quella cosa che chiamano

C’e’ una cosa che chiamano “distaccamento dal paese reale”, quando si parla di chi – da posizioni privilegiate – non comprende le ragioni e le motivazioni della massa non privilegiata, oppure diversamente privilegiata.

Un esempio interessantissimo ci viene dato dal blog Solferino 28 partorito da quei geniacci del Corriere. Un blog che racconta storie di ragazzi alle prese (di solito) con il mondo del lavoro. Chi racconta pero’ sono giornalisti “giovani” di cui sono disponibili pure le biografie, se uno volesse leggerle.

E a leggere queste biografie (che’ io sono tra quelli che le legge) si scoprono personaggi che a 29 anni scrivono al Corriere da 6. Che a 30 anni scrivono sul Corriere da 8. Oppure che piu’ o meno hanno sempre lavorato nelle redazioni milanesi, o dintorni. Storie personali pallidissime se le metto a confronto con le tribolazioni e peregrinazioni delle persone che mi circondano.

In pratica un gruppo di mosche bianche.

In pratica, gente che non ha il polso di quello che succede. E siccome non ha il polso di quello che succede, finisce per dare spazio a storie che non lo meriterebbero, ma che invece – ai loro occhi di milanesi rilassati nella loro posizione di privilegio (anche se guadagnata) – paiono incredibili.

Il picco e’ stato raggiunto qualche giorno fa con la storia di Francesco, 30 anni dalla Puglia, emigrato, che però “ha il sogno di tornare a casa“.

E dove e’ emigrato, Francesco dalla Puglia? A Pechino? A Palo Alto? A Johannesburg?

A Milano.

8 thoughts on “quella cosa che chiamano

  1. non fare lo spiritoso: io a Milano ci vivo e lavoro in una grande azienda, quindi con gente che viene da tutta Italia. molti di quelli che vengono dal Sud hanno l’impressione davvero di aver cambiato pianeta o quantomeno se li senti parlare è così che si atteggiano.
    e non fanno che rimpiangere il paesello e denigrare Milano (ovviamente non tutti, però non è una rarità).

  2. Quando lavoravo a Milano in una grande azienda (ohh che paura!) avevo una tipa alta e algida seduta davanti a me. Per 5 mesi vedevo solo le sue natiche piatte e la sentivo parlare al telefono con i clienti, con uno spiccato accento meneghino. Poi un giorno, in pausa pranzo, io ero sempre dietro, forse non se ne era accorta, alzò il telefono e iniziò a parlare con la madre, in un dialetto gallipolino strettissimo e rozzo, come fossimo al porto. Mi aveva nascosto per mesi di essere salentina, anche se sapeva di me. Mi fece tanta pena e per me fu la sintesi della tristezza del terrone emigrato e delle sue varie sfumature grigie.

  3. Per me Milano è stata uno shock anche mi ci sono trasferita da un posto che distava 50 km…non è facile integrarsi in questo bolo di modaiola superficialità e insensata ostentazione di ricchezza (reale o meno). Quindi capisco perché uno che viene addirittura da un’altra regione non si senta a casa per niente.

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