non mi pare.

ma vi pare che posso scrivere un post con questo font? non credo. Berlino e’ fredda e grande, io ho addosso tutti gli indumenti che avevo nello zaino, e ora mi sento agile come un astronauta con la tuta da astronauta.
Come un Tele Tubbies con la tuta da Tele Tubbies.

Ho a disposizione questo computerino con la tastierina che ricorda vagamente quella di un Commodore 64.
Mi manca pure l’accento, per la miseria.
C’ho a disposizione un abbondanza di dieresi, in compenso.

üöÄöäöüöäöü, per fare un esempio

Dalla regia mi dicono che bisogna andare.
Dove, non si sa.

felicità potenziali

Le strade sono piene zeppe di donne molto incinte. Quelle che non sono incinte hanno invece dei bambini che saltellano attorno a loro. Nevica e poi esce il sole.

E poi di nuovo nevica.

E poi di nuovo.

E poi di nuovo.

C’è anche una piccola percentuale di donne incinte e contemporaneamente dotate di bambino saltellante e schiamazzante. I bambini sono molto eccitati, per strada c’è la banda che suona. Palloncini arancioni verdi e bianchi. E’ il St. Patrick’s Day. C’è una donna incintissima che cerca di fermare il suo bambino saltellante che vuole scoppiare con i piedini i palloni arancioni verdi e bianchi. Siccome non ci riesce, che è troppo piccolo, allora urla Pum Pum! mentre saltella.

Penso che mi piacerebbe rimanere qui per molto, molto tempo. E invece.

Mi vedo che spingo un passeggino con dentro un bambino. Con me cammina una donna discretamente incinta. Spingiamo il passeggino fino all’incrocio della strada, e lì le chiedo, indicando il suo pancione: sono stato io a fare questo?

Poi con me e la donna nettamente incinta cammina anche un cane molto educato, che porta da solo il suo guinzaglio con la bocca. In questa mia visione ho un bambino nel passeggino, una donna ed un cane. Anzi, ho un bambino e mezzo, una donna ed un cane molto educato.

Questa, con molte approssimazioni, potrebbe essere una vaga immagine di una felicità possibile. Di una felicità potenziale.

Ma siccome io sono quello che sono, devo raffazzonarmi con i miei casini.

Raffazzonarsi, segnatevi questo verbo riflessivo.

Tipo due giorni fa, che ero a cena con la Tipa del Nord. Mi dice che l’ha chiamata suo padre qualche minuto prima che io arrivassi, e le ha chiesto: Cosa fai? E lei: niente, cucino. Lei è una che non cucina mai. Allora il padre le ha chiesto subito: ok, chi è questo qui?

Questo qui ero io, che ero seduto a sorseggiare un bicchiere di vino versato in un bicchiere di birra. Scherzavo con lei, facevo lo spiritoso dicendo cazzate sull’orrida musica tedesca. Lei rideva e io ridevo. Io ridevo e un po’ mi distraevo. Un po’ ridevo e un po’ sorseggiavo dal bicchiere.

Lei mi dice: – La conosci QuestaQui ?-

Il nome di QuestaQui è, guarda il caso, lo stesso nome della Tipa del Sud.

Io sono col bicchiere di birra in mano che mi si ferma il sangue nelle vene per un momento. Appena sento pronunciare il nome di QuestaQui  immagino che le due Tipe, quella del Nord e quella del Sud, siano venute a conoscenza l’una dell’altra. Chissà come, chissà quando. E che si siano raccontate tutto. Mordo il bicchiere. Sento i miei denti che fanno Crunk Crunk sul vetro. Penso che potrei alzarmi dal tavolo e iniziare a correre. L’uscita non è lontana.

– Allora la conosci?- Potrei rispondere Si, potrei rispondere No.

Tolgo il bicchiere dalla bocca e rispondo:

– Smgnh…-

Lei mi dice: – Ma come non la conosci, è quella famosa cantante tedesca!-

Il mio sangue torna a circolare e riprendo anche l’uso della parola. Mi sento come una gazzella acquattata nell’erba che ha visto passare vicino a lei il leone affamato, ed il leone non l’ha notata. Poi la sera continua, la notte continua.

La mattina dopo c’è la solita tormenta di neve.

Stanotte si prende il treno e si va a Berlino. Che ne so, magari mi diverto. Proverò a cacare un post dalla Capitale, se mi riesce. 

 

nausee che poi mi passano

I passerotti volano nel cielo e fanno cippi cippi. Il sole è alto, riscalda la Terra e i passerotti che nel cielo svolazzano facendo frrr frrr con le alette e cippi cippi con il beccuccio. Che carini che sono. Che teneri.

No, non ce la faccio.Volevo scrivere un post delicato e dalle tonalità pastello ma non ce la faccio.

Ho il voltastomaco, la nausea.

A Milano una strada è stata messa a fuoco da un gruppo di “autonomi” che protestavano contro una manifestazione organizzata da un partito di destra. Incendi, molotov e bombe con i bulloni. Persone finite  all’ospedale. Automobili e un edicola andate a fuoco. Un carabiniere si è preso un razzo in faccia. Perché dovevano protestare.

In tv , leggo da internet, Alessandra Mussolini con il fumo che le usciva dal naso ha urlato: meglio fascisti che froci. Bruno Vespa si è messo le mani in faccia.

Il Ministro della Sanità si è dimesso perché hanno scoperto che spiava i suoi avversari in campagna elettorale. Le intercettazioni telefoniche sono limpidissime, chiarissime, senza possibilità di altra interpretazione. L’ex Ministro continua a dire : tutte balle, tutte balle. Io leggo le intercettazioni. Sono chiarissime, limpidissime. Le altre persone coinvolte ammettono tutto alla magistratura. L’ex Ministro continua a dire: tutte balle, tutte balle.

I passerotti fanno cippi cippi e ogni tanto fanno cadere dall’alto qualche cacchetta. La neve si scioglie e la Primavera manda a dire: preparati rafeli, che sto arrivando. Io le rispondo: quando tu sarai qui io sarò già tornato in Italia.

Qualcuno mi chiede: ma non sei contento di tornare? Io cambio argomento e dico: ma sai come sono carini, i passerotti che vedo dalla finestra e che fanno cippi cippi?

Che teneri, che sono.

gli intensi langweil di noialtri

– Non avete vita interiore! – urlava il papà di Natalia Ginzburg ai figli ad alla moglie – ecco perché vi annoiate voialtri. Non avete vita interiore!-

C’è questo libro della Ginzburg, Lessico Famigliare è il titolo, in cui l’ autrice parla della sua famiglia, che non era la famiglia Ginzburg ma la famiglia Levi, perché Ginzburg era il cognome che lei aveva assunto da sposata. Ma questi sono dettagli da niente.

Dicevo, c’è questo libro che non è un romanzo perché narra di fatti e persone realmente esistite, e la Natalia Ginzburg non ha voluto neanche cambiare il nome ai personaggi, ed ha lasciato i nomi reali.

Ma cos’ è che volevo dire, che mi sta scappando il concetto?

Volevo dire che c’è questo libro che profuma di casa e di colazione tutti assieme attorno ad un tavolo, dipinge una realtà semplice semplice dove c’è un padre che brontola, una madre che si dispera ma mica tanto, fratelli e sorelle che litigano per chi deve andare prima al bagno. Un libro semplice come una marmellata, eppure efficace. Uno di quei libri che poi ti fanno pensare se è davvero necessario leggere cose del tipo la Tamaro o Oceano Mare di Baricco.

-Non avete vita interiore! – sbraitava il papà di Natalia Ginzburg sprofondato con la pipa in poltrona- E’ normale che vi annoiate! Non avete vita interiore voialtri! Guardate me, invece.-

Questo trucco stilistico del ripetere due volte la stessa cosa, mentre si scrive, è qualcosa che mi affascina. E mi diverte, anche. Questa cosa stilistica dello scrivere due volte la stessa cosa. 

Quanta vita interiore avete, voialtri? Io purtroppo ho la vita interiore che mi sbrodola dalle orecchie, mi cola a gocce dal naso, la sudo dai pori della pelle. Così succede che, a causa della mia vita interiore che mi sbrodola dalle orecchie, finisco per sembrare un sempio. Secondo il gergo del papà di Natalia Ginzburg “sempio” significa stupido e di conseguenza “sempiezzi” sono le stupidate, le boiate.

-Non dite sempiezzi, voialtri!- sbuffava il papà di Natalia Ginzburg da dietro le porte- non fate sbrodeghezzi! Non perdetevi in vaniloqui!

Si chiama Lessico Famigliare mica per niente, sto libro.

Il problema è che ha ragione, il signor Giuseppe Levi padre della Natalia, c’ha ragione a dire sta cosa della vita interiore. Quanta ne avete, voialtri? Non importa la qualità, ciò che importa qui è la quantità. Poco importa se vi perdete in sempiezzi e vaniloqui, ciò che conta è se la vostra vita interiore vi rende indipendenti da tutto il resto. E soprattutto se vi rende indipendenti da tutti gli altri. Vi rende indipendenti?

Mi spiego meglio.

Ho scoperto cosa mi divide dal popolo dei crucchi. Questo popolo che apprezzo e che inizio a stimare. C’è qualcosa che mi divide da loro. I biondi crucchi per dire “ noioso” dicono Langweil. La traduzione letterale di questa parola è momento ( Weil ), lungo ( Lang). Dunque nel cervello crucco un “lungo momento” è di per se’ noioso.

Vorrei poter dire al popolo crucco tutto intiero: ma non dite sempiezzi, voialtri.  Ce ne fossero, di momenti lunghi  da trascorrere, a guardare il soffitto e a riflettere. Ce ne fossero, ma sono sempre pochi. Potessi avere sempre il tempo di stare per i cazzi miei ad ascoltare il funzionamento dei miei organi interni. Non mi annoierei mai, a monitorare la mia vita interiore che trabocca.

Mai mai.

Ma adesso mi fermo qui, che volevo spiegarmi meglio e non ci sono riuscito, ogni volta inizio a scrivere che voglio dire qualcosa, e poi alla fine mi perdo in tanti piccoli e simpatici sbrodeghezzi.

centro, sud, nord e periferia di tutto.

Improvvisa come una scoreggia, un giorno è arrivata l’estate del ’92.

Alla radio, in quell’estate,  mandavano in continuazione All That She Wants degli Ace of Base.

Gli Ace of Base erano questo gruppo con due donne cantanti, di cui una soprattutto cantava, l’altra cantava meno ma era bella uguale. Tutte e due erano alte e  sicure di se’. Ma soprattutto, erano tutte e due svedesi. Svedesi significa che vengono dalla Svezia, ho saputo poco dopo. Dove’è la Svezia? chiedevo in giro.

Moolto sopra, mi rispondevano.

Un giorno è arrivata l’estate del ’92, dicevo. La mia pubertà era già lì da qualche tempo, mica da tanto, ed io e lei cercavamo di conoscerci meglio. Faceva caldo e la radiolina gracchiava All That She Wants. Oppure c’era Jovanotti che urlava E’ Andata Come E’ Andata La Fortuna di Incontrarti Ancoraaa. Tutte le mattine andavo a buttarmi nel mare. La mia pelle bruciava e il mio naso si spellava. Le zanzare la notte non mi cagavano, il mio sangue non era tanto buono, ma non si dormiva lo stesso per il caldo. Quell’anno è entrato nella mia testa il concetto di Nord.

Posso dire che gli Ace of Base, in tutto questo, hanno giocato un ruolo mica tanto marginale.

Il concetto del Nord.

Per il rafeli bambino andare al nord significava andare in Abruzzo. Ma anche Bari era andare al Nord, in un certo senso. Volendo, anche la Calabria era Nord, perché c’erano le montagne. Dato che più a sud del mio paese non si poteva andare, ogni luogo era nord. Noi eravamo a sud di tutto. Noi eravamo, di conseguenza, alla periferia di tutto.

Quell’estate, avendo preso atto che esisteva un paese chiamato Svezia dove le donne erano alte e in grossa percentuale anche carine, preso atto che nello spazio dal mio paesello fino alla Svezia erano compresi tanti ma tanti paeselli ma anche grosse città e intere nazioni, preso atto che già per arrivare a Bari dal mio paesello col treno ci impiegavi tre ore…preso atto che le mie compagne di scuola delle medie  con l’apparecchio ai denti assomigliavano molto poco alle cantanti degli Ace of Base… Quell’ estate, dicevo, è entrato nella mia testa il concetto di periferia.

La periferia.

Io vivevo in Italia, e questo lo sapevo perché se accendevi la tv trovavi Domenica In.  Io però vivevo esattamente in SUD Italia, che è la periferia dell’Italia. Nel contesto del sud Italia, non venivo mica dalla Campania, che è a due passi dalla capitale. No, io venivo dalla Puglia. E nel contesto della Puglia, io venivo esattamente dalla provincia più a sud della Puglia, la più a sud di tutte,quindi dalla periferia, da Lecce. Ma mica da Lecce, Lecce. Magari. Io venivo dalla provincia, dai bordi, dalla periferia. Dal paesello. Nel mio paesello ovviamente vivevo in periferia, in campagna. Anche in casa vivevo in periferia, la mia stanza era infatti quella più alla periferia di tutte.

Alle volte mi sentivo un po’ alla periferia anche rispetto a me stesso.

Di conseguenza, sono cresciuto con la smania del centro.

Di stare al centro.Il traffico, le strade, lo smog. La metropolitana. I tram. Le strade, che se esci per andare da qualche parte, ci trovi sempre qualcuno. Al mio paesello dopo le otto non c’era più nessuno per strada. Io a quattordici anni tornavo a casa alle nove. Se invece tornavo alle nove e mezza, mi dicevano che non si poteva andare avanti così, sempre a fare le ore piccole. C’erano troppi motivi per volere il Nord, o per volere il Centro. Sono ancora affetto, da questa smania del centro. Voglio andare a vivere in una stanzetta appena sotto la madunina del Duomo di Milano. Con i piccioni che mi cagano sul davanzale della finestra.Voglio tornare a casa e trovarci una delle cantanti degli Ace of Base- o una che ci assomigli- e poterle dire Sei Bella Come il Solee, Mi Piaci Da Impazziree. Voglio una stanza che sia anche la fermata di una linea di metro. Il conducente deve urlare nel microfono: prossima stazione La Casa di rafeli.

E basta.

quelle cose lì

Esiste da qualche parte un Dio delle Mestruazioni che mi insegue ovunque vado.

Come Fantozzi aveva la sua nuvola, io ho il mio Dio delle Mestruazioni.

Questo Dio mi sgama ogni volta che sono sotto un lenzuolo, quando sotto il lenzuolo non sono da solo. Mi scopre ad armeggiare sotto le coperte, mi indica col suo dito insanguinato ed urla: “ rafeliiii!!!! Cosa Cazzo stai facendoooo?!?!?”

E allora ecco che Zac! mi manda le Mestruazioni.

Qualche giorno fa questo Dio è stato più veloce di me. Quando sono arrivato io, lui aveva già mandato il suo flagello. Il flagello rosso. E vabbe’, succede.  Pazienza. 

Sabato invece le cose sono andate diversamente. Arrivo lì, e visto che bisogna fare, si fa.

Si fa, quella cosa che ogni tanto si fa.

E i flagelli? Niente flagelli questa volta? Niente flagelli.

Bene, ho pensato, meno male.

Che ero un po’ in ansia.

Mi tranquillizzo.

Mi rilasso.

Mi addormento.

Si dorme.Quante ore? Cinque? Sei?

La luce dell’alba dalla finestra.

Che bella dormita.

Rifacciamo?

Eh, che ne dici?

Rifacciamo?

Replichiamo?

Aspetta, no, mi sono venute le “ Women’s things”.

Oh  madonna, e quando è successo?

During the night.

Durante la notte?

Già, ho le mie “Women’s things”.

Oh madonna.

E dalla finestra insieme alla luce dell’alba posso vedere il Dio delle Mestruazioni che si spanza dalle risate e che mi urla “ pirla di un rafeeeliiii!!! Pensavi di averla scampataaaa!!!”.

La prima cosa che vorrei dirgli, al Dio delle Mestruazioni, è di smetterla di urlare con queste vocali allungate e strascicate, che inizio a notare un vaga somiglianza con Liam Gallagher degli Oasis. Stand by meeeeee, nobody knooooows.

Sono lì che penso alla definizione “ Women’s things”. Le Cose delle Donne. Quelle Cose di cui non si dice il nome. Per carità. Si trova sempre un nomignolo, un sinonimo. Ma il loro vero nome, non si dice. Guai.

Sono in dormiveglia, sprofondato tra i cuscini. Dalla finestra vedo scendere giù la più grande nevicata del secolo, ma io sono al caldo. Se sono al sicuro questo non lo so, per lo meno sono al caldo. Nel dormiveglia si sa, vengono in testa i pensieri più assurdi. Il mio cervello in quel momento sta pensando a qualcosa di rosso, e voi capite il perché. Il mio cervello sta pensando anche che , alle volte, ci sono Cose che le Donne non dicono. E anche di questo capite il perché.

Quindi il mio encefalo perso tra i fumi del dormiveglia  compie l’addizione: Rosso + Cose che le Donne non Dicono.Il risultato è che ho un’ allucinazione molto realistica, mi compare davanti al letto Fiorella Mannoia con i capelli che più rossi di così non si può, lei che di solito da’ sull’arancione. E’ seduta sulla scrivania di questa stanzetta di studentessa tedesca, con le gambe a penzoloni. Ha un microfono in mano –chissà perché – dentro al quale urla a squarciagola:  

“Siamo cosiiiiiiiii , dolcemente complicateeeeeee…sempre più emozionate, delicate, ma potrai trovarci ancora quiiii….”

Ommioddio Fiorella, anche tu a strascicare le vocali come quell’ alcolizzato di Liam? Potresti per favore cantare, se proprio devi, a bassa voce? C’è questa qui che dorme. Non vorrei che si svegliasse. No, no sta bene, non ti preoccupare. Ha solo le sue Women’s things fresche fresche, appena giunte. Niente di grave.

“ …portaci delle rose , nuove cose, e ti diremo ancora un altro siiiiiiiiiiii…”.

Le vocali, Fiorella, le vocali. Eddai.

Poi lei si sveglia, invece. Forse perché io continuo a rotolarmi da una parte all’altra. Capisco che di dormire di nuovo non se ne parla. Devo solo trovare il coraggio di abbandonare la stanzetta calda di studentessa crucca e gettarmi intrepido nella più grande nevicata del secolo. Il coraggio lo trovo. Lei mi dice: ma come te ne vai? Dico io: Si. E non so aggiungere un motivo. Forse vorrei dirle: “ è difficile spiegare, certe giornate amare, lascia stare”. Ma non lo dico. Penso a trovare le calze, che come al solito si perdono.

Mi perdo anche io nella neve.

Nelle cuffie, per dare un’idea, ho Marlene Dietrich.  

la megghiu gioventù

Per offenderci, da ragazzini, si tiravano in mezzo le mamme.

Nello slang del mio paesello le offese si evolvevano di anno in anno, dalle elementari alle medie, diventando sempre più fantasiose e assurde. Ci si poteva offendere con tutto, tirando in mezzo i santi, i parenti vari e i cari defunti. Ma le offese più originali rimanevano sempre quelle dove ci tiravi in mezzo la mamma. Tutto partiva dall’offesa più ovvia: figlio di puttana.

Questa era di per se’ un offesa fin troppo scontata, e chi la pronunciava veniva additato come banale. Era insomma come imprecare dicendo: Acciderbolina, Perdinci. Non si poteva pronunciare qualcosa di così ovvio, ne andava di mezzo la reputazione del bravo teppistello di strada. Serviva inventiva. Originalità. Bisognava spremersi le testoline di bambini, per dirne una più grossa degli altri. Ma rimane il fatto che “ figlio di puttana” fosse sempre il fulcro da cui poi si scatenava tutta la tradizione orale di oscenità di quei tempi.

Il punto di partenza era appunto : la mamma del prossimo mio è puttana.

Accertata questa verità, questo dogma, ci si poteva lavorare su.

– Sai, ho visto tua mamma sulla strada che porta da quella parte. Chi aspettava?-

Qui si intende una strada notoriamente frequentata da prostitute.

– Mah, non lo so. Forse doveva dire qualcosa a tua madre e siccome non l’ha trovata a casa, allora sapeva di poterla incontrare sicuramente su quel marciapiede.-

Ecco, per esempio.

Oppure, variante:

– Tua madre sta sul marciapiede.-

– E tua madre fa gli scontrini!-

Il significato di questa frase è che la mamma numero due vorrebbe lavorare come prostituta ma essendo orrenda, non se lo può permettere, e dunque viene assoldata dalla mamma numero uno per battere gli scontrini alla cassa, ovvero fa la cassiera della mamma numero uno. Il che la pone ovviamente su di un gradino più basso. Ma su questo punto ci sono alcune controversie. In alcune scuole, distanti dalla mia solo qualche centinaio di metri, la mamma che faceva scontrini era considerata al di sopra della mamma praticante la prostituzione.

Scuole di pensiero diverse.

Dunque poteva capitare di sentire ragazzini vantarsi che la propria mamma faceva gli scontrini, ed altri invece offendere additando i propri amici come “figlio di quella che fa gli scontrini”. Un casino, insomma. Soprattutto quando per la strada si scontravano bande di ragazzini che frequentavano scuole diverse.

L’ offesa del secolo fu pronunciata da un mio amico dopo una partita di calcetto. Bisogna premettere che dalle mie parti per dire “ tua madre” basta dire “ màmmata” in quanto la desinenza “TA” implica che si parla precisamente della tua, di madre. Questo personaggio alla fine della partita stava ascoltando la sfuriata di un suo avversario che lo accusava di falli, irregolarità, brogli e ovviamente anche di essere figlio di una che sta da qualche parte sul marciapiede a lavorare. Come al solito in questi casi furono spese tante e tante parole.

Ciò che pose fine al litigio fu la frase:

  Verba Volant, Mammata Manent”.

Le parole volano, ma tua madre rimane. ( implicito: sul marciapiede)

Scattò l’applauso.

Io ho riso per due ore tenendomi la panza.