comunque sì

Comunque Sì, confermo, bello il Paese Basso. I cigni che si sciacquano la faccia ai lati delle strade, non so se mi spiego. Peccato solo non averci una bicicletta. 

L’altro giorno in preda alla disperazione di strade chiuse alle auto e parcheggi da quattro euro all’ora, volevo entrare in un negozio di biciclette per portare via la prima che mi davano. Ma poi invece No, ho trovato parcheggio in posto buio e lontano. Però già mi immaginavo pereso al ritorno dal centro, incapace di ritrovare la strada, che qua le strade hanno nomi confortabilissimi tipo Oudwijkerdwarsstraat o Bolksbeekstraat. Poi invece scopro di trovarmi in Begoniastraat, giusto all’angolo con Acaciastraat, che uno pensa Che Culo, oppure pensa che esista  davvero da qualche parte un dio pietoso degli inabili come me, per aiutarli quando si perdono nella pioggia e c’hanno intenzione di svaligiare un negozio di biciclette col coltello fra i denti. 

Nel mio piccolo, ho trascorso solo qualche giorno a Utrecht, ma ho già le mie abitudini. Trovo spesso posto a sedere in un pub zeppo di freak brava gente. Non so spiegarmi bene, un luogo affollato di gente assurda ma con luce a sufficienza da potersi sedere in un angolo a leggere un libro con una Guinness davanti. Due giorni fa è entrato un tizio abbracciato ad un albero di Natale, per dire. Un albero di Natale vero, ma senza le palle. Poi ci sono sempre due o tre tizi con il braccio rotto, e vai a capire perchè, e un enorme personaggio che beve tantissimo scrutando tutti in cagnesco e portando in fuori le labbra umide. Poi all’improvviso dice qualcosa o scoppia a ridere. Quindi ritorna allo sguardo cagnesco. 

Poi cos’altro.

Ah, la spiegazione data dal comico Luttazzi per le parole pronunciate l’altro giorno: ne vogliamo parlare? Se ne vogliamo parlare, dobbiamo prima focalizzare la nostra attenzione sul quel particolare gesto che viene compiuto – specialmente fra ragazzi – quando uno dei ragazzi spara una balla molto eclatante. Tipo mio zio va sulla Luna. Quel gesto dove uno dei presenti da’ uno spinta con la mano sulla testa dell’amico che ha appena sparato la balla, piegando lateralmente la testa dell’amico che viene anche fisicamente spostato di qualche passo. Di solito a questo si accompagna la frase: Ma Va Va. Oppure: MaSsì, Ma ceeerto. Oppure: MA come Nooo. Avete presente? Ecco, allora possiamo riportare la giustificazione del Luttazzi: 

…”l’ho inserito in un quadretto grottesco che attinge alla tradizione satirica (quella di Rabelais), che in Italia va dal Ruzante a Dario Fo. Nel monologo su Ferrara, da una parte mostravo gli eccessi sessuali e dall’altra gli eccessi della guerra: dal Napalm a Falluja alle torture di Abu Ghraib. Come diceva Lenny Bruce, non è il sesso ad essere pornografico, bensì la guerra…”

Tradizione Satirica. Rabelais. Ruzante. Dario Fo. Il latinorum di don Abbondio. Bene. Allora. Tutti insieme. Mano sulla testa. Spintone. In coro: Ma Va Va, Ma sì, certo certo.

13 pensieri su “comunque sì

  1. bastassero solo paroloni e riferimenti più o meno eclatanti per coprire le cazzate dette e salvarsi la faccia….

    P.S.
    confermo, ho avuto modo di muovermi anche io in paesi più a nord dell’Italia (es. Germania), e i nomi delle strade non sono esattamente “user friendly” 😛

  2. Al Direttore di Repubblica:

    è disarmante vedere firme celebri annaspare di fronte alla satira e alla sua natura. Quello della volgarità, da sempre, è il pretesto principe di chi vuole tappare la bocca alla satira. Che sia chiaro una volta per tutte ( i furbastri più o meno interessati mi hanno un po’ stufato ): la volgarità è la TECNICA della satira. Con questa tecnica, la satira esprime idee e opinioni. Censurare la satira ( in nome del cattivo gusto o di altri princìpi volatili e capziosi ) è censurare le opinioni. E’ fascismo. Chi si attarda in disquisizioni sul buon gusto è un censore. Punto. L’unico limite lo stabilisce la legge: diffamazione, calunnia. La satira è arte: o è totalmente LIBERA, o non è satira. Se io parlo del sostegno immondo di Ferrara alla guerra criminale di Bush, Blair e Berlusconi in Iraq, e voi vi scandalizzate dei toni satirici invece che di Abu Grahib o del napalm a Falluja, la vostra scala di valori è corrotta. Era questo il significato di quel monologo. Come volevasi dimostrare.

    Daniele Luttazzi

  3. “In risposta al commento del Signor Daniele Luttazzi, che potete trovare qui sul blog di Rafeli

    Sà|ti|ra
    Da De mauro, il dizionario della lingua italiana
    s.f.
    TS lett.
    1a composizione poetica che elabora con intenti moraleggianti e critici, aspetti, figure e ambienti culturali e sociali, con toni che variano dall’ironia, all’invettiva, alla denuncia: le satire di Orazio, di Ariosto | l’insieme dei componimenti satirici di un poeta, di una letteratura, di un’epoca: la s. latina, la s. moderna | il tono, il carattere che informa tali componimenti: la s. pungente di Giovenale
    1b genere letterario cui appartengono tali componimenti
    2 CO estens., scritto, spettacolo o anche comportamento, discorso e sim., che mette in ridicolo comportamenti o concezioni altrui: s. di costume, s. politica; fare oggetto di s., fare la s. di qcs., mettere in s.

    Satira
    Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
    La satira (dal latino satura lanx, nome di una pietanza mista e colorata) è una forma libera e assoluta del teatro, un genere della letteratura e di altre arti caratterizzato dall’attenzione critica alla vita sociale, con l’intento di evidenziarne gli aspetti paradossali e schernirne le assurdità e contraddizioni etiche.
    La satira storicamente e culturalmente risponde ad un esigenza dello spirito umano: l’oscillazione fra sacro e profano. La satira si occupa da sempre di temi rilevanti, principalmente la politica, la religione, il sesso e la morte, e su questi propone punti di vista alternativi, e attraverso la risata veicola delle piccole verità, semina dubbi, smaschera ipocrisie, attacca i pregiudizi e mette in discussione le convinzioni.

    Riportando da due differenti fonti, con la volontà di mantenersi oggettivi, è possibile denotare come in nessuna delle due si faccia un riferimento alla Volgarità in quanto TECNICA della satira.
    Sembra invece che la satira si appoggi più ad ironia e sarcasmo in primo luogo, come mezzi di espressione, portando denuncia in modo comico umoristico, per un fine di carattere etico, o comunque per stimolare riflessione.
    Satira, che non è sfottò o comicità, ma più correttamente:
    “È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di ‘castigare ridendo mores’, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene.”

    Sinceramente mi sento più di condividere questa definizione di satira, piuttosto che quella data dalla lettera, che pare pervasa da idee soggettive e dall’ intento di difendersi.
    Mi perdoni, ma in cosa la volgarità può essere più effettiva d’un sottile intervento o d’ una notevole trovata retorica?
    La volgarità nella retorica può avere un ruolo importante per l’effetto che suscita in coloro che ascoltano, per ciò che risveglia a livello cognitivo (definito soprattutto da quelli che vengono dati dalla società, in cui si è inseriti, come valori), ma raggiunto un certo punto oltrepassa l’utilità retorica, e non è la moralità che entra in gioco, quanto piuttosto altro cui farò cenno di seguito.
    Così come definire in modo tanto generale e rigido la censura è una esagerazione, nonché un grosso peccato di presunzione.
    Partendo dal presupposto che una società ha valori diversi rispetto un’altra, e già qua abbiamo una infinità di variazioni, il mettere al bando dei temi o dei termini si trova in pura dipendenza dai suddetti valori, e la critica a questi perde significato anche solamente osservando come bene o male, giusto e sbagliato, siano una cosa soggettiva e variabile.
    Ma tralasciando il relativismo, concetto che trova le sue radici nell’antichità e che non fornisce di per sé basi su cui ragionare o costruire qualcosa condivisibile a livello generale (in questo caso), penso sia più giusto parlare di dignità e libertà, nonché di senso della misura e responsabilità, cioè ciò di cui parlavo prima, in riferimento alla frase “non è la moralità che entra in gioco, quanto piuttosto altro”.
    L’ insulto è un attacco alla dignità di una persona, e non è mai davvero giustificato.
    Vi sono molti altri modi, più efficaci e significativi.
    Se lei non conosce ulteriori modi, al di fuori della volgarità, per far satira, non dia carattere assoluto all’ uso stesso della volgarità. Sarebbe un tentativo di compensare ad una mancanza personale sminuendo il potere della satira stessa, e di tutti coloro che la fanno e l’ hanno fatta.
    Mantenendo invece valida una tipologia di relativismo più prettamente Sofista, anche qua si troverebbe davanti ad un punto fermo: utile e giusto secondo tale corrente, che considerava un tipo di relativismo “molto esteso”, tanto da non definire nulla di assoluto e corretto, è ciò che è utile.
    Utile, che può essere tale a diversi livelli, così come le cognizioni.
    Tre erano appunto per loro, secondo tale distinzione e differenziazione. Volendo prescindere da questi (dando per scontato che sia chiara la divisione ed i limiti che questa aveva), comunque la volgarità non risulta più utile a fini retorici, per spingere o invitare ad una riflessione, di un discorso ben costruito, semplice e chiaro ma ricco di espedienti e trovate per esprimere concetti complicati (o meno) e renderli alla portata di tutti, colpendoli.
    L’ invito ad una matura riflessione ha un effetto più profondo dello scalpore temporaneo di qualche volgarità. Ovviamente bisogna saper cogliere l’essenza del messaggio trasmesso, e questo non è sempre semplice. Infatti la satira non può essere considerata una forma d’arte qualsiasi, e se fatta bene, nella sua espressione si eleva, “partorendo” concetti forti e profondi. Non tutti sono capaci di farla, così come non tutti di comprenderla.
    Gorgia fu grande sostenitore del potere della parola, e ne fu grande maestro, così come tanti altri importanti personaggi: non tutto ciò che è stato detto può essere condiviso, ma si ammetta che nella parola si trova una fonte di infinita potenzialità, vastità e diversità.
    Nella storia è stata utilizzata nei modi più disparati, con registri e termini molto diversi tra loro.
    La tradizione di questa arte (la satira), che ha radici in tempi molto remoti, fa da testimonianza (nonché testimone) mostrando, a noi che siamo posteri, quali e quanti intellettuali di calibro vi abbiano dedicato tempo, spazio e fatica.
    Ed ora noi che siamo il loro futuro, ma anche il passato di altri, vogliamo lasciare ai nostri posteri una manciata di termini volgari, facendo in modo essi credano che in una società ed in un mondo i quali si spacciano per tanto avanzati, non fosse conosciuto un modo più maturo o profondo per interpretare una tanto sottile arte?

    Cordiali saluti ”

    P.S.
    Ho postato il commento anche sul mio blog (qui infatti è riportato integralmente), linkando questo post, nel caso rafeli ritenesse tale intervento troppo lungo e volesse sostituirlo semplicemente con il link del post stesso.
    Mi scuso per essermi tanto dilungato ed aver inserito un link al mio blog nel commento; tengo a precisare che non vi è alcuna intenzione di fare spam o pubblicità.

  4. a me piace un sacco questa cosa che uno arriva in una città nuova e se trova subito il suo bar, allora si sente a casa. che poi nel tuo nuovo bar magari non ti parli nessuno, e quindi tu stai in un angolo a leggere e a guardare i tizi assurdi che entrano, forse, è ancora più bello (empatia di momenti, insomma)

  5. annared:
    eh, non ci avevo pensato.

    angela:
    pure, perchè no?

    ipotetico Luttazzo:
    si si certo, e io sono la nonna di lupo alberto. A parte poi che parlare di scala di valori, cioè, insomma, che brividi…

    DeadEndJunkie:
    tranquillo, fai pure.

  6. CUGGI TE NE SEI ANDATO DA QUESTO BEL PAESE (a scelta chi vuole può aggiungere la locuzione “di merda” chi non vuole rimane col “belpaese”) E NON TI HO DETTO NIENTE MA LO SAI CHE TI HO PENSATO.
    ORA PRIMA DI ABBANDONARE LA MIA SCRIVANIA DOPO QUESTA FATICOSA GIORNATA DI LAVORO MI è VENUTO IN MENTE DI RIFARE LA MIA APPARIZIONE SUL BLOG E DI DEDICARTI IL FAMOSO MONOLOGO DI “RADIOFRECCIA” CHE MAGARI PER TE POTRà ESSERE BANALE MA A ME MI è CAPITATO DI ASCOLTARLO IERI MATTINA ALLE 8 IN MACCHINA MENTRE ANDAVO A LAVORO E MI HA PROVOCATO UN CERTO “NON SO CHE”…UN BACIONE COMBA’…IL CUGGINO RASTA

    “Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards.

    Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa, che vuole l’affitto ogni primo del mese.

    Credo che ognuno di noi si meriterebbe un padre e una madre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi.

    Credo che un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa.

    Credo che non sia tutto qui, però prima di credere in qualcos’altro bisogna fare i conti con quello che c’è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche dio.

    Credo che se mai avrò una famiglia sarà dura tirare avanti con trecento mila al mese, però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose.

    Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che, il rock n’ roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.

    Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e da te stesso non ci scappi nemmeno se sei Eddie Merckx.

    Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.”

    Da “Radiofreccia”

    Monologo di Freccia

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