ricostruzione giorno 3

In ogni caso ricordiamoci sempre del nostro background scientifico, e recitiamo la consapevolezza che in fondo – ma proprio molto in fondo – tutto è reazione biochimica. La gioia, l'euforia, la disperazione, lo stimolo di fare pipì e la curiosità di conoscere quello che non sai.

 

E poi ancora è reazione biochimica la pelle d'oca e la fame improvvisa di certe cose buone specifiche invece di altre, e la voglia improvvisa di viaggiare oppure di sbattere la testa contro un muro.

 

Dunque siamo qui che si dondola, a causa dei venti esterni ma pure di quelli interni – biochimici, per la miseria! – e questo non vuol dire che possiamo capire davvero come fare ad evitare di dondolare. Niente affatto, non possiamo. Ché in fondo queste reazioni biochimiche sono complicatissime visto che gente con la camicia chiusa fino all'ultimo bottone non è capace di decifrarle a fondo. A cosa serve quindi questa consapevolezza? Ma forse a vivere il momento senza spendere troppo tempo a farsi domande. O a trascorrere quattro minuti scrivendo un post.

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ricostruzione giorno 1

Sulla mensola alle mie spalle ci sono le ciabattine che mettevi quando eri qui. Adesso che sei andata via e hai detto non ritornerai più, devo fare attenzione a non guardarle. Se mi succede di aprire l'armadio dove so che ci sono, mantengo la testa ruotata in posizione innaturale, per non guardarle. Non riesco neanche a prenderle e nasconderle in una busta.

 

Ti avevo detto tante volte, un giorno ti sveglierai e non mi vorrai più. Succederà all'improvviso. Poi mi mordevo le labbra sperando di sbagliare, immaginandomi un giorno lontanissimo in cui mi avresti detto: hai visto che ti sbagliavi scemo? E invece.

 

Ma adesso che forma devo dare, a questo dolore?

 

Posso uscire e conoscere migliaia di persone – come faccio – credendo che serva a qualcosa. C'è una tipa distesa sotto l'albero di Natale in questa casa che non conosco. Quello al mio fianco – che non conosco – mi da di gomito e la indica con il mento. La guardo e penso soltanto: Preferisco Lei. In questa festa comincio a parlare con una che avevo visto una volta, anche lei si ricordava di me, mi distraggo per quattro minuti poi mi dico improvvisamente Preferisco Lei. Fuori l'asfalto è bagnato perché ha piovuto poco, mi invitano fuori sul terrazzo per una sigaretta e io ci vado, parlo di democrazia e di balene e di calcio e di capodanni poi però basta un soffio di vento più forte che al'improvviso non sento più nessuna parola, vedo solo gente che dondola per il freddo che fa – mentre io mi chiedo: va bene, ma adesso che forma devo dare a questo dolore?

 

Non lo so.

 

Mi avvolgo la sciarpa attorno al collo. Sono riuscito a chiacchierare e scherzare con molte persone mai viste prima, e la gente dopo mi cerca. Quindi non sembro uno zombie. La padrona di casa mi vede che vado via e lancia un No col punto esclamativo, e sembra sincera. Devi rimanere mi dice, adesso sarà più bello. Riesco a scherzare per cambiare discorso e sono credibile, c'è gente che ride. Mi sforzo di non farlo ma lo penso lo stesso, Preferisco Lei.

 

E mi viene da mettere tutto su di una bilancia, sai? Anche se non serve a niente. Ci metto che sono giovane e alto, ho gli occhi verdi e buone prospettive di carriera. Ho una discreta cultura, parlo bene e sono abbastanza educato. Di sicuro sono pulito e onesto. A volte distratto, ma mai cattivo. I miei difetti li conosco benissimo tanto che potrei scrivere un manuale per l'uso di me stesso. Mi interesso di letteratura, cinema e musica. Ho girato l'Europa e ho storie da raccontare. E sono creativo, e conosco benissimo le cose che ti fanno ridere, e le cose che ti piacciono, e forse nessuno le conosce come me. Ma non basta. Non basta e non basta. La bilancia pende ancora dall'altra parte. Non basta.

 

Quale forma devo dare?

 

Potrei scappare via, oppure ascoltare la tua voce fredda. E rendermi conto di quanto è fredda. E pensare che se il calore non ce lo metti tu, allora io ne devo mettere il doppio per farlo bastare per tutti e due. Anche se non serve a nulla lo faccio lo stesso, perché è l'unica forma che riesco a dare, in questo momento.

cose 09 dodici dieci

Coinquilino Spitty Cash fumi così tanto che stordito ti dimentichi di chiudere la porta del bagno. Apro e ti vedo lì seduto sulla tazza con gli occhi rossi mentre chatti sullo smartphone. Tranquillo, non mi curo di te ma guardo e passo.

 

Ormai giunge il Natale ma fortissimamente non voglio Mariah Carey che mi canta il Natale. Solo al pensiero sono nervoso come un gatto bagnato.

 

Piuttosto ascolto troppe volte l'ultima di Jovanotti e mi chiedo se seriamente posso cercare le risposte in una canzone di Jovanotti? Non posso.

 

Ma di sti tempi cadono i cuori dal cielo e feriscono passanti ignari.

mi sorprendo

Mi sorprendo a pensare al concetto di amore nei film di Sorrentino. Che poi non sarebbe un concetto quanto invece le “conseguenze del”, proprio come in uno dei titoli. Che poi non è che ci posso pensare a lungo, visto che mi trovo sotto la doccia, e devo uscire.

 

Non ho una camicia stirata.

 

Gli oggettivamente brutti che corteggiano le oggettivamente brutte fanno benissimo. Solo che io li guardo e penso alla profonda imperfezione del mondo, una consapevolezza che mi assale molto di più che se avessi un malato di malattia ereditaria che mi muore sui piedi sbavando catarro verde. Ché malati terminali morenti ai piedi non m'è mai successo, invece alle pause pranzo annoto spesso tentativi di approccio col boccone tra i denti che poi cerco di dimenticare. Ma perché dimenticare?

 

Compravo una bomboletta di schiuma da barba una volta all'anno, sempre a gennaio. Quest'anno l'ho comprata a novembre e mi sento vecchissimo.

 

Ma intanto organizzo foto che non conoscevo di me stesso bambino, scovate in fondo a recipienti polverosi a migliaia di chilometri da questo tavolo, di me quando non sapevo praticamente niente. Ne scelgo una e la metto qui. Forse.

Volevasi segnalare

Quanto mi piace l’Italia di Yara, la ragazzina scomparsa una settimana fa. Mi piace il suo cellulare con soli dieci numeri in rubrica: un mondo piccolo di affetti seminati in profondità, perché voler bene richiede tempo e troppi amici significa nessun amico. Mi piace la sobrietà dei suoi genitori che non fanno appelli, non si affacciano ai talk show e respingono la fiaccolata proposta dal parroco: il dolore è una cosa seria, metterlo in piazza non significa condividerlo, ma svenderlo. E mi piace il contegno del suo paese, Brembate, dove nessuno rompe la consegna del silenzio. Ogni tanto spunta un microfono sotto qualche naso infreddolito, ma la reazione è sempre un diniego, un passo che accelera.

 

Viva Yara – Il Buongiorno di M. Gramellini

 

Io da terrone conoscitore di quelle terre peri-avetranesi dove la televisione è una delle manifestazioni del Signore, approvo tantissimo.