le scarpe col tacco.

Giungo alla conclusione – dopo anni di riflessioni – che l’individuo femminile non indossa le scarpe con i tacchi per il solo scopo di sembrare più alto. In una ipotetica classificazione dei motivi che fanno tramutare una donna “normale” in una donna “taccuta” , ovvero volendo elencare le motivazioni del cosiddetto processo di “Taccamento” della donna di oggi, allora si può dire che la donna sceglie di diventare Taccuta perché:

Motivi Estetici:

– Il Tacco rende la donna Taccuta più alta.
– Il Tacco rende il culo della Taccuta più alto. 

E fin qui.

A questi però vanno aggiunti i cosiddetti Motivi Belligeranti, ovvero tutti quei motivi che trovano la loro giustificazione nella volontà della donna Taccuta di sottolineare la propria superiorità nei confronti delle altre donne, che siano esse Taccute oppure No. E quindi:

Motivi Belligeranti:

– Le mie scarpe col Tacco costano uno sfracco di soldi che tu, povera stronza, non hai.
– Le mie scarpe col Tacco quando cammino producono un rumore Taccoso (Tlok, Tlok) che invece le tue, povera stronza, non fanno.

In particolare il rumore di Tacchi sul pavimento – il rumore Taccoso, appunto – può essere osservato nelle più svariate situazioni, e rappresenta davvero una delle cause più ignorate del processo di Taccamento. In altre parole: se al Tacco ci togli il rumore Taccoso, un Tacco non è più nulla. E’ solo un bastoncino di legno interposto fra il pavimento e il tallone. Il Tacco deve far rumore, sennò che gusto c’è. Negli ambienti lavorativi si può anche osservare come la Taccuta che occupa un posto più elevato avrà la libertà di produrre un rumore Taccoso più forte di quello che invece può produrre la sua subalterna. Anzi, per dirla tutta, la subalterna è meglio se viene a lavorare scalza, quella zoccola.

Quindi si aggiungono i Motivi Ufficiali, cioè quelli che non si ha vergogna a dichiarare, pur sapendo benissimo che sono in realtà totalmente fasulli:

– Ho comprato queste scarpe perché erano bellissime.
– Ho comprato queste scarpe perché erano in saldo.
– Ho comprato queste scarpe perché ho già nella testa tutti i modi in cui potrò abbinarle.
– Ho comprato queste scarpe? Mannò, le ho solo solo prese in prestito, poi le riporto indietro.

caccole fresche

Un mio amico radiologo – mentre col mestolo di legno sta girando nel pentolino il condimento per il cous cous – mi racconta che nell’ospedale dove lavora talvolta si presentano dei signori con i vibratori infilati su per il culo, e che però questi signori dichiarano ai medici di avere soltanto “mal di pancia” ma non dicono nulla del vibratore che gli è sfuggito su per il buchetto del sedere. Quando poi vengono portati a fare le radiografie, e già sanno che il profilo del vibratore non potrà sfuggire ai raggi X, quelli non dicono niente, dicono solo che hanno mal di pancia: Signor dottore, ho un dolorino proprio qui, non sa che fastidio. Allora il dottore, con lo sguardo accigliato, scruta la pellicola radiografica in controluce dove si può osservare la sagoma inconfutabile, a forma di missile spaziale, dell’oggettino del desiderio. Il dottore affermerà serio e professionale: Vede, dal profilo di questa marcata radiopacità, che anche lei potrà notare verso la zona pelvica, mi sento di poter affermare – senza ombra di dubbio – che ci troviamo davanti ad un classico caso di VibratoreInfilatoSuPerIlCulo.

(Oh, Dottore, davvero? Ma non mi dica!)

Così pure io, in questi momenti che mi sorprendo a parlare con i libri invece di leggerli, o che mi scopro a sbuffare insoddisfazioni alle pareti della mia stanza, so benissimo qual è il nome delle caccole cerebrali che ne sono la causa, ma faccio finta di non saperlo affatto. Tanto nessun dottore può farmi la radiografia alla capoccia.

Una mia amica volata in Africa a raccogliere gli stronzi delle zebre per motivi scientifici, mi scrive che ha incontrato – durante uno dei suoi giri da scienziata – un leone tramortito da un avvelenamento, e che ha potuto così esaudire il suo sogno, che era quello di fare micio micio ad un leone vero.

Io che sbuffo alle pareti della mia stanza e che mi impiastriccio i pensieri con supposizioni e ipotesi da scemo quale sono, vorrei tanto fare micio micio alle mie caccole cerebrali, e qualche volta lo faccio pure, intrepido, ma è chiaro che non serve a nulla. Allora continuo a sbuffare roteando su me stesso come se stessi irrigando un prato inglese dove l’erba cresce a forza di pensieri scocciati.

(Oh, Rafeli, davvero? Ma non mi dica!)

mettiamo qualche puntino sulle i

premesso che:

Al sottoscritto non stanno sul cazzo i punkabbestia in quanto tali.
Al sottoscritto è anche successo di incontrare punkabbestia simpatici.
Il sottoscritto aveva pure un amico che si è fatto punkabbestia (come dire che si è fatto prete) e quando lo incontravo per strada glieli davo, gli spiccioli, e ci scambiavo qualche battuta.
Il sottoscritto non è uno che i centri sociali li snobba, anzi ne fondò anche uno al suo paesello.

si avvisa che:

Al sottoscritto danno al cazzo le categorie e il conformismo sfrenato.

Il CONFORMISMO – avete capito cosa voglio dire? – il  conformismo, per diamine.

Significa che un giorno un essere umano si sveglia  e decide: oggi divento punkabbestia ( oppure divento fighetto, oppure divento ultrà, oppure divento maniaco di motociclette, oppure divento dark, oppure divento indie, oppure un attivista politico, oppure fondo una Cumpa di cannabis addicted,  oppure divento quel cazzo che vi pare) e da quel giorno, l’adepto della nuova religione comincia a seguire scrupolosamente i dettami della sua dottrina.

Essere CONFORMISTI è un modo di vivere più comodo.

Perché ad essere CONFORMISTI non ti devi porre il problema di come vestire ( ti devi vestire come gli altri) non ti devi porre il problema di capire chi sono i tuoi amici ( perché i tuoi amici saranno quelli vestiti come te) non ti devi porre il problema di quali posti frequentare ( vai dove vanno quelli come te) non ti devi porre il problema di cosa dire ( meglio se non dici niente, guarda, che è già stato detto tutto).

Per esempio, sono molto più conformisti i punkabbestia fra di loro, rispetto a – per dire – una caserma di carabinieri.

Il CONFORMISMO, in fondo, non va biasimato troppo, perché è uno stile di vita più comodo, ma è anche un sintomo di debolezza. E se uno è debole non è che gli puoi dire: “Tu sei debole, per favore datti fuoco, che non ti vogliamo su questo pianeta”.

E’ un retaggio dell’età della pietra.
L’uomo primitivo poteva crescere in una tribù dove tutti dicevano – che ne so – “Uga Buga” e si dipingevano la faccia con cacca di Stronzosauro, e l’uomo primitivo vedendosi circondato da gente così, non poteva far altro che dire pure lui “Uga Buga” e dipingersi la faccia con la cacca dello Stronzosauro. Anche perché se non lo faceva, veniva abbandonato da solo nella foresta e diventava la merenda dello Stronzosauro. Perché l’uomo primitivo era saggio, e l’ha capito subito che l’anticonformista è solo una fonte di problemi.

Io per esempio, con questo anticonformismo cronico che mi attanaglia, di solito sono solo una fonte di problemi per le tribù che mi circondano.

Il fatto poi che i punkabbestia, o i fricchettoni loro cugini, siano mediamente delle persone approssimative, portatrici di ideali approssimativi, e che esprimano con linguaggi approssimativi i loro dogmi politici approssimativi, e che di solito si incontrino in manifestazioni approssimative, è un altro discorso. Questo vale per tutti gli integralisti. Ciò non vuol dire che tra di loro non ve ne sia qualcuno diverso, in fondo ho conosciuto anche turchi biondi e con gli occhi azzurri, ma se proprio devo immaginare un turco, allora me lo immagino scuro, e se mi devo immaginare un punkabbestia, me lo immagino (censura).

Quello che voglio dire – porcaccia la miseria – è tutt’altro.

Queste mie righe sono in verità un affettuoso abbraccio a tutti quelli che stanno Nel Mezzo, dove le categorie si mescolano e non esistono più, a tutti quelli che vivono nelle sfumature intermedie dei colori, dove i punti di riferimento sono scivolati giù per lo scarico del cesso, e non ci sono miti da inseguire,  e mancano le etichette e le divise e i luoghi comuni, e magari incontri pure uno Stronzosauro che ti azzanna il culo.

Queste righe vogliono essere un abbraccio sincero a quei pochissimi che l’individualismo se lo portano tatuato addosso loro malgrado, che vivono la solitudine delle volpi, perché non sono capaci di vivere in branco come fanno i lupi. Sono i pochissimi che non riescono a trovare conforto a lasciarsi cullare in una ideologia, da una religione, in una tendenza o da una moda passeggera, ma al limite riescono a fidarsi delle proprie gambe e della suola delle proprie scarpe.

A tutti quelli che camminano con i pugni in tasca – nel Mezzo di tutto – dove il vento soffia più forte.

caro animalista

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
ti odio.

No, no, aspetta, posso fare di meglio.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
insieme con i tuoi amici sovversivi,
con i tuoi dread locks venuti male,
con la tua magliettina scolorita e sudata,
che urli Assassini nel megafono e mi torturi le orecchie,
che poi siccome non sei capace di parlare,
con la tua dialettica da analfabeta esagitato,
ti metti a dire Basta con questi Massacri,
ti metti a dire Basta con queste Carneficine,
poi siccome sei povero di argomenti,
cominci a prendertela col Consumismo,
e cominci a dire basta con il Capitalismo,
che se pure un bambino passa da lì vicino,

e non sa cosa minchia è il Capitalismo e il Consumismo,
comincia a pensare che saranno cose bellissime,
se uno come te si incazza così,
solo a nominarle,
comunque dovevo volevo arrivare,
volevo dirti cosa,
volevo dirti che ti odio.

No no, aspetta, non devo essere così precipitoso.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
ma possibile che non ti rendo conto?,
che il cucciolo che ti sei portato dietro,
e i cuccioli che si sono portati dietro i tuoi amici punkabbestia,
non possono stare vicino a uno che urla nel megafono,
che quelli sono cuccioli e andare in giro col guinzaglio non va bene,
che sfondare le orecchie ad un cucciolo di un mese è una coglionata,
va bene che sei un coglione,
però mi pare abbastanza evidente,
porta quel cucciolo a casa fammi il piacere.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
facciamo una bella cosa ti va?,
una bella cosa da animalisti veri,
e non da animalisti coglioni,
questa sera ci mettiamo a fare le ronde per Bologna,
in tutti i centri sociali,
e in tutti i posti all’aperto dove fanno concerti dal vivo,
ci piazziamo davanti alla porta,
io e te,
e anche i tuoi amici col cervello bruciato dalle droghe,
e sbarriamo l’ingresso a tutti quelli che vogliono entrare col cane al seguito,

che lo sai bene mio caro sessantottino fuori tempo massimo,
che sono tanti quelli che la fanno,
questa cosa di entrare col cane ai concerti e alle sagre,
o nei festini in casa col fumo che satura le stanze,
e il cane che non può decidere un cazzo,
può solo seguirti e basta.

Caro animalista che urli Assassini nel megafono sulla porta dell’Upim,
possiamo andare pure per cliniche veterinarie,
lo sai quante volte succede,
che portano il cane con la tachicardia,
che si è ingurgitato il pacchetto di mariuana del padrone,
mentre il padrone era collassato con la bocca verso il soffitto,
io che studio proprio veterinaria (guarda che caso),
qualche volta mi è successo di vederli,
di proprietari spaventati che portavano il cane alla visita,
ed altri casi me ne hanno raccontati,
e tutti più o meno assomigliano a te,
con i dred e la maglietta scolorita,
con la faccia sputata come la tua,
facciamo che andiamo in giro con i bastoni,
e li prendiamo a mazzate sulla nuca?,
che ne dici sarebbe fantastico,
quasi quasi comincio da te,
che da qualche parte devo pure iniziare,
dai per favore mettiti in posizione,
e non farmi perdere tempo.

                                         

rafeli ha bisogno di te (c'è la punta di un dito che ti indica, ma non la vedi)

Finalmente, dopo lunghissime doglie che non sto qui a descrivere, ho partorito il romanzino.
La notizia è: il romanzino è online, lo può leggere chiunque, si può scaricare, si può stampare e magari anche leggere mentre si è seduti al cesso.

(Oppure No)

Voglio dire, mi fa piacere se qualcuno lo fa, ma leggersi centosettantanovemilaottocento battute non è cosa da poco, lo capisco bene, soprattutto su di un monitor di computer. C’è il concreto rischio che vi caschino le pupille dai bulbi e che vi rotolino sotto l’armadio, in un punto imprecisato del pavimento dove col cazzo che le ritrovate. Per non parlare poi del gatto, ché quello – lo sapete bene – appena vede rotolare qualcosa ci si fionda sopra con le unghie appuntite. Insomma, mi fa piacere se lo leggete, ma non è che per forza.
E se lo fate, per lo meno chiudete prima il gatto nel ripostiglio, che non si sa mai.

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli allora che cazzo vuoi?

Ho bisogno che mi votiate, ecco cosa c’è.
Ci sarebbe un concorso di mezzo, e votare è abbastanza semplice. C’ho proprio bisogno dei voti, per questa cosa del concorso, e credo che continuerò a rompere i coglioni a lungo con questa storia dei voti. C’ho bisogno di voti, voti, voti, votiiiii…

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli ma se non ti ho letto, come faccio? Quella storia delle pupille rotolanti mi ha impressionato un po’.

Tu votami lo stesso.
Anche perché, se pure ti leggi il mio romanzino, poi non avrai tempo e pazienza di leggere tutte le altre “opere” in concorso. Fai finta che stai votando il mio blogghe, ecco. Se poi ti sto sul cazzo, e il mio blogghe ti da fastidio, votami lo stesso, che un giorno troveremo pure il modo di fare pace, io e te.

E poi, pensa questo: di solito il bloggher medio quando c’è una votazione di mezzo, pubblica la foto di Totò col megafono in mano affacciato alla finestra, e ci infila pure qualche citazione colta come ad esempio “Vota Antonio La Trippa”. Oppure copia e incolla qualche spiritosaggine di seconda mano sui manifesti elettorali di Berlusconi. Di solito va così, no? Ecco, io almeno ti ho evitato lo strazio. Votami per questo, almeno.

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli ma così poi vincerà quello che ha più amici che lo votano! Che cazzo di concorso di merda è questo?

Non è esattamente così.

Questo voto mi serve per poter essere giudicato – in seguito –  da una giuria di personaggioni competenti. Di quelli che ne sanno, insomma. Con la votazione, quelli fanno solo la scrematura, quindi prendono il grasso di superficie che si è formato, e poi decidono autonomamente chi ha vinto, coi loro capoccioni da esperti.

Lettore pignolo: Si Vabbè Rafeli ma se non ti voto?

E’ semplice, mi incazzo.

Lettore pignolo: Vabbè, dai, non fare così.

No guarda, lasciami stare che mi sono offeso.

Lettore pignolo: Ma dai, scemo, vieni qua, non fare il bambino.

No guarda, con me non attacca, mantieni le distanze che mi sono offeso.

Lettore pignolo: Ma ti pare un motivo serio, questo qua, per offendersi? Cosa devo fare per farti calmare,  devo andare a votare immediatamente?

Eggià, ti sembra facile, adesso, uscirtene con sta cosa che mi vuoi votare. Prima tiri fuori i Perché e i Percome, i puppupù e i lallalà, e adesso dici che mi vuoi votare. E’ comodo, così.

Lettore pignolo: Ok ho capito, cosa devo fare?

Vuoi davvero…?

Lettore pignolo: Dai, spara, scemo. Sentiamo cosa vuoi.

Ecco, per esempio… ti potresti incollare il bannerino promozionale sulla fronte e andare per le piazze a sostenere la mia campagna elettorale. Magari con un tamburo che ti penzola dal culo stile Edoardo Bennato prima che andasse a fare il cretino con Britti…

Lettore pignolo : Mi hai preso per un deficiente?

Vabbè, ho capito lascia perdere. Come non detto.

Lettore Pignolo:  No no, come vuoi. Basta che la smetti con quel muso, che non ti si può vedere.

Amici come prima, allora.
                                            

                                             

Il romanzino
lo si legge Qui