il mio padrone di casa

Il mio padrone di casa, che vive qui sopra insieme alla moglie – viviamo nella stessa casa, praticamente, ma facciamo tutti finta di No, con la differenza che solo io ho il frigorifero incastrato fra le biciclette del garage – per quattro soldi di affitto accetta di trovarsi in casa un estraneo (ovvero io) che nel silenzio dello studiare fitto fitto fitto è costretto ad ascoltare per intero il gracchiare di una litigata crescente fra i due coniugi, una litigata che cresce cresce cresce fino ad un punto di paroline veloci e acute – pronunciate da lei – veloci veloci e asfissianti e irritanti, e poi una serie di grugniti pesanti – di lui – fino al punto a che tutto questo crescendo di gridolini e e grugniti viene a concludersi con uno schiaffo – Spaf! da parte di lui, sulla faccia di lei – che provoca dopo qualche istante di tensione il pianto strozzato di lei e il silenzio cupo di lui, che uno a questo punto potrebbe dire Che Schifo La Violenza, ma oggi – un giorno esatto dopo lo schiaffo conclusivo di ieri – ha prodotto un Pucci Pucci generale e ributtante che io, dal piano di sotto, separato solo da muri sottilissimi, già sento la mancanza della litigata crescente, anche se poi (e qui sarebbe ora di mettere un punto ma non ci riesco) oggi lei era così Pucci Pucci e servizievole che la mia busta di biancheria sporca l’ha accettata con una serie di Yess, e poi mi ha restituito tutta la mia roba piegata pulita e forse – sospetto poco fondato data la mia scarsa conoscenza dell’argomento – perfino impregnata di ammorbidente.

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qui si scappa tutto il giorno

Qua si scappa tutto il giorno in preda alla frenesia. Questa cosa del lavorare e studiare significa che mi trovo a scappare tutto il giorno in preda alla frenesia. Mi porto addosso certe occhiaie che mi ricordano i tempi andati, e in tutto questo le mani non sono piú sufficienti a trattenere con me le cose che mi servono. Il me stesso di questi tempi – infatti – scappa sotto la pioggia con uno zaino appeso ad una spalla che gli rende la corsa sbilenca verso un lato, mentre una mano trattiene una busta e con l’altra una banana (dice che la banana fa bene all’umore) e poi siccome non ha piú mani, quell’importante articolo da leggere prima di sera se lo tengo in bocca, epperò siccome non ha mani per un ombrello l’articolo si bagna, eppoi mentre scappa cerca di prendere l’ombrello dallo zaino spostando la banana nella tasca del giubbotto (dice che la banana contiene serotonina, ecco perchè può aiutare l’umore) però infilando le mani nello zaino invece dell’ombrello tira fuori un paio di mutande, perchè stando tutto il giorno fuori casa ormai si porta dietro qualsiasi cosa.  

Ieri un benzinaio romeno parlava italiano e mi raccontava che lui è stato a Bormio, ecco perchè parlava italiano. Io masticavo chewing-um e pensavo ad altro, a tutt’altre cose che non c’entravano niente, mentre cercavo in tasca i soldi per pagare.

poi dopo ti mordi la lingua ma tanto ormai è fatta

Il problema che si pone nell’andare a cena in compagnia di un ricercatore italiano cattolicissimo, ma così cattolico che ti dice subito che lui è cattolico, che sua moglie l’ha incontrata in Chiesa, e che lì dietro l’angolo c’è una bellissima Chiesa, e che secondo lui alla fine l’importante è sposarsi in Chiesa (e tu intanto della Chiesa non gli hai chiesto niente) il problema dicevo in questi casi è che ad ogni cosa che ti racconta per ravvivare la conversazione, o per stupirti, o per richiamare l’attenzione, tutte cose alle quali potresti rispondere con un «Ma davvero » o con un «Pensa te»,  tu non ti puoi permettere assolutamente – ma poi invece ci caschi – di esclamare dopo l’ennesimo aneddoto che ti ha raccontato, un blasfemissimo: «Madonna!»

dice che il mondo potrebbe finire

Dice che il mondo potrebbe finire la settimana prossima a causa del buco nero. Il punto è: si muore tutti assieme o poco alla volta? Perchè se si muore tutti assieme, tutti molto velocemente, allora fa niente, pazienza. Solo se si muore tutti assieme, altrimenti non vale. Che se invece qualcuno comincia a scappare e per questo motivo muore dopo – e mentre scappa piange i morti che sono stati risucchiati prima di lui – non mi va bene. Facciamo che se esce fuori il buco nero, e se il buco nero non si sbriga a risucchiarci tutti, io mi ci butto dentro in costume da bagno, così mi tolgo il pensiero.

Lo scrivevo qualche anno fa

Lo scrivevo qualche anno fa sulla colonnina del blogghe: «Quando diventerò dolce e disponibile con tutti, allora andrò a fare il missionario in Burundi.». Poi ieri ho scoperto che il mio compagno di corso, quello che ci devo anche lavorare assieme, è proprio del Burundi. Come tutti gli africani in occidente che non siano rapper esagitati, veste abiti formali e rassicuranti. Io quando avevo scritto Burundi manco lo sapevo dov’era sto Burundi, e nemmeno adesso lo so, però la differenza è che adesso c’ho una faccia nera a due metri da me con cui devo discutere di problemi epidemiologici, senza farmi distrarre dall’interno roseo delle sue labbra.   

Oggi nell’ordine mi sono imbattuto con: il traffico criminale, la paura di non fare in tempo, la consapevolezza di non aver fatto in tempo, la consapevolezza di non sapere perchè dovevi fare in tempo, una sedia calda, una cosa giusta pronunciata al momento giusto, una canzone che la volevo cantare per forza anche non avendo alcuna voglia di cantare, la sorprendente capacità di rispondere a domande ovvie impostando la voce, la frenesia del lavoro al computer, la frenesia del lavoro al computer, la cazzo di frenesia del lavoro al computer, una corsa sotto la pioggia con due panini caldi appena usciti dal forno in mano, la cazzo di frenesia del lavoro al computer, l’indecisione al reparto ortofrutta, una birra in lattina fredda ma non come la volevo io, poco pochissimo tempo per scrivere come invece vorrei scrivere.