certe cose te le devi appuntare

Certe cose te le devi appuntare per poterle ritrovare più avanti. Per esempio che tempo faceva stamattina, Perché uscito di casa prestissimo alle sette e mezza ti sei trovato sotto il cupolone di nuvole grigie – e invece avresti voluto che in una giornata del genere ci fosse stato il sole. Sei stato accontentato, dopo le tue ore di viaggio, il sole è arrivato.

 

Faceva così caldo che la tua nuova giacchina da persona seria sembrava troppo pesante. E ti muovevi nel sedile della macchina infastidito dal caldo, sapendo che così avresti creato pieghe sulla camicia e sulla giacchina. Ma arrivati a sto punto non ti interessava più molto.

 

E poi altre cose te le devi appuntare tanto per avere un'idea quando sarà, tra tantissimi anni, quando ti chiederanno per quale motivo hai tenuto un diario per così tanto tempo, a quale scopo. Per esempio appuntare che nella macchina mentre creavi le pieghe alla tua giacchettina ascoltavi Marmellata #25, How Did All These People Get in My Room, Baciami Ancora e gli ExOtago. E poi che arrivato a destinazione, ti hanno fatto entrare in una stanza con una grande vetrata, e fuori dal vetro c'erano alberi coi fiorellini rosa di primavera che ti parevano i mandorli del paesello.

 

Hai scherzato con un direttore (d'ora in poi il Direttore) dicendogli che oggi potevi fare qualsiasi cosa ma in ogni caso dovevi preservarti la mano destra intatta. E perché?

 

Perché poi dovevi entrare in una stanza e mettere la firma sul contratto del tuo prossimo lavoro, quello che non ci credi che l'abbiano dato a te, quello che leggi il nome dell'employee sul contratto e coincide  incredibilmente con il tuo e allora pensi mbah, che coincidenza, questo si chiama proprio come me, e cosa ci faccio io seduto su una sedia con un contratto in mano con un nome sopra che coincide con il mio? Non è incredibile? Lo è.

 

Mettere la firma e come leggere la prima riga di un nuovo capitolo di un libro. Leggi la prima riga e sai che quindi andrai avanti a leggere, non spegni la luce, non vai a dormire – come io ieri sera con Haruki.

 

Andrebbe appuntato pure che dopo, quando hai salutato tutti, hai girato a casaccio e ti sei fermato in un bar pieno di finestre in un quartiere di immigrati. C'erano tre ragazzi caffellatte che giocavano a calcio sul sagrato di una Chiesa. Ci sono io, nel bar, che chiedo una cheescake e un the. Lo stereo manda i Blur degli anni novanta. Quello dietro al bancone mi dice dopo due minuti che non ha la cheescake. Prendo un Martini bianco in ghiaccio, ricordandomi che non sempre si può avere quello che si vuole. Epperò non vuol dire che può essere comunque tutto bellissimo.

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