ultimo gesto

Ultimo gesto prima di uscire da questa casa per sempre, ho tentato di sistemare la tapparella e non ci sono riuscito. Posso prendere questo avvenimento come simbolo sgangherato della mia esistenza in questa città. La mia vita in questa città si conclude con una tapparella rotta, un leggero abuso di succo d’arancia e due cucchiaini da lavare in cucina.  

Bologna ha dei colori che mi lasceranno per sempre stupito. Tonalità di giallo del sole che si infila fra i portici ed illumina le pareti lercie. E  tante facce speranzose che perdono l’ingenuità della matricola con il passare del tempo, i denti diventano rossi per il vino e la malizia viene coltivata negli sguardi. Odore di copisteria e di smog sparato in faccia aspettando l’omino verde al semaforo. Odore di pizza al taglio, che quando si fa primavera invade le strade con più prepotenza. I nordafricani che ti offrono la droga. La ruota sgonfia della bicicletta. Le palle di polvere nel corridoio.     

E l’ansia che non ce la fa ad arrivare, ne vogliamo parlare?     

C’è un posto nel cervello – voi non lo sapete, ve lo spiego io – che è la stanza dell’ansia. Sulla porta c’è proprio il cartellino: Stanza dell’Ansia. Bisogna entrarci. Appena fuori dalla porta della mia stanza ci sono tutti i ricordi che aspettano di entrare, una massa enorme di ricordi legati all’esistenza in questa città. Una massa così enorme e ingombrante che non riesce a passare attraverso la porta perchè è troppo stretta. Se l’enorme massa riuscisse ad entrare, la stanza dell’ansia potrebbe scoppiare. Col passare del tempo, la massa di ricordi si sgretolerà e i pezzetti – uno per volta – entreranno nella stanza a provocare struggimenti saltuari. Tric e Trac nella mia serenità, chissà quando e chissà dove.

Adesso stampo queste righe e me le rileggo di fronte allo specchio, tanto per chiarirmi in largo anticipo.  Domani sarà Germania, dopodomani si arriva finalmente nel Paese Basso.

ma quante lavatrici

Ma quante lavatrici avrò caricato da quando vivo qui? Non lo so, migliaia? Migliaia. 

Poi il senso di precarietà e di stare andando via lo avverti quando caricando la lavatrice per l’ultima volta calcoli se i pantaloni ce la faranno ad asciugarsi prima di doverli mettere in valigia. Ma quante volte avrò messo ad asciugare i pantaloni da quando sono arrivato in questa casa? Non lo so, migliaia? Migliaia.   

Avevo 19 anni. 

Devi averci il sangue freddo – ma davvero freddo – a svuotare i cassetti ripieni di carte e fotografie e cartoline e elastici per capelli e monete da 100 lire. Serve la freddezza del killer a decidere cosa buttare e cosa No, e nei primi momenti continuare a pensare Questo No, Questo No, Questo No, per poi capire che non puoi andare avanti così, e fare un grosso mucchio – tappare il naso della tua coscienza sentimentale – e gettare tutto nella spazzatura.

Qui si gettano cose ingiallite nella spazzatura. 

E con il coinquilino Billigiò, aver vissuto otto anni insieme, finisce che una persona la riconosci dal rumore dei passi, come i cani. Se ci pensi in otto anni fai in tempo a far nascere un bambino e farlo crescere fino all’età in cui potrebbe addirittura essere capace di leggere queste righe.  

Vabbè, non proprio queste righe – che queste mie righe non le capisco nemmeno io – ma diciamo in generale delle righe qualsiasi. 

Questo mood da omelia di funerale finirà presto, abbiate pazienza.

già so che a scrivere queste righe

Già so che a scrivere queste righe, farò una foto di me stesso che di sicuro avrò voglia di tornare a curiosare nei tempi a venire, quando non so ancora se il blogghe esisterà ancora, quando forse avrò una faccia diversa e pensieri diversi.

E allora voglio ricordarmi che oggi ero un ragazzo con una felicità intermittente, con le mani che tremano per notizie in arrivo e una storia da raccontare. Quindi mi rivolgo al me stesso di domani e gli dico: sappi che oggi eri felice e tremante, e che hai passato la scopa a tirar via la polvere dal pavimento del corridoio, e che hai un letto con le lenzuola disfatte e un paio di scarpe troppo consumate ai piedi per il tanto camminare, e una foto sulla scrivania di una persona a cui vuoi bene. Oggi c’eri tu, le tue ansie ondulatorie e le cose che hai fatto negli anni per arrivare fino a qui, tutte appiccicate sulla faccia a lasciarti un odore che a volte è forte e a volte meno, e alcune piccole cicatrici asfaltate dal passare del tempo. Oggi sei contento di te stesso – anche questo lo pensi in modo ondulatorio e incerto – e ti abbracci con questa consapevolezza come fosse una compagna di strada che comunque resterà sempre lì a gioronzolarti attorno.

Due giorni fa sei stato in un Paese pieno di biciclette e canali d’acqua, sei sceso dall’aereo appallotolando il quotidiano che ti raccontava tutte le schifezze della tua nazione. Lo hai lasciato sul sedile per farlo portare via alle hostess bionde e corpulente. Hai visto cose, potresti spendere qualche parola in più per spiegarti meglio, ma la sostanza è che hai visto cose. Hai visto strade con quasi nessun lussuoso macchinone, molti meno di quanti ne vedresti in mezzora passeggiando nel tuo paesello, e hai parlato con persone disponibili al punto da farti vergognare. Hai avuto parole di incoraggiamento senza chiedere nulla, e hai visto coppie di anziani tenersi per mano, e giovani biondi che avevano già un pargolo da sistemare sul seggiolino della bici. 

Ma senza girarci troppo attorno, la cosa è questa.

La cosa è che tra poco qui si lascia tutto e si va via. C’è da fare tanti pacchetti e caricare la macchina, poi dire ciao a Bologna e salire su in Olanda dove ti aspetta un lavoro, e felicità intermittenti e ansie ondulatorie proprio come hai fatto fino a qui. Ci sono cose da  fare e cose per cui preoccuparsi, e tanto vento in faccia da prendere.

La cosa – signorimiei – è questa, e adesso qui si comincia a cercare la corda da tirare per far scorrere il tendone rosso sul palcoscenico.

molto bello

Molto bello fare lo schiavo di notte in un centro commerciale, molto bello, davvero. Ravanare fra gli scatoli di calzini per bimbi “da sei mesi ad un anno” per sette ore consecutive, tornare a casa che sono le cinque di mattina. Molto belli i centri commerciali, sono proprio dei luoghi finissimi, con queste finte palme altissime posizionate al centro di piazzette lastricate col marmo lucido, con automobili fresche di concessionaria piazzate a caso lungo i percorsi, e i clienti dai capelli ingelatinati che sbavano sbriciando attraverso i finestrini. E certi armadi che passeggiano tenendo per mano giovani femmine taccute e pericolanti, masticando chewing gum coi perizomi che sbucano dal bordo dei jeans, mentre indicano attraverso le vetrine certi prodotti griffati che non cito.

Sulla notte trascorsa in quel luogo, poco da dire. I miei colleghi erano un orso Baloo scienziato politico laureato dieci anni fa, un tizio smilzo e tabagista, una muflona femmina taciturna e scura. Il capo, un milanese che mi ha fatto capire che se voglio anche io posso sembrare milanese, dicendo cose del tipo PrAndi La MaGliAtta, Passami La PinzAtta, Portami La MacchinAtta.  

Tutta una serie di incentivi alla tristezza che non hanno avuto alcun effetto. Ormai qui scivola tutto addosso come se fosse niente. E’ tutta acqua fresca e polvere sollevata dal vento.

Tutto scivola via, perfino Bill Corgan che dalle casse gracchianti del negozio canta We Must Never Be Apart mentre faccio il conto delle gonnelline per bambina appese davanti a me. Che voglio vedervi a voi, al momento dell’assolo di sta canzone, a contare gonnelline nella notte a cento chilometri dal letto.

Anche i romanzi di Bukowski erano pieni di esperienze lavorative grame con chiari riferimenti autobiografici, però se poi non arrivano pubblicazioni e fama internazionale a pareggiare i conti, ecco, non ne vale la pena.

questa mattina/mi son svegliato

Il mio scintillante ingresso nel mondo del lavoro si fa sempre più scintillante, e ogni giorno si arricchisce di nuove scintille che brillano, e a forza di scintillare e scintillare è assai probabile che presto io prenda fuoco. Stamattina scintillante colloquio per uno di quei lavori da schiavo che solo io sono capace di scovare.

Apro gli occhi 18 minuti prima dell’ora stabilita con uno strepitoso mal di testa – perchè ieri tanta gente qui in casa fino a notte fonda a festeggiare il compleanno di Billigiò ed io non ci sono più abituato – ma nonostante l’orario riesco ugualmente ad arrivare in tempo all’appuntamento. Miracolo. La mattina uno si sveglia e fa le sue cose, giusto? Per farle tutte in meno di 6 minuti è ovvio che  queste cose non si posson fare una dietro l’altra, ma sarai costretto a farle in contemporanea, giusto? Io adesso non dico Cosa e Come, ma dico solo per star dentro ai 6 minuti ho fatto colazione in bagno. Il Cosa e il Come, sarà per un’altra volta. 

Gli aspiranti a questi lavori da schiavo che solo io sono capace di scovare, sono generalmente disperati sfasciati e con qualche evidente menomazione fisica o mentale. Generalmente. Questa volta, invece, nell’auletta erano tutte persone quasi normali. Dopo un breve test scritto che serviva a dimostrare che tutti i presenti fossero in grado di fare SeiPerOttoQuarantotto ma soprattutto TrePerCinqueQuindici (e non scherzo) una femmina di Barbapapà ci ha descritto il lavoro, e cioè che saremmo stati arruolati per contare tutte le scatole e le confezioni sugli scaffali dei centri commerciali. Un lavoro da svolgere di notte (fino alle tre, alle cinque, all’alba, chi lo sa) con un macchinino in mano capace di misurare in ogni momento la tua produttività, con una pausa di 15 minuti ogni quattro ore ( e che se la fai durare di più il macchinino fa la spia e sei fregato perchè ti fanno la multa sui tre soldi che ti vogliono dare). Contratto che dura un giorno: tu arrivi, firmi e sei assunto. Poi all’alba ti licenziano e ti riassumono il giorno dopo. Una di quelle cose che ora quando sentirò parlare di precariato alla tivvù potrò annuire pure io con faccia grave e smunta, in sincrono con tutti gli altri precari, ognuno da casa sua. Che io non vedevo l’ora di smetterla di considerarmi un privilegiato mentre i politici urlavano in tivvù, e volevo tanto annuire e sospirare pure io.   

Io in realtà volevo parlare della caporale Barbapapà, di come in questo mondo post post post industriale sono le macchine che serviranno veramente, e non le persone. E le persone – per trovare un posto al sole – dovranno sempre più somigliare alle macchine. E di come sarà tutto un casino quando tutti questi ragazzotti che pullulano per le strade di Bologna saranno espulsi dal grembo universitario, loro che si sentono tutti artisti e tutti credono di avere qualcosa da dire. Che io mi adatto pure a far schifezze, in fondo, ma là fuori sono le macchine che davvero servono. Venditrici col sorriso di plexigas e qualche impiegato ingegnere, che poi è come dire quasi-macchine che vanno avanti per atti respiratori.   

Sto esagerando.

Comunque, qualche disclaimer tanto per chiarirsi:

– non sono contrario a priori al lavoro precario.

– non sono un lamentoso come può sembrare, questa è solo catarsi.
– non sono contrario a priori ai barbapapà. 
– vorrei approfondire l’argomento Precariato ma qui c’è l’amico Bollo che racconta degli spezzatini di carne di balena cucinati in Norvegia che hanno un retrogusto dolciastro. 

Il test del SeiPerOttoQuarantotto lo abbiamo superato tutti: solo un tipo ce l’ha fatta ma poi hanno mischiato le carte ed hanno fatto finta che Sì.