ai tempi del liceo

No, appunto dicevo, ai tempi del liceo feci una sola occupazione da vero partecipante. Avevo quattordici anni, e cosa vuoi dire ad uno che ha quattordici anni? Niente. Se intravedi la possibilitá di farti una notte di guardia davanti alla scuola, lo fai. Ma hai solo quattordici anni, c’è poco altro da aggiungere.  

Le ragazze del quinto anno ti portavano il caffè ed i cornetti alle sei di mattina, per “sostenere i valorosi guardiani notturni della scuola”. Bello.    

Poi a quindici anni giá mi accorsi di come stavano le cose e poco prima delle occupazioni prendevo il microfono in palestra per dire davanti a tutti: ecco insomma, se proprio vogliamo trovare una scusa per non venire a scuola, almeno cerchiamo di informarci un minimo, no? Invece i miei compagni non volevano venire a scuola e basta, i giornali non li leggevano e non potevano dire ai genitori: io oggi non ho voglia di andare a scuola. Io invece potevo, e allora montare tutto quel casino solo per saltare dieci giorni di scuola, mi pareva esagerato. Mi volevano morto.    

E si andava avanti così, negli anni “protestarono” per tutto: per le guerre, per le finanziarie, per le riforme, per il governo, per le bonifiche, per non cosa altro. Io lo so che un liceale è un cazzone, e che bisognerebbe lasciargli una certa libertá di essere cazzone, ma a me tutta sta farsa solo per farsi il giro in vespa al sole pareva un modo triste di svendere le idee. Del tipo: a quanto la vendi la tua idea sul mondo, sulla politica? Per me era come se ti stessero rispondendo: al prezzo di un giro in vespa. Tu dammi un giro in vespa di mattina ed io sono contro o a favore di tutto quello che vuoi. Poi dicono il voto di scambio. Poi dicono il clientelismo. Ste cose nascono quando non c’hai nemmeno un pelo di barba sulla faccia.     

Oppure era come se ti dicessero: non abbiamo nessuna idea. Qualsiasi prezzo è buono.      

E allora io il giorno della manifestazione contro il bombardamento in Jugoslavia, entravo a scuola da solo. Gli altri facevano due ore di corteo, oppure nessun corteo – spessissimo nessun corteo – e poi giro in vespa verso mare. Oppure a casa a dormire. Il punto era che la guerra in Jugoslavia mi dava fstidio per davvero, non mi andava di scambiarla con il giro in vespa a mare (che potevo fare quando volevo). E ci tenevo a dare una testimonianza – a me stesso – che a modo mio stavo celebrando la schifezza. Il prezzo da pagare era disegnare cerchietti con la matita sullo smalto verde del banco per cinque ore. Lo facevo. Se fossi stato al mini corteo pre-giro in Vespa al mare, nessuno avrebbe parlato della guerra in Jugoslavia, o della finanziaria, o di quello che era.       

Allora quando dicono che ci sono i licei occupati, i cortei di studenti delle superiori, sti numeri vanno presi con le pinze. Lì in mezzo ci sono pure quelli che ci credono, ma la massa non sará mai credibile. Un liceale farebbe di tutto per saltare un giorno di scuola. Un giorno di scuola saltato è una benedizione del cielo. C’ è gente che ha allagato la scuola per saltare un giorno di scuola. Saltare la scuola è bello, ti cambia l’umore, ti rinvigorisce. Non è certo una dimostrazione di impegno.


E’ come se dicessi che la guerra in Iraq mi fa così schifo, ma così schifo, mi fa così che guarda, addirittura adesso vi lascio tutti qui e mi vado a mangiare una pizza.

Lo scrivevo qualche anno fa

Lo scrivevo qualche anno fa sulla colonnina del blogghe: «Quando diventerò dolce e disponibile con tutti, allora andrò a fare il missionario in Burundi.». Poi ieri ho scoperto che il mio compagno di corso, quello che ci devo anche lavorare assieme, è proprio del Burundi. Come tutti gli africani in occidente che non siano rapper esagitati, veste abiti formali e rassicuranti. Io quando avevo scritto Burundi manco lo sapevo dov’era sto Burundi, e nemmeno adesso lo so, però la differenza è che adesso c’ho una faccia nera a due metri da me con cui devo discutere di problemi epidemiologici, senza farmi distrarre dall’interno roseo delle sue labbra.   

Oggi nell’ordine mi sono imbattuto con: il traffico criminale, la paura di non fare in tempo, la consapevolezza di non aver fatto in tempo, la consapevolezza di non sapere perchè dovevi fare in tempo, una sedia calda, una cosa giusta pronunciata al momento giusto, una canzone che la volevo cantare per forza anche non avendo alcuna voglia di cantare, la sorprendente capacità di rispondere a domande ovvie impostando la voce, la frenesia del lavoro al computer, la frenesia del lavoro al computer, la cazzo di frenesia del lavoro al computer, una corsa sotto la pioggia con due panini caldi appena usciti dal forno in mano, la cazzo di frenesia del lavoro al computer, l’indecisione al reparto ortofrutta, una birra in lattina fredda ma non come la volevo io, poco pochissimo tempo per scrivere come invece vorrei scrivere.

ma che bello



Dice: che cos’è? Ebbene, è lo strumento del mio nuovo sport. Dopo un mese di prova, posso dirlo con sufficiente sicurezza: è il mio nuovo sport. Si chiama floorball, ed è una derivazione dell’hockey. Si pratica senza pattini, si corre e si suda. Ci si prende a mazzate sui piedi e a volte, come ieri, se non resti vigile ti prendi una pallinata diretta nell’occhio.    

Si sente ssstassch!!! e poi tutti intorno a chiedere come va.      

Io sono contentissimo, sono il giocatore peggiore della storia mondiale di questo sport. Io sono il peggiore giocatore e contemporaneamente il piú contento giocatore di questo sport. Faccio schifo, mi alleno con quelli del livello piú basso che hanno cominciato giá a settembre, e quindi fra i principianti sono il piú principiante. Ma va benissimo così. Sta cosa di correre con la mazza e spintonarsi come gorilli, va bene così. Le istruzioni vengono date in olandese, per cui ho pochissime speranze di migliorare. Qualcuno si offre di tradurre, di solito nel momento in cui cerco di riprendere fiato e sono ad un passo dalla morte, quindi non mi arriva comunque niente. Una ragazza in particolare parla un inglese british impeccabile, e di conseguenza per me incomprensibile, e per sfoggiarlo si offre spesso di tradurre le istruzioni per me. Ha una faccia da gerarca nazista invasa da un tripudio di brufoli. È devastata da un acne carnevalesco, per cui anche quando potrei capire le sue parole non le capisco lo stesso, perchè penso: pattapatapapatpaa! Che poi sarebbe il rumore dei brufoli che scoppiano tutti  assieme a mitraglietta.         

Perchè fra di noi principianti terremotati, si gioca maschi e femmine insieme. Ci sono almeno altri tre femmine gerarchi nazisti e un paio di bomboloni che cominciano a sudare non appena c’hanno la mazza in mano. E poi è uno sport poco diffuso, popolare solo in Svezia e conosciuto in qualche Paese del Nord. Quindi la mia spocchia può avere campo libero, posso dire floorball di qua e floorball di la’, è uno sport nordico poco conoscituo, e bla bla bla e nessuno può capirci niente.         

Qui invece una partita giocata da gente che ne sa, tanto per avere un’idea.       

fosse successo a me

Fosse successo a me, come è successo a questo violinista di 27 anni, di inciampare in prossimità del palco e distruggere cadendo un violino Stradivari di trecento anni fa, mi sarei suicidato con le schegge di legno dello stesso violino conficcandomele negli occhi.

Siccome da cosa nasce cosa, vado a leggere la biografia del violinista in questione, che scopro essere mio coetaneo, talentuosissimo e pure figo (ma anche un po’ Claudiano Bisio, perchè sono invidioso). Aveva quattro anni quando gli hanno messo un violino in mano  – del fratello maggiore, che studiava violino – e quello senza aver mai studiato lo strumento, si è messo subito a suonare. A quattro anni era già un genio riconosciuto, a otto anni suonava con la Filarmonica di Londra, a 27 è famoso in tutto il mondo (e vabbè, inciampa sugli Stradivari).  

Io penso: e che culo, però. C’hai il talento del violino e lo scopri col violino del fratello. Magari ti davano in mano un flauto, facevi un bruttissimo piripiripiri e tutto finiva lì. E invece ti hanno dato un violino. Cosa facevo io a quattro anni? Urtavo con la fronte sul bordo dei tavoli della casa? Rincoglionivo davanti alla tv? Cercavo di non farmi calpestare? Cosa facevo? E cosa sarebbe successo se mi avessero dato in mano un.., che ne so, un oboe? Magari potevo scoprirmi il mago quattrenne dell’oboe dell’europa meridionale, no? Magari sono il talento sprecato del clavicembalo mondiale e non lo saprò mai.

ragazzi di altre latitudini

Tra un paio di giorni si lascia questa casetta e si va nella nuova – poco distante da qui – dove ho pronta una camera di diciotto metri quadrati per i prossimi sei mesi, un water ed una doccia da condividere con una tipa che ancora non so chi sia, più un totale di sette (uno,due,tre,quattro,cinque,sei,sette) coinquilini. Ma non si vuole parlare della casetta nuova, e non si vuole parlare nemmeno della casetta vecchia: si vuole parlare invece del ragazzo che mi offre la sua camera per i prossimi mesi.  

B. è un olandese alto e biondo. Lascia la sua camera per un Erasmus in Spagna. Potrebbe benissimo fare il modello, coi suoi muscoletti e la sua presenza di giovine alto e biondo. E invece studia biologia all’università. La prima volta che ci siamo incontrati ho pensato, che ragazzo gentile, sto ragazzo qua. Proprio gentile. Eccolo che mi spiega dove firmare, eccolo che mi spiega cosa significa quella frase sul contratto, mi spiega che mi pulirà tutta la camera prima di andare via, che se ci sono problemi basterà scrivere una mail e lui mi risponderà. E davvero ogni volta che hai un dubbio glielo scrivi, e quello ti risponde con lunghe mail dettagliate e addirittura ironiche, e quindi tra le qualità ci devi mettere alto, biondo, muscoloso e pure ironico. Ti chiedi: sarà mica gay? Capisci che non è gay. Poi firmi il contratto, e tra i suoi libri scovi tante guide sul Sudamerica e la Spagna. Poi leggi ad alta voce qualche titolo di romanzo, e quello subito ti parla della trama del romanzo, di questo e di quello, e del contesto storico eccetera eccetera. Non fa la figura del precisino, falsifica pure la firma del padre e poi appena fuori dalla porta c’ha un paio di calzini vecchi in simbiosi con una palla di polvere. Hai bisogno di un certificato e quello te lo procura subito, scusandosi del ritardo. Ti chiede di andare a prendere il certificato al suo posto di lavoro. Perchè non solo studia, sto ragazzo, ma lavora anche. In un negozio di cremine cosmetiche nel centro della città. Allora pensi: sarà gay? Non è gay. Però arrivi lì che sta consigliando una vecchina grigia sulla prossima cremina da acquistare. E’ alto e biondo, muscoloso ma non appariscente, gentile ma non precisino, gentile ma anche cazzone quanto basta, cazzone ma apprezza anche la letteratura, pulito ma con una certa percentuale di backstreetboys nello stile, studente ma lavoratore, nordico ma interessato alla cultura mediterranea e sudamericana.    

E’ quel tipo di crossover umano che ti capitato rarissime volte di incontrare nella tua vita. Quel tipo di personaggi che non li puoi infilare in una sola casella, che una sola casella non ti basta. Quel tipo di mescolanza a cui tu in un certo senso ti ispiri, a cui vorresti arrivare, sebbene poi a te non riesce altrettanto bene, oppure riesce in un modo più sghembo: forse perchè non ne sei altrettanto capace, o forse per quella parte di albertosordi impacciato e sconclusionato che vive dentro di te.

cosa ho fatto

Cosa ho fatto oggi? Ho preso una violenta craniata contro un mobile in cucina, piccolo taglio sul cranio e sangue che lo tengo bloccato dentro di me  premendo con il dito sulla testa. Prima di sta piccola tragedia, mi ero fatto assalire da uno dei miei momenti di operosità: Faccio, Pulisco, Sistemo. Ve li raccomando, i miei momenti di operosità. Ma comunque niente, il momento è stato breve perché ho cominciato col Pulisco, e per andare a gettare una confezione di biscotti in cucina ho preso sta craniata che ho bestemmiato in dialetto serbocroato. Quando ho smesso di tenere il dito premuto sulla capoccia, non ho continuato col Faccio e Sistemo ma sono uscito a correre nel freddo gelido fra le papere e i laghetti, che questa è una di quelle cose che sul momento non le gradisci però poi quando ritorni a casa sei contento, c’è una soddisfazione low cost tutta particolare, ché il freddo gelido non c’è più, che non devi correre più e ti puoi infilare tutto ansimante sotto l’acqua della doccia. Che poi sarebbe come andarsi a cercare la Quiete dopo la Tempesta, ma in termini molto più banali e contemporanei.  

per giungere in paesello – questa volta

Per giungere in paesello – questa volta – sarà un viaggio in treno, dopo anni che non era più viaggio in treno. Per arrivare al tacco d’Italia – a quei tempi – si usavano certi treni espressi da nove ore e mezza di viaggio, tutti di un color marrone mortificato ed olezzanti di un olezzo che ti penetrava nell’anima. Di solito i compagni di viaggio contribuivano allegramente a speziare l’olezzo con nuove fragranze speziate per cui alla fine era una bella mistura di puzze a cui ti potevi soltanto arrendere con le mani in alto e magari anche qualche lacrima spontanea. Una breve lista delle cose che ricordo di questi anni in treno (giusto per sdrammatizzare quanto successo l’altro giorno): 

– Il treno zeppo che non c’era più spazio nemmeno nel bagno, e tu che trascorri il viaggio steso in corridoio calpestato dai passanti ma sei contento lo stesso, che almeno non sei finito nel bagno. 

– Il treno zeppo che non c’era più spazio per cui decidono di attaccare un nuovo vagone, poi un altro e poi un altro ancora. Alla fine ci sono tanti di quei vagoni in più che il treno deve procedere lentissimo e arrivi al paesello con un ritardo tale che avevi pure dimenticato il motivo per cui eri partito.  

– Il treno zeppo di emigranti di ritorno dalla Svizzera con certi baffoni da mangiafuoco; cinque di loro finiscono per essere tuoi compagni di cuccetta e allo scoccare della mezzanotte decidono tutti assieme di togliersi le scarpe. La tua faccia da quel momento in poi diventa quella dei pesci rossi che nelle bocce di vetro stanno a boccheggiare sul bordo dell’acqua, non so se avete presente.

– Il treno che si ferma in aperta campagna, senza un perchè.

– Il treno che entri nel tuo scompartimento col posto prenotato e ci trovi otto persone (su sei posti disponibili) più un coniglio da ingrasso tenuto in una enorme gabbia di legno. Sono senza biglietto ma nessuno vuole lasciarti il posto. Decidono di farti un po’ di spazio. Trascorri la notte con loro e al mattino c’è un casertano che ti vuole uccidere perchè secondo lui sei troppo vicino alla sua fidanzata slava, sebbene lo stesso poteva dirsi anche per il coniglio da ingrasso, volendo essere pignoli.