come passa il tempo

Quella cantante piccolina e zompettante di Uh la la la, I love you beibe.. praticamente c’ha 41 anni?

dicono di lui

Cesare Cremonini l’ho scoperto davvero durante il mio periodo di eremitaggio a Colonia. Le canzoni di Maggese mi hanno accompagnato in auto durante i tragitti nel mezzo della pianura del Nord Reno Westfalia, luoghi tetri e ventosi che ci vuole poco a sentirsi una cacca chiusa nelle tubature, un’atmosfera che si legava bene con certe depressioni delle sue canzoni.      

Ecco, il nuovo singolo pare essere all’altezza delle cose precedenti. Il punto è che il contesto della musica italiana è talmente tetro che cose così semplici e oneste si innalzano di molto. Per dire, ieri sul muletto premendo la parola discografia mi è venuto fuori un archivo intitolato “Mondomarcio Discografia completa.”. Allora niente, tutto questo per dire che sono contento che ci sia un nuovo disco del Cesare, che la canzone pare passabile, che il video è mediocre e patinato e scontato, che non si capisce come mai Ballo non si sia ancora tagliato quella muffa che c’ha in testa, come d’autunno sull’alberi le foglie.

la coinquilina

La coinquilina Equina continua a darmi problemi. Io non lo so come devo fare con lei. Davvero non lo so. Eppure capisco benissimo che vuole essermi simpatica, aprendo la bocca  e ridendo ogni volta che mi vede, mostrandomi gli incisivi ad ogni nostro casuale incontro nel corridoio. Ma cosa ci posso fare, i risultati che ottiene sono drammatici, e io non sono nemmeno uno che pretende chissá cosa. La vedo che appende le sue camicette al filo per farle asciugare, e mi dico: se adesso la saluto e ride, è definitivo, non la sopporto. Allora penso, meglio non dire niente, così le evito la disfatta. Ma poi ci ripenso: non ha senso continuare l’agonia di questo rapporto. Allora le dico Ciao sottovoce, e quella mi emette un “Eh, Ah” che è ancora peggio, un vagito di neonato rauco, la spaventevole risata di un gobbo di Notre Dame coi tacchi ed il mascara.

è tutto da vedere

Se vogliamo fare una vita roack and roall, e se vogliamo cominciare oggi, allora basta metterci d’accordo, ho detto alla Signorina fresca emigrante come me, appena arrivata qui in Paese Basso. Adesso anche tu c’hai un lavoro da queste parti – le ho detto – e siamo diventati vicini di casa. Adesso c’hai un lavoro da queste parti, e davvero chi lo avrebbe mai detto. Tu lo avresti mai detto? Io non lo avrei mai detto. Nemmeno nella mia più selvaggia fantasia, avrei potuto immaginarlo. Ma adesso siamo qui, ed è tutto da vedere.  

Che poi cosa intendi per vita roack and roall, fammi capire bene?  

Intendo esattamente quello che stiamo facendo: lasciare tutto, tapparsi il naso e ricominciare da un’altra parte. Ho sentito dire che mantiene giovani. Tra l’altro noi siamo ancora giovani, e quindi insomma, meglio di così si muore.  

No, non morire, altrimenti mi offendo.    

Ma insomma dicevo, lasciare tutto e ricominciare: ti va? Perchè a me va. Ho una voglia di problemi da risolvere e nuovi lavandini che perdono acqua, che non ti dico. Davvero, non scherzo. Eppoi di padroni di casa con strani tic facciali, e nuove fermate di autobus, e pizze al taglio da mangiare per terra la sera del trasloco. Voglio dire, tutte queste cose, piuttosto che non provarle più, io preferisco avercele di nuovo. Questo vuol dire roack and roall. Vuol dire che non dovevamo per forza venire fino a qui, eppure ci siamo. E siccome ci siamo, allora balliamo. Roack and roall, appunto.         

Poi succede che nel centro città si cerchi un posto per farsi un panino, ma nel frattempo la squadra nazionale del Paese Basso sta strapazzando la Francia agli europei, e quindi non c’è nessuno disposto a fabbricarti un panino. L’alternativa sarebbe spostarci in Danimarca, ma è un attimo fuori mano, preferirei restare nei paraggi. Facciamo un pollo al turco sotterrata di maionese, e poi si torna a casa. L’azienda ti paga l’albergo cento stelle, posso venirci a fare la pipì che mi scappa? Ti giuro mi scappa, non ce la faccio a guidare così fino a casa, dall’altra parte della nazione.      

No no, non ti faccio entrare che sennò quelli dell’albergo cosa devono pensare? Niente, che saliamo un momento in camera, cosa devono pensare? No no, sono appena arrivata, e qui nessuno deve pensare male di me. Va bene, allora niente pipì nel bagno dell’albergo a cento stelle, resto qui nel parcheggio ad aspettarti, con le gambe strette a non farmela scappare. Tira pure un vento freddo, porca miseria, e questo peggiora le cose. Certamente fra le cose da raccontare, un giorno, ci sarà pure questa, ci sarà quella volta che rimasi con le game incrociate strette in un parcheggio di albergo a cento stelle, per fare in modo che nessuno potesse pensare male di te.
Roack and roall, appunto.

non lo so

Non lo so, comincio a non sopportare la mia compagna di bagno, quella con cui condivido il cesso e la doccia. Sono indeciso, non so ancora dire cosa mi provoca più fastidio in lei. Avevo pensato alle sue scarpe con il tacco, e alle sue colannine di perle, e mi ero detto: sono i tacchi e le collanine di perle.  

Poi il suo lampadario di plastica finto antico. Poi mi ero praticamente deciso che invece la colpa era della lametta per la depilazione delle gambe lasciata nella doccia. E le sue docce che non finiscono mai. Poi ho pensato al fatto che non condivide i piatti e le pentole con gli altri, ma c’ha i suoi personali nascosti in camera e li tira fuori quando servono. Che la vedi arrivare ad orario di cena con le pentole e un timer a forma di ovetto per misurare i tempi di cottura. Che io dico, va bene che usi l’ovetto timer, ma perchè non lo lasci in cucina che non te lo rompe nessuno?


Alla fine ho stabilito che è per sta risata che gli viene ogni volta che mi parla. Forse lo fa per essere ospitale, che ne so, ma qualsiasi cosa io dico, lei si fa la risata. Ma cosa ti ridi? Cosa? Che io provo a non parlarti per evitare di farti ridere, ma te ridi se pure ti dico Buongiorno. Io ti dico Buongiorno e tu te la ridi: ma cosa ti ridi cosa?

ecco, appunto

Io c’ero. Questa è una cosa che posso dire di aver provato. Erano tutti arancioni attorno a me, e mi facevano le smorfie alla Marlon Brando ne Il Padrino. Bisogna esserci e provare, per poi raccontarlo da vecchi. Una simpatia che non si può spiegare. Sono pure dovuto tornare a casa in una macchina di indigeni che strombazzava per le strade. Il secondo tempo rifugiato in un kebabbaro etiope che chissà perchè era fan sfegatato degli olandesi. Con sta trombetta arancione che faceva pe pe pe. Ma io dico, etiope, se sei etiope: rimani etiope, no? Che figura di cacca, proprio.