tutta la vita davanti

Io sono un cinefilo distratto – purtroppo – e i film mi passano accanto mentre sono distratto, oppure succede che li vedo e poi li dimentico. Detto questo, in questi giorni ho letto qualche recensione molto positiva sul nuovo film di Paolo Virzì (Tutta la vita davanti) e sto Paolo Virzì mi comincia ad essere pure simpatico: ho ascoltato qualche intervista, ho letto qualcosa qua e la’. Davvero una persona gradevole, sto regista Virzì. Il film non l’ho ancora visto (aspetto che venga messo in groppa, ehm, diciamo così, al mulo) ma già da ora mi sovvengono tutta una serie di considerazioni.     

Ora, il film parla di precari laureati col massimo dei voti che finiscono a lavorare in un call center. Questa figura del “laureato precario impiegato nel call center” è ormai una figura costante di libri e film e canzoni e opere teatrali dell’Italia duemilesca. Non è certo una novita’. C’è la velina, il partecipante al GF e il precario del call center. È giusto che se ne parli perchè si tratta di cose vere, di problemi reali. Quindi va bene, parliamone. Parliamone, facciamo i dibattiti, scriviamo i saggi, andiamo a vedere i film e poi usciamo dal cinema piú o meno incazzati o emozionati.      

Però, cerchiamo di metterci d’accordo su di una cosa: qual’è il messaggio?     

Voglio dire, si intuisce che nella figura del “laureato precario operatore di call center” ci sia un qualcosa di negativo. Su questo sono tutti d’accordo. Ma cerchiamo di capire precisamente cosa c’è negativo. Il negativo è legato al fatto di lavorare in un call center? Forse. Ma insomma, i call center esistono e qualcuno dovra’ pure lavorarci dentro, no? Mica possiamo bombardare i call center solo perchè è un brutto lavoro. Anche i call center hanno diritto di esistere.          

E allora? Il negativo è essere laureati? Non credo, la gente studia per anni per poter dire che c’ha la laurea. Non è certamente una cosa negativa in termini assoluti.        

Dunque ne risulta che il negativo sta nella somma laureato+call center. È questo che non va bene. Da cui ne deriva il messaggio implicito che il laureato “dovrebbe” essere da un’altra parte, ma non nel call center. E di chi è la colpa se il laureato va a finire nel call center?     

Di chi è la colpa?          

Questo punto divide me stesso dal resto dell’umanità. Quando si parla di laureato nel call center, generalmente si punta il dito contro qualcuno/qualcosa che non si capisce bene chi sia. Lo stato? La società? Il mondo di oggi? Mastella? La fame nel mondo? La globalizzazione? Facciamo il film su questi benedetti laureati nel call center, scriviamo gli articoli, cantiamo le canzoni: a chi è rivolta l’accusa?           

Voglio dire: io lo sapevo che con la mia laurea potevo fare ben poco, e me ne sono andato. Ma per il resto, se l’Università continua a sfornare centinaia di sociologi e scienziati politici, migliaia di comunicatori e letterati, poi questi dove li mettiamo? In un Paese in declino verso la povertà, dove li mettiamo? I primi dieci scienziati della comunicazione riusciamo a sistemarli, i primi mille ce la facciamo ancora, ma poi? E se diventano duemila? E se poi sono tremila? E se poi arrivano a cinquemila? A quale cifra possiamo dire che la colpa è (forse) del laureato?             

Io – per quanto mi riguarda – mi sono preso la mia parte di colpa. La vado a recitare in giro, la mia colpa, le mie scelte sbagliate. Ho fatto due palle così alle persone che mi conoscono. Adesso sono qui, e cerco di venirne a capo. Ogni anno ne escono mille con la mia stessa laurea, e mille sono troppi, e per questo motivo il lavoro non c’è. Ma gli altri? Finiscono a lavorare nei call center, o a contare scatole di pelati di notte nei supermarket, ma se le cose stanno così di chi è la colpa? Del governo ladro? Il laureato in giurisprudenza numero cinquantamila della lista dell’anno duemilaeotto, fino a che punto – e su quali basi – può davvero inscenare un piagnisteo?

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23 thoughts on “tutta la vita davanti

  1. bravo rafe’. certe volte mi fai proprio vedere le cose che sembrano banali e invece no. il fatto è che tra poco le lauree le puoi prendere pure con i punti della benzina.

  2. EgoManiac:
    la colpa, la colpa. E’ vero quello che dici, però le cose stanno così da tanto tempo, e non cambiano. E se uno non se ne accorge, alla fine è un po’ colpa sua.

    IRI:
    il traduttore automatico spagnolo-inglese di google fa venire fuori cose incredibili.

  3. Ciao raffaele.

    Ho 23 anni e se tutto va bene a novembre mi laureo -laurea specialistica- in Comunicazione d’impresa.

    Condivido quello che hai scritto in questo post, ma volevo aggiungere alcune variabili che poi intervengono nel contesto dei giovani che devono-dovrebbero entrare nel c.d. mondo del lavoro:

    – l’usanza di un approccio familistico e gioiosamente clienterale nella fase di recruiting..parenti, amici, amici degli amici… E nota bene che in italia le aziende sono nella quasi totalità medio-piccole e questo cambia di molto il gioco rispetto ad altri paesi;

    – la scuola, che scade sempre di più. Dico “scuola” perchè non intendo solo università, ma anche tutto quello che la precede. A quando una meritocrazia effettiva? A partire dai licei, dico. Mi rendo conto che è un discorso difficile. Eppure, purtroppo, il mito di una “cultura” per tutti è un mito che -ahimè- credo che resisterà ancora per molto tempo. All’università, poi, questa cosa diviene lampante: persone a cui non gli daresti una lira, che non sanno presentare sè stessi, che stanno male se gli viene chiesto un progetto di qualsiasi tipologia, che non sanno fare altro che lamentarsi spesso urlando, che non sanno parlare la lingua italiana, che non leggono giornali, men che mai libri, che studiano mnemonicamente cose che non capiscono…
    …tutti che vengono nondimeno -sic- ricompensati con voti molto alti.

    – la pochezza dell’Italietta “aziendale”: stage infiniti e non pagati, poca voglia e disponibilità di “rischiare” e di impegnarsi a formare un neo-lavoratore, a credere in qualcuno che inizia un percorso lavorativo.

    – l’Italia è un paese fermo. Non cresce, non c’è dinamismo economico e non è solo un questione di pil appena sopra la zero da anni.

    ..tutto questo per dire che è vero, anzi stra-vero, quello che dici nel tuo post, raf, ma è anche vero che c’è una controparte da essere valutata.

    Ciao:))
    Ah, cmq, sono il fan di fab moro .. ahaha ;)) ..che in più sta per aprire un blog..ti farò sapere, mi farebbe piacere avere un tuo parere una volta iniziato..!!
    A-Ri-Ciao.
    ..questo commento è lunghissimo..sorry :))

  4. “Voglio dire: io lo sapevo che con la mia laurea potevo fare ben poco, e me ne sono andato.”

    E’ questo il punto.
    A me sembra assurdo che dobbiamo essere obbligati ad andarcene perchè già a priori sappiamo che non c’è posto per noi.
    Andare in un altro paese deve essere una scelta fatta perchè, che so io, si ha voglia di vivere e lavorare altrove per motivi che nulla hanno a che fare con lo studio o il posto di lavoro. Perchè si ha voglia di farlo, per mille motivi personali…
    E un discorso troppo lungo comunque….

    Simona

  5. ho l’impressione che da una parte ci sia una visione distorta delle aspettative del mondo del lavoro, dall’altra ci sia una visione distorta del mondo “formativo”. lavoro in un grande gruppo aziendale italiano che è tra i leader europei di settore. nel mio piccolo lavoro in un ambiente in cui vedo che le risorse sono difficilissime da trovare. al politecnico hanno un master apposta, ci dicono che fan fatica a trovare gli studenti da iscrivere (pure che vengono piazzati subito nel mondo del lavoro e con prospettive di carriera dignitose).
    dov’è il buco di comunicazione tra domanda e offerta? come lo si colma?

  6. Obiettivamente il mercato del lavoro è saturo. Se non si investe è ovvio che che avremo un num. di laureati centomila volte maggiore ai posti di lavoro.
    Oggi tocca ai laureati in materie umanistiche..un giorno ( forse è gia arrivato) toccherà anche a quelli in materie scientifiche.
    Perciò o ci si da una mossa..oppure la vedo tragica.

  7. concordo appieno con te raf!
    tutti sono stati legittimati a lamentarsi tout-court: chi con una laurea pretenderebbe di trovare un lavoro adeguato alle proprie competenze, ben retribuito etc etc.
    Desideri certamente giusti ma se diventano pretese mi chiedo: “ma chi dovrebbe esaudirle?”.
    Molti dovrebbero PRENDERE ATTO che una laurea NON GARANTISCE alcunchè. Punto.

  8. sono laureata in giurisprudenza desiderando invece il diploma all’Accademia di Belle Arti…quindi ti capisco perfettamente!
    Oltre che per aver fatto la scelta scelta sbagliata devo pagare pure per il fatto che il settore legale è ormai saturo…conseguenza? un’altra disoccupata con pergamena in mano!!!
    P.S. Di Virzì guardati “my name is Tanino ” e “Ovo Sodo”!
    curlyzmalatadicinema

  9. non mi era mai capitato di leggere un post su un blog e condividerlo in toto, dall’inizio alla fine. già, mi son laureato in scienze della comunicazione, seguendo la “passione”, e ora son cazzi miei, e non me la sento di dare la colpa a nessuno. poi insomma, i drammi sono altri, non certo prendere la laurea sbagliata.

  10. I film di Virzì sono carini, ti consiglio “Caterina va in città” e “Ovosodo”.
    Io non ne ho più voluto sapere di libri e professori, e col mio bel diplomino di ragioneria ho sempre trovato posti che mi sono andati a genio (tra cui in un supermercato, non a riempire scaffali di pelati ma poco ci mancava); non mi sono mai sentita inadeguata per il titolo di studio che avevo in tasca. Se fossi stata laureata, chissà, magari alcuni di questi posti non li avrei neppure presi in considerazione

  11. io 8 anni fa ho lasciato l’università con i miei bei 6 esami alla fine della Laurea in Economia per andare a lavorare in un call center….. mi sento un pò rovescia.
    T.

  12. cazzo.
    avessi letto prima sto post avrei fatto un solenne mea culpa per la mia pretesa di volermi laureare e sarei corsa ai ripari.
    ma ormai è troppo tardi.
    da mercoledì prossimo sarà tutta colpa mia!

  13. il fim di virzi’ mi e’ piaciuto moltissimo .. forse perche’ lavoro da 4 anni per un grosso call center? forse perche’ l’attrice e’ palermitana come me? forse perche’ a palermo c’e’ una grande azienda che ghettizza laureati fornendo quella piccola sicurezza mensile che ti illude , nel frattempo gli anni passano qui non si lavora , circa 3000 giovani a palermo lavorano per questa azienda , precari e non . solo chi fa questo tipo di attivita’ puo’ comprendere fino in fondo l’intollerabilita’ del lavoro stesso e la perdita di giovani risorse . e’ vero nessuno ci obbliga a fare questo lavoro l’alternativa sarebbe la depressione o buttarci da qualche palazzo, oppure si dimenticavo l’emigrazione! c’e’ chi pensa di risolvere i problemi degli italiani in questo modo ! beh io non ci credo o piuttosto non mi sembra giusto! il fil di virzi ‘ mi ha fatto commuovere perche’ e’ estrememente e drammaticamente vicino alla realta’

  14. Questo post non mi piace.
    Mi sento chiamata troppo in causa.
    Ecco.
    Concordo con la cara Curlyz per i suddetti films di Virzì (forti, eh Curlì?).

  15. Condivido ogni singola riga.
    E ho una laurea nel cassetto,presa lavorando, non mantenuta da papà (che non ce l’ho), nella vita faccio tutt’altro;ma ho guardato la realtà in faccia, mi sono tirata su le maniche, e negli anni mi sono pure trovata un lavoro che mi piace.
    A volte bisogna essere abbastanza aperti mentalmente da considerare delle alternative.Il piagnisteo non porta contratti di lavoro. Neanche fare la bella vita da studenti e laurearsi a 30 e passa anni, se non si è mai lavorato.
    Se proprio posso dare un consiglio non richiesto, agli studenti consiglio di iniziare a lavoricchiare da subito: presentarsi ad un colloquio di lavoro a 30 anni, col pezzo di carta in tasca e senza aver lavorato un giorno in vita propria… diciamo che non aiuta.
    Annika

  16. sono laureata..lavoro all call center..recupero crediti! il presidente della ditta per cui lavoro vuole portarci tutti al cinema a vedere il film..forse citerà per danni virzì!!

  17. Tutto cominciò negli anni Settanta, e qui torniamo sempre, come sempre, a Pasolini, e ai suoi Scritti corsari. Alla perdita dei valori, i valori della terra, del ciclo delle stagioni. Quello che lui chiamava laicità – ma era una laicità in senso negativo.
    E quindi? E quindi, persi questi valori, fare il contadino dagli anni Sessanta è stato considerato degradante. (Tanto che il termine è mutuato in “coltivatore diretto”, nemmeno contadino fosse spregiativo come dire disabile mutato in diversamente abile).
    Ma qual era la fonte primaria dell’economia italiana? L’agricoltura, appunto.
    Ecco il paradosso: è vero, ci siamo industrializzati – e per fortuna -, ma una delle fonti di lavoro primarie di questo Paese, invece di essere valorizzata, è stata ridotta ad essere considerata un lavoro degradante.
    E invece, a livello fisico e psicologico, quanto è più degradante lavorare otto ore al giorno davanti a un computer, anziché conoscere sementi, cicli stagionali e piante?

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