. Mi gratto la nuca. Bevo del latte. Torno nella mia stanza che mi sono già dimenticato di lei, e così quando la rivedo mi viene da dire: e tu chi cazzo sei? Ma non lo dico. Ah, già. Sei Charlotte. Che poi sarebbe Carlotta. Di nuovo, vado al bagno, e quando torno mi viene ancora da chiederle : ma tu chi cazzarola sei? Boh, non riesco a registrare la sua presenza. Eccheneso. 

Poi per il resto i patti erano patti. E così giustamente non si è trombato. E neanche Origami e torte alla fragola. Ok, lo ammetto, ci sono stati dei momenti in cui avrei voluto dirle: ma hai notato una cosa? Sei quasi nuda. Io pure. Lo hai notato? Brava. E ci sono dei punti del mio corpo in cui sono, diciamo così, un po’ convesso. E tu invece, in quelli stessi punti sei, diciamo così, un po’ concava. Lo sai una cosa? Concavo e convesso sono complementari! Eh?

Niente, non si è trombato. Più volte mi sono svegliato e mi sono spaventato vedendo una cosa bionda che dormiva lì vicino. Avrei voluto dirle: e tu chi cazzo sei? Poi ad un certo punto si è messa a piangere, senza motivo. Che ti succede? No niente niente, scusami. Non è niente.  Uno più uno fa due. Aveva le mestruazioni, come ho fatto a non arrivarci prima. Mi dice:

– Sai, non si può fare niente stasera, ho quella cosa che hanno spesso le ragazze..-

– Le paranoie?-

– No quella cosa una volta al mese. –

– Ah, ho capito. –

– Ecco, scusami.-

– Figurati.-

E giù di nuovo lacrime e singhiozzi.

Mah.

Boh.

Sigh.

Tema: un carnevale a münchen. Svolgimento:

– Baciami-

– No-

– Perché?-

– Perché non mi va.-

– ..mmm…?-

– Non mi va. –

– Sei uno sfigato –

– Ok.-

– E comunque lo sapevi già che ero fidanzata.-

– Non me ne frega un cazzo che sei fidanzata.-

– Parlavi di moralismi, prima.-

– Si. Ma dicevo tanto per dire. –

– Ok. Non scrivere di me sul tuo blog. –

– Va bene. –

Questo è l’epilogo della serata. Faccio come nei romanzi di certi autori che mettono il finale all’inizio della storia e poi dopo flashbacks e trastullamenti temporali con il risultato che alla fine non se ne capisce una cippa lippa.

Sono appena tornato da Bologna. A Monaco nevica e le strade sono infarinate di una patina bianca che fa slittare le auto. Nevica ma è anche carnevale. Ne consegue che non avevo molta voglia di uscire – che il soffitto della mia stanza era fonte di strane ispirazioni- ma poi Giulia mi tira per la manica e mi dice dai vieni che si va in quel posto.  Allora finisce che ci vado, in quel posto. Ricordati di santificare le feste. Il carnevale è una festa, no? Santifichiamola.

Mi vengono a prendere in auto. Sono seduto dietro, raggomitolato. Sul sedile davanti c’è lei, che per comodità di narrazione chiamerò d’ora in poi la Molesta. Sono sobrio, lucidissimo. Gli altri manco per niente. Iniziano ad invocare un cesso per dare sfogo alle vesciche. La Molesta riesce contemporaneamente a fumare, dondolare, cantare Hello degli Oasis fino a far tremare il parabrezza, chiedere indicazioni attraverso il finestrino ai tassisti infreddoliti fermi ai bordi delle strade infarinate di neve.

Sulla porta di questo locale le ragazzine bavaresi biondissime sono mezze nude sotto la neve. Queste ragazzine che d’ora in poi, per comodità di narrazione chiamerò generalmente Le Biondate. Appena dentro si avvicina una tipa e ci da’ in mano un preservativo. Ci dice: buon divertimento. Io penso: voglio tornare a casa. Dal mio soffitto. Il secondo passo è il guardaroba. No ragazzi, io l’euroecinquanta di guardaroba non lo voglio pagare. Lasciamo i cappotti in macchina, ok? In fondo non fa mica tanto freddo. Guarda lì  Le Biondate come si divertono, con le mammelle al vento sotto la neve con meno due gradi. Andiamo verso la macchina? Andiamo. Sulla porta la tipa di prima ci da’ un altro preservativo. Buon divertimento. Grazie. Mi viene in mente Troisi in quel film. Chi siete? Da dove venite? Quanti siete? Dove andate? Si, ma quanti siete? Un preservativo.

Siamo dentro, definitivamente. Qualcuno mi tocca il culo. Mi giro a guardare e vedo uno Shaquille O’ Neall di tre metri per due. Tralascio e vado avanti. Le Biondate sono dappertutto. Si agitano. Bevono. Si tirano per i capelli. Bevono. La Molesta è al bancone. Le rubo il suo rum e cola. Hai detto che sono molesta, mi dice. Non sempre, rispondo io, diplomatico. Non sempre, ma qualche volta si.

Vado al bagno. Nella stanza dei pisciatoi ci sono circa dieci ragazzi con l’arnese di fuori che pisciano. Entra un tizio travestito da arbitro. Si mette al centro del pisciatoio. Si infila il fischietto in bocca, alza il braccio e fischia fallo. Ah ah ah. Questa era la parentesi ironia del post. Che si chiude qui.

Sono al bancone. Sento urlare dietro di me: Jooohnny!!!!” . Entra in scena una tipa  bassa, bionda e invasata. Che quindi d’ora in poi, per esigenze di narrazione, chiamerò L’ Invasata. Mi abbraccia. Lì vicino c’è un tizio vestito da prete che mi osserva e ride. L’ Invasata mi dice ”Johnny! Dove hai messo i tuoi occhiali? Eh, Johnny? I tuoi fantastici  sunglasses? “ Non so cosa dire. L’Invasata ondeggia. Magari se aspetto cade da sola al suolo. Dopodiché dovrò solo scavalcarla e andare oltre. Ma l’ Invasata non cade. Continua a chiedermi dei miei sunglasses. Io dico : ma sunglasses in che senso? Lei mi dice : sei uguale uguale a quel Johnny di Mtv. Quello di Jackass. Non lo conosco, le dico. Ma sarà sicuramente la goccia d’acqua di Katie Holmes, visto quello che è successo qui. Comunque le dico: non ho sunglasses, non esistono occhiali per la misura del mio capoccione, e dico davvero. Il prete con la birra in mano la distrae, ed io scappo.

In giro trovo una filippina che si è travestita da raccoglitrice di riso cinese. Avrà pensato: ho gli occhi a mandorla, allora li sfrutto. Trovo un alce che non si muove più. Probabilmente è morto per il caldo. Le Biondate con le mammelle al vento invece saltellano tutte contente.  Un tizio travestito probabilmente da spaventapasseri del Mago di Oz prova ad attaccare bottone con la Molesta. Lei manco lo guarda. Certe cose le sanno fare così bene solo le italiane.

Quindi sento di nuovo urlare : “ Joohnny!! Did you find your cool sunglasses?” Io dico: “ Cara, tu stai male ed ondeggi” e glielo dico in italiano. Le mi dice: Johnny, sei sexy, baciami. Io le dico: Non se ne parla nemmeno. L’ Invasata : allora sei gay? Oh my god, Johnny è gay. Johnny è gaaaay. Urla e zompetta  strillando : è gay, è gay. La prendo per il naso, così riesco a fermarla. Ho il suo naso tra le dita e lei mi dice:  oh, mio dio Johnny, che delusione, sei gay. Mentre la tengo per il naso, tira fuori la lingua come i camaleonti che acchiappano le mosche. Non sono gay, capito? Anzi , sai cosa ti dico? Sono gay. Sono frocio perso, guarda. E sono nervoso perché non mi fai andare al cesso, dove devo darmi una risistemata al mascara. Ciao.

Al bancone provo a scambiare due preservativi con una birra. Non funziona.

Mi trovo abbracciato con la Molesta, più tardi. ( Molesta, non te la prendere per il nick, dai). Balliamo, si fa per dire. Dopodiché avviene il dialogo di cui all’inizio del post. Con la variante che vengo additato come sfigato, anziché gay. Quantomeno un offesa originale. Ma la mia lingua è preziosa. Almeno ieri avevo deciso così.

Poi come sempre si fanno le sei, le palpebre sono saracinesche pesanti da tenere su. Si va tutti a mangiare il cheesburger delle sei di mattina. Filippo continua a fissare il suo cheesburger e a dire in trance: il cheesburger spacca. C’è poco da fare, spacca.  La neve fuori di qui ha fatto capire a tutti che è lei, che comanda. Io sono stanco ma non è solo un problema di palpebre che non si tengono su. C’ho le palle piene di troppe cose. Vorrei se possibile andare in letargo, ma non si può.

Non si può.

Per adesso vado semplicemente a letto. Johnny ( che poi ho scoperto essere questo qui) vi augura la buonanotte.

Gute Nacht.

pillole

Bisognerebbe fare come quelle pattinatrici sul ghiaccio delle Olimpiadi. Queste ragazzine che volano volano e poi scivolano e cadono sul ghiaccio di culo. Cadono sorridendo e sorridendo eccole che si rialzano. E poi continuano a piroettare col culo in fiamme, ma sorridendo.

E dunque sorridere, nonostante tutti i cazzi vari ed eventuali che ti infiammano il culo.Questa è la pillola di saggezza di oggi. La supposta.

Eccomi tornato a Bologna per ventiquattrore. Accendo la tv. Mentre lavo i piatti sento il sottofondo degli schiamazzi del Grande Fratello. Mi accorgo che non conosco nessuno dei tizi del GF. E questa, cari miei, è una soddisfazione mica da poco. La pillola di soddisfazione di oggi. La supposta.

Non posso fare a meno di notare che in Italia si esagera col gel per capelli.

 
Sugli altri canali invece mangiano tutti il pollo. Mangiate il pollo che fa bene. Mangiatelo che non vi succede niente. Lo mangia il giornalista durante il tiggì. Lo mangia la conduttrice,che pilucca il cosciotto di pollo con i denti per non rovinarsi il rossetto.

Poi ci sono pure le pattinatrici sorridenti e col culo in fiamme, ma di questo ne ho già parlato. E comunque, lo ripeto, sorridere. Che non fa male.

La mia casa di Bologna è diventata un lazzaretto di disperati, nel frattempo. Rotolano palle di polvere e capelli nel corridoio, come enormi topi che fanno le capriole. A me fa un po’ schifo , ma so che basta poco per abituarmi di nuovo a tutto questo. Mi ci abituerò di nuovo, serviranno due o tre giorni. Quando questo dovrà succedere, cercherò di sorridere. Magari con un petto di pollo infilzato nella forchetta. Dicono che sia meglio del Prozac.

glottologia

Il mio coinquilino vuole imparare l’italiano.

Lui, germanico crucconico del nord Crucconia, vuole imparare l’italiano.

Volevo sapere il perchè . E allora continuavo a chiedergli: ma perché? A cosa ti serve? Cosa te ne fai? E lui all’inizio mi rispondeva sempre: mah, così, perché è una bella lingua. Perché suona bene. Perché sento che mi piace, l’italiano. Poi scopri scopri e insisti insisti, esce fuori una sua vecchia fiamma italiana, una tipa che un giorno se ne è andata portandosi via un pezzetto del suo cuore. Allora in quel momento l’ho compreso. Da quel momento sono diventato il suo insegnante di italiano.

Non so se mi spiego.

E dunque ci sono io che entro in cucina, mi sono appena svegliato, le mie palpebre sono così serrate che potrei benissimo essere un coreano. Peggio, un coreano che si è appena svegliato. Apro la porta , riesco a produrre uno di quei sbadigli da visita odontoiatrica a distanza. Saluto il mio coinquilino , dico GutenMorgen, poi mi aggrappo speranzoso alla macchinetta del caffè. Lui intanto sfoglia il suo libro di grammatica italiana. Questo librone arancione che sulla copertina ha disegnata una tazzina di caffè. Il titolo è “ Espresso”. Quando l’ho visto la prima volta, mi sono spanzato dalle risate. Lui mi ha guardato curioso. Espresso? Ah ah ah. Ho detto, ma ti rendi conto? Cosa diresti tu se un libro di grammatica tedesca lo chiamassero Wurstel? Eh?

—   

Da quando sfoglia questo libro, in casa mia di tanto in tanto si sentono delle frasi assolutamente fuori contesto. Senza senso. E’ lui che legge ad alta voce il suo libro.

– Coinquilino, hai visto per caso lo zucchero?-

– Marisa, ti andrebbe di trascorrere questa bella serata al cinema?-

– Lo zucchero, ho detto. –

– Ehi, Marisa, hai visto quant’è carino il nuovo fidanzato di Giulia? –

– No, non l’ho visto. Lo zucchero?-

– Checcosa significa “ quant’ è carino” ? –

– It means that she likes him. –

– Ah. Ho capito. Lo zucchero è sopra del tavolo.-

– Grazie.-

– Marisa! Giovanni è certamente carino, ma io ho sempre ammirato Luca per la sua simpatia.-

Quello è senza dubbio un libro di grammatica per checche, e non ho il coraggio di dirglielo. Questa Marisa poi,  è sempre in mezzo. Marisa va al teatro, Marisa esce con le amiche, Marisa va a fare shopping. Potrei aprire un blog per raccontare le avventure di Marisa del libro di grammatica italiana. Nel mio primo libro di inglese c’era invece Mary Brown. Mary Brown aveva la fissa di chiedere dove si trovavano i vari oggetti. Partiva da “where is the pen? The pen is on the table” per poi finire su cose più complicate. La maggior parte degli oggetti della casa di Mary Brown si trovavano comunque on the table oppure under the table. Poche variazioni. Mary Brown viveva in una piccola cella di isolamento, evidentemente.

– Cosa cucini?- mi chiede allora il mio Coinquilino.

– Pasta con i funghi. –  rispondo.

– Quant’è carino! – mi dice.

– Già. –

catechismi: ovvero come ho chiuso con la religione.

Partiamo dal fatto che una volta , avevo quattro anni, ho sgamato una suora senza il copricapo da suora.  Questo sarebbe pure bastato, ma poi c’è stato dell’ altro. Eccome.

Il catechismo, per esempio. Ne ho cambiati quattro, di catechismi. E lasciamo perdere che il plurale di catechismo probabilmente non esiste. Io ne ho cambiati quattro perché mi facevo odiare. Io rompevo i coglioni con perizia, in quel luogo di catechesi. Io facevo domande e domande. E non mi rispondevano mai. Io chiedevo “ si ma gli apostoli e bla bla bla poi arriva Gesù e diceva bla bla bla ma questo significa allora che bla bla ? Oppure bla bla bla? “ Come insegnanti di catechismo non ci davano mica il prete. Macchè. Ci piazzavano davanti delle ragazzine di quattro cinque anni più grandi di noi. Io volevo il prete. Lo esigevo. Io volevo rompere i coglioni all’autorità. E loro mi davano in pasto a queste ragazzine. Io chiedevo delucidazioni sugli apostoli e loro mi dicevano” ma, sai , la misericordia, la carità , bla bla bla” . Più o meno le risposte erano sempre quelle. Poi la lezione finiva e le ragazzette mie maestre di carità andavano a ficcare la lingua in bocca ai ragazzetti sul motorino dietro la Chiesa.  Quanto a misericordia, se ne intendevano, loro. Io invece rompevo i coglioni  in modo sistematico, asfissiante. Volevo sapere. Alzavo la mano. Volevo capire. Alzavo la mano, e facevo domande. Oggi un bambino così io lo ucciderei senza problemi. Solo una volta rimasi zitto. Avevo di fianco a me un bambino con i capelli ricci e neri e lerci. Mi voltai dalla sua parte e vidi nel suo orecchio una profusione di cerume incancrenito come mai più mi capitò per tutto il resto della mia vita. Aveva il brodo primordiale, nell’orecchio, e presto la’ dentro si sarebbe creata una nuova forma di vita misericordiosa. Rimasi zitto perché se avessi parlato, se avessi aperto la bocca, avrei vomitato sul tavolo, sul libro aperto alla pagina della vignetta di Mosè con le tavole dei Dieci Comandamenti.

Un giorno fui spedito a seguire delle lezioni “private”. Mia madre si era rotta le palle. Mi mandò da una mia vecchia zia, maestra di catechismo da sempre, a farmi impartire la conoscenza del divino. Eravamo solo io e lei. Io crepavo dal sonno. Luci soffuse, voce flebile, un divano morbidissimo. Mi pizzicavo le ginocchia per tenere gli occhi aperti.

Un giorno ebbi la folgorazione. Alzai la mano ( non serviva, c’ero solo io, ma avevo fatto l’abitudine) e chiesi:

– Adamo ed Eva.-

– Si, dimmi –

– Adamo ed Eva li hanno mandati via dal Paradiso perché si son mangiati la mela, vero?-

– Certo. Da lì è nato il peccato originale. –

– Si si lo so. Quello che voglio sapere è : erano in Paradiso e sono stati spediti sulla Terra, giusto? –

– Certo. –

– E sulla Terra non c’era nessuno. Sono arrivati loro, hanno fatto i figli. –

– Si, infatti. –

– E poi i figli dei figli. E insomma da lì deriviamo tutti noi, vero? –

– Giusto. –

– E la scimmia?-

– Quale scimmia? –

– A scuola mi dicono che discendiamo dalle scimmie. –

Silenzio.

La risposta che segue non è frutto della mia perversa fantasia. E’ la pura realtà. Ci tengo comunque a precisare che si, la mia fantasia è perversa. Tanto. Ma questo è un altro discorso. Torniamo al divano morbidissimo, ad un bambino incazzoso. Alla predicazione del divino.

– Le scimmie. Sai, quello è un modo di dire.- segue lunga inspirazione per conferire tono di solennità-  Significa in pratica che Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, arrivarono sulla Terra, e iniziarono a vivere in condizioni precarie, nelle campagne, e allora si inselvatichirono a tal punto da sembrare quasi delle scimmie.-

– Sembrare delle scimmie?-

– Già. –

– E dunque così stanno le cose?-

– Già. Ma c’è da dire anche che la misericordia, la carità , bla bla bla. Bla bla bla e poi tieni conto anche che bla bla bla. –

Punto.

Lì smisi anche di pizzicarmi le ginocchia.

fare qualcosa

Dicono : l’accidia è un vizio capitale.

Io dico: mah.

Essere al mondo, essere vivi, avere un cervello che intanto funziona , espirare ed inspirare ritmicamente . E pensare pensare pensare. Mica è poco. Poi ti guardano dal di fuori e dicono: eh, quello lì non fa un cazzo. Non è che dicono: accidioso. Per dire accidioso ci vuole il letterato, l’uomo di cultura. Però fa lo stesso. Ti dicono : ehi tu, non fai un cazzo. Muoviti.  Fa’ qualcosa, perdiamine.

Ieri sera sono stato a bere una birra in un posto. Bel posto. Il tavolo, la birra, gli amici. Vabbe’ , non li conoscevo per niente, quelli la’, erano gli amici della Tipa del Nord. Mi dice: dai vieni che beviamo una birra con i miei amici. Io penso: che palle. Poi ci vado. E cambio idea. Sono stato bene.

Intanto che scrivo, le cose prendono una direzione ben precisa. Ineluttabile.

Del tipo che non posso aprire più la posta, che dentro ci trovo le mail all’acido Muriatico che mi spedisce la Tipa del Sud. Il monitor si scioglie, quando visualizza quelle parole. Io rispondo conciliante, picchettando sulla tastiera, ma non serve. Acido e acido, questo ricevo. In altri momenti avrei chiuso tutto con un bel vaffanculo solenne e scandito con chiarezza. Magari con l’indice puntato all’aria come un direttore d’orchestra. Adesso invece mi metto a ragionare. Cerco di essere comprensivo.  Non serve. Allora mi scandisco i vaffanculo a me stesso davanti lo specchio del bagno. Non serve.

E allora quello che serve è inspirare ed espirare ritmicamente. E pensare pensare pensare.

Dicono : l’accidia è un vizio capitale.

Io dico: eh, insomma.

orifizi

Questa felicità che alle volte mi assale, è come un conato di vomito.

Come qualcosa che non si controlla, eppure è li’. Come qualcosa che deve uscire per forza, ma è troppo grossa. E allora capisci che, quando verrà fuori, proverai anche un po’ di dolore. Perché è troppo grossa. Come una donna che sta partorendo un bambino con la testa troppo grossa. E il dottore le dice: signora, il bambino c’ha il capoccione. Magari vuole un po’ di analgesico? Eh, signo’?

Mi chiedevo: esiste un orifizio per la fuoriuscita della felicità?

E se esiste, io lo voglio l’analgesico?

Ieri mi ero perso in questo immenso Ospedale. Cercavo il dipartimento di Oncologia Sperimentale. Lo scienziato Mr. Bean alla ricerca della porta giusta. Mi guardo nel riflesso di una porta a vetri e penso : sono molto ma molto più bello di Mr.Bean. Molto ma molto ma molto. Però mi sono perso lo stesso. Ho aperto tutte le porte che ho potuto, ho detto “mi scusi” ad almeno tre signore che stavano sdraiate sul lettino con la gamba ingessata e rialzata. Ho detto “ mi scusi “ ad almeno tre altre persone che invece dormivano, nel lettino. Ho pensato: posso andare avanti all’infinito a dire “ mi scusi “ e ad aprire le porte, e prima o poi troverò quello che cerco.

Poi invece si è avvicinata una signora, vestita in modo distinto e ampiamente sorridente. Aveva un cartellino sul tailleur, dove c’era il suo nome,  Signora Qualchecosa, e il suo ruolo nell’Ospedale, Responsabile per il Qualchecosa. Questo Qualchecosa doveva essere evidentemente la Ricerca e il Soccorso per i Pirla Che si Perdono nell’ Ospedale. Magari anche con una delega speciale per i Mr. Bean. Per quelli belli, ovvio.

La signora mi dice:

-Qualchecosa Qualchecosa, posso aiutarla?

Io vedo che lei mi si rivolge in Crucco, e allora mi adeguo. Il Crucco rafelico, suona più o meno così:

– Io cercare questa istituto , mi avere detto dottoressa : al second ( inglese) piano . Detto.-

Perché in Crucco il verbo va alla fine. Solo che io lo metto pure all’inizio- perché mi distraggo- e poi lo ripeto alla fine. Melium abundare quam deficere.

– Bene. Qualchecosa Qualchecosa, venga con me che l’accompagno. –

– Ma no, non disturbare voglio adesso lei troppo disturbare!-

– Venga venga, è qui.-

– Ma…Disturbare! Dove?-

– Questa è la scala. Qualchecosa. E’ al secondo piano. Venga.- 

– Ma no, andare posso da solo salire sopra andare. Molte grazie-

– Prego, Qualchecosa. Buona giornata.-

– Molte.-

bianco fosforescente

Apro  la porta di casa e trovo la neve.

Meglio, lo posso scrivere meglio.

Apro la porta di casa e nelle cuffie è appena iniziato un pezzo degli Smiths che sembra fatto apposta per questa mattina. Apro la porta di casa e con gli Smiths nelle orecchie mi trovo, subito dietro la porta, un sole inaspettato che sbatte sul manto di neve tutto attorno. E la neve, con questo sole che gli sbatte addosso, ha un colore bianco fosforescente. Lo so che non esiste, questo colore, ma avete capito cosa voglio dire. Avete capito, certo.

Avevo bisogno di cose normali, questa mattina quando mi sono tirato su dal letto. Di cose piccole, semplici e normali.

Normalmente, mi sono addormentato ieri notte, con un libro tra le mani che mi stava dicendo leggimi leggimi e non chiudere gli occhi, rafeli, perchè domattina se  mi leggerai sul cesso non sarà come stanotte, leggimi adesso e ti prometto che le pagine seguenti saranno ancora più coinvolgenti. Lo so che ti cala la palpebra, ma adesso leggimi e non te ne pentirai. Io queste le chiamo tentazioni, caro libro di McEwan,  ho risposto, e a queste tentazioni di solito non resisto. Anche perché vengo fuori appena adesso da un periodo in cui ho provato ad ingoiare il Processo di Kafka, e non ci sono riuscito. Un periodaccio, altro che. E se adesso esce fuori un mister Studente di Lettere qualsiasi che mi dice che sono ignorante perché non apprezzo il signor Frank, benissimo, allora io sono ignorante. Nel romanzo ci voglio trovare l’odore dei personaggi, eccheddiamine. Voglio poter pensare a come sono pettinati, voglio intuire l’intonazione della loro voce.  Mica le metafore. Che me ne faccio delle metafore. Delle allegorie. Cosa me ne faccio. Le poesie, ci possiamo scrivere, con le allegorie. Caro Frank, non te la prendere, ma oltre Le Metamorfosi non ci vado. E’ una questione di digeribilità. Non digerisco, punto.

Adesso corro a prendere il mio Taccuino Personale , ed alla voce “Lavori Che Mai e Poi Mai Potrò Svolgere” ci aggiungo , segnato col pennarello rosso, il Critico Letterario.

"..dapprima non percepì che il dispiegato susseguirsi di vocali e sillabe, gli irresistibili ritmi sincopati, il godimento ritardato della struttura sintattica tedesca. Ma alla fine della terza birra il suo tedesco era già migliorato e Leonard riconosceva i singoli termini di cui ricordava anche il significato, dopo un attimo di riflessione. Alla quarta birra, intere frasi qua e là gli arrivavano senza causargli problemi di interpretazione.

Calcolando i tempi di preparazione, ordinò in anticipo un altro mezzo litro. (…) A volte certe cose sono necessarie."      Ian McEwan – Lettera a Berlino.

Studiamo Lingue

Mio Cuggino è alto un metro e novanta e alla fine di questo metro e novanta ci trovi un cespuglio di lunghi capelli rasta. Mio cugino ha due frasi-di-battaglia per fare colpo sulle tipe. La prima frase-di-battaglia è : Questi dread lock sono naturali. Non ci credi? Tocca, tocca. La seconda frase-di-battaglia è : una volta sono andato in coma etilico. All’ ospedale, mi hanno portato. Di solito però non ha bisogno di frasi-di-battaglia perché le ragazze si appendono ai suoi capelli rasta come fossero tante piccole Cita di Tarzan attaccate alle liane nella giungla.

Mio cugino è uno che le tipe lo fermano per strada e si fanno fotografare con lui. E se poi lui chiede ma perché scusa? loro rispondono serie : ma tu non sei quello famoso? Quello lì…o no?  Io lo chiamo il potere del rasta. Il fascino del rasta. Ci sono tipe che davvero vanno nel pallone se gli fai vedere il tuo capello rasta. Si sciolgono. Si eccitano. Fanno le foto. Fanno le fusa. Fanno le moine. Soprattutto, fanno fanno fanno.

Fanno tutto.

Siamo sotto carnevale, quasi. Siamo stati in un centro commerciale e al reparto Cazzate e Futilità potevi comprare il cappello con i colori della Giamaica e i finti capelli rasta attaccati sul retro. In pratica volendo a Carnevale ci si può travestire da Mio cuggino.

  

Mio Cuggino non parla inglese. Mio Cuggino prende atto che esiste una lingua chiamata tedesco. Mio Cuggino è venuto qui a Monaco a trovarmi. Gli ho detto , ascolta Alessa’, ti insegno qualche frase in Crucco, ok?

Rafeli: Wie geht’s significa “Come Va?”

Cuggino: Bill Gates?

Rafeli: Wie geht’ s, ho detto.

Cuggino: Apposto, allora Bill Gates significa Come Va’. Questa me la ricordo.

 —

E dunque siamo stati in giro, questi giorni, io e mio Cuggino. Mentre io scolavo birre lui aveva sempre una Cita bionda o bruna attaccata ai rasta. Che faceva le fusa, faceva le moine. Che insomma, faceva. Mio Cuggino poi è un bravo ragazzo, è sensibile. Dunque cerca, per quello che può , di accontentarle tutte.

Ieri sera, la serata era intitolata “Last Erasmus Party” Sottotitolo: “All You Can Drink” . In realtà ho poi scoperto che questo era solo un titolo di copertura, una messinscena. Il vero titolo della serata era invece “ La festa della Lingua in Bocca” Sottotitolo : “ Lasciate Ogni Speranza O Voi che Entrate”.

—-

Il Gioco Della Lingua in Bocca, adesso ve lo spiego.

Il numero dei partecipanti è variabile, ma generalmente più si è, più ci si diverte. Il requisito essenziale per partecipare è essere in possesso di una lingua ed essere in grado di aprire o chiudere la bocca. Il gioco consiste nell’ avvicinarsi ad un altro concorrente, generalmente di sesso opposto al proprio, far combaciare le proprie labbra alle sue labbra. A questo punto è necessario aprire la bocca e inserire la propria lingua nella bocca dell’ altra persona. Esistono diversi stili e diverse modalità di inserimento e retrazione, ma non vorrei dilungarmi troppo su questi particolari. Sono comunque abilità che si acquisiscono col tempo e con la pratica. Dopo avere inserito ed estratto la lingua un numero sufficiente di volte, è necessario cambiare compagno di gioco. Bisogna però prima congedarsi, e a questo proposito esistono diverse frasi di rito. Alcuni esempi tra i più gettonati : “ Scusami, vado al bagno  Oppure: “ Dove sono i miei amici? Vado a cercarli.” Quindi, una volta avvenuto il commiato, si può riprendere il gioco con un altro partecipante. Solitamente non si parla durante il gioco, tuttavia di tanto in tanto viene spesa anche qualche frase, tra i partecipanti. Parlare durante il gioco può certamente essere divertente. Le frasi che vengono dette sono comunque standardizzate, e vengono scelte tra una gamma molto ristretta di frasi disponibili che potete trovare nel manuale del “Gioco della Lingua in Bocca”. Tra le frasi che riscuotono maggior successo “ Where are you from? “  a anche il sempreverde “ What’s your name?”.  Sconsigliato invece, perché ritenuto eccessivamente romantico, chiedere: “ How old are you?”.

Come vedete partecipare a questo gioco è facilissimo e anche abbastanza divertente. Adesso lo so che vi starete chiedendo: ma lo scopo del gioco, qual è?  Effettivamente ad una analisi superficiale questo gioco sembra non avere senso. Ma non è così.  Come sapete la Comunità Europea finanzia ogni studente Erasmus europeo con un tot di euri mensili. Il vero scopo di questo finanziamento non è la promozione dello studio all’estero ( come dicono che sia) ma bensì la ricerca scientifica. Noi, in realtà,  siamo le cavie di un indagine epidemiologica condotta dal Ministero della Sanità Europeo sulle malattie trasmesse attraverso il contatto orale. Siamo tenuti sotto osservazione da Bruxelles, come possibile focolaio di malattie a trasmissione orale. Ecco dov’è lo scopo. Quando vi troverete davanti uno studente Erasmus, ringraziatelo. Lui ha lavorato per la vostra salute.

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Adesso il primo che lascia un commento citando la canzone Mio Cuggino degli Elio e le Storie Tese vince il Premio Simpatia per il mese di Febbraio 2006. Pronti, via.

quasi le nove meno venti

Mio Cuggino è di la’ che si doccia, io sono di qua che agonizzo.  Stasera si festeggia in giro, come ieri sera, l’altro ieri sera etc etc. Questo weekend è iniziato di martedì. Ne scriverò, ma non adesso. Così come scriverò di Mio Cuggino, un personaggio da conoscere.  

Per adesso dico che vorrei essere siciliano, per poter votare questo personaggio.

 

Dalla lettera di Santu Paulu ai Corinzi

“…e Rafeli brucierà nelle fiamme dell’ inferno. Scenderà nel profondo degli inferi e trascorrerà l’eternità in una piccola stanzetta buia e  priva di connessione internet ma con uno schermo sedici noni perennemente sintonizzato su Amici di Maria de Filippi…”

 

Ero seduto in biblioteca, avrei  dovuto studiare ma continuavo a giocare con gli interruttori della lampada da tavolo. Acceso Spento Acceso Spento. Acceso Spento. Toh, nevica ancora. Quanta neve che scende giù. Quanta neve.  Acceso Spento.

Acceso. Spento

Bip Bip. Messaggio dalla tipa del Sud: Sono a cena da mia sorella. Vengo da te più tardi, se tu lo vuoi.

..

Ecco, cazzarola, non lo voglio. Tutta l’altra notte, siamo stati insieme.  Voglio stare solo, adesso. Non mi va di raccontare balle. Niente balle.

Messaggio: Veramente preferirei stare da solo. Ciao.

Ecco, bello chiaro. Conciso e sincero.  Dov’ero rimasto, Acceso o Spento?  Ero rimasto ad Acceso. Dunque ora Spento. Acceso, Spento, Acceso, Spento.

Bip Bip, Messaggio : E rimani da solo nella tua solitudine, allora! Gute Nacht!

 

Che poi sarebbe come dire: vaffanculo stronzo merdoso di un idiota rincoglionito. Me lo merito? Me lo merito. Cos’ è questa sensazione che c’ho addosso ad un tratto? Questa sensazione come di aver mangiato troppo pesante? Questo fastidio che mi svolazza tra le camere del cervello?

Angelo Rafeli alla mia destra: Senso di colpa si chiama, brutto stronzo!

Diavolo Rafeli alla mia sinistra: Cazzo c’entra il senso di colpa, adesso? Quella lì non ha capito niente, si è montata la testa. E adesso che si incazzi pure, che ce ne frega a noi? Bukowski diceva che le donne sono programmate per incazzarsi. E che si incazzino pure,allora.

Angelo Rafeli: Sempre a trovare scuse, tu. Mai che ti prendi le tue responsabilità . Mai . Se è come dici tu ,allora, perché Rafeli c’ha sto senso di colpa addosso?

Diavolo Rafeli: Ma certo! Se tu pezzo di merda di un angelo continui a premere il tasto “ senso di colpa” forse gli passa. Stai fermo col dito così io posso premere un po’ il tasto “strafottenza”. Ecco qua. Stronzo di un angelo piumato.

  

Ma alla fine il senso di colpa rimane (così come parallelamente rimane la mia gigantesca strafottenza) e mi fa compagnia lasciandomi addosso l’ impressione che come sempre ho sbagliato qualcosa. Come sempre. Ma tant’è.

C’era quella canzone lì che adesso non ne ricordo il titolo che diceva : “ I apologize for once again I’ m not in love” . Ecco, appunto, è questo quello che mi viene da dire.  I apologize, per quello che può servire. Ma cosa ci posso fare se once again I’m not in love? E’ così e basta.  I am NOT in love. Ma neanche poco poco. E i patti erano quelli, mi sembra. Lo si sapeva dall’ inizio, eppure alla fine in queste storie esce fuori qualche isterismo. Qualche urlo. Qualche vaffanculo al telefono.

A me in queste situazioni viene voglia di sedermi per terra, incrociare le gambe, guardare tutto il casino che ho combinato e dirmi a bassa voce: “ sono stato io a fare questo?”

Cambiando argomento.

Ho scritto queste righe con Word. Questo programma è stato concepito da un gruppo di informatici burloni alcolizzati. Non c’è dubbio. Scrivo “ Maria “ e me lo sottolinea in rosso: Errore. Come errore? In che senso? Scrivo Teresa. Va bene. Lucia? Pure. Oso: Genoveffa, Lucrezia, Ursula. Niente, vanno bene tutti. E che problema ci sarà con “Maria”? Tasto destro del mouse: leggo i suggerimenti. Cioè cosa mi propone Word al posto di Maria. Mi propone: Marina. Vabbe’. Mi propone: Marita. E’ un nome anche questo, ok. Mi propone: Mari. Aspetta, mi stai prendendo per il culo? Maria non ti piace e Mari invece si? Poi il colmo: Marra. Marra? Ma de che? Per finire, la perla:  MARZA.  Cari programmatori di Word, Marza ci sarà vostra madre e vostra sorella. E vostra cugina, quella marzona.

capriole che a mezz'aria mai farò

In questo momento neanche alzarmi dal letto mi riesce. Figurati le capriole. Figurati le capriole a mezz’aria, poi.

Meglio che sto qui fermo buono buono. Che il soffitto in certi momenti è davvero interessante, da osservare. Alcuni scienziati l’hanno chiamata sindrome della stanchezza cronica. Penso di averla, sta sindrome. Questa come tutte le altre. Tu mi descrivi minuziosamente una sindrome in tutti i particolari, io ci penso un attimo, e due minuti dopo sono certo di avere pure quella, di sindrome.

 

Il pacco formato famiglia di Lolly Pop del precedente post. Li ho provati. Che trauma. Quadrati, li fanno. Cioè, ho detto quadrati. Ma come quadrati, scusate? Tondi, sferici, a forma di cuore, a forma della testa di Topolino. Ma quadrati no, vi prego.

Adesso li ciuccio solitario nella mia stanzetta. Mi vergogno dei miei Lolly Pop, ecco cos’è. Adesso sono convinto che uno di questi cosi in bocca possa farmi apparire lievemente frocio. Sembra una cazzo di paranoia. Lo sembra, si.

 

Ma perché mi vengono in mente certe paranoie.

 

Esiste questo sito dove se mandi una tua foto allora il computer la elabora e voilà!, nel giro di qualche secondo ti dice a quale personaggio famoso assomigli. 

Che bello, ho pensato.

Ho mandato una mia foto e voila! lo stronzone del computer mi dice che assomiglio a Katie Holmes. La Joey Potter di Dawson’s Creek. Che per inciso sarebbe pure incinta di Tom Cruise.

Poi guardo bene e sotto c’ è un tasto , dove se clicchi puoi decidere di cercare la tua somiglianza con un uomo o con una donna. Se non lo clicchi, allora il computer decide lui per te.

Cazzo, clicco uomo, allora.

Mi esce fuori Leonardo di Caprio.

Mi spanzo dalle risate.

Meglio dormire.

Che c’ ho la stanchezza cronica.

E, volendo, sono pure incinto.

quasi quasi un principe

Ad un certo punto sta tizia  seduta di fronte a me sul tavolino allunga la mano e prende possesso della mia birra. Butta giù due sorsi. La guardo. Mi guarda. Ci guardiamo. Be’ se le cose stanno così allora parliamone.

 

Ascolta, Tizia Mulatta alta all’incirca un metro e ottanta centimetri, che ci fai qui? Studio tedesco. Brava, brava. E tu? Anche io ci studio , a Monaco. Bravo, bravo. Cosa ci studi? Veterinary  Medicine. Oh mio dio che carino! Oh mio dio che cosa dolce! e mi abbraccia, improvvisamente, con una delicatezza che mi fa pensare: cazzo sono davvero dolce, cazzo sono proprio dolce. Be’ dimmi ancora, Tizia Mulatta che mi siedi di fronte, da dove vieni? Vengo dal Trinidad e Tobago. Io non ho la più pallida idea di dove sia il Trinità e Tomato.  Alchè il fido amico Michelangelo seduto lì vicino che intanto origliava, mi dice: è vicino Cuba.  Grazie, fido Michelangelo. Pensavo fosse in Africa. Però mi sembrava un po’ troppo pallida, per essere africana.

 

E comunque passano tre o quattro minuti e si decide col fido Michelangelo che una che viene a studiare tedesco partendo dall’altra parte del mondo, partendo da un paese di sicuro poverissimo – che tutti i nomi esotici per me  sono di paesi poveri– allora deve essere certamente la figlia dell’ ambasciatore Tobaghese o meglio ancora è la figlia dell’ Imperatore del Regno del Tobago. Perché di solito i paesi poveri c’hanno sempre la dittatura. E tutti muoiono di fame, tranne l’ Imperatore. E l’Imperatore di solito decide che la figlia prediletta deve andare a studiare all’estero.

 

Ci dico al fido Michelangelo, vedi che la Tizia Mulatta figlia Del Re Sole sembra avere un atteggiamento accondiscendente. Vedi che stasera do’ la svolta alla mia vita. Tra un paio d’ anni ti mando una cartolina da un posto con le palme e la spiaggia bianchissima. Se lei è la figlia dell’ imperatore – e a questo punto ho bevuto birre a sufficienza per crederlo veramente– allora è la principessa del Regno del Tobago. E allora io, se la sposo- e sembra accondiscendere, la Tizia- divento per via direttissima il principe del Regno del Tobago. Ma ci pensi, amico Michelangelo? Passerò la vita in abiti reali con una corona di banane in testa a giocare a ping pong con i nipoti di Fidel Castro. Maccheddico i nipoti, mi vado a fumare un sigaro dal Fidel ogni sera. Io, il Fidel, e il Diego Armando. Eh? Che ne dici?

 

Poi dopo succede che la Tizia è davvero accondiscendente, solo che ad un certo punto le viene da farmi questa domanda: ma tu quanti anni hai? Io ci dico la mia età, venticinque. Lei sgrana gli occhi e mi dice: oh, ma io sono mooolto ma mooolto più giovane. Mooolto ma mooolto, lo sai? E che problema ci sarà mai, ci dico alla tipa. Allora lei mi dice, con l’espressione di un bambino che confessa di essersi pisciato addosso, io ho diciassette anni.

 

No, aspetta.

 

Io già mi vedo l’Imperatore Sua Maestà del Regno del Tobago che stacca ad una ad una le banane dalla mia corona e cerca di infilarmele dove può. Già mi vedo i sudditi di sua Maestà che mi prendono in consegna imbottito di Banane e mi infilano in un cannone e che mi sparano direttamente dal Trinidad fino al Tobago, poi di nuovo dal Tobago al Trinidad fino a quando non decidono di farmi espatriare sparandomi, che ne so, in Venezuela. 

No, no. Rinuncio al trono, guarda. Abdico.

 

Sono questi dei giorni in cui cerco il mio riscatto nei supermercati. Appena sono dentro al supermercato, sento che sto per cambiare vita. Di solito mi succede nel reparto ortofrutta. Vedo i tipi salutisti che comprano le insalatine delicatine che non ti fanno male ma che anzi ti depurano tanto, e penso che anche io posso iniziare nutrirmi meglio. A cenare con una mela, che ne so. Poi giro giro. E la mela rimane lì dov’è. Di fianco all’insalatina. Io vado alla cassa con le mie ali di pollo precotte. L ‘altro giorno sono uscito con quattro confezioni di vitamine e un pacco formato famiglia di lolly pop.  Il lolly pop ( il lecca lecca) in bocca serve a smussare la mia figura. In teoria dovrebbe farmi sembrare più dolce.

Non è che posso andare in giro a dire a tutti che studio Veterinary Medicine.