io c'ero

Ma la mia capoccia era appena sotto l’obiettivo della macchina fotografica.

<<Camera letto passata sotto le mani della Signorina>>

la parabola

Un ominide del ventunesimo secolo che dopo anni di ignobile pirataggio musicale, decidesse magari un bel giorno di comprare musica da internet – spronato alla legalità dall’esistenza di uno stipendio fisso – questo stesso ominide del ventunesimo secolo quel giorno scoprirebbe che la musica da internet la può comprare – per esempio da quella cosa chiamata Itunes – epperò una volta acquistata, la musica stessa a causa di restrizioni legali e cavilli protettivi complicatissimi, resterebbe solo attaccata al computer da cui è stata presa, e non trasportata in giro, a meno di laboriose operazioni di copia e incolla.  

Lo stesso ominide in pigiama, conscio della situazione, la sera prima di andare a dormire aprirebbe il cancello del recinto dove è tenuto chiuso il fido muletto, e lo lascerebbe andare in giro per tutta la notte. Alla mattina seguente, l’ominide del ventunesimo secolo, dopo aver speso soldi invano a comprare file legali scomodissimi, scoprirebbe copie degli stessi file (stavolta comodissimi) incollati alla criniera del fido mulo, che così potrebbe tornare felice trottorellante nel suo recinto.

Illustrazione esplicativa.

adesso invece leggo

Adesso invece leggo La Ragazza delle Arance di Jostein Gaarder, un autore che mi è rimasto incollato dalla volta che mi trovai a che fare con un libro che invece si intitolava Maya, scritto sempre da lui, quando in un tempo che ora mi pare lontanissimo – si parla invece di qualche anno fa – se qualcuno mi avesse chiesto qual’era il tuo libro preferito avrei detto sicuramente Maya, anche se poi ho cambiato idea. Ho cambiato idea non perchè il libro non mi piacesse più, ma perchè sta cosa di avere il libro preferito, il cantante preferito, il colore preferito, ho cominciato a non sopportarla più. Io se volete saperlo non ho proprio nulla, di preferito.

Ma dicevo, La Ragazza delle Arance, anzi No, Maya. Il libro Maya è un libro che dice qualcosa. La narrativa sarà quella che è. Però dice qualcosa. E ha il sapore di Nord, tantissimo.  

Eppoi, da Maya in giù, ogni volta che trovo un libro di Gaarder in libreria, trovo scritto sulla copertina: «Dall’autore del Il Mondo di Sofia!» oppure « dallo stesso autore de Il Mondo di Sofia! » e allora io, che oltre a non avere colori preferiti e marca di jeans preferita sono come sono, per cocciutaggine sto Mondo di Sofia ancora non l’ho voluto leggere.

Sempre più spesso usavamo il pronome «noi». È una parola strana.
Domani farò questo o quello, si dice. Oppure si chiede cosa l’altro,
cioè «tu», deve fare. Non è difficile da comprendere.
Ma all’improvviso si dice «noi», e lo si fa con la più grande naturalezza.
«Andiamo in spiaggia sull’isola di Langøy, con il battello? »
«Oppure restiamo a casa a studiare? » «Ci è piaciuto lo spettacolo a teatro? »
e poi, un giorno: «Siamo felici!».


La ragazza delle arance – Jostein Gaarder.

nel 2001 mi collegavo ad internet

Nel 2001 mi collegavo ad internet una volta ogni tre-quattro mesi. Ricordo di aver trovato un computer a libero accesso in un centro commerciale di Londra e di aver controllato la mia casella di posta (a quel tempo si chiamava angelboom@hotmail.it e non capivo come mai non volesse accettare l’accento dopo il «boom») e di aver anche scoperto che la casella si era praticamente addormentata per il prolungato inutilizzo. Erano i tempi che le caselle di posta si addormentavano per il mancato utilizzo. Insomma, quello era il 2001.  

Questo invece è Google come era il primo gennaio 2001 – tirato fuori nell’occasione dell’anniversario – e ci sono dentro solo i siti che c’erano nel 2001. Nel 2001 – sembra ieri – ma praticamente se ci guardi bene non c’era nulla. Potrebbe sembraer una cosa da niente, ma a me pare la cosa più vicina ad una macchina del tempo che io abbia mai avuto a disposizione. Non c’era nemmeno Wikipedia, che è arrivata il 15 gennaio dello stesso anno. Tutto sti fèisbuk e blog e youtube sono arrivati dopo. Siamo solo muschio di superficie.

gnuranti

Non mi piace l’allarmismo, e allora quando sento parlare di allarme razzismo in Italia mi dico che insomma, diamoci una calmata, non esageriamo a parlare di razzismo. Però fra tutte le storie, questa storia della nonna somala col passaporto italiano perquisita e denudata all’aereoporto di Roma dalla Polizia di frontiera, accusata di traffico clandestino di minori (i suoi nipotini) e di spaccio di droga internazionale («vieni qua che ti dobbiamo fare un esame anale») questa storia qui, mi fa venire solo un senso di pena profonda per i poliziotti.

Questi poliziotti, se penso a loro non mi viene in mente il razzismo ma solo una grossa pena per delle persone così ignoranti da prendere una nonna e farle passare tutto sto casino solo perchè i nomi suoi e dei suoi nipotini sono arabeggianti. Questi poliziotti che fanno un lavoro difficile e per di più devono farlo con tutto questo carico di ignoranza che li accompagna, che li circonda la capoccia, che gliela annebbia. Questi poliziotti a cui viene chiesto di essere rigidi e vigili, non certo acculturati, non certo precisi. Gli viene solo chiesto di essere poliziotti – e sono serio se dico che fare il poliziotto è un lavoro difficile – e loro, ignoranti come sono, immensamente ignoranti come li vediamo, cercano solo di fare il loro meglio.

cerchiamo di capire

Cerchiamo di capire cosa significa vivere velocissimo. Chè io, in questi giorni, sto proprio vivendo velocissimo. Chè quando me lo chiedono, quando mi chiedono come sto, dico «occupato», oppure velocissimo, e a vedermi da fuori devo essere proprio una palla, ma una palla. 

Vivere velocissimo, cosa significa – per esempio stamattina bloccato nel traffico aprivo il libro sul volante per studiare, poi lo chiudevo, poi andavo all’università, poi dopo raccontavo tre cazzate per sfilarmi via e veloce correre a lavorare – significa in pratica che i momenti in cui ti accorgi di come stanno andando le cose sono sempre di meno, e sempre più brevi. Succede che te ne accorgi all’improvviso, per un mezzo secondo – in quel mezzo secondo ti rendi conto di chi sei, cosa fai e dove vai, del colore dei muri e delle rughe sulle mani – e poi puf!, niente più, il mezzo secondo è già trascorso, andato via.

Come quando mi succede per qualche istante brevissimo di osservarmi dall’esterno – dura solo qualche momento: io sto parlando in una riunione di lavoro, muovendo le dita nell’aria, oppure con gli scienziati dell’università, e all’improvviso mi vedo dall’esterno, da un punto impreciso dietro la nuca – e allora dico a me stesso: ma com’è possibile che ti trovi qua? Ma come sono andate le cose che adesso ti trovi qua? E soprattutto: com’è che questi ti stanno ascoltando? Ma tu davvero hai voce in capitolo? Ma davvero? Ma fammi il piacere! E niente, non so se mi spiego, probabilmente non mi spiego. Comunque poi dopo mi ricongiungo velocemente con la mia nuca e tutto finisce lì.